Arriva una dura risposta da parte dei benzinai agli aumenti imposti dalle compagnie petrolifere nella notte del 3 marzo, a seguito dell’evolversi della situazione in Medio Oriente. Una scelta del tutto infondata secondo le associazioni sindacali dei benzinai, che parlano apertamente di decisioni “scaricate in modo generico sulla guerra, che potrà essere pure comodo, ma è del tutto falso”, denunciando una possibile connivenza con chi specula ai danni dei cittadini.
Rialzi non giustificati
Le sigle di categoria Figisc, Faib e Fegica parlano di aumenti fino a 6 centesimi al litro applicati nel giro di poche ore. Un rincaro che, secondo i rappresentanti dei benzinai, “appare al momento ingiusto e per niente giustificato, se non da una mera previsione che ipotizza prossimi aumenti sui mercati internazionali”.
Il punto è proprio questo: le tensioni geopolitiche in Medio Oriente possono incidere sulle quotazioni del greggio, ma – sottolineano i gestori – non esiste un’immediata correlazione automatica con il prezzo alla pompa. Il carburante venduto oggi, spiegano, è stato acquistato giorni o settimane fa a condizioni differenti. Da qui l’accusa implicita alle compagnie petrolifere di aver anticipato possibili rincari futuri, trasferendoli subito sul consumatore finale. Una dinamica che, secondo le associazioni, rischia di alimentare un circolo vizioso di sfiducia.
Le riserve di 30 giorni
C’è poi un aspetto tecnico che i benzinai mettono al centro della discussione: l’obbligo per le compagnie di mantenere una riserva strategica di almeno 30 giorni di prodotto stoccato. Una misura pensata proprio per garantire stabilità in caso di crisi internazionali, guerre o pandemie che possano colpire aree chiave per l’estrazione e la distribuzione del petrolio.
In teoria, dunque, eventuali tensioni improvvise non dovrebbero tradursi in aumenti immediati. Le scorte servono esattamente a evitare cambi di prezzo repentini sul mercato interno. Secondo le associazioni, il rialzo applicato nella notte del 3 marzo non sarebbe coerente con questo principio. “Non si può parlare di emergenza”, ribadiscono, perché le forniture risultano regolari e non si registrano al momento carenze di prodotto.
Un salasso per i consumatori finali
Intanto, alla pompa, il conto per gli automobilisti comincia a farsi sentire. Sei centesimi al litro possono sembrare pochi, ma su un pieno medio da 50 litri significano tre euro in più. E se la tendenza dovesse proseguire, l’impatto sul bilancio familiare diventerebbe significativo.
Il problema è che, storicamente, i prezzi dei carburanti tendono a salire rapidamente quando il greggio aumenta, ma scendono con maggiore lentezza quando le quotazioni calano. Un meccanismo che alimenta il malcontento e che negli anni ha già acceso più di una polemica. Le associazioni dei benzinai temono che si possa assistere a un’escalation progressiva, con rincari “a cascata” giustificati dall’instabilità internazionale. Uno scenario che rischia di incidere anche sull’inflazione generale, considerato il peso dei trasporti nella filiera dei beni di consumo.
Il precedente del 2020
A rendere ancora più delicata la situazione c’è un precedente recente. Solo pochi mesi fa l’Antitrust ha condannato le principali compagnie petrolifere italiane per aver concordato, tra il 2020 e il 2023, i rialzi della componente bio del carburante. Una decisione che ha portato a una sanzione complessiva di 936 milioni di euro.
Un episodio che pesa come un macigno nel dibattito attuale. Per i benzinai rappresenta la prova che il rischio di dinamiche speculative non è solo teorico. Le compagnie, dal canto loro, respingono ogni accusa e richiamano la volatilità dei mercati internazionali. Ma la frattura con i gestori appare evidente.