La stretta sugli autovelox in Italia si avvicina, ma il quadro che emerge dalle ultime comunicazioni del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (Mit) è tutt’altro che rassicurante. Dei circa 11.000 apparecchi informalmente presenti sul territorio nazionale, solo 3.800 si sono registrati sulla piattaforma telematica avviata a fine settembre per la trasmissione dei dati relativi ai dispositivi, e di questi appena poco più di mille “rientrano automaticamente nei requisiti di omologazione in fase di adozione“.
L’iter di censimento, scattato a partire dall’autunno scorso, prevedeva che le amministrazioni locali e gli enti dai quali dipendono gli organi di polizia stradale inserissero sul portale del ministero i dati sui sistemi di accertamento. Nella fattispecie dovevano essere evidenziati: marca, modello, tipo, matricola ed estremi del decreto Mit di approvazione o di estensione del dispositivo. Tutti questi dati dovevano essere caricati entro due mesi, pena l’inutilizzabilità degli autovelox, sia mobili sia fissi. A oggi siamo in alto mare.
Appena un terzo è in regola
Il risultato è che, a oggi, le comunicazioni arrivate a Porta Pia coprono appena un terzo degli apparecchi effettivamente diffusi sulle strade. La percentuale di quelli che rispettano automaticamente i requisiti di omologazione appare addirittura inferiore al 10%. Ma perché siamo arrivato a questa scelta di operare un censimento sul territorio nazionale? Il tutto trae origine da una sentenza della Corte di Cassazione dell’aprile 2024, che ha stabilito la nullità delle multe elevate dagli apparecchi approvati ma non omologati. Una decisione che ha generato una vera e propria valanga di ricorsi da parte degli automobilisti multati da dispositivi non completamente a norma.
I dati resi noti dal Mit “confermano in pieno i tanti allarmi del Codacons sul caos autovelox“, afferma l’associazione dei consumatori. “Dopo le ripetute richieste del Codacons si è finalmente arrivati ad ottenere trasparenza sugli autovelox utilizzati per multare gli automobilisti, ma il quadro che emerge è tutt’altro che rassicurante“, spiegano dall’associazione. I Comuni che non hanno fornito i dati al Mit non possono più utilizzare gli autovelox sul proprio territorio, mentre quelli che li hanno forniti ma che impiegano apparecchi non omologati rischiano l’annullamento delle sanzioni emesse dopo i ricorsi degli automobilisti.
La sicurezza paga il conto
Secondo il Codacons, a pagare il prezzo più alto di questa situazione sono la sicurezza stradale, gli automobilisti e le casse degli enti locali. “Un caos che danneggia prima di tutto la sicurezza stradale, che è il primo obiettivo che Stato e Comuni devono prefiggersi, poi gli automobilisti, vittime di apparecchi non a norma, e poi le casse degli enti locali, costrette ad affrontare le spese legali relative alla valanga di ricorsi dei cittadini“, sottolinea l’associazione. A pesare sul quadro attuale ci sono anche “i ritardi del Mit nell’adozione dell’atteso decreto sull’omologazione degli autovelox, provvedimento da tempo invocato dal Codacons per mettere finalmente fine al caos che regna in Italia“.
Una posizione simile arriva da Assoutenti. “I dati forniti dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti parlano chiaro: a fronte di migliaia di dispositivi installati sul territorio nazionale, sono poco meno di 1.000 gli autovelox effettivamente autorizzati dallo Stato. Un quadro che apre la strada a una vera e propria valanga di ricorsi nei prossimi mesi, con conseguenze rilevanti per cittadini e amministrazioni“, dichiara Gabriele Melluso, presidente nazionale dell’associazione.
Serve un confronto
Secondo Melluso, è indispensabile un immediato confronto istituzionale: “Enti locali, prefetture e Ministero devono attivare un tavolo per fare chiarezza e dare certezze giuridiche. Non si può lasciare un tema così delicato in una zona grigia normativa che penalizza sia i consumatori sia la credibilità delle istituzioni”. L’attuale incertezza rischia di produrre un effetto paradossale: “Se passa il messaggio che gli strumenti non sono omologati e che le sanzioni possono essere facilmente annullate, il deterrente degli autovelox viene meno. Il rischio concreto è che molti automobilisti, sentendosi “coperti”, possano decidere di viaggiare oltre i limiti di velocità, con evidenti ricadute sulla sicurezza stradale“.
“Gli autovelox devono essere uno strumento di prevenzione e tutela, non un mezzo per fare cassa né tantomeno una fonte di contenzioso infinito. Servono regole chiare, strumenti pienamente legittimi e trasparenza totale. Solo così si può tutelare davvero la sicurezza sulle strade e i diritti dei consumatori“, conclude Melluso. Il percorso verso la piena legittimazione degli autovelox è quindi ancora lungo. Nel frattempo, gli automobilisti, i Comuni e lo Stato devono fare i conti con un sistema di controlli ancora in gran parte fuori norma, tra incertezze giuridiche e il rischio concreto di una pioggia di ricorsi che potrebbe mettere in discussione multe e procedure accumulate negli ultimi anni.