Gli automobilisti italiani sono sempre più bombardati da proposte dalla Cina. Negli ultimi tempi sembra essere venuto meno quello scetticismo generale per le vetture del Paese del Dragone Rosso. Nonostante la crescita c’è un problema enorme alla base che sta destabilizzando il mercato più forte al mondo. Secondo Bloomberg il governo di Pechino ha scelto di fissare il divieto di vendite a costi inferiori a quelli di produzione. Le offerte aggressive degli ultimi anni hanno abbassato i profitti, finendo per limitare i fatturati di diversi marchi emergenti.
Lo scopo dell’intervento è evitare il fallimento di massa dei piccoli costruttori che non hanno i mezzi di colossi come BYD o Geely, rischiando di finire spazzati via dalla dilagante competitività dei top brand cinesi. I colossi sono oramai presenti in tutti i principali mercati, garantendo un elevato livello di competitività. Le piccole realtà non possono vantare economie di scala in grado di reggere la corsa sfrenata verso i prezzi stracciati che hanno gonfiato il giro di affari di auto elettrificate.
Le ombre della crescita smodata della Cina
Un marchio come BYD è destinato a crescere a livello internazionale, resistendo a crisi e scossoni dell’industria delle quattro ruote. Le Case minori per risparmiare, invece, sono finite per compromettere gli investimenti in ricerca, sviluppo e sicurezza delle EV e ibride plug‑in. Così facendo è nata una forte pressione che ha determinato un effetto a catena con sconti sempre più clamorosi. Questo modo di spingere auto elettriche che probabilmente non sarebbero risultate così attraenti ha determinato dei problemi finanziari per i produttori minori, sommersi da continue richieste di sconti.
Il costo di produzione sotto il quale i marchi automobilistici cinesi non possono scendere è dato dalle spese di fabbricazione di un modello, più quelle amministrative, finanziarie e commerciali. La stretta concerne anche i periodi di prova gratuiti dei servizi software. Non sarà più permesso di trasformare in abbonamenti a pagamento le funzionalità non indicate al momento dell’acquisto della vettura. Il Gigante asiatico, dopo un boom esponenziale, deve regolare la crescita volumetrica con logiche economiche sul lungo periodo. La stabilità strutturale dell’industria cinese dipenderà principalmente dalla creazione di un meccanismo democratico, con tutti i costruttori impegnati a produrre veicoli moderni e affidabili.
Salgono i salari
Il mercato del lavoro di Pechino non è esattamente tra i più attraenti del mondo. Per attirare manodopera straniera la Cina sta pensando di alzare i redditi disponibili con incentivi mirati per i lavoratori migranti che vogliono stabilirsi nelle città con salari superiori per un miglioramento di sanità e pensioni. In questo modo il Governo pensa di ottenere un risparmio precauzionale dei cittadini meno abbienti, spingendoli a impiegare delle risorse per accaparrarsi dei veicoli di ultima generazione. Naturalmente dopo la crescita di questi ultimi anni ci sarà una contrazione e l’obiettivo è permettere ai produttori di auto di essere meno dipendenti dalle vendite all’estero.
L’obiettivo è alimentare un mercato interno che ha margini superiori rispetto ad altri Paesi in piena crisi. Con i dazi previsti dal Presidente Donald Trump e la politica protezionistica europea in Cina sta nascendo l’esigenza di fortificare l’industria interna. Ci sono tutti i presupposti per vedere nei prossimi anni il Gigante asiatico in una posizione ancor più di forza rispetto alle nazioni europee.