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Possibile aumento della benzina in arrivo? Conseguenze di un attacco Usa in Iran

In Iran la repressione corre, mentre in Europa le ipotesi di un intervento militare esterno (in primis degli Usa) preoccupano sotto molteplici aspetti, fra i quali c’è quello dell’aumento del prezzo dei carburanti. Quindi, la benzina potrebbe costare di più anche in Italia. È questo, al netto delle dichiarazioni diplomatiche e delle minacce militari, uno degli effetti più immediati e concreti della nuova crisi che infiamma Teheran. Perché, quando il Medio Oriente trema, il primo segnale non arriva solamente dai notiziari esteri, ma anche dai display dei distributori.

Una situazione turbolenta

Le proteste esplose all’inizio di gennaio contro il regime degli ayatollah, represse con una violenza che non si vedeva dai tempi della fondazione della Repubblica islamica, hanno già innescato un meccanismo ben noto. Blackout informativi, quasi 200 morti secondo le poche fonti disponibili, migliaia di arresti: abbastanza per riaccendere l’allarme geopolitico globale. E quando l’allarme suona, i mercati delle materie prime non aspettano conferme. Anticipano, speculano e, di conseguenza, alzano i prezzi.

Il punto non è solo ciò che accade oggi nelle strade di Teheran, ma ciò che potrebbe accadere domani nello Stretto di Hormuz. Un passaggio angusto, ma decisivo, da cui transita una quota fondamentale del petrolio e del gas mondiale. L’Iran lo controlla e questo, per i mercati, basta. Non serve un blocco reale, non servono petroliere ferme: è sufficiente l’ipotesi di un’escalation per far schizzare le quotazioni.

Lo si è visto chiaramente in estate, quando gli Stati Uniti hanno colpito siti nucleari iraniani durante la cosiddetta “Guerra dei 12 giorni”. In quelle settimane, la benzina in Italia ha superato i 2 euro al litro, senza che mancasse una sola goccia di carburante. Nessuna interruzione delle forniture o razionamento, solo paura trasformata in prezzo. La speculazione ha fatto il resto.

Uno schema già visto

Oggi lo schema rischia di ripetersi. Donald Trump, presidente in carica degli Usa, ha minacciato apertamente gli ayatollah: se la repressione continuerà, gli americani interverranno. Il Pentagono avrebbe già presentato opzioni operative alla Casa Bianca. Al di là dei possibili risvolti drammatici, queste notizie per l’automobilista italiano significano una cosa sola: costi in salita. Perché il mercato delle materie prime funziona come un sismografo nervoso: registra ogni scossa, anche minima, e reagisce amplificando.

L’Italia è particolarmente esposta. Dopo la riduzione delle forniture russe, Roma si affida sempre più ai Paesi del Golfo Persico – Kuwait, Emirati Arabi Uniti – che esportano proprio attraverso Hormuz. Qualsiasi tensione in quell’area viene immediatamente tradotta in euro al litro, prima ancora che in barili mancanti. È una dinamica ormai strutturale, non un’emergenza passeggera. In questo contesto, le proteste iraniane diventano quasi un detonatore secondario. Il vero nodo è l’instabilità politica cronica di una regione da cui dipende una parte essenziale della nostra energia. I mercati scommettono su scenari peggiori per tutelarsi, ma il risultato è sempre lo stesso: paga il consumatore finale.

Difficilmente scende in fretta

E c’è un dettaglio che rende tutto più amaro: spesso l’aumento dei prezzi arriva prima degli eventi, ma fatica a rientrare dopo. La benzina sale in tempo reale con le tensioni internazionali, ma scende con lentezza esasperante quando la situazione si stabilizza. Un fenomeno noto, tollerato, quasi normalizzato.

Così, mentre in Iran si contano i morti e a Washington si valutano opzioni militari, in Italia si comincia a fare i conti. Ogni crisi lontana diventa una tassa invisibile sul pieno, sulle bollette e sui trasporti. Una tassa non votata, non discussa, ma puntualmente riscossa. La geopolitica, ancora una volta, incide sulle tasche passando dal serbatoio. E se la miccia iraniana dovesse accendersi davvero, il conto – come sempre – arriverà molto prima alla pompa che ai tavoli della diplomazia.

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