A furia di finirci dentro, gli automobilisti memorizzano la posizione di certe buche e a quel punto cercano di evitarle in ogni modo. Peccato, però, che nel frattempo ne spuntino altre, l’ennesima zavorra a carico di pneumatici, cerchi e sospensioni. E se invece di aspettare l’intervento degli operai si riuscisse a fermare il deterioramento dell’asfalto sul nascere? Alcuni ricercatori stanno sperimentando una soluzione che sfrutta minuscole capsule di resina per richiudere le crepe prima che diventino buche vere e proprie.
Come funziona l’asfalto autoriparante
Per capire perché le strade si rovinano basta pensare a ciò che devono sopportare quotidianamente: il peso delle automobili e dei camion, tanto nelle belle quanto nelle cattive giornate. Basta una piccola fessura per permettere all’acqua di infiltrarsi e, con l’arrivo del gelo, aumentare di volume. Il risultato? Un danno che peggiora fino a trasformarsi in una buca.
Di solito si interviene a danno fatto, riempiendo le cavità oppure rifacendo interi tratti di strada, fino a oggi almeno. Perché la soluzione studiata dagli scienziati punta invece a fermare il problema sul nascere: nell’impasto vengono inserite minuscole capsule contenenti sostanze riparatrici, pronte a entrare in azione quando il materiale comincia a cedere.
Non appena il manto stradale comincia a cedere, le minuscole capsule si rompono e rilasciano la resina epossidica che, reagendo con un indurente, si solidifica e contribuisce a richiudere la fessura. L’obiettivo è impedire che il danno si allarghi fino a richiedere l’intervento degli addetti alla manutenzione.
I risultati dei primi esperimenti
Non si tratta soltanto di una bella idea sulla carta. Uno studio pubblicato nel 2025 sulla rivista scientifica Materials ha esaminato il comportamento di un asfalto modificato con microcapsule contenenti i due componenti di un sistema epossidico. I ricercatori hanno sottoposto i campioni a prove di resistenza, verificando anche la capacità di recuperare dopo il danneggiamento.
Con una concentrazione di capsule del 4%, l’indice di autoriparazione ha raggiunto il 67,8%, un risultato superiore del 149,2% rispetto all’asfalto tradizionale utilizzato come riferimento. Attenzione, però: non significa che sparirebbero quasi sette buche su dieci. La percentuale misura il recupero ottenuto durante una specifica prova di laboratorio, non il comportamento di una strada aperta al traffico.
Gli studiosi devono inoltre risolvere un problema delicato: le capsule devono sopportare le temperature elevate necessarie alla lavorazione dell’asfalto, ma rompersi al momento giusto. Troppo fragili rilascerebbero la resina durante la posa, troppo resistenti servirebbero a poco. E tocca considerare pure i costi di produzione.
Addio alle buche? Non proprio
Per le amministrazioni comunali, un asfalto del genere ha diversi vantaggi: riduce gli interventi di manutenzione così come i cantieri e, almeno nelle intenzioni, una spesa inferiore nel lungo periodo. Prima di cantare vittoria serviranno comunque verifiche sulle strade vere, con traffico pesante, pioggia e cicli ripetuti di gelo e disgelo.
Soprattutto, nessuna capsula potrà sistemare una voragine già aperta o un cedimento del terreno sottostante. Una volta liberato il contenuto, inoltre, la singola capsula non può ripetere l’operazione all’infinito. Insomma, i lavori stradali continueranno a esserci, ma magari un giorno saranno chiamati a intervenire un po’ meno spesso.
