Carburante tagliato e prezzi irregolari, scattano i sigilli

Oltre 3.400 litri di gasolio sono finiti sotto sequestro in un distributore di Anzio, sul litorale a sud di Roma, con la cisterna e le colonnine. Il provvedimento è scattato durante una serie di controlli svolti dalla Guardia di Finanza e dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli negli impianti della zona.

I militari della Compagnia di Nettuno si sono presentati sul posto insieme ai chimici del Laboratorio Mobile delle Dogane, che hanno esaminato il carburante contenuto nella cisterna. Gli accertamenti hanno evidenziato valori fuori norma e la presenza di sostanze aggiunte al gasolio, portando al blocco della vendita.

Cos’hanno trovato nel gasolio

Dai test è emerso un punto di infiammabilità sotto i 55 °C richiesti dalla normativa. In buona sostanza, il carburante iniziava a produrre vapori infiammabili a una temperatura inferiore al limite previsto, con una maggiore facilità di accensione. I chimici hanno trovato inoltre sostanze aggiunte al gasolio, che ne modificavano le caratteristiche rispetto agli standard richiesti per la commercializzazione: il conto finale indica 3.412,63 litri sequestrati, tutti destinati alla vendita prima dell’intervento.

Tra Anzio e Nettuno, Guardia di Finanza e Agenzia delle Dogane hanno passato al setaccio diversi distributori della zona. Oltre al carburante custodito nelle cisterne, l’attenzione si è concentrata sui documenti e sugli obblighi previsti per la gestione dei prodotti energetici, il fronte su cui sono saltate fuori altre irregolarità.

I problemi non riguardavano soltanto il prodotto nella cisterna: le ispezioni hanno portato alla contestazione di 20 violazioni, legate alla contabilità, ai documenti dell’attività e alla registrazione dei movimenti dei prodotti energetici.

Le segnalazioni degli automobilisti

Sul tema è intervenuta anche Federconsumatori, che riferisce di aver ricevuto segnalazioni e denunce da automobilisti alle prese con problemi al motore dopo il rifornimento. Secondo l’associazione, dall’inizio dell’estate sarebbero cresciuti i casi legati a benzina contaminata e gasolio sporco, con danni che possono richiedere costosi interventi in officina.

Federconsumatori chiede alla Guardia di Finanza controlli più estesi sulla qualità del carburante e sui prezzi praticati, annunciando un’istanza al Mimit e al Garante dei Prezzi. Agli automobilisti consiglia invece di conservare la ricevuta del rifornimento oppure di utilizzare un pagamento tracciabile, così da poter dimostrare dove è stato acquistato il carburante in caso di problemi.

Dopo i risultati delle analisi è stata informata la Procura della Repubblica di Velletri e il sequestro convalidato dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Velletri. Al titolare del distributore toccherà rispondere delle accuse di reato di frode in commercio e contrabbando.

Controlli sulla rete dei carburanti

L’attenzione sulla filiera dei carburanti si è intensificata nel corso del 2026. Tra marzo e luglio la Guardia di Finanza ha concluso 1.371 interventi riguardanti le accise sui prodotti energetici in tutta Italia, denunciando 265 persone e sequestrando oltre 20 milioni di chilogrammi di prodotti energetici.

Nello stesso periodo sono stati eseguiti 3.428 controlli sugli impianti di distribuzione stradale. Le violazioni contestate sono state 2.279 e hanno interessato 937 operatori, comprese irregolarità nell’esposizione dei prezzi oppure differenze tra le cifre comunicate e quelle effettivamente praticate.

Nel caso scoperto ad Anzio, invece, il problema riguardava direttamente le caratteristiche del prodotto disponibile alla pompa. I 3.412 litri sono stati tolti dalla vendita e l’impianto interessato non potrà utilizzare le colonnine sequestrate finché rimarrà efficace il provvedimento.

950 kg di pacchi sul tetto della macchina, fermato in autostrada

Con 950 kg di pacchi sul tetto della sua Renault Mégane, un conducente ha completamente ignorato le basilari norme del Codice della Strada. La polizia ha notato la vettura con un carico merci ammassato sul tetto, naturalmente senza un portapacchi omologato. Il sovraccarico record superava di oltre 10 volte il limite consentito dalla struttura dell’auto, in grado di trasportare un massimo di 80 kg.

Gli agenti hanno fermato la Renault Mégane sull’autostrada A7, vicino a Orange, nel dipartimento del Vaucluse. Solo per miracolo l’automobilista non ha fatto un incidente. L’uomo al volante ha ricevuto una multa di 90 euro e ha dovuto chiedere l’assistenza per scaricare parte della merce, al fine di poter proseguire il viaggio in sicurezza. Gli occupanti del veicolo hanno quindi dovuto contattare dei parenti che sono arrivati sul posto per ritirare parte dei bagagli al fine di ridurre il carico a un livello più ragionevole.

Pila di pacchi

Con meticolosa preparazione la vettura era stata caricata più di un veicolo commerciale. Come riportato dal sito web Enchère Auto, gli occupanti a bordo della Renault provenivano dalla Tunisia ed erano diretti verso il dipartimento della Loira. Il tetto della Mégane trasbordante di bagagli ha attirato l’attenzione degli agenti.

La merce, sebbene fosse stata impilata sul tetto, non era stata fissata a un portapacchi tradizionale. La polizia ha calcolato 950 kg di merci ammassate solo sul tettuccio, quasi una tonnellata per una avventura in autostrada che avrebbe potuto trasformarsi in tragedia. I passeggeri hanno sottovalutato il rischio di deformazione della carrozzeria e di cedimento del sistema di fissaggio del carico.

Oltre alla parte superiore della Mégane, i bagagli erano accatastati anche all’interno dell’abitacolo. In base ai dati forniti dalla Casa francese, una Mégane recente è progettata per supportare un carico massimo di 80 kg sul tetto, portapacchi omologato incluso. A causa di un baricentro notevolmente stravolto per il peso, la guida sarà risultata pericolosamente sbilanciata. Un portapacchi tradizionale distribuisce il carico in modo uniforme e fornisce un livello minimo di supporto tecnico al guidatore.

Maneggevolezza compromessa

Bisogna evitare di sovraccaricare troppo un veicolo perché risulta difficile guidarlo in caso di manovre improvvise, come sterzate brusche o rapidi cambi di corsia. Con un forte rollio in curva aumenta il rischio di perdita di aderenza, senza considerare i tempi di frenata dilatati a causa di un peso eccessivo. Le sospensioni, gli pneumatici e gli impianti frenanti non sono progettati per sopportare un carico simile in modo continuativo.

Una cattiva distribuzione dei pesi può causare dei danni meccanici e avarie improvvise, come lo scoppio di una mescola o la rottura di alcuni elementi di fissaggio. Il Codice della Strada transalpino fa riferimento al peso totale massimo autorizzato (PTAC), inclusi passeggeri e bagagli, indicato sul libretto di circolazione di ciascun veicolo.

Se viene superata la massa massima autorizzata (MAM), gli agenti possono sequestrare il veicolo, richiederne lo scarico parziale ed emettere una multa al conducente. L’importo della sanzione varia a seconda dell’entità del superamento del limite. In questi casi l’assicuratore può anche rifiutarsi di risarcire i danni se il veicolo è guidato in condizioni non conformi.

In caso di trasporto di numerosi bagagli la cosa migliore è noleggiare un veicolo commerciale o montare un rimorchio omologato. Per chi ha bisogno di traslocare e trasportare grandi quantità di merci, il noleggio occasionale di un furgoncino rappresenta la soluzione più sicura, soprattutto sulle lunghe distanze.

Le abitudini silenziose che danneggiano l’auto e il portafoglio

Alcuni gesti diventano talmente automatici da passare inosservati. Una mano appoggiata sulla leva del cambio, il piede sulla frizione in attesa del verde oppure qualche chilometro di troppo con la spia della riserva accesa sembrano comportamenti innocui, eppure alla lunga possono contribuire all’usura dell’auto.

Secondo un’analisi di Parclick, piattaforma specializzata nella prenotazione online dei parcheggi, circa un guasto su quattro sarebbe legato a distrazioni o cattive abitudini del conducente. Correggere alcuni comportamenti può aiutare a risparmiare sulle visite dal meccanico, soprattutto in un periodo segnato dall’aumento dei prezzi di ricambi e manodopera.

Cambio, frizione e serbatoio

Tra le abitudini da perdere figura quella di utilizzare la leva del cambio come poggiabraccio. La pressione esercitata continuamente può aumentare l’usura dei meccanismi interni della trasmissione: una volta inserita la marcia è, insomma, meglio riportare la mano sul volante.

Attenzione pure alla frizione. Aspettare il verde al semaforo tenendo la prima inserita e il pedale premuto sottopone il sistema di disinnesto a uno sforzo inutile. In caso di sosta prolungata conviene inserire la folle e togliere il piede dal pedale.

Nemmeno viaggiare abitualmente in riserva rappresenta una buona idea. Con pochissimo carburante nel serbatoio, la pompa può trovarsi maggiormente esposta ai depositi presenti sul fondo e avere più difficoltà a raffreddarsi. Parclick suggerisce di rifornire l’auto prima di scendere sotto l’ultimo quarto.

Occhio a freni e pneumatici

Durante i parcheggi capita di urtare un marciapiede o di strisciare la gomma contro il cordolo. Se l’episodio si ripete spesso, lo pneumatico rischia di subire danni che a prima vista possono sfuggire. Avvicinarsi lentamente e controllare di tanto in tanto le condizioni delle gomme aiuta a evitare brutte sorprese.

Lo stesso vale per la pressione. Gomme troppo sgonfie o eccessivamente gonfie si consumano in maniera irregolare, modificano l’area di contatto con l’asfalto e possono incidere sui consumi: ecco perché il controllo andrebbe effettuato a pneumatici freddi almeno una volta al mese.

In discesa è meglio non affidarsi continuamente al pedale del freno. Dischi e pastiglie rischiano di scaldarsi troppo, con conseguenze sulla frenata e sulla loro durata. Su un’auto manuale dà una mano il freno motore, scegliendo la marcia adatta alla pendenza.

Piccoli gesti che costano cari

Partire a tutto gas appena avviato il motore è una pessima abitudine. Olio e componenti hanno bisogno di scaldarsi, perciò nei primi chilometri vale la pena non esagerare con acceleratore e giri.

Sulla vernice possono rimanere aloni difficili da togliere se gli escrementi degli uccelli vengono lasciati troppo a lungo sulla carrozzeria, soprattutto sotto il sole, da qui il consiglio di pulirli appena possibile.

Fischi, ronzii e scricchiolii insoliti non andrebbero ignorati soltanto perché l’auto continua a funzionare normalmente. Individuare presto un problema può impedire che un componente relativamente economico da sostituire provochi danni ben più seri.

Chiude l’elenco un gesto apparentemente insignificante come continuare a premere il comando dell’alzacristalli quando il vetro ha già raggiunto il fine corsa: insistere sollecita inutilmente motorino, guide e supporti. Dieci piccole abitudini, dunque, che prese singolarmente sembrano poca cosa, ma ripetute ogni giorno possono presentare il conto in officina.

Waymo porta i robotaxi a Monaco: test verso il debutto nel 2027

La guida autonoma sta per affrontare uno dei suoi esami più importanti in Europa. Dopo anni di sperimentazioni e servizi commerciali concentrati soprattutto negli Stati Uniti e in alcune grandi città asiatiche, Waymo prepara l’arrivo dei suoi robotaxi a Monaco di Baviera, con l’obiettivo di costruire le basi per un servizio commerciale completamente autonomo in Germania entro la fine del 2027.

La scelta della capitale bavarese ha un peso che va oltre la semplice espansione internazionale dell’azienda controllata da Alphabet. Monaco è uno dei centri più importanti dell’industria automobilistica europea e rappresenta un ambiente urbano molto diverso da quello delle città americane dove Waymo ha accumulato gran parte della propria esperienza. È quindi un banco di prova ideale per capire quanto rapidamente i robotaxi possano diventare una realtà concreta anche nel traffico europeo.

Waymo comincia da Monaco di Baviera

Il percorso scelto da Waymo sarà graduale. Nella prima fase le vetture saranno guidate manualmente da personale specializzato con lo scopo di realizzare una mappatura ad alta definizione delle strade e raccogliere informazioni sulle caratteristiche locali. Si tratta di una procedura già utilizzata dall’azienda durante l’espansione negli Stati Uniti, una volta completata la fase iniziale, inizieranno i test del Waymo Driver con personale qualificato a bordo, necessario per monitorare il comportamento del sistema durante la sperimentazione.

Solo in un secondo momento, dopo le verifiche tecniche e le autorizzazioni necessarie, potrà iniziare la circolazione senza conducente. L’obiettivo dichiarato resta quello di avviare nel 2027 un vero servizio di ride-hailing autonomo in Germania, ma questo non significa che sarà già possibile chiamare un robotaxi Waymo nelle prossime settimane. Quella che sta iniziando è la fase preparatoria di un progetto che dovrà svilupparsi progressivamente.

Le auto Waymo abranno guida di livello 4

Ufficio Stampa Waymo

Waymo punta alla guida autonoma di Livello 4

Portare un sistema di guida autonoma da una città americana a una europea non significa soltanto aggiornare le mappe memorizzate dal software. Le strade europee rappresentano un ambiente molto più articolato, soprattutto per un veicolo che deve interpretare ciò che accade intorno a sé in tempo reale. A Monaco il Waymo Driver dovrà confrontarsi con incroci complessi, piste ciclabili, tram, attraversamenti pedonali, carreggiate più strette e quartieri storici dove la geometria stradale è molto diversa da quella di molte città statunitensi.

A questo si aggiungono regole sulla precedenza, segnaletica specifica e una presenza generalmente più elevata di pedoni e biciclette, tutti elementi che rendono il traffico europeo meno prevedibile e richiedono una capacità di interpretazione molto sofisticata. Waymo dovrà quindi verificare come il software reagisce a migliaia di situazioni diverse, di giorno e di notte e in differenti condizioni meteorologiche.

La guida autonoma non è più solo americana o cinese

L’aspetto più interessante dell’arrivo di Waymo a Monaco riguarda però l’Europa nel suo insieme, dato che per molto tempo la corsa alla guida autonoma è sembrata soprattutto una sfida tra Stati Uniti e Cina. Negli Usa aziende come Waymo e Cruise hanno spinto molto sulla sperimentazione dei robotaxi, mentre Tesla ha sviluppato una strategia differente legata alla guida assistita e al futuro impiego di veicoli completamente autonomi.

In Cina, società come Baidu, Pony.ai e WeRide hanno progressivamente ampliato i propri programmi di test e i servizi commerciali in alcune grandi città. L’Europa è rimasta più prudente, dato che non sono mancati test e progetti pilota, ma i servizi autonomi su larga scala hanno avuto finora una presenza molto più limitata.

Lo scenario sta però cambiando, Londra si prepara a diventare uno dei principali laboratori europei dei robotaxi, mentre sempre più aziende stanno lavorando a partnership con costruttori automobilistici e piattaforme di mobilità. Monaco rappresenta quindi un passaggio importante: la guida autonoma entra finalmente nel vivo anche nelle città europee, dove dovrà dimostrare di funzionare non soltanto in aree sperimentali ma nel traffico reale.

Germania, le regole esistono già

La scelta della Germania non è casuale nemmeno dal punto di vista normativo. Negli ultimi anni Berlino ha lavorato per creare un quadro regolatorio capace di consentire la circolazione di veicoli con funzioni autonome avanzate in aree operative definite. La normativa tedesca disciplina già i veicoli con funzioni di guida autonoma e stabilisce le condizioni necessarie per autorizzarne l’utilizzo. Il Kraftfahrt-Bundesamt, l’autorità federale dei trasporti, ha un ruolo centrale nel processo di omologazione.

Come funziona il Waymo Driver

Ufficio Stampa Waymo

Il cuore del progetto è il Waymo Driver, il sistema che combina sensori, software e capacità di elaborazione

Waymo ha spiegato di essere in contatto con le autorità municipali, regionali e federali per affrontare tutti i passaggi necessari. Per un servizio commerciale senza conducente, infatti, la tecnologia è soltanto una parte del problema. Bisogna stabilire responsabilità operative, procedure di sicurezza, aree in cui i veicoli possono circolare e modalità di intervento in caso di emergenza. Il cuore del progetto è il Waymo Driver, il sistema che combina sensori, software e capacità di elaborazione per permettere all’auto di interpretare l’ambiente circostante e prendere decisioni in autonomia.

La piattaforma utilizza telecamere, radar e LiDAR. Le telecamere riconoscono segnaletica, semafori e oggetti, i radar aiutano a determinare distanza e velocità degli altri veicoli, mentre i sensori laser ricostruiscono tridimensionalmente ciò che si trova intorno all’auto. Tutte queste informazioni vengono analizzate continuamente dal software, che deve riconoscere pedoni, ciclisti, automobili e ostacoli e prevederne i movimenti, la differenza rispetto ai normali sistemi ADAS è sostanziale.

Un sistema di Livello 2 può assistere nella gestione di sterzo, acceleratore e freni, ma richiede sempre la supervisione di chi guida. Waymo punta invece alla guida autonoma di Livello 4, nella quale il veicolo è in grado di svolgere autonomamente l’intero compito di guida all’interno di condizioni e aree operative definite.

Il 2027 potrebbe segnare una svolta

Il calendario resta ambizioso, prima del debutto commerciale serviranno mappatura, test, validazione del Waymo Driver e soprattutto tutte le autorizzazioni previste dalla normativa tedesca. L’arrivo dei robotaxi Waymo sulle strade di Monaco rappresenta comunque già un cambiamento importante. La guida autonoma sta passando da tecnologia osservata principalmente negli Stati Uniti e in Cina a fenomeno destinato a entrare concretamente anche nelle metropoli europee.

Non significa che i taxi tradizionali spariranno improvvisamente o che le auto completamente autonome circoleranno ovunque. Almeno nella fase iniziale, il servizio resterà legato ad aree geografiche ben definite e a condizioni operative precise.  La direzione, però, è chiara: la guida autonoma sta diventando una questione europea. E Monaco sarà uno dei luoghi in cui Waymo dovrà dimostrare che i robotaxi possono adattarsi anche alle strade, alle regole e alle abitudini di mobilità del Vecchio Continente.

Carburante esaurito dopo il tetto ai prezzi, code ai distributori

Benzina esaurita nel giro di poche ore. Il primo giorno del tetto ai prezzi introdotto da Eni ha spinto numerosi automobilisti verso i distributori della compagnia e in alcuni impianti le scorte non hanno retto all’aumento della domanda. Da Napoli a Roma, passando per Firenze, sono comparsi i cartelli che nessuno vorrebbe trovare una volta arrivato alla pompa: carburante finito.

A Napoli le scorte sono durate appena poche ore. Nel distributore di via Cristoforo Colombo, vicino a via Marina, oltre 2.000 litri di benzina sono spariti in circa tre ore e mezza. Il via vai continuo ha prosciugato le scorte e sulle colonnine è comparsa la scritta “esaurito”. Scene simili si sono verificate altrove, anche se non si può parlare di una corsa generalizzata in tutta Italia.

Benzina e diesel finiscono in poche ore

A Roma la situazione ha interessato soprattutto alcuni distributori della zona sud. Lungo via Appia Nuova e nell’area di Quarto Miglio gli automobilisti si erano messi in fila già dalle 7 del mattino, ma poche ore dopo erano terminate sia la benzina sia il gasolio. Sulla Tuscolana, invece, durante la giornata erano ancora segnalate vetture in attesa del loro turno.

Il copione si è ripetuto a Firenze, dove in via Lungo l’Affrico il gasolio risultava esaurito già intorno alle 8.30 e di lì a poco un cartello avvertiva chi arrivava al distributore, mentre le riserve di benzina diminuivano rapidamente. Altri impianti della città hanno registrato una situazione più tranquilla, segno di un’affluenza molto diversa a seconda della zona.

Trento non ha fatto eccezione: in viale Verona intorno alle 10 la benzina era già terminata. Il quadro della prima giornata mostra dunque code e scorte prosciugate in diversi punti della rete, anziché un assalto uniforme ai distributori del Paese.

Il motivo della corsa alle pompe

A richiamare gli automobilisti sono stati i nuovi prezzi applicati sulla rete Eni ed Enilive: dal 28 settembre la benzina self service non può superare 1,99 euro al litro, mentre il limite del diesel è fissato a 2,19 euro. Il provvedimento durerà inizialmente trenta giorni e potrà essere prorogato fino alla fine del 2026.

La distanza dai prezzi medi nazionali rende comprensibile l’interesse. Nella stessa giornata il ministero delle Imprese e del Made in Italy indicava una media self di 2,152 euro al litro per la benzina e 2,369 euro per il gasolio. Su un pieno da 50 litri, il prezzo massimo applicato da Eni permette di risparmiare circa 8 euro sulla benzina e quasi 9 sul diesel.

Il tetto si allarga ad altri distributori

L’iniziativa non riguarda ormai soltanto Eni: Socar ha avviato prezzi calmierati anche sulla rete IP, partendo da circa 300 dei 3.400 distributori e adottando gli stessi valori di 1,99 euro per la benzina e 2,19 per il gasolio. L’estensione agli altri impianti avverrà gradualmente.

Dal 1° ottobre toccherà a Q8: il tetto ai prezzi di benzina e gasolio resterà in vigore per 30 giorni, ma sarà applicato in maniera diversa a seconda del punto vendita. La compagnia ha previsto pure un sostegno economico destinato a gestori e partner della rete.

Il paradosso della prima giornata rimane però tutto nei cartelli comparsi sulle pompe. Dopo settimane segnate dai rincari, la possibilità di rifornirsi a prezzi inferiori ha convinto molti automobilisti ad anticipare il pieno. In alcune stazioni la corsa al pieno ha prosciugato le scorte nel giro di poche ore, lasciando gli ultimi clienti a mani vuote.

Lunghe code dai benzinai, quanto si risparmia davvero sul pieno

La stangata sui prezzi dei carburanti trova una prima e concreta battuta d’arresto. A partire da oggi, Enilive (Eni) e IP hanno introdotto un tetto massimo ai prezzi di vendita per tutelare i consumatori dal continuo rialzo dei listini: 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 euro al litro per il diesel. La misura, prevista per un periodo iniziale di 30 giorni, viene applicata sull’intera rete distributiva italiana, comprese le stazioni autostradali, storicamente tra le più onerose.

Lunghe code dai benzinai

L’effetto dell’annuncio non si è fatto attendere. Fin dalle prime ore del mattino si registrano lunghe file presso le stazioni di servizio Enilive ed IP, in particolare lungo le arterie ad alto traffico e nei punti vendita autostradali.

Centinaia di automobilisti si sono messi in incolonnamento pur di approfittare immediatamente delle tariffe bloccate, con inevitabili rallentamenti alla viabilità locale attorno ai piazzali delle stazioni più frequentate.

Il calcolo del risparmio: fino a 11 euro per un pieno

L’impatto economico per gli automobilisti varia a seconda del tipo di veicolo, del carburante e soprattutto dell’area geografica (autostrade vs rete ordinaria).

Il price cap fissa un limite massimo: dove i prezzi erano già inferiori a 1,99 €/l per la verde o 2,19 €/l per il gasolio, il costo alla pompa rimane invariato. Nei distributori dove i prezzi avevano invece superato la soglia critica, la sforbiciata è tangibile.

Risparmio medio su un pieno da 50 litri

  • Benzina (Rete Ordinaria): con un taglio medio stimato attorno ai 17 centesimi al litro sui listini più alti, il risparmio stimato sulle stazioni di fascia alta si attesta tra i 8,50 € e i 9,35 € a pieno.
  • Gasolio / Diesel: il tetto a 2,19 €/l consente un contenimento analogo sui picchi recenti, portando a un risparmio compreso tra 6,00 € e 8,50 € a pieno.
  • Tratti Autostradali: sui distributori autostradali, dove la benzina servita o self aveva toccato vette vicine o superiori ai 2,20 €/l, le associazioni dei consumatori come Codacons ed Adusbef stimano un beneficio massimo che può raggiungere gli 11,20 euro per singolo pieno da 50 litri.

Dettaglio della misura e impatto sul mercato

CarburanteTetto Massimo FissatoTaglio Stimato / LitroRisparmio Medio Pieno (50L)
Benzina1,99 €/l~ 0,17 €/l8,50 € – 11,20 €
Diesel / Gasolio2,19 €/l~ 0,12 – 0,15 €/l6,00 € – 8,50 €

7.000 euro di multe con l’auto della cliente, nei guai un meccanico

Si reca in officvina per risolvere un guasto al volante e, invece di diminuire, i problemi aumentano, tirando in ballo il Codice della Strada. Il 15 luglio 2024 arriva la prima multa, riguardante uno spazio riservato alle persone con disabilità. Il verbale viene recapitato a un’avvocata cinquantenne di Trieste, ma qualcosa stenta a quadrare: in quel momento la sua auto si trova ancora dal meccanico. È solo l’inizio, perché nei mesi successivi le sanzioni continuano a sommarsi fino a raggiungere circa 7.000 euro.

La vettura era stata lasciata due mesi prima, dopo che la proprietaria era rimasta bloccata a Cervignano del Friuli. Del recupero e della riparazione si era occupato un meccanico triestino, che avrebbe poi tenuto con sé l’auto e, stando alla denuncia della donna, l’avrebbe utilizzata senza alcuna autorizzazione.

A quel punto il problema non riguardava più soltanto la restituzione del mezzo. Ogni nuova infrazione finiva infatti a carico della proprietaria e la situazione si sarebbe trascinata anche dopo il fermo amministrativo disposto sulla vettura.

Un conto da 7.000 euro

Ricevuta la prima multa, la donna chiede spiegazioni al meccanico, invano, e nel frattempo il conto continua a salire. Alle prime sanzioni se ne aggiungono altre, tutte collegate alla vettura lasciata per la riparazione, fino a toccare circa 7.000 euro. Già messa a dura prova, la pazienza della proprietaria finisce del tutto, visto che, almeno stando alla sua versione, le infrazioni sarebbero state commesse mentre al volante si trovava qualcun altro.

Nemmeno il fermo amministrativo disposto sulla vettura avrebbe fermato gli spostamenti. Il provvedimento avrebbe dovuto impedirne la circolazione, ma il mezzo sarebbe stato utilizzato ancora, sempre secondo quanto denunciato dall’avvocata. Per la cinquantenne si aggiunge così un altro elemento a una vicenda cominciata mesi prima con una semplice richiesta di riparazione.

L’auto spunta su Google Street View

In maniera piuttosto insolita, Google Street View dà una mano alla proprietaria. Insospettita da una storia sempre meno chiara, la donna cerca  l’indirizzo del meccanico e nelle immagini riconosce la propria auto, parcheggiata vicino a casa dell’uomo.

Nonostante fossero state scattate per la normale mappatura delle strade, le immagini contribuiscono alla ricostruzione dei fatti da parte dell’avvocata, ormai alle prese non soltanto con il recupero del veicolo, ma pure con una lunga serie di sanzioni intestate a suo nome.

La vicenda approda in tribunale

Dalle contestazioni sulle multe si passa infine alle carte giudiziarie. A metà ottobre è atteso il procedimento penale nel quale dovrà essere ricostruito quanto accaduto dal momento della consegna dell’auto al meccanico. Tra i punti da chiarire figura naturalmente l’utilizzo della vettura, che la proprietaria sostiene di non avere mai autorizzato.

Spetterà al tribunale accertare eventuali responsabilità e stabilire quale peso avranno gli elementi raccolti nel frattempo. La cinquantenne dovrà fare i conti anche con le conseguenze economiche lasciate dai verbali, mentre sul comportamento attribuito al meccanico manca ancora una pronuncia definitiva.

Partita nel maggio 2024 con un guasto al volante, la storia si prepara così a entrare in una nuova fase oltre due anni più tardi. Nel frattempo sono rimasti un’auto affidata per una riparazione, il fermo amministrativo e circa 7.000 euro di sanzioni, con una fotografia di Google Street View ad aggiungere un particolare decisamente fuori dall’ordinario.

Trump cancella le regole di Biden sulle auto elettriche, i nuovi standard

Niente più regole pensate per spingere le Case verso un numero crescente di auto elettriche, almeno nelle intenzioni di Donald Trump. Dal suo profilo Truth Social, il presidente americano ha rivendicato l’approvazione di nuovi standard sull’efficienza dei consumi e ne ha approfittato per attaccare ancora una volta Joe Biden.

“Ho appena approvato nuovi standard di efficienza dei consumi che pongono fine al ridicolo obbligo di auto elettriche imposto da Joe Biden”

Sebbene Trump lo definisca un “obbligo”, negli Stati Uniti non era stato imposto agli automobilisti di comprare un’elettrica. Il bersaglio sono i CAFE, standard attraverso i quali viene calcolata l’efficienza media delle gamme proposte dai vari produttori. Acronimo di Corporate Average Fuel Economy, il meccanismo non giudica il consumo di una singola vettura, bensì l’insieme dei modelli venduti da ciascun costruttore sul mercato americano. Con Biden i requisiti erano diventati più severi e vendere più modelli elettrici aiutava le Case a rispettarli.

La promessa di auto meno costose

Il numero uno alla Casa Bianca attribuisce alle nuove regole la possibilità di abbassare i costi affrontati dai costruttori, con prezzi inferiori anche in concessionaria.

“Questi nuovi standard elimineranno gli sprechi nella produzione di auto in America”

Nelle stime indicate da Trump, comprare un’auto nuova potrebbe abbassare la spesa di qualche migliaio di dollari. La revisione dei consumi si aggiunge agli interventi con cui negli ultimi mesi l’amministrazione in carica ha modificato diverse regole ambientali dell’era Biden.

Nel dicembre 2025 Washington aveva già presentato una revisione degli standard CAFE, sostenendo che i precedenti obiettivi fossero difficilmente raggiungibili facendo esclusivo affidamento su modelli a benzina e diesel. Quindi, nel febbraio 2026, l’EPA ha revocato l’Endangerment Finding del 2009 relativo ai gas serra e gli standard federali sulle emissioni di gas serra dei veicoli che ne derivavano.

Il messaggio alle Case automobilistiche

Trump lega la nuova politica anche alla produzione negli Stati Uniti e sostiene di aver ricevuto segnali positivi dai principali gruppi dell’industria. Nel messaggio pubblicato su Truth Social ha citato direttamente General Motors, Ford e Stellantis, affermando di essere stato contattato dalle aziende interessate a produrre nel Paese.

Il presidente ha inoltre indicato in oltre 100 miliardi di dollari gli investimenti arrivati nell’industria dei motori americana durante la sua amministrazione, collegandoli alla riapertura degli stabilimenti e al ritorno di posti di lavoro in diversi Stati.

“È solo l’inizio. Gli stabilimenti stanno riaprendo e i posti di lavoro stanno tornando in Michigan, Ohio, Indiana, Carolina del Sud e in tutto il nostro Paese”

Il nuovo intervento conferma una direzione ormai consolidata della politica automobilistica del secondo mandato Trump: meno vincoli federali sulle emissioni e sull’efficienza, maggiore spazio alle motorizzazioni tradizionali e nessuna spinta normativa paragonabile a quella adottata sotto Biden verso l’elettrificazione.

Le auto elettriche rimangono naturalmente sul mercato statunitense, che i costruttori possono continuare a sviluppare e venderl. A cambiare è il quadro regolatorio nel quale devono programmare le proprie gamme, con Washington intenzionata a ridurre il peso delle norme federali che negli anni precedenti avevano favorito la transizione verso modelli a zero emissioni.

Benzina e diesel, IP mette un tetto ai prezzi: Meloni rassicura le famiglie

Da oggi fare benzina o diesel può costare meno in migliaia di distributori italiani. Lunedì 28 settembre entra infatti in vigore il price cap annunciato da Eni e non sarà un caso unico: dopo il Cane a sei zampe, anche IP ha deciso di mettere un freno ai listini alla pompa. Le due iniziative hanno modalità diverse e solo la prima ha già fissato un limite valido per tutta la rete.

Nei punti vendita Enilive la benzina non potrà superare 1,99 euro al litro, mentre per il diesel il tetto è stato fissato a 2,19 euro. I nuovi prezzi devono essere applicati entro le 8 del 28 settembre e resteranno validi inizialmente per 30 giorni, comprese le stazioni presenti lungo la rete autostradale. Rispetto alle medie registrate nei giorni precedenti, Eni indica una differenza nell’ordine dei 17 centesimi al litro.

Il tetto arriverà per gradi

A muoversi adesso è Italiana Petroli. Socar, gruppo energetico azero che controlla IP, ha annunciato l’introduzione di una soglia massimo ai prezzi di benzina e gasolio nelle proprie stazioni di servizio. A differenza di Eni, però, non sono stati comunicati né un tetto unico valido lungo tutta la rete né una data entro la quale l’iniziativa terminerà.

Almeno all’inizio, nei distributori IP converrà guardare bene il tabellone dei prezzi, perché il tetto non arriverà contemporaneamente in tutta Italia e Socar coinvolgerà nell’operazione retisti e partner. Nemmeno le cifre saranno quelle annunciate da Eni: 1,99 euro per la benzina e 2,19 per il diesel valgono nei punti vendita Enilive.

Socar guarda già oltre IP e valuta di portare il price cap anche nelle stazioni Esso, insieme agli altri operatori che acquistano carburante da Italiana Petroli. Soltanto nelle prossime settimane si capirà quanto riuscirà ad allargarsi l’iniziativa e quali distributori finiranno per adottarla.

Quanto costa fare rifornimento

Domenica 27 settembre fare il pieno continuava a pesare parecchio sul portafoglio, con benzina e diesel che sulla rete ordinaria costavano in media rispettivamente 2,159 e 2,377 euro al litro in modalità self service. In autostrada l’esborso saliva ancora, raggiungendo 2,254 euro per la verde e 2,459 euro per il gasolio.

Il diesel ha corso più della benzina, aumentando di circa due centesimi rispetto alla rilevazione precedente e facendo i conti dal 26 settembre anche con il riordino delle accise: 5 centesimi in più al litro, che salgono a circa 6 considerando l’Iva.

Per Eni il limite annunciato potrebbe non fermarsi ai primi 30 giorni. La società ha lasciato aperta la possibilità di prolungarlo fino alla fine del 2026, valutando l’andamento del mercato e le condizioni degli approvvigionamenti. Molto dipenderà quindi da ciò che accadrà nelle prossime settimane sui mercati internazionali.

Giorgia Meloni rassicura

Alla decisione di IP è seguito il commento favorevole di Giorgia Meloni, secondo cui rappresenta un segnale importante di attenzione alle famiglie italiane, mentre il Governo continuerà a sostenerne e proteggerne il potere d’acquisto. Dal fronte dei gestori sono arrivate però le prime contestazioni. Assopetroli-Assoenergia ha convocato d’urgenza il Comitato di presidenza per capire quali conseguenze possa avere il price cap sul mercato, mentre Figisc punta il dito contro la scelta di Eni e teme che a pagarne il conto possano essere la concorrenza e gli operatori più piccoli.

Per gli automobilisti il dato immediato rimane però quello esposto sui tabelloni. Da oggi chi si ferma in una stazione Enilive conosce già il limite massimo applicabile, mentre sulla rete IP bisognerà verificare i prezzi man mano che la misura entrerà a regime. Sullo sfondo rimane Esso, possibile prossimo marchio coinvolto in un price cap che, partito da Eni, comincia ad allargarsi lungo la penisola.

Auto contro un animale: come ottenere il risarcimento e a chi rivolgersi

Per sapere chi paga i danni quando un animale attraversa improvvisamente la strada e finisce contro un’auto bisogna tenere conto che la risposta cambia in base alla specie coinvolta, alla presenza di un proprietario, alle caratteristiche della carreggiata e alla condotta tenuta dal conducente.

Ecco quindi che un cinghiale non viene trattato dalla legge come un cane con microchip. Allo stesso modo, una mucca fuggita da un allevamento pone problemi diversi rispetto a un randagio. Prima di inviare lettere o richieste economiche occorre quindi ricostruire la natura dell’animale e la possibile responsabilità di chi avrebbe dovuto controllarlo. Un incidente può coinvolgere più responsabilità: basti pensare a un cervo che entra in autostrada attraverso uno squarcio noto nella recinzione oppure a un cane lasciato libero vicino a una carreggiata sulla quale l’automobilista procedeva oltre il limite.

Fauna selvatica, la richiesta va presentata alla Regione

Per cinghiali, cervi, caprioli e altri animali selvatici protetti, il punto di riferimento è l’articolo 2052 del Codice civile, dedicato ai danni provocati dagli animali. La fauna selvatica appartiene al patrimonio indisponibile dello Stato, mentre le funzioni di tutela, controllo e gestione sono attribuite alle Regioni.

La regola è stata chiarita dalla sentenza 7969 del 2020 della Corte di Cassazione. Secondo i giudici il danneggiato deve rivolgere l’azione contro la Regione, che potrà poi rivalersi sull’ente al quale abbia delegato concrete funzioni di gestione faunistica.

Al proprietario dell’auto spetta dimostrare la dinamica dell’incidente, il coinvolgimento dell’animale e il rapporto tra l’attraversamento e i danni subiti. Una volta forniti questi elementi, la Regione può sottrarsi alla responsabilità provando il caso fortuito, vale a dire un fattore esterno imprevedibile e inevitabile capace di interrompere il rapporto causale.

La sola imprevedibilità dei movimenti di un cinghiale non basta perché il comportamento istintivo della fauna rientra nel rischio collegato alla sua gestione. Può invece assumere rilievo una condotta gravemente imprudente del guidatore, una velocità incompatibile con la strada oppure una manovra estranea all’attraversamento dell’animale. Neppure il cartello triangolare che segnala il pericolo di animali selvatici decide da solo la controversia. La sua presenza non libera la Regione mentre l’assenza del segnale non garantisce il risarcimento.

Quando risponde il gestore della strada

Anas, Comuni, Province e concessionari autostradali non sono sempre estranei alla vicenda. La loro responsabilità può emergere attraverso l’articolo 2051 del Codice civile, relativo ai danni causati dalle cose in custodia, quando l’ingresso dell’animale dipende da un difetto riconducibile alla strada o alle sue protezioni.

Il caso più intuitivo riguarda un’autostrada delimitata da reti: se un animale entra da una recinzione squarciata, abbattuta o priva di manutenzione, il concessionario può essere chiamato a rispondere. Lo stesso ragionamento vale per un cancello lasciato aperto o per un varco già segnalato senza che siano stati eseguiti interventi. Sulle strade ordinarie aperte la sola presenza di un animale non dimostra invece un difetto della carreggiata.

Regione e custode della strada possono essere chiamati nello stesso procedimento quando i fatti indicano responsabilità concorrenti. Davanti a danni elevati o lesioni personali conviene far esaminare verbali, fotografie e competenze territoriali da un legale prima di scegliere un unico destinatario.

Animali domestici e bestiame, paga il proprietario

Se l’urto coinvolge un cane di proprietà, un cavallo, una mucca o un altro animale riconducibile a una persona, la richiesta va indirizzata al proprietario o a chi se ne serviva nel momento dell’incidente. L’articolo 2052 del Codice civile stabilisce che la responsabilità permane anche quando l’animale sia fuggito o si sia smarrito. Non occorre provare una colpa tradizionale, come una dimenticanza o un recinto lasciato aperto: il proprietario risponde salvo che riesca a dimostrare il caso fortuito. Restano da accertare l’identità dell’animale, il collegamento con il danno e l’assenza di comportamenti del conducente capaci di incidere sulla collisione.

Per un cane, il microchip può condurre all’intestatario attraverso la lettura eseguita dalla polizia o dai servizi veterinari. Nel caso del bestiame aiutano marchi auricolari, tatuaggi identificativi, testimonianze e provenienza dell’animale. Il cittadino non dispone di libero accesso ai dati personali dell’anagrafe canina, ragione per cui l’intervento delle autorità assume un peso decisivo.

Quando il proprietario possiede una polizza di responsabilità civile familiare, agricola o aziendale, la pratica può essere gestita dalla compagnia. Se manca una copertura, la domanda viene rivolta alla persona responsabile.

Il conducente può avere una parte di colpa

L’articolo 2052 non assegna il cento per cento della ragione all’automobilista. La sua condotta viene valutata anche alla luce dell’articolo 2054 del Codice civile, che impone al conducente di provare di aver adottato ogni cautela ragionevole per evitare il danno.

Una velocità eccessiva, l’uso del cellulare, la distrazione o una frenata tardiva possono produrre un concorso di colpa, riducendo l’importo riconosciuto. Nei casi più netti, il comportamento di chi guidava può assumere un ruolo tanto determinante da escludere la responsabilità altrui. Per questa ragione acquistano valore i dati della scatola nera, le riprese della dashcam, le tracce di frenata e le dichiarazioni dei testimoni. Anche l’assenza di una contravvenzione non dimostra necessariamente una condotta impeccabile così come un danno molto esteso non prova una velocità irregolare.

Cane randagio, la richiesta è più complessa

Nel caso di un cane randagio non c’è un proprietario identificabile al quale applicare la stessa logica usata per un animale domestico, mentre le attività di prevenzione e cattura vengono distribuite tra Comuni, aziende sanitarie e servizi territoriali dalle singole leggi regionali.

L’orientamento ricorrente riconduce questi casi all’articolo 2043 del Codice civile, fondato sulla colpa. Chi chiede il risarcimento deve allora individuare l’ente incaricato del controllo nel luogo dell’incidente e dimostrare una specifica omissione, non la sola comparsa del cane sulla strada. Possono contare, per esempio, ripetute segnalazioni rimaste senza risposta, la presenza stabile di un branco già conosciuto o il mancato intervento dopo richieste documentate. In assenza di simili elementi, ottenere denaro da un’amministrazione pubblica diventa assai più difficile.

La domanda va trasmessa con Pec o raccomandata con ricevuta di ritorno al soggetto individuato. Nel caso della fauna selvatica, il destinatario iniziale è la Regione in cui si trova il tratto stradale. Sul sito istituzionale si può cercare l’ufficio sinistri, l’avvocatura o la compagnia che gestisce le richieste per conto dell’ente. Alla comunicazione vanno allegati il verbale, le fotografie, i dati dei testimoni, il documento di proprietà del veicolo, il preventivo di riparazione, le fatture già sostenute e gli eventuali certificati medici.

Se l’ente respinge la domanda o non risponde, il danneggiato può valutare una negoziazione, una mediazione quando prevista oppure un’azione giudiziaria. Prima di attendere mesi è bene verificare i termini applicabili al caso, perché prescrizione e procedure amministrative possono variare in base al soggetto chiamato in causa.

Eni valuta l’ipotesi di tenere il tetto ai prezzi per tutto il 2026, il settore si divide

Il tema del caro carburanti torna prepotentemente al centro dell’agenda economica italiana, e questa volta a muoversi non è il governo ma direttamente Eni. Il colosso energetico a controllo pubblico ha deciso di introdurre un tetto massimo al prezzo di benzina e gasolio venduti nella propria rete Enilive, una mossa arrivata a sorpresa proprio mentre gli automobilisti si preparavano a fare i conti con un nuovo rincaro alla pompa.

La misura, in vigore da lunedì 28 settembre, dovrebbe durare inizialmente 30 giorni, ma l’azienda si è lasciata la porta aperta per un’estensione fino alla fine dell’anno. Un’ipotesi che, se confermata, avrebbe conseguenze non da poco sui conti della compagnia e sugli equilibri dell’intero settore della distribuzione.

Il price cap di Eni

Nel concreto, il tetto fissato da Eni prevede un prezzo massimo di 1,99 euro al litro per la benzina e di 2,19 euro al litro per il gasolio, circa 17 centesimi in meno rispetto alla media nazionale registrata nei giorni scorsi. Il limite è entrato in vigore da lunedì nelle stazioni di servizio della compagnia petrolifera italiana. 

Va detto che l’iniziativa arriva in un momento particolarmente delicato: il governo aveva appena dimezzato lo sconto sulle accise sul gasolio, facendo scattare un aumento immediato per gli automobilisti. Secondo le stime dell’Unione Nazionale Consumatori, il rincaro conseguente al taglio dello sconto fiscale avrebbe fatto salire il prezzo del diesel di diversi centesimi al litro da un giorno all’altro, un salasso che Eni ha in parte controbilanciato con la propria iniziativa.

Il paragone più immediato arriva dalla Francia, dove TotalEnergies aveva già adottato una misura simile a marzo, subito dopo lo scoppio della guerra in Medio Oriente, fissando un tetto di 1,99 euro per la benzina e 2,25 euro per il gasolio. Una scelta che, in qualche modo, sembra aver fatto scuola anche in Italia.

L’ipotesi costerebbe 100 milioni al mese

Dietro l’operazione, però, si nasconde un costo tutt’altro che trascurabile per le casse dell’azienda. Considerando che Eni vende in media 600 milioni di litri al mese attraverso la rete retail, mantenere lo sconto per un intero mese potrebbe costare all’azienda circa 100 milioni di euro. 

Una cifra che, se il price cap venisse effettivamente prorogato fino a dicembre, si moltiplicherebbe di mese in mese, arrivando a pesare in maniera consistente sui bilanci. Per inquadrare la portata dell’operazione, secondo alcune analisi Eni ha generato nel secondo trimestre del 2026 un utile netto rettificato di 2,33 miliardi di euro, pari a circa 780 milioni al mese, e il tetto ai prezzi ne assorbirebbe tra l’8 e il 13%. 

Un costo visibile, dunque, ma che secondo gli osservatori non dovrebbe mettere seriamente a rischio la politica di dividendi e di riacquisto di azioni proprie messa in campo dalla compagnia per l’anno in corso.

Il nodo dei distributori convenzionati

Se sui numeri assoluti l’operazione appare sostenibile per un colosso delle dimensioni di Eni, il discorso cambia se si guarda alla filiera della distribuzione. Non tutti i gestori che operano sotto l’insegna del cane a sei zampe, infatti, accolgono con entusiasmo la decisione, perché il taglio del prezzo si traduce automaticamente in una riduzione dei margini per chi gestisce materialmente gli impianti. 

Un problema aggravato dal fatto che molti benzinai avevano già acquistato le scorte di carburante che avrebbero dovuto rivendere nei giorni successivi, quindi ai vecchi prezzi di listino. Proprio per questo le associazioni di categoria hanno chiesto garanzie scritte sulla compensazione dei costi, mentre l’azienda ha fatto sapere che provvederà a coprire le eventuali perdite subite dai gestori convenzionati.

Resta comunque il fatto che il tetto riguarda soltanto la rete diretta di Eni, una porzione limitata rispetto alle circa 22mila stazioni di servizio complessivamente attive sul territorio nazionale, il che apre inevitabilmente interrogativi sulla reale efficacia della misura nel calmierare i prezzi su scala più ampia.

Si teme il tutto esaurito

C’è infatti un altro rischio, forse meno discusso ma non meno concreto: quello di ritrovarsi con i distributori a secco. Un prezzo più basso rispetto alla concorrenza è destinato inevitabilmente ad attirare più automobilisti verso le pompe Eni, generando un possibile aumento improvviso della domanda.

Se l’afflusso dovesse rivelarsi particolarmente intenso, la capacità logistica dell’azienda potrebbe finire sotto pressione, con il concreto rischio di esaurire le scorte disponibili proprio nei distributori più convenienti. Eni ha assicurato di organizzare normalmente la propria rete di raffinazione e logistica per gestire eventuali picchi di consumo, ma non ha escluso possibili difficoltà di approvvigionamento in caso di variazioni particolarmente forti ed eccezionali nei volumi venduti.

Un paradosso non da poco: la misura pensata per aiutare gli automobilisti potrebbe, in alcuni casi, tradursi in lunghe code o in cartelli con la scritta “esaurito” davanti a qualche stazione di servizio.

Attese le mosse della concorrenza

Difficile pensare che gli altri operatori del settore restino a guardare senza reagire in qualche modo. Una vera e propria guerra dei prezzi, però, appare al momento improbabile, semplicemente perché pochi player possono permettersela con la stessa disinvoltura di Eni.

Buona parte della rete distributiva italiana, infatti, è gestita da operatori indipendenti che acquistano il carburante già raffinato sul mercato internazionale e lavorano con margini già piuttosto risicati, senza la possibilità di assorbire un taglio così consistente. 

L’unico competitor con un’integrazione paragonabile a quella di Eni, tra estrazione, raffinazione e distribuzione, sarebbe Socar, le cui raffinerie però non riescono a coprire l’intero volume di carburante venduto sul mercato italiano.

Perché arriva la minaccia dello sciopero da Assotir

A complicare ulteriormente il quadro ci pensa il fronte dell’autotrasporto, che dalla vicenda del price cap si sente sostanzialmente escluso. Il tetto fissato da Eni, infatti, riguarda esclusivamente la distribuzione al dettaglio, mentre restano fuori dal beneficio i settori della pesca, dell’agricoltura e, soprattutto, gli autotrasportatori, che si riforniscono attraverso canali diversi da quello retail e continuano quindi a pagare il carburante a prezzo pieno. 

Una situazione che ha fatto salire la tensione tra i camionisti italiani: il segretario generale di Assotir, Claudio Donati, ha dichiarato che, qualora il governo non convocasse a breve le associazioni dell’autotrasporto per affrontare concretamente il tema del caro-gasolio, l’ipotesi di uno sciopero non potrebbe essere esclusa. 

Una minaccia che si inserisce in un clima già teso, testimoniato anche dalla protesta degli agricoltori scesi in trattore lungo la via Aurelia proprio nelle ore dell’annuncio di Eni. 

Auto diesel, quando scatta l’esenzione del bollo

Anche il proprietario di un’auto diesel beneficia dell’esenzione dal bollo prevista per il 2027. A fare la differenza non è tanto il tipo di alimentazione ma requisiti come potenza, intestatario, copertura assicurativa e scadenza del pagamento.

La norma non cancella il bollo auto, ma introduce un’esenzione circoscritta al 2027 e riservata a un solo veicolo per ogni persona fisica che rispetti le condizioni previste. Il decreto è entrato in vigore il 18 settembre, mentre il Parlamento ha avviato l’iter di conversione, durante il quale il contenuto può ancora essere modificato.

Le auto diesel rientrano nell’esenzione

L’agevolazione riguarda le auto alimentate a benzina o gasolio tra cui quelle nelle quali uno di questi carburanti viene utilizzato insieme a un’altra fonte di propulsione. Il possessore di una vettura diesel non viene quindi escluso a causa dell’alimentazione. Nel perimetro possono rientrare tanto le auto diesel quanto le motorizzazioni ibride che abbinano il propulsore a gasolio a un motore elettrico. Il medesimo principio vale per le ibride a benzina, comprese mild hybrid, full hybrid e plug-in hybrid purché siano rispettate la soglia di potenza e le altre condizioni stabilite dal decreto.

L’apertura alle combinazioni con un’altra fonte di propulsione comprende anche le vetture bifuel benzina-Gpl o benzina-metano. Resta decisiva l’alimentazione omologata e riportata nei documenti del mezzo: una definizione commerciale usata dal costruttore non basta per stabilire il diritto al beneficio.

L’esenzione si applica ai versamenti il cui termine ordinario di pagamento cade tra il primo gennaio e il 31 dicembre 2027. A fare fede è la scadenza fiscale prevista per quel versamento. Un bollo che termina nel novembre 2026 e deve essere rinnovato entro dicembre resta dovuto per intero, anche se copre diversi mesi del 2027. Se al contrario il periodo precedente si conclude a dicembre 2026 e il termine ordinario per il rinnovo cade a gennaio 2027, il pagamento rientra nell’esenzione, sempre che siano soddisfatti tutti gli altri requisiti.

La norma non introduce rimborsi proporzionali per i mesi del 2027 già coperti da un versamento effettuato nel 2026. Neppure un pagamento arretrato cambia natura soltanto perché viene eseguito durante l’anno agevolato: un bollo dovuto nel 2026 resta dovuto con le eventuali sanzioni e gli interessi previsti.

Il limite è fissato a 80 kW

Per beneficiare dell’esenzione l’auto diesel deve avere una potenza non superiore a 80 kW, equivalenti a circa 109 CV. La soglia comprende anche i veicoli che riportano esattamente 80 kW. Basta superarla di un solo kilowatt per restare fuori. Non è prevista una franchigia sui primi 80 kW. Un’automobile da 81 kW non ottiene uno sconto calcolato sulla parte inferiore alla soglia, ma continua a essere soggetta al bollo secondo le regole ordinarie.

Il valore da controllare si trova nel campo P.2 della carta di circolazione o del Documento unico. La verifica va condotta sulla versione posseduta perché lo stesso modello può essere commercializzato con motori, potenze e allestimenti diversi. La cilindrata, il nome della vettura o la potenza attribuita alla gamma non consentono di determinare l’accesso all’agevolazione fiscale.

Le regole ordinarie del bollo prendono come riferimento la potenza fiscale riportata nei documenti del veicolo, non la somma dei valori dichiarati per i singoli motori. Il decreto 162 non introduce una definizione autonoma per il calcolo della potenza delle ibride. Per questo motivo, soprattutto quando il valore commerciale supera 80 kW ma quello indicato nel campo P.2 rimane sotto il limite, bisogna controllare le istruzioni applicative emanate dall’amministrazione competente.

Una vettura diesel mild hybrid annunciata, per esempio, con una potenza complessiva di 110 o 120 CV non va considerata esclusa. Il primo riscontro va eseguito sul Documento unico, seguito dalla verifica della posizione fiscale attraverso i servizi regionali.

L’esenzione spetta soltanto alle persone fisiche

L’agevolazione è riservata alle persone fisiche soggette al pagamento della tassa automobilistica. Le società e gli altri soggetti giuridici restano esclusi, anche quando utilizzano auto diesel con potenza inferiore a 80 kW.

Una vettura aziendale intestata a una società non diventa agevolabile perché viene guidata da un dipendente. Diversa è la posizione dell’imprenditore individuale o del professionista con partita Iva. Nei contratti di leasing o di noleggio a lungo termine bisogna individuare il soggetto tenuto fiscalmente al versamento.

Il decreto concede l’esenzione per una sola auto. Chi possiede più auto diesel o a benzina entro gli 80 kW non può però scegliere su quale applicare il vantaggio. La norma attribuisce il beneficio alla vettura con la potenza più bassa. In presenza di due mezzi con lo stesso numero di kilowatt, viene esentata l’automobile per la quale sarebbe dovuto il bollo meno costoso.

Un contribuente con una diesel da 55 kW e un’altra da 75 kW non paga allora il bollo sulla prima, mentre la seconda continua a seguire il regime ordinario. Se le due vetture fanno capo a persone diverse dello stesso nucleo familiare, ciascun intestatario può accedere alla propria esenzione, purché rispetti autonomamente tutti i requisiti.

La potenza entro 80 kW e l’alimentazione a gasolio non sono sufficienti. Il decreto richiede che il mezzo individuato sia assicurato in quanto collega il vantaggio fiscale alla presenza di una copertura di responsabilità civile valida. Il testo non specifica con quale data debba essere verificata la copertura, né chiarisce come trattare una polizza sospesa per una parte dell’anno. Fino alla pubblicazione delle istruzioni operative, un veicolo privo di assicurazione o con una situazione assicurativa incerta non può essere considerato automaticamente ammesso.

Nessun limite legato a ISEE, età o classe ambientale

Il decreto non introduce soglie di reddito e non richiede la presentazione dell’ISEE. Il beneficio può spettare indipendentemente dall’età, dalla professione e dalla condizione economica del contribuente. Neanche l’anzianità dell’auto diesel costituisce un criterio di esclusione. Possono rientrare veicoli nuovi e usati, senza una classe Euro minima purché l’alimentazione e la potenza corrispondano alle indicazioni della norma. Non sono richiesti l’acquisto di una nuova vettura, la rottamazione di quella precedente o un determinato anno di immatricolazione.

La classe ambientale continua però a incidere sull’importo che sarebbe stato dovuto in assenza dell’agevolazione. Poiché le tariffe ordinarie cambiano anche in base alle disposizioni regionali, il risparmio ottenuto da due proprietari di auto con la stessa potenza può risultare differente.