Smartphone alla guida, dato choc: nei sinistri è coinvolto 7 volte più di quanto risulti

Tutti sanno che usare lo smartphone mentre si guida è pericoloso. Eppure la reale portata del fenomeno potrebbe essere molto più grave di quanto raccontino le statistiche ufficiali. A sostenerlo è una ricerca dell’Insurance Institute for Highway Safety (IIHS), uno dei più autorevoli enti americani che si occupano di sicurezza stradale, secondo cui il cellulare sarebbe coinvolto negli incidenti con una frequenza enormemente superiore rispetto a quella riportata nei verbali delle forze dell’ordine.

Il dato che colpisce maggiormente è uno: l’utilizzo dello smartphone nei momenti immediatamente precedenti a uno schianto risulterebbe sette volte più frequente rispetto a quanto emerge dalle rilevazioni ufficiali.

L’analisi su quasi 17.000 incidenti

Per arrivare a questa conclusione, i ricercatori hanno analizzato i dati relativi a quasi 17.000 incidenti stradali avvenuti negli Stati Uniti tra il 2021 e il 2024. Lo studio ha confrontato due fonti differenti. Da una parte i tradizionali rapporti compilati dalla polizia dopo gli incidenti, dall’altra i dati telematici anonimi raccolti da Cambridge Mobile Telematics attraverso applicazioni installate sugli smartphone degli automobilisti, spesso utilizzate per ottenere agevolazioni assicurative legate alla guida prudente.

L’incrocio delle informazioni ha evidenziato una discrepanza impressionante. Secondo i dati telematici, nel 7% degli incidenti con un solo veicolo coinvolto e nell’8% delle collisioni tra due automobili, il conducente stava utilizzando il telefono nei trenta secondi precedenti all’impatto. Nei verbali delle forze dell’ordine, invece, il cellulare compariva come causa in meno dell’1% dei casi.

Perché il fenomeno è sottostimato

La differenza non dipende da errori investigativi. Le forze dell’ordine arrivano generalmente quando l’incidente si è già verificato e ricostruire con precisione cosa stesse facendo il conducente pochi istanti prima dell’impatto è spesso molto difficile.

Anche eventuali testimoni raramente riescono a notare un rapido movimento delle mani all’interno dell’abitacolo. A questo si aggiunge un elemento umano tutt’altro che trascurabile: pochi automobilisti ammettono spontaneamente di essersi distratti con lo smartphone prima di uno schianto. Il risultato è che molte situazioni di distrazione finiscono per non comparire nelle statistiche ufficiali.

Distrazione passiva e distrazione attiva

Lo studio distingue inoltre tra due diverse modalità di utilizzo del telefono. La prima è quella definita passiva, legata soprattutto alla distrazione visiva. È il caso, ad esempio, di chi tiene aperta un’applicazione di navigazione e continua a guardare lo schermo durante la marcia. Questa situazione è stata rilevata in circa il 5% degli incidenti analizzati.

La seconda è l’interazione attiva, che comprende azioni come digitare messaggi, toccare il display o utilizzare applicazioni durante la guida. Nei sinistri tra due veicoli questa condizione ha interessato quasi il 4% dei casi. Molto più limitato, invece, il peso statistico delle semplici telefonate, effettuate sia con il vivavoce sia senza.

Un problema che riguarda anche i video

La ricerca evidenzia però anche un limite importante. I dati telematici non sono in grado di distinguere l’applicazione utilizzata dal conducente. Chi consulta una mappa viene quindi registrato nello stesso modo di chi guarda contenuti video.

E proprio quest’ultimo comportamento continua a destare preoccupazione. Un sondaggio parallelo citato dallo studio ha infatti rivelato che quasi un automobilista su quattro ha ammesso di aver guardato almeno un video sul proprio smartphone mentre era alla guida nell’arco degli ultimi trenta giorni.

Numeri che rafforzano una conclusione precisa: per gli esperti servono controlli più efficaci, raccolte dati più accurate e norme ancora più severe. Perché la distrazione da smartphone continua a essere una delle minacce più sottovalutate sulle strade moderne.

Nissan e Honda insieme per l’auto del futuro: accordo sui software che guideranno gli SDV

La corsa all’automobile del futuro non si gioca più soltanto su batterie, motori elettrici e autonomie sempre più elevate. La vera partita si sta spostando sul software, il cervello digitale destinato a controllare ogni funzione del veicolo. È proprio in questo scenario che nasce il nuovo accordo tra Nissan e Honda, due dei maggiori costruttori giapponesi, pronti a collaborare per sviluppare le tecnologie che saranno alla base dei veicoli della prossima generazione.

Le due aziende hanno infatti annunciato un’intesa per lo sviluppo congiunto di centraline elettroniche e software destinati agli SDV, i cosiddetti Software Defined Vehicle, ovvero veicoli definiti dal software. Una categoria destinata a diventare sempre più centrale nell’industria automobilistica dei prossimi anni.

La sfida dei veicoli definiti dal software

Negli ultimi decenni il valore di un’automobile è stato determinato soprattutto dalla meccanica. Oggi il peso del software cresce a ritmi impressionanti. Aggiornamenti da remoto, sistemi di assistenza alla guida, gestione dell’energia, infotainment e servizi connessi dipendono sempre più da piattaforme digitali sofisticate.

Per questo Nissan e Honda hanno deciso di unire le forze in un settore considerato strategico. L’obiettivo è sviluppare un’architettura elettronica comune che possa diventare il cuore dei futuri modelli dei due marchi. L’accordo riguarda in particolare le centraline elettroniche ad alte prestazioni, il sistema operativo di bordo, i componenti principali del middleware e il software di controllo del veicolo. Elementi che costituiscono l’infrastruttura digitale sulla quale saranno costruiti gli SDV del futuro.

Debutto previsto dal 2029

Secondo quanto comunicato dai due costruttori, la nuova architettura elettrica ed elettronica sviluppata congiuntamente verrà introdotta a partire dall’anno fiscale 2029. Si tratta di un orizzonte temporale che testimonia la complessità del progetto. Realizzare una piattaforma software condivisa richiede infatti anni di ricerca, sviluppo e test, soprattutto quando si parla di sistemi destinati a gestire funzioni critiche per la sicurezza e il funzionamento dell’automobile.

La collaborazione punterà alla definizione di specifiche comuni per le ECU centrali, note anche come High Performance Computers, e per le Zone ECU che gestiscono le diverse aree del veicolo. Un approccio che consentirà di creare una struttura più efficiente e facilmente aggiornabile nel corso del ciclo di vita dell’auto.

Ridurre costi e tempi di sviluppo

Dietro questa alleanza c’è anche una necessità economica. Lo sviluppo di piattaforme software sempre più avanzate richiede investimenti enormi, difficili da sostenere singolarmente anche per gruppi automobilistici di grandi dimensioni. Standardizzando le tecnologie di base, Nissan e Honda puntano a condividere competenze, risorse e costi di sviluppo.

L’obiettivo dichiarato è accelerare l’innovazione, ridurre i tempi necessari per portare nuove tecnologie sul mercato e ottenere maggiori economie di scala. Una strategia che riflette una tendenza ormai diffusa nell’industria automotive, dove la competizione continua sui prodotti finali ma cresce la collaborazione sulle piattaforme tecnologiche.

Un tassello della partnership strategica

L’accordo sul software non rappresenta un’iniziativa isolata. Rientra infatti nella più ampia partnership strategica avviata dalle due aziende per affrontare le grandi trasformazioni che stanno ridefinendo il settore automobilistico. Tra gli obiettivi condivisi figurano la carbon neutrality, l’accelerazione dell’elettrificazione e lo sviluppo di tecnologie capaci di contribuire a ridurre gli incidenti stradali.

In questo contesto gli SDV assumono un ruolo fondamentale. Grazie a una gestione sempre più avanzata del software, le auto del futuro potranno ricevere aggiornamenti continui, integrare nuove funzionalità anche dopo l’acquisto e migliorare nel tempo prestazioni, sicurezza ed esperienza di utilizzo.

Per Nissan e Honda la sfida è chiara: costruire oggi le fondamenta tecnologiche che permetteranno di competere nel mercato automobilistico del prossimo decennio. Una partita che si giocherà sempre meno sotto il cofano e sempre più all’interno delle righe di codice.

FIAT, nuova leadership: Arnaud Belloni è il nuovo CEO di FIAT, Abarth e Lancia

Nuovo assetto ai vertici di FIAT, Abarth e Lancia. Dal 1° settembre 2026, Arnaud Belloni assume il ruolo di CEO dei tre brand italiani di Stellantis e diventa anche Chief Marketing Officer per l’Europa. La nuova organizzazione rientra nella strategia delineata da Stellantis in occasione dell’Investor Day del 21 maggio 2026 e nel piano FaSTLAne 2030, che individua FIAT come uno dei quattro Global Brand del Gruppo.

Arnaud Belloni torna in Stellantis

Belloni arriva a questo nuovo incarico forte di una lunga esperienza nel settore automotive e di una conoscenza diretta dei marchi Stellantis. Prima di lasciare il Gruppo, ha lavorato per 16 anni in diverse posizioni di responsabilità nel marketing dei brand italiani e francesi.

Successivamente è entrato in Renault Group, dove dal novembre 2020 ha ricoperto il ruolo di Global Chief Marketing Officer, diventando poi, dal maggio 2023, Chief Branding Officer per tutti i marchi del Gruppo.

Nel nuovo ruolo, Belloni avrà il compito di definire l’indirizzo strategico di FIAT, Abarth e Lancia, rafforzando il collegamento tra brand, prodotto e marketing.

“Siamo molto lieti di accogliere nuovamente Arnaud in Stellantis. La sua visione internazionale, la sua leadership creativa e la profonda conoscenza dei nostri brand rappresenteranno risorse preziose nel rafforzare il marketing in Europa e nel costruire il prossimo capitolo di FIAT, Abarth e Lancia”, ha dichiarato Emanuele Cappellano, Chief Operating Officer Enlarged Europe.

Gaetano Thorel guiderà FIAT, Abarth e Lancia in Europa

Il nuovo assetto prevede anche un ampliamento delle responsabilità di Gaetano Thorel. Thorel manterrà infatti la guida di FIAT e Abarth in Enlarged Europe e assumerà anche la responsabilità di Lancia, con riporto funzionale ad Arnaud Belloni.

L’obiettivo è creare una maggiore integrazione tra i tre marchi e rendere più efficace l’esecuzione delle strategie commerciali sul mercato europeo.

Olivier François resta come strategic advisor

La riorganizzazione segna anche un passaggio di consegne per Olivier François, protagonista di oltre 30 anni di storia dei brand del Gruppo.

François affiancherà Belloni fino a metà ottobre per garantire una transizione ordinata. Nel corso della sua carriera ha ricoperto diversi incarichi di vertice, tra cui quelli di CEO di Chrysler, FIAT, Abarth, DS Automobiles e Lancia, oltre al ruolo di Global Chief Marketing Officer.

Dopo la fase di transizione, François continuerà a collaborare con Stellantis come Company Strategic Advisor, occupandosi di temi strategici legati soprattutto alla strategia di brand e prodotto.

“Desidero ringraziare Olivier per gli straordinari contributi e la leadership che ha espresso nel corso di tanti anni al servizio dei nostri brand e della nostra organizzazione marketing”, ha commentato Antonio Filosa, CEO di Stellantis.

FIAT punta sui nuovi modelli globali

Il cambio ai vertici arriva in una fase particolarmente importante per FIAT. Il piano FaSTLAne 2030 punta infatti a rafforzare la presenza internazionale del marchio attraverso una maggiore copertura dei mercati e l’arrivo di nuovi prodotti globali.

Dopo Grande Panda, tra le prossime novità destinate a rafforzare la presenza di FIAT nel segmento C ci saranno Grizzly e Grizzly Fastback.

La nuova gamma sarà quindi uno degli strumenti attraverso cui il marchio cercherà di consolidare la propria crescita, puntando su prodotti destinati a un pubblico internazionale.

FIAT verso una nuova fase

Il nuovo management dovrà ora tradurre il ruolo di FIAT come Global Brand di Stellantis in una strategia concreta di crescita.

L’obiettivo sarà combinare l’espansione internazionale con una gamma più ampia e una forte identità di marca, mantenendo al centro i valori storicamente associati a FIAT: semplicità, accessibilità, ingegno e attenzione alla vita quotidiana delle persone.

Il ritorno di Belloni e l’integrazione delle responsabilità di FIAT, Abarth e Lancia segnano così una nuova fase per i tre marchi italiani, con marketing, prodotto e strategia sempre più strettamente collegati.

Alzano la sbarra del casello autostradale per non pagare: furbetti finiscono male

Pensavano di aver trovato il sistema perfetto per attraversare i caselli senza pagare il pedaggio. Tre auto, una dietro l’altra, una sbarra sollevata a mano e via, senza lasciare un euro alla società autostradale. Un piano tanto semplice quanto destinato a scontrarsi con un dettaglio che i protagonisti avevano evidentemente sottovalutato: le telecamere.

La vicenda arriva dalla Francia, precisamente dal Doubs, e ha per protagonisti alcuni membri della stessa famiglia. Per diversi mesi il gruppo avrebbe utilizzato una singolare tecnica sull’autostrada A36, trasformando il passaggio alla barriera in una sorta di staffetta organizzata. Il conto finale della trovata è arrivato a circa 3.000 euro, somma che gli automobilisti hanno dovuto saldare dopo essere stati scoperti.

Il trucco della sbarra sollevata a mano

Il meccanismo era rudimentale. Le tre vetture procedevano in fila indiana fino alla barriera autostradale. A quel punto, un passeggero scendeva da una delle auto e provvedeva ad alzare fisicamente la sbarra. Una volta aperto il passaggio, le tre vetture potevano attraversare il casello senza effettuare il pagamento previsto.

Un sistema decisamente più artigianale rispetto alle frodi elettroniche o ai tentativi di sfruttare le falle dei sistemi automatici, ma evidentemente efficace abbastanza da essere ripetuto per mesi. Il problema, però, era che ogni passaggio lasciava una traccia. Le barriere autostradali sono infatti sorvegliate da sistemi di videosorveglianza che permettono di ricostruire le modalità di transito e, soprattutto, di associare i veicoli alle relative targhe.

Le telecamere smascherano il convoglio

Le immagini raccolte durante i diversi passaggi hanno permesso alle autorità di ricostruire il comportamento del gruppo. Non si trattava quindi di un episodio isolato, ma di una pratica che sarebbe andata avanti per diversi mesi. Gli automobilisti avevano trasformato il passaggio al casello in una procedura quasi abituale, contando evidentemente sul fatto che nessuno si sarebbe accorto della sbarra sollevata manualmente.

Le verifiche delle forze dell’ordine hanno invece consentito di mettere insieme i diversi episodi e di quantificare il pedaggio non pagato. La cifra complessiva è arrivata a circa 3.000 euro. A quel punto la vicenda è passata dalla semplice irregolarità a un caso giudiziario, con le autorità che hanno denunciato gli automobilisti coinvolti nei passaggi fraudolenti.

Il piano finisce l’8 agosto

La fuga è terminata lo scorso 8 agosto 2026, quando le forze dell’ordine hanno deciso di aspettare il gruppo direttamente al casello di Saint Maurice Colombier. Le tre auto sono state fermate proprio mentre mettevano in pratica il sistema utilizzato nei mesi precedenti.

Una volta accertate le violazioni, agli automobilisti è stato presentato il conto dei pedaggi che erano stati evitati durante i numerosi passaggi. Alla fine la somma di circa 3.000 euro è stata pagata lo stesso giorno. Il versamento ha permesso di chiudere la questione relativa al mancato pagamento, anche se le conseguenze per i protagonisti non si sono limitate al conto economico.

Quando il risparmio diventa un boomerang

La storia francese dimostra ancora una volta quanto sia rischioso pensare di poter trasformare un casello autostradale in una zona franca. Le telecamere consentono infatti di registrare i passaggi e, attraverso le targhe, di ricostruire con precisione i movimenti dei veicoli.

Il tentativo di risparmiare pochi euro può quindi trasformarsi in un conto molto più salato, soprattutto quando la condotta viene ripetuta nel tempo. La lezione, per i tre automobilisti francesi, è arrivata dopo mesi di passaggi apparentemente riusciti: la sbarra si può anche alzare con le mani, ma far sparire le immagini delle telecamere è decisamente più complicato.

Carburanti alle stelle, parte la protesta: “Non fate più benzina in autostrada”

Fare il pieno è diventato un salasso. La nuova crisi dei carburanti, alimentata dalle tensioni legate alla guerra in Iran e dalla chiusura dello stretto di Hormuz, continua a pesare sui prezzi alla pompa, con il diesel che in alcune zone d’Italia ha superato i 2 euro al litro. In autostrada la situazione è ancora più pesante, con punte che arrivano a 2,50 euro al litro.

Un conto che pesa sulle famiglie, ma anche sulle imprese che utilizzano quotidianamente l’auto o i mezzi commerciali. E proprio dall’Emilia-Romagna arriva ora una proposta destinata a far discutere: evitare i distributori autostradali e fare rifornimento nelle stazioni urbane ed extraurbane, dove i prezzi sono generalmente più contenuti.

Un pieno da 50 litri costa oltre 100 euro

A lanciare la provocazione è Vincenzo Paldino, consigliere regionale di Civici con de Pascale, che ha puntato l’attenzione soprattutto sulla situazione di Modena e provincia. “Oggi a Modena e provincia per fare un pieno di diesel da 50 litri servono ben 104 euro, 20 euro in più rispetto all’anno scorso“, ha dichiarato, definendo la situazione «grave e insostenibile» per i bilanci delle famiglie.

Il problema non riguarda però soltanto il costo immediato del pieno. L’aumento dei carburanti si inserisce in un quadro nel quale il potere d’acquisto delle famiglie è già sotto pressione per effetto dell’inflazione. Per chi utilizza l’auto ogni giorno per andare al lavoro o accompagnare i figli, anche pochi centesimi in più al litro possono trasformarsi in una spesa significativa nel corso dell’anno.

Il taglio delle accise non basta

Il governo ha recentemente prorogato il taglio delle accise sul diesel, con una riduzione che avrebbe dovuto alleggerire il costo del carburante. Secondo Paldino, tuttavia, l’intervento non avrebbe prodotto un effetto sufficiente sui prezzi finali. Il consigliere regionale sostiene che le quotazioni alla pompa abbiano continuato a salire nonostante le misure adottate dall’esecutivo, aumentando la pressione sui bilanci domestici.

Il conto, secondo la sua stima, potrebbe diventare ancora più pesante durante gli spostamenti estivi, arrivando a generare oltre 90 euro di spesa aggiuntiva per una famiglia rispetto a una situazione di prezzi più favorevole. A questo si aggiunge il problema delle aziende, per le quali il carburante rappresenta un costo strutturale. Trasporti, consegne e spostamenti quotidiani finiscono inevitabilmente per risentire dell’aumento del gasolio.

La proposta: niente rifornimenti in autostrada

Da qui nasce la proposta più provocatoria di Paldino: boicottare i distributori autostradali. L’invito rivolto agli automobilisti è semplice: evitare le stazioni di servizio lungo la rete autostradale, soprattutto quelle dove il prezzo del diesel arriva a superare i 2,50 euro al litro, e scegliere invece distributori urbani o extraurbani.

L’obiettivo sarebbe trasformare una scelta individuale in un segnale collettivo. Secondo il consigliere, rinunciare al rifornimento in autostrada rappresenterebbe una forma concreta di protesta contro prezzi che considera ingiustificati.

Il punto centrale della denuncia riguarda proprio la differenza tra i prezzi praticati lungo le autostrade e quelli disponibili fuori dalla rete. Per chi ha la possibilità di uscire dall’autostrada e raggiungere un distributore nelle vicinanze, il risparmio può essere significativo.

La partita resta legata alla crisi internazionale

Dietro il caro carburanti resta comunque una situazione internazionale difficile. La guerra in Iran e le conseguenze sulla navigazione attraverso lo stretto di Hormuz, una delle principali vie di transito mondiale dell’energia, hanno alimentato l’incertezza sui mercati. Finché il quadro geopolitico resterà instabile, un rapido ritorno ai prezzi precedenti appare difficile.

La proposta partita dall’Emilia-Romagna non può quindi risolvere la crisi energetica, ma punta su un altro terreno: quello delle scelte dei consumatori. Evitare i distributori più costosi e cercare alternative fuori dall’autostrada potrebbe diventare, secondo Paldino, il modo più immediato per reagire al caro carburante.

Resta però una domanda: quanto può incidere davvero un boicottaggio organizzato sui prezzi alla pompa? La risposta dipenderà soprattutto da quanti automobilisti saranno disposti a trasformare il rifornimento in una scelta di protesta.

Yacht in fiamme al largo di Jesolo, dieci persone salvate: indagini sulle cause del rogo

Una lunga colonna di fumo nero che si alza dal mare e diventa visibile per chilometri. È l’immagine che nel tardo pomeriggio di domenica 30 agosto ha attirato l’attenzione di residenti e turisti lungo il litorale di Jesolo, dove uno yacht di circa 20 metri è stato improvvisamente avvolto dalle fiamme mentre si trovava a un centinaio di metri dalla costa.

A bordo dell’imbarcazione c’erano dieci persone. Il bilancio finale, nonostante la gravità dell’episodio, è fortunatamente positivo: tutti gli occupanti sono stati tratti in salvo e nessuno è rimasto ferito. Restano invece da chiarire le cause dell’incendio che ha impegnato per ore i soccorritori in un’operazione particolarmente complessa.

La colonna di fumo visibile dalla spiaggia

L’allarme è scattato nel tardo pomeriggio, quando dallo yacht hanno iniziato a levarsi le prime fiamme. In poco tempo il rogo si è intensificato, producendo una densa nube scura che ha catturato l’attenzione delle migliaia di persone presenti sul litorale nell’ultima domenica di agosto.

Le immagini diffuse sui social e dai presenti mostrano l’imbarcazione circondata dal fumo mentre il fuoco avanza lungo la struttura. Una scena che ha inevitabilmente generato preoccupazione, anche perché il natante si trovava relativamente vicino alla costa. La priorità è stata immediatamente quella di mettere in sicurezza le persone presenti a bordo. Le dieci persone che occupavano lo yacht sono state evacuate e soccorse prima che la situazione potesse peggiorare ulteriormente.

Operazioni difficili in mare

Spegnere un incendio in mare aperto è molto diverso rispetto a un intervento sulla terraferma. Le operazioni devono fare i conti con la posizione dell’imbarcazione, con la presenza di carburante e con materiali che possono alimentare rapidamente le fiamme.

Per questo motivo l’intervento a Jesolo ha richiesto il coinvolgimento di diverse squadre specializzate. Sul posto sono arrivati i Vigili del fuoco del distaccamento marittimo di Venezia, supportati dai sommozzatori del Nucleo regionale di Mestre.

A rendere ancora più articolato il lavoro dei soccorritori è stata la necessità di contenere l’incendio evitando che potesse propagarsi ulteriormente o causare conseguenze ambientali. Per accelerare le operazioni è stato utilizzato anche un elicottero del reparto volo di Venezia, impiegato per il lancio di acqua dall’alto. Le attività di spegnimento sono proseguite a lungo e hanno richiesto un coordinamento costante tra le diverse unità impegnate sul posto.

Le prime ipotesi sull’origine del rogo

Mentre i soccorsi erano ancora in corso, sono iniziate anche le verifiche per individuare l’origine dell’incendio. Gli accertamenti sono affidati alla Capitaneria di porto, che dovrà ricostruire la sequenza degli eventi. Tra le prime ipotesi emerse figura quella di un possibile corto circuito, ma al momento non esistono conferme ufficiali. Saranno le indagini tecniche a stabilire se il rogo sia partito da un guasto elettrico o da un’altra anomalia presente a bordo.

Secondo quanto emerso nelle prime ore successive all’incidente, la grande quantità di fumo nero sarebbe stata favorita dalla combustione di materiali plastici e superfici verniciate presenti sull’imbarcazione. Elementi che, quando vengono interessati dalle fiamme, tendono a generare colonne di fumo particolarmente dense e visibili anche da grande distanza.

Nessun ferito, ma resta la paura

L’aspetto più importante della vicenda resta comunque l’assenza di conseguenze per le persone coinvolte. In situazioni di questo tipo il rischio principale riguarda infatti l’eventuale propagazione dell’incendio e la possibilità che gli occupanti rimangano intrappolati a bordo.

A Jesolo ciò non è accaduto grazie alla rapidità dei soccorsi e alla tempestiva evacuazione dell’imbarcazione. Resta però l’impressione lasciata da un episodio che, per alcune ore, ha trasformato uno dei tratti più frequentati della costa veneta nello scenario di una complessa emergenza marittima.

Ora l’attenzione si sposta sulle indagini. La Capitaneria dovrà chiarire cosa abbia provocato il rogo e se si sia trattato di un guasto improvviso oppure di un problema maturato nel tempo. Nel frattempo, delle immagini dello yacht avvolto dalle fiamme davanti alla spiaggia di Jesolo resterà il ricordo di uno degli episodi più spettacolari e preoccupanti di questa fine estate.

Camion avvolto dalle fiamme sulla tangenziale di Milano, traffico paralizzato

L’ultimo giorno di agosto, un lunedì mattina e la Tangenziale Ovest di Milano che si trasforma in un imbuto già dalle prime ore del giorno. Non solo per i soliti rientri post vacanze ma per qualcosa di improvviso e visibile da chilometri di distanza: una densa colonna di fumo nero che sale dalla carreggiata in direzione Bologna, nei pressi di Rozzano.

Incendio all’alba

L’incendio è scoppiato stamattina intorno alle 5.30, quando un camion che trasportava detersivi ha preso fuoco sulla Tangenziale Ovest, nei pressi dell’uscita di Rozzano, in direzione Bologna. La causa ipotizzata è l’esplosione di uno pneumatico: il conducente avrebbe perso il controllo del mezzo, che è stato rapidamente avvolto dalle fiamme.

I vigili del fuoco del Comando di Milano sono intervenuti con il supporto di tre mezzi del nucleo NBCR (Nucleare Biologico Chimico Radiologico) a causa delle caratteristiche del veicolo: il camion aveva un’alimentazione mista GPL e metano, il che ha richiesto una gestione dell’emergenza più complessa rispetto a un incendio ordinario. L’attività degli esperti si è concentrata sulla messa in sicurezza del mezzo prima ancora che sullo spegnimento delle fiamme.

La colonna di fumo nero prodotta dall’incendio era visibile anche a grande distanza, e in pochi minuti le immagini hanno cominciato a circolare sui social alimentando la preoccupazione di chi in quel momento si trovava in viaggio sulla stessa direttrice. Fortunatamente non si registrano feriti.

Carreggiata chiusa e traffico bloccato

Per permettere ai vigili del fuoco di lavorare senza rischi, due delle tre corsie sono state chiuse al traffico. Di conseguenza, si sono formate code che hanno raggiunto circa cinque chilometri in direzione Bologna. Altre fonti parlano di picchi fino a nove chilometri nelle fasi più critiche dell’emergenza, quando le operazioni di spegnimento e messa in sicurezza erano ancora in corso.

Anche nella direzione opposta si sono registrati rallentamenti, soprattutto perché alcuni automobilisti hanno ridotto la velocità per osservare quanto stava accadendo. Un fenomeno ricorrente in questi casi: la curiosità degli automobilisti che rallentano sul lato opposto genera code secondarie che si sommano a quelle della carreggiata interessata, allungando i tempi di percorrenza in entrambe le direzioni.

La Polizia Stradale ha gestito la viabilità mentre proseguivano le operazioni di spegnimento e di messa in sicurezza del tratto. Per chi doveva percorrere quella tratta nelle prime ore del mattino, già delicata per il traffico dei rientri di fine agosto, l’alternativa era attendere in coda o cercare percorsi alternativi, con il rischio di intasare anche le strade secondarie della zona sud di Milano.

Al primo vero lunedì di rientro dalle vacanze, subito un incidente ricorda quanto la Tangenziale Ovest rimanga un nodo critico della viabilità milanese, dove un evento improvviso su un singolo tratto si propaga rapidamente sull’intera direttrice. Una struttura progettata decenni fa per volumi di traffico inferiori a quelli attuali, e che non ha margine di assorbimento quando una o più corsie vengono chiuse anche solo temporaneamente. Il rientro dalle vacanze di agosto, che si concentra proprio in questi giorni, aggiunge ulteriore pressione a una situazione già di per sé fragile.

Salone Auto Torino 2026, tutte le novità e i marchi presenti

Torino torna al centro della scena automobilistica italiana. Dall’11 al 13 settembre 2026 il capoluogo piemontese ospiterà una nuova edizione del Salone Auto Torino, l’evento open-air dedicato alle novità del mondo dell’auto. Per tre giorni il centro della città si trasformerà in un grande spazio espositivo a cielo aperto, con automobili, anteprime, supercar, test drive e numerose iniziative dedicate agli appassionati e al grande pubblico. L’ingresso sarà gratuito.

Oltre 40 marchi presenti

Il Salone Auto Torino 2026 si presenta con una partecipazione particolarmente ampia. Sono oltre 40 i brand automobilistici attualmente confermati, con una presenza che spazia dai grandi costruttori europei ai marchi asiatici sempre più protagonisti del mercato italiano.

Tra i nomi presenti figurano Alfa Romeo, BMW, BYD, Changan, Chery, Citroën, DS, Fiat, Geely, GWM, Honda, Jeep, Kia, Lancia, Leapmotor, Lynk&Co, Mazda, Mercedes-Benz, Opel, Peugeot, Porsche, Renault, Suzuki, Tesla, Xpeng e Zeekr.

Non mancheranno inoltre realtà come Automobili Lamborghini, Ares, Pininfarina, Italdesign, Maserati e Lotus, che porteranno a Torino alcune delle espressioni più interessanti dell’automobilismo sportivo e premium.

Le auto da vedere al Salone di Torino

Il pubblico potrà trovare SUV, city car, berline, sportive ed elettriche, con una presenza sempre più importante dei nuovi marchi cinesi e asiatici. Tra le novità più attese figurano modelli come la BMW iX3 e la nuova BMW i3, insieme alle nuove generazioni di SUV che stanno ampliando l’offerta dei principali costruttori.

La presenza di marchi come BYD, Changan, Geely, GWM, Leapmotor, Omoda Jaecoo, Xpeng e Zeekr rappresenta inoltre un’importante fotografia della trasformazione che sta interessando il mercato automobilistico europeo.

Spazio anche ai test drive

Il Salone non sarà soltanto un’esposizione statica. Uno degli elementi caratterizzanti della manifestazione sarà infatti la possibilità di vivere l’auto in modo diretto attraverso test drive e attività dinamiche.

Il cuore dell’evento sarà concentrato tra Piazza Castello e i Giardini dei Musei Reali, trasformando alcune delle location più suggestive della città in una grande vetrina dedicata all’automotive.

Un Salone sempre più internazionale

L’edizione 2026 conferma anche la vocazione internazionale del Salone Auto Torino. Accanto ai costruttori saranno presenti aziende della filiera automotive, centri stile, università, associazioni e numerosi altri protagonisti del settore. Il 10 settembre, alla vigilia dell’apertura al pubblico, il Teatro Regio ospiterà inoltre bTOb, una giornata dedicata a case automobilistiche, aziende della filiera, istituzioni, startup e professionisti del settore.

Quando si svolge il Salone Auto Torino 2026

Il Salone Auto Torino 2026 si terrà da venerdì 11 a domenica 13 settembre 2026.

L’evento sarà a ingresso gratuito e si svilupperà nel centro storico di Torino, tra Piazza Castello e i Giardini dei Musei Reali.

Dopo le precedenti edizioni, che hanno registrato complessivamente oltre 500.000 visitatori, l’organizzazione punta anche quest’anno a trasformare Torino in un grande punto di incontro per appassionati, famiglie e operatori del settore.

Le strategia energetica di Malta, la benzina arriva dall’Italia ma costa molto meno

Il caro carburante è un tema di grande attualità e, da diversi mesi, rappresenta un problema enorme per gli automobilisti, molte aziende e, naturalmente, anche per il Governo italiano che, per il momento, non è riuscito a trovare una soluzione diversa dal taglio provvisorio (e più volte prorogato) delle accise.

Il problema del costo di benzina e diesel riguarda anche altri Paesi e non solo l’Italia. Nel frattempo, però, un Paese molto vicino a noi continua ad avere un prezzo al litro particolarmente contenuto, limitando l’impatto della crisi sull’economia. Il costo al litro dei carburanti a Malta, infatti, sembra quasi essere un’anomalia, soprattutto considerando il legame dell’arcipelago con l’Italia.

Il caso Malta

Un’inchiesta del Corriere dell’Umbria, realizzata dal direttore Sergio Casagrande, mette in evidenza le incredibili differenze tra Malta e l’Italia, almeno per quanto riguarda il costo al litro di benzina e diesel. Mentre nel nostro Paese la soglia dei 2 euro al litro viene ormai superata praticamente ovunque, sull’arcipelago le cose sono molto diverse.

L’indagine ha verificato che il costo del carburante per gli automobilisti maltesi si mantiene su livelli decisamente più sostenibili, con un prezzo di 1,21 euro al litro per il gasolio e di 1,34 euro al litro per la benzina.

Questo avviene nonostante Malta non disponga di raffinerie sul territorio, con circa il 39% dei prodotti petroliferi che vengono importati dall’Italia. In linea teorica, quindi, un prezzo elevato in Italia dovrebbe tradursi in uno scenario analogo anche a Malta.

La differenza non è legata a un aspetto fiscale. Le tasse che Malta applica sul prezzo finale dei carburanti, infatti, sono superiori a quelle italiane, almeno per l’incidenza percentuale (56,3% sulla benzina e 54,3% sul gasolio, contro il 51,9% e 43,7% dell’Italia).

Ricordiamo che in Italia è stato appena prorogato il taglio alle accise sul diesel, che continuerà fino al prossimo 5 settembre, mentre sulla benzina non è previsto alcun intervento. Il Governo sta lavorando a nuove soluzioni.

A cosa è dovuta questa differenza?

La strategia di Malta per la gestione del costo dei carburanti è molto diversa da quella italiana e si traduce in una sostanziale riduzione del prezzo finale, anche senza dover tagliare l’incidenza fiscale sul prezzo alla pompa.

Il Governo locale, infatti, adotta una programmazione strutturale basata sul ricorso programmatico all’hedging – contratti finanziari di copertura contro le oscillazioni dei prezzi internazionali. In aggiunta, vengono applicati dei sussidi statali diretti.

Questo sistema è stato studiato per minimizzare l’impatto delle crisi energetiche su imprese e famiglie, in particolare per il costo dei carburanti che, com’è evidente da quanto sta avvenendo in Italia, può avere un’influenza significativa sull’economia. La strategia maltese permette anche di combattere l’inflazione e le speculazioni, senza dover ricorrere agli sconti fiscali.

Curiosamente, Malta è anche tra i Paesi che crescono di più in Europa in termini di immatricolazioni di nuove autovetture.

Patente, sempre più bocciati: cala l’interesse dei giovani

La patente continua a mettere in difficoltà parecchi italiani e nel 2025 i numeri hanno raggiunto livelli mai visti negli ultimi vent’anni. Le prove sostenute per tutte le categorie sono state 2.314.213, ma a impressionare è soprattutto quanto accaduto con la B: su 1.654.421 esami, 484.352 si sono conclusi con una bocciatura.

Quasi quattro su dieci bocciati alla teoria

Lo scoglio principale arriva ancora prima di mettere le mani sul volante: quasi quattro candidati su dieci non superano infatti la teoria, percentuale che scende al 16% quando arriva il momento della prova pratica. La patente B continua a rappresentare oltre il 90% di quelle conseguite in Italia e offre quindi una fotografia piuttosto ampia di ciò che succede nelle autoscuole.

Con i quiz faticano persino automobilisti che la patente ce l’hanno già. Una recente indagine di AutoScout24 ha sottoposto oltre 4.000 automobilisti già patentati a una simulazione composta da venti domande e il risultato non è stato esattamente rassicurante: appena l’8% sarebbe riuscito a superarla. La media si è fermata a 15 risposte corrette.

La difficoltà varia spostandosi da una regione all’altra. In Trentino-Alto Adige la percentuale di bocciati alla teoria raggiunge il 43,7%, il dato più alto in Italia, con Liguria, Lazio e Molise al 43,4%. Poco distante la Toscana, dove i bocciati raggiungono il 43,1%.

Affidarsi soltanto ad applicazioni e siti internet sembra funzionare ancora meno. Tra i privatisti vengono respinti quasi otto candidati su dieci, un numero che ridimensiona l’idea di poter preparare facilmente l’esame facendo tutto da soli. Nel frattempo le autoscuole diminuiscono: una settantina hanno chiuso nel corso del 2025 e negli ultimi anni ne sono sparite 445.

Spunta però un altro dato interessante, perché prendere la patente appena compiuti 18 anni non sembra avere lo stesso richiamo di qualche decennio fa. Secondo l’Osservatorio di Segugio.it, tra gli over 50 il 72% la conseguì a quell’età; tra gli under 25 la percentuale si ferma invece al 46%.

Sempre meno auto intestate ai ragazzi

L’auto di proprietà sembra interessare meno rispetto al passato: in dieci anni quelle intestate ai giovani sono calate del 33% e oggi sono scese sotto quota 600.000. Future Concept Lab ha provato a chiedere direttamente ai diciassettenni che cosa intendano fare: poco più della metà vuole prendere la patente appena ne avrà la possibilità.

Tra i 18 e i 24 anni, intanto, circa uno su quattro non l’ha ancora conseguita. Comprare e mantenere un’auto costa e nelle grandi città si può spesso farne a meno, tra mezzi pubblici e altre possibilità per spostarsi. Il discorso diventa diverso nei centri dove i collegamenti sono scarsi e avere una macchina continua a risolvere un sacco di problemi.

In mezzo a questi numeri emerge anche una tendenza differente. Nel 2025 hanno ottenuto la patente oltre 50.000 giovani africani, in crescita del 10%, ai quali si aggiungono 32.000 europei provenienti da Paesi non appartenenti all’Unione europea e 37.000 asiatici. I quiz, peraltro, possono essere sostenuti soltanto in italiano, francese o tedesco.

Superare gli esami continua a essere complicato e una parte dei più giovani rimanda l’appuntamento: il quadro restituito dai dati del 2025 è parecchio diverso da quello di una generazione fa, quando arrivare alla maggiore età era spesso l’anticamera della patente. Oggi quasi quattro candidati su dieci inciampano già nei quiz e molti altri, semplicemente, preferiscono aspettare.

16enne contro una pattuglia di polizia dopo l’Alt, arriva la denuncia

Si è fermato all’alt della polizia, salvo poi ripartire e finire contro la portiera della volante. Protagonista della vicenda un sedicenne di Canicattì che sabato mattina viaggiava in ciclomotore insieme a un coetaneo, entrambi senza casco. La caduta li ha fatti finire al pronto soccorso e per il ragazzo alla guida è scattata anche una denuncia.

La pattuglia li aveva incrociati in via Bellini, nel quartiere Borgalino, durante uno dei controlli svolti in zona. Alla vista dei due adolescenti gli agenti hanno intimato l’Alt e inizialmente sembrava che non ci fossero problemi, visto che il conducente aveva accostato come richiesto.

A controllo già iniziato, il sedicenne avrebbe rimesso in movimento il ciclomotore nel tentativo di allontanarsi. Pochi metri, forse nemmeno quelli: il mezzo ha urtato la portiera della Volante e i due ragazzi sono caduti.

Due ragazzi finiscono al pronto soccorso

Sul posto sono arrivati i soccorsi e i due sedicenni sono stati accompagnati al pronto soccorso dell’ospedale Barone Lombardo di Canicattì. Nessuno dei due avrebbe riportato conseguenze particolarmente serie e le ferite sono state giudicate guaribili nel giro di pochi giorni.

Il giovane alla guida è stato denunciato per resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento e la vicenda finirà adesso sul tavolo della Procura presso il Tribunale per i Minorenni di Palermo. I rilievi dell’incidente sono stati invece eseguiti dalla polizia municipale di Canicattì.

Tutto era cominciato dal casco, che nessuno dei due ragazzi indossava. L’obbligo riguarda naturalmente anche il passeggero e, quando sul ciclomotore viaggiano due persone, entrambe devono rispettarlo. Nel loro caso la violazione è stata notata direttamente dagli agenti durante il servizio nel quartiere Borgalino.

Cosa prevede il Codice della Strada

Il casco, oltre a essere obbligatorio, deve essere omologato e correttamente allacciato durante la marcia. La regola vale anche per gli spostamenti più brevi e non fa differenza tra chi conduce il mezzo e chi occupa il posto del passeggero. Con i due sedicenni di Canicattì il problema era ancora più evidente, visto che ne erano sprovvisti entrambi.

La guida di un ciclomotore richiede almeno la patente AM, conseguibile già a partire dai 14 anni e valida per i mezzi che rientrano nei limiti previsti dalla categoria. A quell’età è consentito anche trasportare un passeggero, purché il ciclomotore sia omologato per due persone. Non tutti i mezzi possono farlo e fa fede quanto riportato sul documento di circolazione. La presenza di un secondo ragazzo, insomma, non costituisce di per sé una violazione: nel caso di Canicattì il dato certo riportato dalla cronaca riguarda il mancato utilizzo del casco.

La caduta poteva avere conseguenze ben diverse e su questo ai due ragazzi è andata decisamente meglio. Dopo il trasporto al Barone Lombardo sono infatti emerse soltanto ferite lievi, con pochi giorni indicati per la guarigione.

Sul conducente pesano invece le accuse formulate nei suoi confronti. Sarà la magistratura minorile a occuparsi della denuncia, partendo dagli elementi raccolti in seguito all’incidente e agli accertamenti effettuati sul posto.

All’inizio gli agenti avevano davanti soltanto due ragazzi in ciclomotore senza casco. Alla fine della mattinata entrambi erano passati dal pronto soccorso e il conducente era stato denunciato per resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento.

Auto ferma con motore acceso, arriva la deroga: ecco cosa cambierà

Lasciare il motore acceso durante la sosta espone l’automobilista al rischio di una multa. Il nuovo Codice della Strada, però, prevede una deroga che permetterà di tenere il veicolo fermo con il motore termico in funzione e l’aria condizionata accesa. Quest’eccezione è valida solo se a bordo ci sono persone considerate fragili. In tutti gli altri casi, il divieto resta e la sanzione non cambia. Ecco i dettagli.

Cosa dice il Codice della Strada

L‘articolo 157 del Codice della Strada impone lo spegnimento del motore quando il veicolo è in sosta. Il motivo è semplice. Le vetture con motore termico, infatti, continuano a produrre emissioni inutili quando il propulsore resta acceso anche se la vettura è ferma. Per evitare la formazione di gas di scarico e un danno all’ambiente, quindi, la sosta prolungata con motore acceso fa scattare una sanzione.

Sulla questione, il comma 7-bis chiarisce che:

È fatto divieto di tenere il motore acceso, durante la sosta del veicolo, allo scopo di mantenere in funzione l’impianto di condizionamento d’aria nel veicolo stesso; dalla violazione consegue la sanzione amministrativa del pagamento di una somma (da 233 a 444 euro).

Per tutti i dettagli in merito a questa norma potete dare un’occhiata al nostro approfondimento sulle sanzioni per le auto ferme con motore acceso.

Cosa prevede la deroga

Il testo del nuovo Codice della Strada, attualmente sottoposto alla consultazione di operatori e associazioni di categoria, prevede l’introduzione di un articolo che interviene proprio su quanto previsto dall’articolo 157, oggi parte della normativa in vigore.

Si tratta di una vera e propria deroga che punta a tutelare alcune particolari categorie. Il testo garantisce la possibilità di  lasciare in sosta l’auto con motore e climatizzatore accesi “qualora a bordo siano presenti bambini, donne in stato di gravidanza, anziani o altri soggetti fragili“.

L’obiettivo del nuovo testo è chiaro. Per garantire una maggior tutela nel caso in cui a bordo siano presenti persone fragili, infatti, si punta ad annullare quanto previsto dall’attuale normativa del Codice della Strada, evitando le sanzioni per gli automobilisti.

Tale deroga, in ogni caso, dovrebbe essere arricchita e definita con maggiori dettagli per poter chiarire dei paletti ben precisi in modo da capire quando il divieto di tenere il motore acceso vada applicato e quando, invece, le sanzioni sono sospese.

Il testo del nuovo Codice della Strada integra diverse novità, con un abbassamento dell’età minima per ottenere la patente ma anche possibili modifiche alle regole di utilizzo della corsia di emergenza, da parte dei motociclisti, e sul sorpasso a destra in autostrada e su superstrade a tre corsie, con la circolazione per file parallele.

Sul tema del nuovo CdS abbiamo realizzato un approfondimento che mira a mettere in evidenza tutti gli elementi che potrebbero entrare a far parte delle regole di circolazione. Ricordiamo che l’obiettivo è rendere operative tutte le nuove norme nel corso dei primi mesi del prossimo anno.