Tesla spinge l’Europa ad approvare l’FSD, cresce la pressione sui regolatori

Tesla sta accelerando la sua campagna per ottenere il via libera europeo al Full Self-Driving Supervised. Dopo le prime autorizzazioni nazionali, l’obiettivo è un’approvazione valida in tutta l’Unione Europea, ma intorno al sistema restano dubbi sulla sicurezza e sui dati presentati ai regolatori.

La partita europea del Full Self-Driving Supervised sta diventando sempre più importante per Tesla. Il sistema di assistenza alla guida, che non rende l’auto completamente autonoma e richiede comunque la supervisione costante del conducente, ha già ottenuto autorizzazioni in alcuni Paesi europei. Il passaggio decisivo sarebbe però l’approvazione comunitaria, che consentirebbe alla Casa americana di ampliare sensibilmente la diffusione della tecnologia.

Il primo passo importante è arrivato dai Paesi Bassi, dove l’autorità RDW ha dato il proprio via libera, altri Stati hanno successivamente riconosciuto l’autorizzazione o avviato procedure analoghe. Il percorso comunitario resta però più complesso e il voto decisivo, inizialmente ipotizzato per ottobre, è stato rimandato almeno a dicembre. Secondo un’inchiesta Reuters, Tesla non si sarebbe limitata alle normali interlocuzioni tecniche con le autorità. La società avrebbe cercato di accelerare il processo attraverso contatti diretti con i regolatori e una campagna pubblica molto intensa, sostenendo che i ritardi nell’autorizzazione impedirebbero di sfruttare una tecnologia capace di migliorare la sicurezza stradale.

Anche Elon Musk ha più volte criticato la lentezza delle procedure europee, per questo Tesla ha invitato i propri clienti e sostenitori a chiedere alle autorità un’approvazione più rapida. La pressione ha contribuito ad aumentare la visibilità politica della questione, tanto che alcuni governi europei hanno iniziato a mostrare una posizione più favorevole nei confronti del sistema.

I dubbi sui dati relativi alla sicurezza

Il punto più delicato riguarda però le prove utilizzate da Tesla per dimostrare i benefici del Full Self-Driving. Alcuni esperti di sicurezza stradale consultati da Reuters hanno sollevato dubbi sulla metodologia delle analisi presentate dalla Casa americana. Una parte delle valutazioni europee, per esempio, avrebbe confrontato vetture guidate con FSD da tecnici professionisti Tesla con automobili condotte normalmente sulle strade europee. Inoltre, visto il numero ancora limitato di chilometri percorsi con il sistema attivo, Tesla avrebbe utilizzato come indicatori indiretti comportamenti come frenate brusche, accelerazioni, utilizzo del clacson e interventi della frenata automatica.

Secondo diversi ricercatori questi parametri, da soli, non sarebbero sufficienti per stabilire quanto il sistema riesca realmente a ridurre incidenti, feriti o vittime. Il fronte europeo non è compatto e paesi come Germania, Paesi Bassi, Belgio e Danimarca hanno mostrato aperture, mentre altre autorità continuano a chiedere maggiori garanzie. Uno dei punti discussi riguarda anche il comportamento dell’FSD rispetto ai limiti di velocità e alle differenti normative nazionali.

Tesla avrebbe perfino mostrato disponibilità a modificare il nome Full Self-Driving, che può far pensare a capacità di guida completamente autonoma, adottando una definizione più vicina al concetto di guida assistita. Per la Casa americana il risultato della partita europea è strategico. L’FSD è infatti diventato uno degli elementi centrali della trasformazione di Tesla da semplice produttore di auto elettriche a società sempre più concentrata su software, Intelligenza Artificiale e guida autonoma.

Ferrari Luce, cosa c’entra Jeff Bezos: Elkann si rivela

La prima Ferrari 100% elettrica si è rivelata essere l’arma in più della gamma, ma anche la proposta più divisiva della storia della Casa modenese. In proporzioni ben lontane dai concetti classici di sportività Made in Maranello, il collettivo americano di designer e creativi fondato da Jony Ive che insieme a Marc Newson ha sviluppato il progetto hanno scelto un design che è stato aspramente criticato dai puristi. Ma come ha preso vita l’idea di proporre sul mercato la Luce?

A rivelarlo è stato John Elkann in persona che, durante una passeggiata con Bezos, ha avuto l’intuizione che ha stravolto gli scenari abituali del Cavallino. Nel 2016 il nipote di Gianni Agnelli stava camminando con Jeff Bezos, numero 1 di Amazon, che gli rappresentava la direzione del mondo. Pur non conoscendo il mondo automotive, l’americano ha rappresentato al presidente della Ferrari la possibilità di prendere in considerazione il lancio di una vettura a zero emissioni.

Cambio di prospettiva

Da sempre la Ferrari ha legato i suoi successi commerciali alla pista, quindi al rombo di motori termici che hanno scandito le vittorie in F1, nel WEC e nelle sfide del Motorsport più impegnative al mondo. Il fondatore di Amazon, dieci anni fa, immaginava il mondo attuale impregnato di tecnologia elettrica, ma la realtà, almeno alle nostre latitudini, è ben diversa dai proclami green avanzati dai politici. Elkann, dal palco di Wave, la conferenza sulla tecnologia che fino al 2025 si chiamava Italian Tech Week, ha raccontato:

“È stato il primo momento in cui mi è venuto in mente che dovevamo cominciare a pensarci sul serio”.

Così è stato coinvolto nell’ambizioso programma di sviluppo Jony Ive, l’ex responsabile del design di Apple, che con il suo studio LoveFrom ha creato la Luce insieme ai tecnici del Centro Stile Ferrari. Le amicizie americane del presidente della Ferrari hanno scandito la nascita della vettura, ma non bastava fosse elettrica, ma bisognava capire come evolvere il concetto tecnologico nell’abitacolo, differenziandolo dalle rivali. Elkann ha chiesto un parere a Ive su come impostare il lavoro e da quella chiacchierata ha preso vita una collaborazione che ha rivoluzionato il concetto di eleganza silenziosa.

L’evoluzione della specie

Il collettivo di LoveFrom non portò disegni né rendering, approfondendo la storia del brand italiano. I tecnici si erano posti l’obiettivo di rispettare il DNA del Cavallino, proiettandolo nel futuro con uno stile audace. Insieme a Elkann e Ive, sul palco hanno presenziato due elementi simbolici della Luce: la chiave con il display e-ink a colori dallo sfondo giallo che scompare dopo l’inserimento, mentre il secondo oggetto era il volante con la struttura in metallo a vista e comandi fisici.

La prima Ferrari full electric della storia ha conservato elementi nell’abitacolo che si apprezzano con le dita, senza bisogno degli occhi. Per l’ex designer della Apple il touch non deve essere l’interfaccia principale, proponendo un connubio che sta tornando sui principali modelli di nuova generazione. Elkann ha ammesso che Ferrari non intendeva realizzare un’auto controversa e che un’accoglienza simile non era prevista, ma la vettura alla spina ha già fatto segnare dei record all’asta.

Dopo il lancio, Ferrari è stata subissata di critiche sui social, ma secondo il presidente chi vede poi la Luce dal vivo si fa una idea molto diversa. Sul mercato asiatico la vettura è stata accolta con entusiasmo da quella che Elkann ha definito la clientela più esigente al mondo.

Cosa sta succedendo a Roma? Nessuno riesce a fermare le golf car

In una Capitale sempre più caotica, l’ultima grande novità è rappresentata dalle cosiddette caddie o cart che dovrebbero accompagnare i giocatori di golf sul green e invece sfrecciano dentro le ZTL guidate dalle guide che accompagnano gruppi di turisti desiderosi di scoprire le meraviglie di Roma. Il centro città, meta turistica gettonatissima, è pieno dei piccoli mezzi sprovvisti di autorizzazione.

Dopo l’inchiesta dell’Adnkronos, rilanciata dal Guardian, sono scattati i controlli a tappeto dei carabinieri nelle zone turistiche di Roma. Dal Circo Massimo a via di Sant’Eustachio, in zona Pantheon, da Trinità dei Monti a piazza Navona e piazza del Popolo, gli agenti hanno accertato la regolarità delle immatricolazioni, scoprendo uno scenario che sta creando un vero e proprio caso nella Regione Lazio.

Caos e rischi

Gli operatori al volante delle golf car mostrano le principali attrazioni della Capitale, parcheggiando dove capita e creando problemi agli automobilisti, ma anche ai motociclisti e ai pedoni. In uno scenario di overtourism e spazi pubblici contesi, un giro panoramico sulle caddie mostra anche una lacuna normativa che ha un impatto sul Codice della Strada, sui tassisti e sugli operatori Ncc, pregiudicati dalla circolazione selvaggia di circa 500 golf car, di cui il 90% opererebbe senza autorizzazione.

Se un turista può ritenere comodo vedere la città in tempi record, dietro il pagamento in media di 100 euro, per i residenti cresce la frustrazione. Già a fine settembre i carabinieri sono intervenuti per controllare 131 golf car nelle aeree più affollate del centro storico, determinando circa 38.000 euro di multe complessive per violazioni che vanno dalla guida senza patente alla sosta irregolare. Senza una regolamentazione, i carabinieri hanno verificato la regolarità delle immatricolazioni ma anche i rapporti di lavoro tra autisti e operatori, oltre al rispetto delle basilari regole del Codice della Strada.

Dieci veicoli sono stati sottoposti a fermo, pari al 7,63% di quelli controllati. Di questi, soltanto sei erano utilizzati come noleggio con conducente senza licenza, ovvero il 4,58% del numero totale. A sei fantomatici operatori turistici sono state ritirate le patenti e soltanto 41 golf car sarebbero state autorizzate dal Comune.

L’evoluzione del trasporto nella Capitale

Roma ha avuto il suo periodo storico con il boom delle Fiat 500, poi è diventata la Vespa il simbolo da cartolina della città, sino al passaggio ai tuk tuk. Oggi tra le anguste vie del centro girano le golf car e la situazione pare essere totalmente sfuggita di mano. In una realtà che vanta una crescita delle presenze record rispetto al passato occorrerebbe una normativa chiara per porre un freno a uno scenario ben poco sicuro anche per gli altri utenti della strada.

Alla fine dell’anno la Capitale potrebbe raggiungere un nuovo primato storico, dopo il record di turisti già marcato nel 2025, chiuso con 27 milioni di arrivi e 63 milioni di presenze. Sul piano della circolazione, la navetta resta un veicolo atipico ai sensi dell’articolo 59 del Codice della Strada, ma sul fronte della sicurezza vi sono delle criticità. Spesso sulle golf car vengono fatte salire famiglie che, senza apposite cinture di sicurezza, mettono a rischio anche l’incolumità dei figli.

A giugno 2026 il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha spiegato che le strutture ricettive e agenzie di viaggio con veicoli immatricolati a uso proprio (articolo 82 CdS) possono mettere al volante delle navette dei driver senza licenza, a patto che il servizio non preveda un pagamento extra. Tassisti e Ncc sono già sul piede di guerra, vedendosi sottratto il lavoro dagli agenti di viaggio che sfruttano una lacuna normativa per accompagnare un esercito di turisti. Il confine tra un’attività lecita e l’esercizio abusivo di una professione dovrebbe essere spazzato via da una legge specifica che sta preparando la Regione Lazio sulle navette turistiche per regolare il fenomeno nei centri storici e nelle aree a vocazione turistica.

Auto a metano, cambiano le verifiche sulle bombole, le novità

Cambiano i controlli sulle bombole di un’auto a metano con effetti sul conto dell’officina. Il decreto 98 del 2026 del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica ridisegna l’organizzazione della riqualificazione dei serbatoi CNG. Officine riconosciute, personale qualificato, tracciabilità digitale e un tariffario nazionale formano il nuovo quadro, destinato a rendere più controllabile il percorso di ogni bombola.

Se la periodicità quadriennale delle bombole R110 rimane il riferimento, il nuovo regolamento interviene su chi effettua le verifiche, su come vengono documentate e sulle condizioni economiche del servizio.

Che cosa disciplina il decreto 98 del 2026

Il provvedimento riguarda le bombole per gas naturale compresso, indicate con la sigla CNG e conformi al regolamento 110 UNECE. La finalità è semplificare gli adempimenti connessi alla riqualificazione. Al centro dell’organizzazione si colloca SFBM, Servizi Fondo Bombole Metano, società partecipata da Acquirente Unico. Alla società vengono affidati riconoscimento delle officine, registri degli operatori, etichette, tracciatura, tariffario e contributi. Il decreto ne disciplina anche il Servizio interno di ispezione, mentre il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti è individuato come autorità competente.

Il ruolo operativo di SFBM precede questa riforma: nelle premesse del decreto si ricorda il subentro nelle funzioni della Gestione Fondo Bombole Metano. Il regolamento del 2026 rende più articolati compiti e responsabilità lungo il percorso del recipiente, dall’intervento in officina alla sua esclusione dal servizio. Per l’utente, la conseguenza è una maggiore possibilità di verificare chi ha eseguito il controllo e con quale esito.

CNG1, CNG2, CNG3 e CNG4

La classificazione distingue quattro costruzioni. Nelle CNG1 il corpo è metallico; le CNG2 conservano una struttura metallica rinforzata da un avvolgimento circonferenziale in materiale composito. Per le CNG3 il rinforzo avvolge completamente il corpo metallico mentre le CNG4 impiegano un corpo non metallico rinforzato con filamenti impregnati di resina. Le differenze riguardano la struttura del recipiente, oltre alla sua denominazione.

Da qui deriva l’esigenza di adottare verifiche adeguate alla tecnologia costruttiva. Corrosione e deformazioni del metallo richiedono valutazioni differenti rispetto ai danneggiamenti del rivestimento composito. Nell’esame del recipiente assumono rilievo condizioni esterne, urti, abrasioni e integrità dei materiali, secondo i criteri tecnici applicabili. L’identificazione della bombola permette all’officina di scegliere la procedura pertinente senza trattare allo stesso modo serbatoi diversi.

Nelle premesse del decreto si richiama l’esperienza maturata nel settore: gli scarti alla prima riqualificazione sono stati ricondotti a danneggiamenti riscontrabili attraverso la prova visiva. Su questo presupposto si fonda la valorizzazione dell’esame effettuato da personale qualificato, seguendo le istruzioni tecniche previste.

La parola “visiva” non deve far pensare a uno sguardo rapido sotto l’automobile. Il controllo deve consentire di valutare lo stato della bombola nelle parti richieste dalla procedura, con l’individuazione di alterazioni incompatibili con il mantenimento in servizio. A incidere sull’attendibilità dell’esito sono accessibilità delle superfici, preparazione dell’operatore e criteri di accettazione.

Prima riqualificazione, il chiarimento del Mit

La circolare 10799 del 2026 del Mit ribadisce che, per CNG1, CNG2 e CNG3, la prima riqualificazione avviene con ispezione visiva secondo le procedure comunicate dal costruttore del veicolo. Se i manuali non sono disponibili, si applicano le modalità precedentemente in uso, come per le verifiche successive alla prima. Per le CNG4 montate sui veicoli M1 e N1, ossia autovetture e veicoli commerciali leggeri, la disciplina prevede la riqualificazione periodica mediante le modalità visive ammesse e le istruzioni del costruttore

Accanto alle verifiche visive restano i centri di revisione SFBM, incaricati delle prove previste dalla disciplina tecnica e della gestione dell’interscambio. La prova idrostatica verifica il recipiente attraverso una pressurizzazione controllata, secondo le condizioni prescritte. Il decreto assegna agli ispettori SFBM la supervisione delle prove e le funzioni previste per l’attestazione.

Quando i centri SFBM non riescono a soddisfare le esigenze dell’utenza per le bombole CNG1, il regolamento consente l’affidamento dei servizi a centri terzi qualificati. Si tratta di una possibilità circoscritta a questa categoria, subordinata ai requisiti tecnici e alle procedure di selezione. Il proprietario continua a rivolgersi all’officina che organizza l’intervento mentre i rapporti con centri e depositi appartengono al percorso operativo del servizio.

Officine riconosciute: requisiti, registro e durata

Il nuovo modello prevede officine riconosciute da SFBM, dotate delle attrezzature richieste e di uno o più responsabili tecnici. Il riconoscimento dura cinque anni e deve essere rinnovato mediante una nuova domanda. Gli strumenti attraverso cui l’utente può identificare gli operatori del sistema sono registro pubblico, logo identificativo e tariffario esposto.

Tra le attività attribuite all’officina rientrano riqualificazione visiva, smontaggio e rimontaggio, interscambio con i centri e gestione della sostituzione dopo un esito negativo. La disponibilità di strumenti conformi alle norme tecniche richiamate e di personale qualificato fa parte dei requisiti del riconoscimento.

La riqualificazione visiva viene affidata a un responsabile tecnico con certificazione conforme alle norme richiamate dal decreto, formazione teorica e pratica, esame e idoneità visiva documentata. Il regolamento fissa anche requisiti alternativi di istruzione ed esperienza ovvero laurea in ingegneria con almeno tre anni nel settore, diploma di perito industriale con cinque anni oppure diploma di scuola secondaria superiore con dieci anni.

L’iscrizione avviene in un registro gestito da SFBM, previa verifica dei requisiti. Lo stesso professionista può svolgere la riqualificazione per più officine riconosciute. Resta ammessa anche l’attività del funzionario dell’autorità competente. La firma sul controllo deve quindi corrispondere a un ruolo definito e verificabile.

Etichette, punzonatura e tracciabilità digitale

Per le CNG1 sottoposte a prova idrostatica, l’attestazione comprende punzonatura della data e marchio della Repubblica italiana, alla presenza dell’ispettore SFBM. Nel caso della riqualificazione visiva, vengono apposte etichette fornite da SFBM, con data, numerazione della bombola, logo della società e marchio RI. I recipienti scartati o scaduti vengono avviati al recupero, con verbalizzazione e annotazione nel sistema.

L’articolo 11 prevede un database che collega capacità, matricola, costruttore e scadenza del recipiente a targa e telaio del veicolo. Nel sistema devono comparire anche informazioni su riqualificazione, installazione, operatori e strutture coinvolte, oltre all’eventuale disinstallazione. Questa associazione permette di seguire la bombola quando cambia vettura o viene interscambiata, riducendo la dipendenza da documenti isolati.

Chi paga una bombola scartata o a fine vita

L’articolo 12 pone a carico di SFBM il costo delle bombole sostituite a scadenza naturale o scartate durante la riqualificazione, avviate al recupero. La copertura riguarda solo il recipiente e non il servizio e altre lavorazioni documentate.

Il Servizio interno di ispezione vigila su officine, Responsabili tecnici, centri terzi e depositi, anche mediante controlli e sopralluoghi. In caso di non conformità, il regolamento disciplina istruttoria, diffida e, se manca l’adeguamento, la proposta di sospensione fino a sei mesi all’autorità competente. Le violazioni dei provvedimenti o la perdita dei requisiti possono portare a cancellazione dai registri o revoca degli affidamenti.

La vigilanza riguarda anche chi organizza il servizio. Su SFBM, i suoi centri e il Servizio interno di ispezione interviene il MIT. Sul versante economico l’articolo 12 prevede la cancellazione dal registro delle officine che applicano tariffe diverse dal tariffario nazionale.

Riparare le auto senza alcun permesso, il fenomeno dei meccanici abusivi in Italia

Capita sempre più spesso di leggere notizie di questo tipo, ed è un segnale che qualcosa, nel settore della riparazione auto, non funziona come dovrebbe.

Da nord a sud della Penisola, forze dell’ordine e polizie locali stanno scoprendo officine improvvisate nate dal nulla, spesso allestite dentro garage privati o persino nei cortili di casa, dove si lavora sulle vetture altrui senza alcuna autorizzazione né i requisiti professionali richiesti dalla legge. Un fenomeno che espone gli automobilisti a rischi concreti, pur restando spesso invisibile fino a quando qualcuno non decide di controllare da vicino.

Nuovo caso a Casarsa della Delizia

L’ultimo episodio arriva dal Friuli-Venezia Giulia, dove la Polizia Locale di Casarsa della Delizia, in provincia di Pordenone, ha scoperto e fermato un’attività di manutenzione e riparazione auto condotta interamente all’interno di un’abitazione privata.

Le indagini erano partite già nel mese di giugno, a seguito di alcune segnalazioni arrivate agli uffici comunali, e sono proseguite per tutta l’estate fino al controllo decisivo degli ultimi giorni, quando gli agenti hanno sorpreso l’uomo al lavoro su un veicolo. All’esito degli accertamenti sono state contestate diverse violazioni amministrative, tra cui la totale assenza delle abilitazioni necessarie e la mancata iscrizione all’Albo delle imprese artigiane.

L’attività è stata interrotta, gli strumenti utilizzati sequestrati, e l’amministrazione comunale ha diffuso un appello rivolto alla cittadinanza, invitando a non affidare mai la manutenzione di automobili, mezzi o attrezzature a chi opera in maniera improvvisata o priva di autorizzazione.

Un fenomeno rimasto nascosto

Episodi come questo non sono affatto isolati, e raccontano di una zona grigia del settore automotive che resta spesso lontana dai riflettori proprio perché si svolge all’interno di spazi privati, lontano dalla strada e quindi dai controlli di routine.

A Quinto di Treviso, qualche settimana fa, la Guardia di Finanza ha scoperto un caso ancora più articolato: un meccanico 44enne che lavorava abusivamente, individuato risalendo ai proprietari delle vetture presenti nei suoi locali. Dagli accertamenti è emerso che alcuni clienti avevano speso fino a 800 euro per riparazioni pagate rigorosamente in nero, senza alcuna fattura, e in diversi casi il problema per cui avevano affidato l’auto all’officina era rimasto irrisolto.

Un fenomeno, insomma, che non riguarda episodi sporadici, ma che sembra attraversare in forme diverse l’intero territorio nazionale, alimentato spesso dalla ricerca di prezzi più bassi rispetto a quelli praticati dalle officine regolarmente autorizzate.

Cosa rischiano meccanici improvvisati e clienti

Chi gestisce un’attività del genere senza i requisiti previsti rischia conseguenze decisamente pesanti, che vanno ben oltre la semplice sanzione amministrativa: il mancato possesso delle abilitazioni professionali e la mancata iscrizione agli albi competenti comportano infatti provvedimenti che possono arrivare fino alla chiusura definitiva dell’attività e al sequestro di attrezzature e locali, come accaduto proprio a Casarsa della Delizia.

Ma a sorprendere molti automobilisti è un altro aspetto, forse meno conosciuto: anche chi si affida, magari inconsapevolmente, a un meccanico senza partita IVA regolare o privo delle autorizzazioni richieste rischia una sanzione. Come emerso nel caso di Treviso, la legge punisce infatti pure chi porta la propria vettura a un’attività non autorizzata, con multe che possono arrivare fino a 258 euro, ridotte a 86 se il pagamento avviene entro 60 giorni.

Un motivo in più, oltre alla sicurezza stradale, per verificare sempre con attenzione a chi consegnamo la nostra auto: un’officina regolare lascia sempre una traccia fiscale, a partire dalla fattura, elemento che tutela sia in caso di contestazioni sul lavoro svolto sia da spiacevoli sorprese come queste.

Arrivano i primi 14 semafori intelligenti gestiti dall’AI per migliorare il traffico

Garantire un traffico più scorrevole e funzionale è uno dei compiti più ardui che si troverà ad affrontare la città del domani, un lavoro che inevitabilmente dovrà aggiustare i difetti del sistema di mobilità attuale senza stravolgerne l’utilizzo. Per questo l’uso di semafori in grado di gestire in modo autonomo, con l’uso dell’intelligenza artificiale, i propri tempi di cambiata.

A Monza il Comune ha dato il via a una nuova fase del progetto Samu, un piano che punta a mettere l’intelligenza artificiale al servizio della mobilità urbana, rendendo i semafori capaci di ragionare, e non solo di contare i secondi.

Come funziona il progetto Samu

L’acronimo sta per Sistemi adattivi per monitoraggio e gestione della mobilità urbana, e dietro questo nome un po’ tecnico si nascondono 14 incroci strategici della città, tra cui via Cavallotti e via Vittorio Veneto, via Marconi e via Sant’Alessandro, oltre ai nodi di via Borgazzi con via Monte Ortigara e via Guerrazzi, saranno interessati da un investimento complessivo superiore a 615 mila euro.

L’obiettivo dichiarato dall’amministrazione è quello di costruire una rete capace di individuare in tempo reale situazioni critiche e, in prospettiva, intervenire dinamicamente sulla durata dei segnali luminosi.

I tradizionali sistemi di rilevamento lasceranno progressivamente spazio a telecamere dotate di intelligenza artificiale, in grado di analizzare i flussi veicolari e riconoscere automaticamente la formazione di code, preparando il terreno per una gestione davvero adattiva dei semafori, con tempi del verde che potranno modificarsi in base alle condizioni reali della strada, anziché restare fissi indipendentemente dal traffico presente.

Un’unica centrale

Il progetto monzese si inserisce in un piano ben più ampio, finanziato dalla Regione Lombardia con 2,5 milioni di euro attraverso il bando Smart Mobility Data Driven – Fase 2.

Il Comune sta infatti realizzando una nuova centrale di controllo, pensata per riunire in un’unica piattaforma digitale tutti i 110 impianti semaforici presenti sul territorio cittadino. Un salto tecnologico notevole rispetto al precedente sistema UTC, attivo dal 2020, che permetteva il monitoraggio remoto soltanto di una parte della rete, appena 24 impianti su oltre cento.

Oltre alla gestione del traffico, la nuova tecnologia avrà anche un ruolo importante sul fronte della sicurezza stradale: le telecamere intelligenti potranno infatti rilevare non solo gli incidenti veri e propri, ma anche i cosiddetti near-miss, cioè le situazioni di quasi incidente come frenate improvvise o manovre pericolose, dati preziosi per individuare gli incroci più problematici e pianificare interventi mirati prima che accada il peggio.

Non manca l’attenzione alla privacy: il sistema è stato progettato secondo criteri di Privacy by Design e by Default, con dati video pensati per non conservare volti e targhe, salvo metadati resi completamente anonimi.

Monza banco di prova

Il principio alla base dell’intera operazione, in realtà, è già stato sperimentato con successo su alcune intersezioni cittadine: un sistema composto da regolatore semaforico e analisi video riesce a privilegiare la direttrice principale, attivando il verde sulle strade secondarie soltanto quando viene effettivamente rilevata la presenza di veicoli in attesa.

Monza, insomma, si candida a diventare un vero e proprio banco di prova per questo tipo di tecnologia applicata alla viabilità urbana, con l’obiettivo di estendere progressivamente il modello a tutta la rete cittadina. Il piano comprende inoltre un sistema di infoparking, pensato per indirizzare in tempo reale gli automobilisti verso i parcheggi effettivamente disponibili, insieme al potenziamento dell’app e del portale Monza Mobilità.

Secondo le stime dell’amministrazione comunale, la riduzione delle code e dei tempi di percorrenza che ne deriverebbe potrebbe contribuire anche a diminuire sensibilmente consumi ed emissioni, un beneficio che andrebbe ben oltre la semplice comodità di guida quotidiana.

Volvo sfila alla Milano Fashion Week: l’auto diventa materia per la moda

Nel pieno della Milano Fashion Week, Volvo ha scelto la strada della passerella per una sfilata molto originale, trasformando materiali normalmente destinati all’abitacolo, alla carrozzeria o persino alla sicurezza delle sue vetture in materia prima per una nuova generazione di fashion designer.

È accaduto al Volvo Studio Milano, nel cuore di Porta Nuova, con la serata conclusiva di The Daily Crash, workshop di fashion design voluto da Volvo Car Italia insieme a VerySeri Studio e con la partecipazione del Collettivo AAA. Un progetto iniziato mesi prima e arrivato alla sua conclusione proprio durante la settimana in cui Milano parla la lingua internazionale della moda.

Dall’automobile al guardaroba

Il principio è semplice, ma il risultato tutt’altro che scontato: prendere ciò che normalmente appartiene a un’automobile e guardarlo con occhi completamente diversi. Venti studentesse e studenti del Politecnico di Milano, selezionati attraverso una open call, hanno seguito quattro incontri tra marzo e maggio al Volvo Studio. Il percorso li ha accompagnati attraverso ricerca, progettazione e realizzazione, mettendoli a confronto con professionisti provenienti dal design, dalla moda e dall’organizzazione culturale.

Il brief era quanto mai concreto. Volvo ha messo a disposizione materiali utilizzati sulle proprie automobili: dal tessuto Nordico di XC40 e XC60 alla Tailored Wool Blend della EX30, passando per Econyl ottenuto anche da reti da pesca riciclate, lino intrecciato, Nubuck e Microtech Vinyl. Ma sul tavolo sono arrivati anche oggetti decisamente più sorprendenti: cinture di sicurezza, airbag esplosi, parti di carrozzeria, paraurti, griglie, rivetti, bulloni e persino confezioni industriali. Materiali nati per proteggere, rivestire o costruire un’automobile che, nelle mani degli studenti, hanno acquistato un significato differente.

Non chiamatela sfilata

Anche la presentazione ha seguito una strada poco convenzionale. Niente passerella classica, modelli in fila e rituale da fashion show. La capsule collection è stata raccontata attraverso una performance nella quale vestiti, installazione, pubblico e architettura del Volvo Studio hanno interagito fra loro.

Una scelta coerente con lo spirito di The Daily Crash: mostrare non soltanto il risultato finale, ma anche il percorso necessario per arrivarci. E proprio la parola “crash” contiene una buona parte della filosofia del progetto. Non soltanto l’impatto fisico, immediatamente riconducibile all’universo automobilistico, ma lo scontro con abitudini e convenzioni che spesso accompagna un’idea nuova. Secondo il concept del workshop, innovare significa anche urtare contro qualcosa che sembrava immutabile e provare a spostarlo. Per Volvo il gioco di rimandi è inevitabile. Il crash test appartiene alla storia del marchio svedese e al suo rapporto con la sicurezza; qui l’impatto diventa invece metafora del processo creativo.

L’auto come una stanza

Dietro l’esercizio creativo c’è però un tema che riguarda direttamente le Volvo di oggi. Moda e automobile condividono sempre più spesso lo stesso vocabolario: materiali, texture, colori, tattilità, sostenibilità e capacità di creare un’atmosfera.

Per la Casa svedese l’abitacolo non è più semplicemente un insieme di sedili, plancia e rivestimenti. Gli interni delle Volvo di nuova generazione vengono concepiti come vere e proprie “rooms”, stanze dotate ciascuna di una propria identità e pensate come estensioni dell’ambiente domestico. Un’interpretazione molto scandinava del lusso: meno ostentazione, più materia, luce e sensazione di benessere. Un esempio è la nuova EX60. Una delle configurazioni interne, chiamata “Rye”, guarda esplicitamente alla moda e all’interior design nordico: tessuti protagonisti, lana naturale, accostamenti ispirati all’abbigliamento e un minimalismo caldo, tattile, lontano dall’idea ormai un po’ abusata secondo cui premium debba significare necessariamente abbondanza.

La sostenibilità deve essere anche bella

La sostenibilità smette di essere soltanto un capitolo tecnico e prova a diventare linguaggio estetico. Economia circolare, riduzione dell’impatto ambientale e ricerca sui nuovi materiali fanno già parte del processo di progettazione delle vetture Volvo. The Daily Crash porta gli stessi interrogativi fuori dall’automobile e li consegna alla creatività dei ragazzi. Non è peraltro la prima volta che il Volvo Studio percorre questa strada. Nel 2020 aveva ospitato durante la Fashion Week la sfilata dello stilista Gilberto Calzolari, che aveva lavorato anche con tele di airbag e cinture di sicurezza fornite da Volvo Car Italia. L’esperienza era proseguita in occasione della C40 Recharge con il progetto “Ethics meet Aesthetics”, costruito proprio attorno alla possibilità di far convivere valore estetico e responsabilità ambientale.

Il lusso discreto del Nord

In fondo The Daily Crash racconta anche qualcosa del momento che sta vivendo il design automobilistico. Dopo anni nei quali la tecnologia sembrava dover essere necessariamente esibita – schermi sempre più grandi, superfici luminose, effetti speciali – torna centrale una domanda antica: come deve farci sentire un oggetto ben progettato? La risposta di Volvo rimane legata alla tradizione scandinava, cercando un equilibrio fra forma e funzione, passato e innovazione.

La Casa parla di uno spazio progettuale collocato tra ciò che è “senza tempo” e ciò che è “progressivo”: semplicità, qualità artigianale, autenticità e innovazione senza trasformare ogni novità in una dichiarazione urlata. È la stessa filosofia che dal 2017 anima il Volvo Studio Milano: non una semplice vetrina automobilistica, ma uno spazio nel quale il marchio prova a raccontarsi attraverso musica, arte, tecnologia e cultura.

Durante la Fashion Week è toccato alla moda. E forse l’immagine più efficace resta proprio quella di un airbag che, dopo aver esaurito la sua prima funzione, finisce nelle mani di un giovane designer e comincia una seconda vita. Da dispositivo destinato ad assorbire un impatto a materiale capace di provocarne uno, questa volta creativo. Per una volta, insomma, il “crash” non è qualcosa da evitare. È esattamente il punto da cui partire.

Secondo Waymo non esistono scorciatoie AI per la guida autonoma

L’intelligenza artificiale sta facendo progressi enormi, ma secondo Waymo questo non significa che basti costruire un modello AI sempre più potente per risolvere il problema della guida autonoma. L’azienda del gruppo Alphabet, impegnata da oltre quindici anni nello sviluppo di robotaxi senza conducente, mette in discussione l’idea che i nuovi sistemi di intelligenza artificiale possano rappresentare una sorta di scorciatoia verso automobili capaci di guidare da sole in qualsiasi situazione.

La posizione nasce dall’esperienza maturata sulle strade americane, dato che quando Waymo ha sintetizzato le principali lezioni apprese dal proprio sistema aveva superato i 200 milioni di miglia completamente autonome. Nel frattempo quel numero è ulteriormente cresciuto e l’azienda ha superato i 270 milioni di miglia percorse senza una persona al volante, una quantità di dati che, secondo Waymo, dimostra soprattutto una cosa: sviluppare un’auto autonoma affidabile richiede molto più di un buon algoritmo.

Un modello AI molto potente non basta

Negli ultimi anni l’evoluzione dell’intelligenza artificiale generativa ha alimentato l’idea che lo stesso salto tecnologico possa verificarsi anche nel settore automotive. Modelli sempre più grandi, addestrati con enormi quantità di dati, potrebbero teoricamente imparare a guidare osservando milioni di situazioni stradali e adattandosi progressivamente anche agli scenari mai incontrati prima.

Waymo invita però alla prudenza, infatti Srikanth Thirumalai, responsabile del software di bordo dell’azienda, ha sottolineato come persino i sistemi AI più avanzati possano commettere errori difficili da prevedere. Nel mondo digitale un risultato sbagliato può significare una risposta inesatta o un’immagine poco realistica, su un’automobile che viaggia nel traffico, invece, la stessa imprevedibilità può avere conseguenze completamente diverse. Per questo Waymo considera insufficiente affidare tutta la guida a un unico grande modello che riceve le immagini delle telecamere e produce direttamente sterzo, frenata e accelerazione.

Interni di un Robotaxi di sesta generazione

Ufficio Stampa Waymo

Interni del modello Ojai completamente elettrico, integrato con Waymo Driver di sesta generazione

Uno dei punti centrali riguarda proprio le cosiddette architetture end-to-end, dato che in un sistema di questo tipo, una rete neurale riceve le informazioni provenienti dai sensori e decide direttamente quale comportamento adottare. È un approccio molto interessante perché permette di semplificare l’architettura del software e, almeno teoricamente, di sfruttare in modo sempre più efficace i progressi dell’intelligenza artificiale, il problema è capire cosa accade quando qualcosa va storto.

Per Waymo una vettura di Livello 4, capace quindi di muoversi senza supervisione umana nelle aree per cui è stata progettata, deve avere meccanismi aggiuntivi di controllo, infatti il sistema utilizzato dall’azienda comprende anche un livello indipendente che verifica le traiettorie proposte dal software di guida. In pratica l’AI può decidere quale percorso seguire, ma la decisione viene sottoposta a ulteriori controlli, per questo vengono considerate le leggi fisiche, le regole della circolazione e il rischio di collisione, poi se la traiettoria proposta supera determinati limiti, il sistema di sicurezza può intervenire.

Telecamere, radar, mappe HD e lidar continuano ad avere un ruolo centrale

La filosofia di Waymo emerge ancora più chiaramente osservando l’hardware montato sui suoi veicoli, in quanto l’azienda non considera le sole telecamere sufficienti per costruire un sistema completamente autonomo destinato a funzionare su larga scala. Le immagini sono fondamentali per riconoscere segnali stradali, semafori, corsie, pedoni e altri elementi dell’ambiente, ma Waymo continua ad affiancarle a lidar e radar. I primi ricostruiscono con precisione tridimensionale ciò che circonda il veicolo, mentre i radar sono particolarmente utili per misurare velocità e movimenti e possono continuare a offrire informazioni importanti anche quando la visibilità peggiora.

La combinazione dei diversi sensori crea soprattutto ridondanza, per cui se una tecnologia incontra difficoltà, le altre possono fornire informazioni complementari. È una strategia più complessa e costosa rispetto a quella basata principalmente sulle telecamere, ma Waymo sostiene che proprio questa ridondanza sia necessaria per raggiungere un livello di sicurezza adeguato alla guida senza conducente. Un discorso simile riguarda le mappe ad alta definizione, visto che con l’arrivo di sistemi AI capaci di interpretare rapidamente ciò che accade intorno all’auto, potrebbe sembrare possibile eliminarle completamente.

Robotaxi in servizio a San Francisco

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Chilometri percorsi, mappe HD, radar e lidar saranno fondamentali

Waymo ha scelto una strada diversa, le mappe HD vengono utilizzate come una sorta di conoscenza preventiva dell’ambiente nel quale l’automobile dovrà muoversi, ma non sostituiscono ciò che rilevano i sensori in tempo reale, ma aggiungono un ulteriore livello di informazioni. Per esempio possono aiutare il sistema a conoscere in anticipo la geometria di un incrocio o alcune caratteristiche della strada anche quando le condizioni atmosferiche rendono più difficile interpretare la scena. Ancora una volta, quindi, la strategia non consiste nell’affidarsi a una sola tecnologia, ma nel sovrapporre differenti fonti di informazioni.

La sicurezza deve essere dimostrata prima di ampliare il servizio

Anche la crescita dei simulatori e dei sistemi di generazione dei dati non ha eliminato, secondo Waymo, la necessità di accumulare esperienza sulle strade vere. La simulazione permette naturalmente di riprodurre migliaia di scenari e soprattutto situazioni rare o pericolose che sarebbe difficile incontrare intenzionalmente nel traffico, inoltre può essere usata per verificare come reagisce il software quando un pedone attraversa improvvisamente, quando un altro veicolo compie una manovra insolita oppure quando una parte della carreggiata è bloccata.

Ma la realtà rimane molto più imprevedibile. Un cantiere temporaneo, un agente che gestisce manualmente il traffico, un oggetto caduto sulla strada o il comportamento irregolare di un altro automobilista possono creare combinazioni quasi infinite, per Waymo simulazione, dati reali e test su strada devono quindi continuare a lavorare insieme. Un altro elemento che distingue l’approccio di Waymo riguarda il modo in cui vengono introdotti nuovi software, nuove automobili o nuove città, per questo motivo prima di ampliare il servizio, l’azienda utilizza un processo formale di valutazione della sicurezza basato su diversi criteri di accettazione.

L’obiettivo non è soltanto dimostrare che il veicolo riesca a completare correttamente un percorso, occorre anche verificare come reagisce alle situazioni più difficili, valutare i possibili scenari di rischio e confrontare le prestazioni ottenute con parametri definiti prima della distribuzione del sistema. Questa impostazione spiega anche perché l’espansione dei robotaxi Waymo sia avvenuta progressivamente, il software può imparare rapidamente, ma l’apertura di nuove aree operative richiede comunque verifiche, raccolta di dati e validazione.

L’AI rimane fondamentale, ma non può fare tutto da sola

Waymo utilizza soprattutto i propri numeri per sostenere questa strategia, ecco perchè l’analisi pubblicata nel settembre 2026 comprende oltre 270 milioni di miglia completamente autonome percorse in città come Phoenix, San Francisco, Los Angeles, Austin e Atlanta. Secondo i dati dell’azienda, confrontando il Waymo Driver con automobilisti in condizioni analoghe, il sistema è stato coinvolto nell’82% in meno di incidenti con feriti, mentre per gli incidenti con conseguenze gravi o mortali la riduzione indicata arriva al 95%. Sono risultati che vanno comunque letti nel contesto delle aree nelle quali il servizio è attualmente operativo e delle metodologie utilizzate per il confronto, servono però a spiegare perché Waymo continui a privilegiare uno sviluppo graduale invece di cercare una soluzione tecnologica universale da distribuire rapidamente ovunque.

Rendering di un Robotaxy basato su Hyunday elettrica

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Ciò che Waymo mette in discussione è l’idea che i progressi dell’AI possano eliminare improvvisamente anni di sviluppo sulla sicurezza

La posizione dell’azienda non è quindi contraria all’intelligenza artificiale, al contrario, AI e machine learning sono alla base del Waymo Driver e vengono utilizzati per riconoscere l’ambiente, prevedere i movimenti degli altri veicoli e scegliere il comportamento dell’auto. Ciò che Waymo mette in discussione è l’idea che i progressi dell’AI possano eliminare improvvisamente anni di sviluppo sulla sicurezza, sui sensori e sui sistemi di validazione. Un modello più potente può migliorare rapidamente la capacità di interpretare situazioni complesse, ma deve comunque essere inserito in un sistema in grado di controllare i suoi eventuali errori.

È probabilmente qui che si giocherà una parte importante della competizione per la guida autonoma nei prossimi anni. Da una parte ci sono aziende che puntano sulla semplificazione dell’hardware e sul rapido miglioramento dell’intelligenza artificiale, dall’altra Waymo continua a difendere una strategia più articolata, fatta di sensori differenti, mappe, simulazioni, test reali e controlli indipendenti. Dopo centinaia di milioni di miglia percorse senza conducente, la conclusione di Waymo resta piuttosto semplice: l’intelligenza artificiale può diventare sempre più brava a guidare, ma quando in gioco c’è la sicurezza stradale non esistono scorciatoie.

Furto di carburante, ruba 6.400 litri di gasolio in una settimana

In un mondo dove avvengono furti di rame dai cavi di ricarica, non c’è da sorprendersi che i ladri abbiano preso di mira i distributori di carburanti. In una fase di continui rialzi di prezzi, contenuti da tagli sulle accise per mesi, c’è chi si è inventato una tecnica per rubare circa 6.400 litri di gasolio. Presso la stazione di servizio E.Leclerc di Violaines, nessuno riusciva a capacitarsi delle misteriose sparizioni perché non vi erano effrazioni né danni.

I dipendenti della stazione di servizio E.Leclerc hanno notato una notevole quantità di carburante mancante dai serbatoi, allertando la polizia. Gli agenti hanno attivato la sorveglianza per capire chi stesse rubando in modo indisturbato la quantità record di carburante. Sulle pagine di Autoplus è emerso che le forze dell’ordine hanno deciso di monitorare la zona con attenzione per fermare il responsabile.

Massima riservatezza

Dopo giorni di vigilanza, lo scorso ​​23 settembre si è verificato l’errore fatale che ha portato all’arresto di un uomo. Una volta preso in custodia, il colpevole ha confessato la colpa: avrebbe sottratto circa 6.400 litri di carburante in una settimana. Parte del gasolio rubato è stato ritrovato presso un deposito che aveva affittato, dove sarebbe stato conservato prima di essere rivenduto.

Il diesel nella zona arriva a costare circa 2,30 euro al litro, e le perdite ammonterebbero a circa 14.000 euro. Una cifra considerevole, ottenuta senza destare sospetti tra i gestori della stazione di servizio. Secondo alcune fonti, il colpevole avrebbe anche confessato agli inquirenti il ​​metodo utilizzato, sebbene tale spiegazione non sia stata resa pubblica per evitare casi analoghi.

Condanna esemplare

Si sarà trattata di una trovata ingegnosa perché dalla metà di settembre era riuscito a sottrare una quantità record di gasolio. I serbatoi non presentavano segni di manomissione. Il giovane di 23 anni è stato colto in flagrante e in quel momento stava pagando solo pochi euro, senza che i dipendenti se ne accorgessero, per ritirare un ammontare di carburante elevato. Processato con procedura d’urgenza dopo essersi dichiarato colpevole, il giovane ha ricevuto una condanna a un anno con sospensione condizionale della pena e la confisca del furgone. Rischiava fino a tre anni di carcere e una multa di 45.000 euro.

Con l’aumento dei prezzi del carburante si stanno moltiplicando le segnalazioni in Europa. Gli agenti sono costretti a sorvegliare regolarmente i distributori minacciati dai malviventi. I furti di carburante, soprattutto da serbatoi di autocisterne, possono garantire un guadagno immediato. La continua necessità di gasolio ha creato un mercato parallelo che non agevola i clienti che si imbattano nei prezzi record presso le pompe. Sui carburanti resta altissimo il livello di attenzione sulle frodi messe in atto per aggirare il versamento delle accise e offrire un prodotto contraffatto.

Persino nel Regno Unito si è registrato un boom di furti ai distributori. Sono stati rubati carburanti per oltre 230.000 euro al giorno. Crescono sia le fughe dopo il pieno sia i clienti senza denaro che in modo furbo cercano di evitare i pagamenti. Tra marzo e luglio, i primi cinque mesi della fase di crisi più acuta, i casi di rifornimento non pagato sono aumentati del 20% rispetto al periodo precedente. Come riportato su Adnkronos ogni giorno vengono rubati oltre 108.000 litri di carburante nel Regno Unito.

Distributori senza benzina, così fatica anche il servizio pubblico

Il tetto massimo di 1,99 euro al litro per la benzina e di 2,19 per il gasolio, ha portato gli italiani a prendere d’assalto i distributori Eni. I rallentamenti per il rifornimento al distributore sono sempre più frequenti, causando a volte anche alcuni problemi al regolare funzionamento del servizi pubblico.

La Polizia locale di Mestre ha girato per 45 minuti, prima di trovare un distributore con del carburante per effettuare il pieno. Non si tratta però di un caso isolato. Stanziare un tetto massimo per benzina e diesel, solo da parte di alcune società, si sta rivelando un boomerang, andando ad accrescere problemi già presenti.

Polizia alla ricerca della benzina

Il caso più eclatante arriva dal territorio del Miranese, area centrale della città metropolitana di Venezia. La Polizia locale utilizza la rete collegata alla fornitura di carburante aggiudicata da Eni, tramite un bando nazionale. L’abbattimento dei prezzi ha portato sempre più cittadini a sfruttare esclusivamente questi distributori, lasciandoli dunque privi di carburante.

Le Forze dell’Ordine hanno dovuto perlustrare il territorio per circa 45 minuti, prima di imbattersi in una stazione con ancora benzina e gasolio. Una tempistica già significativa per un cittadino comune, ma che diventa eccessivamente elevata se a doversi rifornire è la Polizia locale in servizio.

IP e Q8 oltre a Eni: è la soluzione?

IP e Q8 si sono aggiunti a Eni nella lotta al contrasto al caro carburante, ed è già un passo avanti. I cittadini potranno erogare benzina o diesel da un numero maggiore di distributori al medesimo prezzo. Questo potrebbe dunque ridurre le interminabili file di macchine ai distributori Eni, limitando cartelli che segnalano l’esaurimento di benzina o gasolio.

Si tratta però di una soluzione tampone, perché il problema è strutturale. Nella giornata di martedì 6 ottobre, oggi, il Governo pone fine allo sconto sul taglio delle accise di 6,1 centesimi al litro per il diesel. Questo potrà comportare un ulteriore aumento nelle stazioni private, o per le società che non hanno imposto un tetto massimo, allargando ancora di più la distanza con Eni, Ip e Q8.

Il Governo punta sulle accise mobili

Il mancato rinnovo dello sconto sulle accise riguardanti il gasolio apre a un nuovo scenario: le accise mobili. Ad annunciarlo è la stessa Premier Giorgia Meloni, in occasione di una conferenza stampa a Palazzo Chigi. Si tratta di un sistema che si collegherà direttamente all’aumento del prezzo del petrolio. Più il costo cresce e più aumenta anche il guadagno sull’Iva nelle casse dello Stato. Il Governo ha deciso che questi guadagni aggiuntivi saranno utilizzati per ridurre l’accisa sul carburante.

Attualmente non vi è un decreto che stabilisce modalità e durata dell’intervento, dunque non vi è una nuova riduzione dopo il taglio dei 6,1 centesimi al litro. Per la prima volta da marzo 2026 non sono introdotti tagli fiscali per contrastare il caro carburanti. Al vaglio del Governo vi è anche un aiuto mirato verso i cittadini con reddito contenuto o categorie professionali.

Le quotazioni internazionali del petrolio sono aumentate negli ultimi giorni, con il Brent che si trova a 99,88 dollari al barile, mentre il Wti è a 88,42. Le accise mobili sembrano la soluzione più probabile e concreta, ma si dovrà attendere la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

Accise carburante, nessun nuovo decreto: da oggi il gasolio costa 6,1 cent in più

Da oggi, martedì 6 ottobre, il gasolio torna a costare di più. A mezzanotte è infatti scaduto l’ultimo sconto fiscale deciso dal governo il 16 settembre scorso e il meccanismo delle accise mobili non è entrato in funzione in tempo per compensarne la fine.

Il risultato è immediato: sul diesel tornano 6,1 centesimi al litro di accisa. In Gazzetta Ufficiale non compare infatti il decreto interministeriale Mase-Mef necessario per utilizzare l’extragettito Iva e trasformarlo in una nuova riduzione fiscale.

È la prima volta da marzo che i tagli fiscali sui carburanti scompaiono completamente. Da allora erano stati introdotti diversi interventi per contenere l’impatto dei rincari provocati dalla crisi internazionale e dall’aumento delle quotazioni petrolifere.

Lo sconto si è ridotto fino a sparire

Il taglio sul gasolio aveva inizialmente raggiunto 17 centesimi al litro, per poi essere progressivamente ridimensionato. Con il Consiglio dei ministri del 16 settembre era stato previsto uno sconto di 12,2 centesimi dal 18 al 25 settembre, sceso successivamente a 6,1 centesimi dal 26 settembre fino al 5 ottobre compreso.

La copertura era arrivata attraverso risparmi sulle voci di spesa dei ministeri. Da oggi quella misura non è più attiva e, in assenza del nuovo decreto sulle accise mobili, il prezzo fiscale del diesel sale automaticamente. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva spiegato che il 5 ottobre non si sarebbe arrivati a zero grazie proprio all’attivazione del nuovo meccanismo. Per ora, però, il passaggio non si è concretizzato.

Come dovrebbero funzionare le accise mobili

Il principio è relativamente semplice. Quando il prezzo del petrolio aumenta, cresce anche l’Iva incassata dallo Stato perché la percentuale viene applicata a un valore più alto. L’idea delle accise mobili è utilizzare questo maggior gettito per ridurre l’accisa sul carburante, evitando di finanziare ogni volta lo sconto attraverso nuove risorse di bilancio.

In pratica, il sistema dovrebbe funzionare come un ammortizzatore automatico contro i rincari del greggio. Ma per attivarlo serve un decreto che stabilisca modalità, importo e durata dell’intervento. Quel provvedimento, al momento, non risulta pubblicato. Per questo il taglio da 6,1 centesimi è terminato senza essere sostituito da una nuova riduzione.

Resta aperta anche la partita degli eventuali aiuti mirati destinati ai redditi più bassi e ad alcune categorie professionali, tra cui l’autotrasporto.

Restano gli sconti delle compagnie

Sul mercato continuano invece a produrre effetti le iniziative commerciali avviate da alcune grandi compagnie petrolifere. Eni, Ip, Q8 e Tamoil hanno adottato formule di contenimento dei prezzi dopo il pressing del governo. Eni ha fissato un tetto di 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 euro per il gasolio, con una validità iniziale di 30 giorni.

Le altre compagnie hanno seguito con interventi simili, contribuendo nelle ultime settimane a una parziale discesa dei listini. Il quadro resta però fragile perché le quotazioni internazionali sono tornate a salire. Il Brent ha superato 100 dollari al barile, mentre il Wti si mantiene vicino ai 90 dollari.

Per gli automobilisti, quindi, il dato certo di oggi è uno solo: il gasolio perde l’ultimo sconto fiscale e torna a incorporare quei 6,1 centesimi al litro. Il possibile sollievo delle accise mobili resta invece legato a un decreto che, per ora, non è ancora arrivato.

Cane guida a bordo del taxi, obblighi del conducente e sanzioni

Un tassista può rifiutare una corsa perché il passeggero è accompagnato da un cane guida? La legge tutela il diritto della persona non vedente a viaggiare insieme all’animale e prevede sanzioni da 500 a 2.500 euro per chi ne impedisce oppure ostacola l’accesso. Alle conseguenze economiche possono affiancarsi provvedimenti sulla licenza, secondo la disciplina del servizio applicabile nel territorio. Il fatto che l’automobile appartenga al conducente non lo autorizza a ignorare questi obblighi.

Il caso di Milano, dove un tassista ha subito una sospensione della licenza per trenta giorni dopo aver lasciato a terra due persone ipovedenti con il loro cane guida, mostra quanto possa costare un rifiuto.

Taxi e cane guida, il diritto di accesso

La legge 37 del 1974 riconosce alla persona priva della vista il diritto di farsi accompagnare dal proprio cane guida sui mezzi di trasporto pubblico, senza biglietti o sovrattasse per l’animale. Con la legge 60 del 2006 sono state aggiunte le disposizioni sulla sanzione e sulla museruola. Per l’applicazione ai taxi esiste anche un richiamo esplicito degli enti che regolano il servizio.

Dalla proprietà dell’automobile non discende un potere assoluto di scegliere i clienti o stabilire le condizioni del trasporto. La legge 21 del 1992 inserisce il taxi tra gli autoservizi pubblici non di linea. L’articolo 2 precisa che si rivolge a un’utenza indistinta, con tariffe determinate dalle autorità competenti e prestazione obbligatoria nelle aree comunali o comprensoriali previste dalla norma. Il conducente esercita quindi un’attività soggetta a obblighi pubblici.

Per chi viaggia con un cane da compagnia o un gatto la verifica anticipata delle condizioni del servizio permette di organizzare la corsa ed evitare incomprensioni. L’accesso va valutato considerando il regolamento territoriale, le modalità di prenotazione e le condizioni accettate dall’operatore.

Un esempio arriva dalla Lombardia. L’articolo 41 del regolamento regionale 2 del 2014 consente il rifiuto del trasporto di animali, facendo salva la disposizione che impone di trasportare gratuitamente i cani guida delle persone non vedenti. La deroga impedisce di applicare al cane guida la regola ordinaria prevista per gli animali domestici.

La distinzione ha conseguenze anche sulla prenotazione. Segnalare al centralino la presenza del cane guida può facilitare l’incontro e l’organizzazione del viaggio, ma l’informazione preventiva non va confusa con una domanda di permesso.

Nessun supplemento per il cane, tariffa ordinaria per la persona

A essere gratuito è il trasporto del cane guida mentre il passeggero paga la corsa secondo la tariffa applicabile. Restano le voci previste per il servizio senza che la presenza dell’animale diventi un sovrapprezzo autonomo. Per la museruola c’è una disposizione che evita sia di considerarla sempre obbligatoria sia di descrivere il cane guida come esentato in qualsiasi circostanza.

Sui mezzi di trasporto pubblico, la persona accompagnata deve munirne l’animale quando lo richiedono il conducente o i passeggeri. Fuori da questa richiesta, la legge riconosce il diritto di viaggiare anche senza museruola.

Avere con sé l’accessorio permette di soddisfare la richiesta prevista dalla norma senza interrompere lo spostamento. Dal canto suo, il tassista deve distinguere questa condizione dall’applicazione delle abitudini seguite per gli altri animali. La disciplina speciale tiene insieme accessibilità del trasporto e possibilità di formulare una richiesta contemplata dal legislatore.

Il cane può essere sistemato nel bagagliaio?

La pretesa di sistemare il cane nel bagagliaio è stata il motivo del confronto avvenuto a Milano. Ai due passeggeri serviva averlo accanto anche per salire e scendere dall’automobile. La richiesta del tassista rendeva impraticabile l’accompagnamento di cui avevano bisogno. La legge tutela la possibilità di viaggiare con il cane guida, senza assegnargli un sedile del taxi. La sistemazione va individuata tenendo conto dello spazio, della sicurezza e delle esigenze della persona accompagnata.

Sul piano giuridico, il punto da valutare è se le condizioni imposte consentano davvero di utilizzare il servizio oppure creino un ostacolo all’accesso anche indiretto.

L’intervento del 2006 ha introdotto una sanzione da 500 a 2.500 euro per i responsabili della gestione dei trasporti che impediscono od ostacolano, direttamente o indirettamente, l’accesso alle persone prive della vista accompagnate dal cane guida. L’accertamento riguarda dunque anche le modalità del comportamento, oltre alle parole pronunciate dal conducente.

La legge indica un intervallo, senza stabilire che ogni episodio comporti automaticamente il massimo. Va distinta anche la destinazione della somma. La sanzione amministrativa punisce la violazione e non costituisce un risarcimento automatico al passeggero, che segue un diverso percorso di tutela.

Quando il tassista rischia la sospensione della licenza

Alla sanzione nazionale si affiancano provvedimenti disciplinari sulla licenza taxi, regolati dalla disciplina territoriale del servizio. Per il bacino aeroportuale lombardo il regolamento regionale colloco il rifiuto di una prestazione obbligatoria nella classe che prevede una sospensione da trenta a novanta giorni. La durata concreta dipende dal provvedimento adottato.

La tutela contro le discriminazioni legate alla disabilità apre un piano diverso rispetto alla multa o alla sospensione della licenza. Se il rifiuto integra una condotta discriminatoria, la persona coinvolta può rivolgersi al giudice civile per ottenere i provvedimenti previsti dalla normativa.

Il decreto legislativo 150 del 2011 consente al giudice di ordinare la cessazione del comportamento discriminatorio, adottare misure per rimuoverne gli effetti e condannare al risarcimento del danno, anche non patrimoniale. Il riconoscimento di un danno risarcibile richiede una valutazione del caso. Dalla sola esistenza della fascia sanzionatoria di 500-2.500 euro non si ricava un indennizzo predeterminato per la persona lasciata a terra.

La Legge di Bilancio 2025 ha previsto l’estensione delle tutele alle persone con disabilità o patologie accompagnate da cani di assistenza. La disciplina richiama un tesserino identificativo e requisiti da definire attraverso un decreto interministeriale, riguardanti anche formazione degli animali, soggetti abilitati e controlli. Nella definizione sono compresi i cani guida per persone cieche e ipovedenti.