Da Bolzano alla Mongolia in una Fiat Panda del ’99, comprata a pochi euro

Ventimila chilometri attraverso Europa e Asia, al volante di una Fiat Panda del 1999 pagata appena 150 euro. È il tipo di viaggio che sulla carta sembra una follia e che, invece, per due ragazzi di Bolzano è diventato una sfida da affrontare chilometro dopo chilometro. Alessandro Lattisi, 21 anni, e Mirko Trevisanato, 19, sono infatti impegnati nel Mongol Rally, uno dei raid automobilistici più duri e imprevedibili del panorama internazionale.

La loro compagna di viaggio è una vecchia Panda acquistata per una cifra che oggi basta a malapena per un pieno di carburante. Niente comfort moderni, nessuna tecnologia sofisticata e soprattutto niente aria condizionata. Solo un’utilitaria italiana di oltre vent’anni pronta a misurarsi con migliaia di chilometri di strade, sterrati, montagne e condizioni climatiche estreme.

La Panda del 1999 contro le steppe dell’Asia

La partenza è avvenuta a luglio da Bolzano, con un motto che racconta perfettamente lo spirito dell’impresa: “Se qualcosa si rompe, lo ripariamo”. Una filosofia quasi obbligata quando si affronta un raid simile a bordo di un’automobile acquistata per 150 euro.

La piccola Fiat ha già superato una delle prove più impegnative del viaggio: le steppe del Kazakistan, dove la temperatura ha raggiunto i 49 gradi. Un caldo estremo affrontato senza aria condizionata, con il motore sottoposto a uno stress continuo e l’abitacolo trasformato inevitabilmente in una sorta di forno. Eppure la Panda ha continuato a macinare chilometri. Non senza qualche problema, perché una vettura di oltre venticinque anni non può certo essere considerata immune da guasti quando viene sottoposta a un viaggio di questa portata.

Dalle forature alle montagne del Tagikistan

Dopo il Kazakistan, la spedizione ha attraversato l’Uzbekistan per poi dirigersi verso il Tagikistan. Qui la Panda ha dovuto affrontare uno dei passaggi più spettacolari dell’intero itinerario: la Pamir Highway, una delle strade più alte e remote del mondo.

I due ragazzi hanno raggiunto quota 4.600 metri di altitudine, portando la loro piccola utilitaria italiana in un ambiente completamente diverso da quello per cui era stata progettata. Aria rarefatta, temperature variabili, strade difficili e lunghissime distanze mettono alla prova sia la meccanica sia chi si trova al volante. E proprio quando la situazione sembrava poter diventare complicata, è arrivato anche l’aiuto inatteso delle persone incontrate lungo il percorso.

La solidarietà che salva il viaggio

Tra gli episodi più curiosi c’è quello che ha coinvolto la polizia kazaka. Dopo una foratura, i due giovani si sono ritrovati alle prese con uno dei problemi più banali per un’automobile, ma potenzialmente complicato quando ci si trova a migliaia di chilometri da casa.

Gli agenti intervenuti sul posto non si sono limitati ad aiutare i ragazzi: hanno anche pagato loro la riparazione. Un gesto che racconta un altro lato del Mongol Rally, quello dell’incontro con persone e comunità che, lungo la strada, possono diventare parte integrante dell’avventura. Perché in un viaggio del genere non conta soltanto arrivare al traguardo. Conta anche riuscire a proseguire quando qualcosa va storto.

Verso il traguardo, poi altri 10.000 chilometri

La spedizione non è ancora terminata. Nelle prossime settimane Lattisi e Trevisanato dovranno attraversare il Kirghizistan, prima di raggiungere il traguardo fissato al confine con la Mongolia. Ma per i due giovani altoatesini la vera maratona inizierà proprio dopo la conclusione del raid. La Panda dovrà infatti affrontare altri 10.000 chilometri per il viaggio di ritorno verso l’Europa, questa volta attraversando la Russia.

Alla fine saranno circa 20.000 i chilometri complessivi percorsi tra andata e ritorno. Un’impresa costruita con pochissimi soldi e tanta determinazione, affidandosi a una vecchia Panda, alla capacità di arrangiarsi e alla convinzione che ogni guasto possa essere risolto. È questa, forse, la vera forza del Mongol Rally: mettere una vecchia automobile davanti all’immensità dell’Asia e vedere fin dove riesce ad arrivare.

Multata per l’uso del cellulare alla guida si difende: ”In mano avevo una zucchina fritta”

Una sanzione per l’uso del telefono al volante si è trasformata in una lunga battaglia giudiziaria che ora rischia di approdare fino alla Corte di Cassazione. Protagonista della vicenda è una donna di 38 anni di Corno di Rosazzo (Udine) e i fatti sono riportati dall’ANSA.

I fatti

I fatti risalgono al 19 settembre 2020, quando una pattuglia dei Carabinieri ha fermato la conducente a Ronchi dei Legionari (Gorizia), contestandole la guida con lo smartphone in mano e notificandole una sanzione di 320 euro.

La donna ha respinto l’accusa sostenendo che non stava impugnando un cellulare, bensì uno spicchio di zucchina fritta che stava portando alla bocca. Per dimostrare la sua versione, la difesa ha presentato i tabulati telefonici (da cui non risultavano chiamate in corso) e ha sottolineato come la vettura fosse dotata di un sistema di vivavoce con comandi al volante. La donna ha inoltre sposto querela nei confronti dei militari, accusandoli di aver attestato il falso nel verbale.

Le decisioni dei giudici

Sia il Tribunale in primo grado sia la Corte d’Appello di Trieste hanno respinto la versione della conducente:

  • Primo grado: il giudice ha evidenziato che, durante il controllo su strada, la donna non ha avanzato alcuna contestazione immediata né menzionato la zucchina, sollevando tale giustificazione soltanto in sede di ricorso.

  • Secondo grado: i giudici d’appello hanno confermato la decisione, evidenziando che l’assenza di telefonate nei tabulati e la presenza del vivavoce non escludono un errore dei Carabinieri: uno smartphone, infatti, può essere utilizzato al volante anche per messaggistica o navigazione web. Inoltre, la presenza dell’ortaggio in auto non prova una svista da parte delle forze dell’ordine.

Con la conferma della sanzione e il rigetto del ricorso, la donna è stata condannata al pagamento di quasi 500 euro di spese legali. L’avvocato difensore ha già annunciato l’intenzione di ricorrere in Cassazione.

Maserati, si parla di un ritorno del V8

Maserati sta attraversando una fase delicata della sua storia e rappresenta un elemento centrale del programma futuro di Stellantis, che punta a ritagliarsi uno spazio da leader nel segmento delle auto di lusso, incrementando i volumi del Tridente in modo significativo.

Rimandato il passaggio a una gamma completamente a zero emissioni, il focus di Maserati è quello di ritornare protagonista del mercato, riavvicinandosi all’essenza del marchio e riproponendo tutti gli elementi che hanno reso il brand un punto di riferimento del settore delle quattro ruote.

Tra le opzioni sul tavolo c’è anche il ritorno di un motore V8. Si tratta di un’eventualità che potrebbe contribuire al rilancio di Maserati, soprattutto tra gli appassionati che non intendono rinunciare a motori “importanti”.

Ad anticipare questo scenario non è un leak o un’ipotesi di qualche insider. Nel corso di un’intervista con la testata australiana Carsales, Davide Danesin, capo ingegnere di Maserati, ha confermato l’idea, specificando che le architetture utilizzate attualmente dalla Casa sarebbero pronte per il V8.

Una possibilità da non trascurare

Danesin ha chiarito che l’idea di un ritorno del V8 è fattibile e, quindi, un motore di questo tipo potrebbe “potenzialmente tornare“. Si tratta di una possibilità per il futuro del Tridente ma, al momento, non ci sarebbe alcuna decisione in merito.

Maserati sta esplorando tutte le ipotesi a propria disposizione per capire come affrontare al meglio le sfide per il futuro. L’idea di rilanciare il motore V8 rappresenterebbe uno scenario molto interessante, anche se i modelli con questo propulsore andrebbero a contribuire solo in misura ridotta all’incremento dei volumi (necessario per Stellantis).

Si tratterebbe, però, di un’operazione di marketing potenzialmente ad alto impatto, soprattutto per modelli come la GranTurismo o la GranCabrio, attualmente dotati del V6 Nettuno, o anche di future vetture di alta gamma che potrebbero arrivare nel corso dei prossimi anni.

Un motore da sviluppare da zero?

C’è un dettaglio molto importante da chiarire: come spiegato da Danesin, infatti, i motori V8 disponibili nel Gruppo Stellantis sarebbero troppo grandi per adattarsi alle architetture Maserati. Di conseguenza, l’azienda dovrebbe avviare un lavoro di progettazione per andare a realizzare il motore giusto.

Un’ipotesi da tenere d’occhio è quella di sviluppare una variante del V6 Nettuno, in grado di adattarsi  alle piattaforme su cui sono prodotte le attuali vetture del Tridente. In questo modo, il progetto potrebbe essere più rapido e non ci sarebbe la necessità di ripartire da zero.

In ogni caso, c’è da tenere in considerazione la questione degli investimenti necessari al completamento di un nuovo motore V8. Stellantis ha la necessità di gestire al meglio le risorse disponibili e dovrebbe valutare con attenzione il da farsi, in vista dell’applicazione del nuovo piano.

L’azienda ha chiarito ormai che un ritorno del V8 sarebbe tecnicamente fattibile. Ora, però, bisognerà valutare i costi e i reali vantaggi, in termini economici, di realizzare un progetto di questo tipo. Maggiori dettagli in merito potrebbero arrivare nel corso dei prossimi mesi.

Guidare con l’eclissi solare, i rischi da non sottovalutare

L‘eclissi solare arriva oggi, mercoledì 12 agosto, e per l’Italia sarà uno spettacolo particolare: il disco del Sole verrà oscurato parzialmente proprio nelle ore del tramonto. Un appuntamento atteso da appassionati e curiosi, pronti a puntare telescopi e filtri certificati verso il cielo. Ma c’è una categoria che dovrà fare esattamente il contrario: gli automobilisti.

L’evento sarà visibile dall’Italia soltanto in forma parziale e con il Sole molto basso sull’orizzonte. Secondo l’Inaf, l’inizio è previsto intorno alle 19.30, mentre il massimo dell’eclissi cadrà attorno alle 20.20, con orari e percentuali di oscuramento differenti a seconda della zona.

Una coincidenza che trasforma un fenomeno astronomico affascinante in un possibile elemento di rischio per chi si troverà alla guida. Non perché l’eclissi abbia effetti misteriosi sull’automobile, ma perché la combinazione tra luce radente, tramonto e curiosità degli altri utenti della strada può creare situazioni imprevedibili.

Il primo errore da evitare

C’è una regola che non ammette eccezioni: gli occhialini utilizzati per osservare l’eclissi non devono essere indossati mentre si guida. Sono dispositivi progettati per filtrare la radiazione solare durante l’osservazione diretta e, al volante, ridurrebbero eccessivamente la visibilità della strada.

La soluzione non è nemmeno affidarsi a normali occhiali da sole per guardare il disco solare. Gli occhiali da sole comuni non sono dispositivi per l’osservazione dell’eclissi e non proteggono gli occhi dall’osservazione diretta del Sole. Per chi guida, quindi, il Sole va semplicemente ignorato: aletta parasole, parabrezza pulito e sguardo concentrato sulla carreggiata.

Il vero pericolo arriva dal tramonto

Il problema più concreto sarà rappresentato dalla posizione del Sole. L’eclissi raggiungerà il suo massimo quando il disco solare sarà già molto basso, rendendo particolarmente delicata la guida verso Ovest.

In queste condizioni l’abbagliamento può diventare improvviso e intenso. Un parabrezza sporco, soprattutto nella parte interna, può peggiorare ulteriormente la situazione: polvere e aloni diffondono la luce e creano riflessi proprio nel campo visivo del conducente.

Per questo è fondamentale partire con i vetri perfettamente puliti e utilizzare correttamente l’aletta parasole. Gli anabbaglianti possono inoltre aiutare a rendere il veicolo più visibile agli altri utenti della strada quando la luminosità naturale comincia a diminuire.

L’eclissi può distrarre chi è al volante

Il rischio maggiore, tuttavia, potrebbe arrivare dalle persone. Un fenomeno astronomico così raro è sufficiente per trasformare una normale strada in un luogo di osservazione improvvisato.

Un automobilista potrebbe essere tentato di rallentare per guardare il cielo, scattare una fotografia dal finestrino oppure fermarsi in un punto non consentito. Ancora più imprevedibili possono essere i comportamenti di pedoni, ciclisti e utenti dei monopattini, soprattutto nei centri abitati.

La regola, in questi casi, è elementare: niente fotografie mentre si guida e nessuna manovra improvvisa per cercare una visuale migliore. Aumentare la distanza di sicurezza dagli altri veicoli può essere una precauzione utile per assorbire eventuali frenate inattese.

Dove fermarsi per vedere l’eclissi senza rischi

Chi vuole godersi lo spettacolo deve programmare la sosta prima di mettersi in viaggio. Fermarsi sulla carreggiata autostradale o utilizzare impropriamente la corsia di emergenza per osservare il cielo non è una soluzione: quella corsia è riservata alle emergenze e alle situazioni previste dal Codice della strada.

Le sanzioni possono essere pesanti. Per alcune violazioni dell’articolo 176 è prevista una multa fino a 1.731 euro e, nei casi più gravi previsti dalla norma, anche la sospensione della patente da due a sei mesi. Meglio quindi uscire dall’autostrada e raggiungere un parcheggio, un’area di sosta autorizzata o un altro luogo sicuro prima dell’inizio dell’evento.

Gli orari da ricordare

L’eclissi parziale sarà visibile in Italia indicativamente tra le 19.30 e le 20.40, con differenze significative tra le città. A Torino inizierà intorno alle 19.28 e raggiungerà il massimo alle 20.21, con circa il 93% del Sole oscurato. A Milano il massimo è atteso alle 20.20, con oltre il 92% di copertura, mentre a Roma il culmine arriverà prima, intorno alle 20.11. Al Sud l’oscuramento sarà invece meno marcato.

Il cielo, dunque, offrirà uno spettacolo fuori dal comune. Ma per chi è in automobile la raccomandazione è molto meno spettacolare e decisamente più importante: niente occhi al cielo, niente fotografie e niente soste improvvisate. Durante l’eclissi, come sempre, la priorità resta una sola: la strada.

Targhe polacche in Italia, la Polonia prevede la radiazione dei veicoli non assicurati

Per anni è stato considerato uno dei sistemi più discussi per aggirare gli elevati costi dell’assicurazione auto. Un meccanismo che ha consentito a migliaia di veicoli utilizzati quotidianamente in Italia di circolare con targa polacca, beneficiando di condizioni economiche più vantaggiose rispetto a quelle previste dal mercato italiano. Ora, però, da Varsavia arriva un segnale che potrebbe cambiare radicalmente lo scenario.

Le autorità polacche stanno infatti lavorando a una serie di modifiche legislative che puntano a colpire i casi più controversi legati all’utilizzo di veicoli immatricolati in Polonia ma impiegati stabilmente all’estero. Nel mirino non c’è tanto il noleggio internazionale in sé, quanto i casi in cui mancano assicurazione valida e revisione regolare, una combinazione che rischia di trasformare un’apparente opportunità di risparmio in un problema molto serio per automobilisti e vittime di incidenti.

Il fenomeno delle targhe polacche

Negli ultimi anni il ricorso alle targhe polacche è diventato un fenomeno sempre più diffuso. Il sistema, nella sua forma più nota, prevede che il proprietario di un’automobile ceda formalmente il veicolo a una società con sede in Polonia. Quest’ultima provvede all’immatricolazione e successivamente restituisce l’auto attraverso un contratto di noleggio.

Sulla carta si tratta di una procedura legale. Tuttavia, secondo le autorità polacche, attorno a questo meccanismo si sono sviluppate pratiche irregolari che riguardano soprattutto la copertura assicurativa e le verifiche tecniche obbligatorie. Il problema emerge quando il veicolo continua a circolare quotidianamente fuori dai confini polacchi senza che vengano rispettati gli obblighi previsti dalla normativa del Paese di immatricolazione.

L’allarme sui veicoli senza assicurazione

A spingere Varsavia verso una stretta normativa sono soprattutto i numeri. Secondo i dati del PBUK, l’Ufficio Polacco degli Assicuratori Automobilistici, nel 2025 sono stati registrati 3.188 sinistri all’estero causati da veicoli immatricolati in Polonia ma privi di una copertura assicurativa valida. Si tratta di un dato impressionante se confrontato con quello del 2024, quando i casi erano stati 1.574. In appena dodici mesi il fenomeno è quindi più che raddoppiato.

Secondo l’ente polacco, una quota significativa di questi episodi riguarda veicoli che risultano formalmente immatricolati in Polonia ma che vengono utilizzati abitualmente in altri Paesi europei. Quando si verifica un incidente, è il PBUK a intervenire per garantire il risarcimento alle persone danneggiate. Successivamente, però, l’organismo può rivalersi nei confronti dei responsabili. Non a caso sono già centinaia le azioni legali avviate per recuperare le somme versate ai danneggiati.

Il nodo delle revisioni fantasma

Oltre alla questione assicurativa, le autorità guardano con crescente preoccupazione anche al tema delle revisioni tecniche. Le norme polacche prevedono infatti che i controlli periodici vengano effettuati nel Paese di immatricolazione. Per chi utilizza stabilmente il veicolo all’estero, però, riportare fisicamente l’auto in Polonia può risultare costoso e poco pratico.

Da qui nascerebbero pratiche elusive che consentirebbero di far arrivare oltreconfine soltanto la documentazione necessaria, senza che il veicolo venga realmente sottoposto alle verifiche previste. Una situazione che solleva inevitabili interrogativi sulla sicurezza stradale, considerando che sulle strade europee potrebbero continuare a circolare mezzi mai controllati o non più conformi agli standard tecnici richiesti.

La soluzione: radiazione automatica

La risposta allo studio delle autorità polacche è destinata a essere particolarmente severa. Le nuove proposte prevedono infatti la cancellazione automatica dal registro automobilistico dei veicoli che non risultano in regola con assicurazione e revisione.

Una misura che avrebbe conseguenze immediate. Un’auto radiata perderebbe infatti la possibilità di circolare legalmente e i suoi utilizzatori potrebbero essere chiamati a rispondere direttamente dei danni provocati in caso di incidente.

L’obiettivo dichiarato è chiudere le falle di un sistema che negli ultimi anni ha favorito abusi e irregolarità. Un intervento che potrebbe avere effetti anche fuori dalla Polonia, considerando il numero crescente di veicoli che sfruttano questo particolare meccanismo di immatricolazione per ridurre i costi di gestione.

Emergenza pneumatici in questa estate rovente: aumentano scoppi e guasti

L’estate del 2026 verrà ricordata per le temperature record, le notti tropicali e le ondate di calore che hanno investito gran parte dell’Europa. Ma se gli effetti sulla salute delle persone sono ormai ben noti, c’è un altro protagonista silenzioso che sta pagando il conto dell’afa: l’automobile. In particolare, gli pneumatici stanno diventando uno degli elementi più vulnerabili di fronte a un clima sempre più estremo.

Le officine e i centri specializzati segnalano un incremento degli interventi legati a gomme deteriorate, scoppi improvvisi e problemi causati dalle alte temperature. Un fenomeno che non riguarda soltanto i lunghi viaggi estivi, ma anche l’utilizzo quotidiano dell’auto nelle città, dove l’asfalto raggiunge temperature che possono superare abbondantemente i 60 gradi.

Quando il caldo diventa un nemico

Gli pneumatici rappresentano l’unico punto di contatto tra l’automobile e la strada. Per questo motivo sono anche uno dei componenti più esposti agli effetti delle condizioni climatiche.

Le elevate temperature accelerano infatti il processo di invecchiamento della gomma. Il materiale tende a perdere elasticità, può seccarsi e, nei casi più gravi, sviluppare screpolature e microfratture che compromettono la resistenza strutturale dello pneumatico. A prima vista il battistrada può sembrare ancora in condizioni accettabili, ma il degrado può nascondersi nei fianchi o negli strati interni della carcassa.

Il rischio aumenta ulteriormente quando l’auto viene lasciata per lunghi periodi sotto il sole, magari parcheggiata all’aperto senza alcuna protezione. L’esposizione continua ai raggi ultravioletti e alle alte temperature accelera il deterioramento dei materiali e riduce la capacità dello pneumatico di sopportare gli stress della marcia.

Pressione e temperatura da monitorare

Uno degli aspetti più sottovalutati dagli automobilisti riguarda la pressione di gonfiaggio. Con il caldo l’aria contenuta all’interno dello pneumatico si espande, modificando i valori di esercizio e aumentando le sollecitazioni sulla struttura.

Viaggiare con una pressione non corretta significa esporre la gomma a un’usura irregolare e a un maggiore rischio di danneggiamento. Nei casi più estremi si può arrivare allo scoppio improvviso, soprattutto durante la percorrenza autostradale, quando velocità elevate e asfalto rovente creano le condizioni più critiche.

Gli esperti consigliano di verificare la pressione a pneumatici freddi prima di affrontare lunghi spostamenti e di ripetere il controllo con maggiore frequenza durante i mesi più caldi dell’anno.

Non solo afa: marciapiedi, buche e dossi

Il caldo, però, non è l’unico responsabile dei danni agli pneumatici. Molte criticità nascono da urti apparentemente banali contro marciapiedi, buche o rallentatori artificiali.

Le gomme a spalla ribassata, sempre più diffuse sulle automobili moderne, sono particolarmente sensibili a questo tipo di sollecitazioni. Un impatto può provocare lesioni interne, schiacciamenti o le cosiddette ernie del pneumatico, rigonfiamenti che indeboliscono la struttura e possono trasformarsi in un serio problema di sicurezza.

Quando queste condizioni si combinano con il caldo estremo, il rischio aumenta sensibilmente. Uno pneumatico già compromesso tende infatti a cedere più facilmente quando viene sottoposto a temperature elevate e a lunghi tragitti.

I segnali da non ignorare prima di partire

Molti automobilisti controllano esclusivamente la profondità del battistrada. In realtà lo stato di salute di una gomma si valuta osservando diversi elementi.

Crepe sui fianchi, screpolature, deformazioni e rigonfiamenti rappresentano campanelli d’allarme da non sottovalutare. Anche un veicolo che percorre pochi chilometri può presentare pneumatici deteriorati a causa dell’età o dell’esposizione prolungata agli agenti atmosferici.

Con le vacanze estive ancora nel vivo e milioni di italiani in viaggio, una semplice verifica preventiva può fare la differenza tra una partenza tranquilla e una sosta forzata sul ciglio dell’autostrada. Perché il caldo mette a dura prova tutti, ma quando si parla di sicurezza stradale sono spesso quattro metri quadrati di gomma a fare la differenza.

Trump dichiara di avere il controllo sullo stretto di Hormuz

Donald Trump assicura che lo Stretto di Hormuz è libero e sotto il pieno controllo della Marina americana. Ma sui mercati il messaggio sembra non bastare. Mentre il presidente degli Stati Uniti sostiene che il passaggio strategico del Golfo Persico sia stato completamente bonificato dalle mine e che le navi possano attraversarlo sotto la protezione statunitense, il petrolio torna a correre. Il Brent è risalito fino a 90 dollari al barile, con un incremento del 2,6%, mentre il Wti americano ha guadagnato il 2,8%, portandosi a 84,4 dollari.

È il paradosso di una crisi che continua a pesare sulle materie prime: Washington rivendica il controllo del principale corridoio energetico della regione, ma gli armatori sembrano ancora muoversi con estrema cautela.

Trump: “Controlliamo questa zona al 100%”

Parlando con i giornalisti alla Casa Bianca, Trump ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz è “completamente aperto” e che il controllo del passaggio sarebbe nelle mani della Marina degli Stati Uniti. Il presidente ha spiegato che le forze americane avrebbero anche provveduto a bonificare l’area dalle mine, individuando gli ordigni eventualmente posizionati.

La posizione della Casa Bianca è dunque netta: Hormuz sarebbe operativo e gli Stati Uniti avrebbero la capacità di decidere quali navi possono transitare attraverso lo stretto. Una dichiarazione che punta a rassicurare i mercati e soprattutto il settore marittimo, ma che si scontra con una realtà ancora caratterizzata da un traffico estremamente ridotto.

Poche navi nel passaggio più importante

I dati elaborati da Kpler fotografano infatti uno scenario molto diverso da quello di un normale corridoio commerciale. Nella giornata monitorata, soltanto sei navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz, contro una media di circa 11 registrata nei dieci giorni precedenti.

Il dato diventa ancora più significativo se confrontato con i livelli precedenti al conflitto. In condizioni normali, attraverso questo passaggio transitavano circa 130-140 navi al giorno. La distanza tra i due numeri racconta meglio di qualsiasi dichiarazione quanto la situazione sia ancora lontana dalla normalità.

Nello specifico, quattro navi mercantili sono entrate nello stretto, tra cui due petroliere vuote, mentre soltanto due imbarcazioni ne sono uscite: una piccola petroliera carica di gas di petrolio liquefatto e una nave che trasportava combustibili residui.

Il petrolio reagisce all’incertezza

È proprio questa incertezza a continuare ad alimentare la tensione sui mercati energetici. Nonostante le rassicurazioni provenienti da Washington, gli operatori stanno incorporando nelle quotazioni il rischio che la circolazione delle navi possa rimanere limitata ancora a lungo.

Il risultato è una nuova accelerazione del greggio. Il Brent torna a 90 dollari al barile, mentre il Wti raggiunge quota 84,4 dollari. Un movimento che riporta l’attenzione sul possibile impatto della crisi sulle economie occidentali, considerato il ruolo di Hormuz nel commercio mondiale di energia.

Trump mette sul tavolo tre strategie contro l’Iran

La questione dello stretto si inserisce inoltre in una partita molto più ampia con l’Iran. Trump ha spiegato di avere tre possibili strategie nei confronti di Teheran: continuare con la pressione economica già esercitata, colpire l’Iran in maniera ancora più dura oppure puntare direttamente alla sua sconfitta economica.

Il presidente americano ha descritto l’economia iraniana come fortemente compromessa, sostenendo che Washington abbia un controllo significativo sulle risorse finanziarie del Paese. Intanto, sul vicino Stretto di Bab el-Mandeb, il traffico appare decisamente più stabile. Secondo Kpler, ieri lo hanno attraversato 25 navi, contro una media di quasi 24 nei dieci giorni precedenti.

La partita vera resta dunque concentrata su Hormuz. Trump dice che il passaggio è libero e controllato dagli Stati Uniti. I numeri del traffico marittimo, invece, raccontano ancora una storia molto diversa. E il petrolio, tornato a 90 dollari, sembra dare più peso alla seconda versione.

Bonus trasporti, fino a 400 euro: requisiti e come fare domanda

I beneficiari potranno ottenerlo nel 2027 sino a un massimo di 400 euro con un tetto Isee fissato a 20.000 euro. Verranno considerati anche altri fattori, come la distanza dal luogo di studio o lavoro, ma cerchiamo di analizzare la disciplina punto per punto per offrire un quadro chiaro. Prima di tutto non dovrebbe esserci un click day, ma dovrebbe funzionare con l’inserimento della persona in una classifica, in base all’Isee e altre caratteristiche personali, come la proprietà di un’auto.

Si otterrà un punteggio in graduatoria che stabilirà anche l’importo esatto dell’aiuto, che potrà partire da un minimo di 100 sino a un massimo di 400 euro. Un funzionamento non diverso dal Bonus sociale energia plus in bolletta, sostegno voluto dal Governo e già integrato nel Piano sociale per il clima. Il testo non è ancora definitivo, perché dovrà superare la delicata fase di negoziati con la Commissione europea.

In vigore dal 2027

Con la crescita dei prezzi dei carburanti, con conseguente aumento dei biglietti dei mezzi pubblici, è stato programmato un nuovo meccanismo europeo Ets2, che diventerà pienamente attivo nel 2028. Con il Bonus traporti ciascun individuo che rientra nei parametri potrà gestire un conto personale per comprare biglietti e abbonamenti per i vari servizi di trasporto pubblico locale. Con una durata di 12 mesi non potrà essere cumulato con altri Bonus trasporti regionali o comunali.

L’utente potrà accedere a una piattaforma online, chiamata PMES (Piattaforma della Mobilità Ecosolidale). Per avere gli sconti potranno essere usati i QR Code, come già accaduto in passato per gli altri Bonus trasporti. Per chi non ha una particolare dimestichezza con la sfera digitale si potranno avere dei metodi alternativi, sia per telefono o anche con assistenza di persona. I lavoratori dipendenti avranno una possibilità extra. Saranno le loro aziende, in modo discrezionale, a scegliere di aumentare l’importo del Bonus mettendoci dei soldi propri.

Un consistente numero di 1,65 milioni di persone all’anno dovrebbero rientrare nella graduatoria, senza l’affannosa corsa al click day. Il valore dell’Isee assegnerà fino a 60 punti, mentre altri 20 punti dipenderanno dalla distanza dal luogo di lavoro o studio, e altri 20 da fattori diversi. Il totale che si può raggiungere quindi è di 100, partendo da 0.

I requisiti economici

Chi presenta un Isee di oltre i 20mila euro non potrà beneficiare del Bonus. Chi ha un Isee sotto i 10mila euro avrà il punteggio massimo, ovvero 60 punti. Non mancheranno gli scaglioni intermedi da 45 punti (sotto i 15mila euro) e 25 punti (sopra i 15mila euro).

Sarà importantissimo anche il requisito di distanza tra la casa e il luogo di studio o lavoro (per persone disoccupate, precarie, autonome che prenderà in considerazione la città indicata come destinazione abituale): il punteggio massimo di 20 punti sarà ad appannaggio di coloro che supereranno i 30 chilometri di distanza; oltre i 10 chilometri si otterranno 10 punti, sotto quella soglia soli 5 punti. Come detto, 10 punti extra verranno indirizzati a coloro che non possiedono un’auto; altri 10 punti a chi, nel passato recente, ha avuto un abbonamento ai mezzi mensile o annuale.

Chi raggiungerà un punteggio sotto i 35 punti non riceverà il Bonus, a meno che la graduatoria non scorra. Vi sono categorie che automaticamente raggiungeranno i 100 punti. Si tratta di:

  • Caregiver familiari che assistono persone con disabilità;
  • Persone con disabilità;
  • Persone sottoposte a trattamenti sanitari continuativi che richiedono viaggi continui.

Sono previsti tre scaglioni di beneficiari: chi avrà 400 euro all’anno; chi avrà 200 euro all’anno; e chi avrà 100 euro all’anno. Il calcolo viene effettuato in base al punteggio individuale:

  • Con almeno 80 punti si avranno 400 euro;
  • Con almeno tra 55 e 79 punti si avranno 200 euro;
  • Chi ha ottenuto tra 35 e 54 punti riceverà 100 euro.

Due distributori su tre sono fuorilegge, scatta l’indagine della Guardia di Finanza

L’Italia è un posto bello, caldo, affascinante, ma ricco di contraddizioni e truffatori. Il mega blitz della Finanza sta svelando tutti i furbetti che stanno sfruttando la crisi per creare una rete di attività criminali che farebbe guadagnare cifre elevatissime. Dopo quello che è accaduto e sta accadendo in Medio Oriente, il carburante in autostrada ha superato quota 2 euro al litro.

La stangata dei prezzi presso i distributori sta aprendo una forbice tra gli italiani e chi opera sul mercato parallelo illegale sta facendo affari d’oro. Risulta logico che con un prodotto sempre più caro, la voglia di truffare cresce di giorno in giorno. Chi froda gioca sul rialzo dei carburanti e l’economia sommersa del contrabbando sta emergendo con dei numeri preoccupanti.

Tensioni internazionali e problemi interni

Il blocco dello Stretto di Hormuz e la guerra che si è scatenata tra Israele, Stati Uniti e Iran ha sconvolto degli equilibri precari. Nella giornata di ieri sono transitate appena 6 navi nello Stretto. Nel periodo prebellico erano circa 130 e Trump continua ad affermare che l’intero stretto di Hormuz sia stato bonificato e che gli americani ne detengono il controllo esclusivo. Tutto questo sta avendo delle ricadute devastanti sulle tasche degli italiani.

La Guardia di Finanza, da marzo a luglio 2026, ha passato al setaccio l’intera filiera distributiva nostrana. Dopo mesi di controlli sono emerse tutte le irregolarità dei distributori. L’intervento delle Fiamme Gialle si è espanso in due direzioni: la lotta all’evasione delle accise e la verifica della trasparenza dei prezzi al consumatore. Dopo 4.800 interventi complessivi su tutto il territorio nazionale e 20 milioni di chilogrammi di prodotti energetici sequestrati, sarebbero emersi che 6,5 milioni di chilogrammi di carburante consumati risultino “in frode”.

Ben 265 persone sono state denunciate all’autorità giudiziaria. Su 3.428 impianti controllati, sono state contestate 2.279 violazioni a 937 operatori, ovvero il 66,5% degli impianti fuorilegge. In sostanza due pompe su tre non erano a norma, a causa della mancata esposizione chiara dei cartelloni e, nei casi più gravi, ci sarebbe una difformità tra il prezzo pubblicizzato e quello addebitato all’erogatore.

Tecniche truffaldine

Tra le tecniche più comuni c’è quella del “designer fuel”, ovvero si prende del gasolio per autotrazione e lo si fa viaggiare con documenti falsi, ribattezzandolo come “olio lubrificante” o “liquido bio anticorrosivo”. Gli agenti di Udine e Verona hanno intercettato due tank container provenienti dall’Est Europa diretti al Meridione con 64.000 litri di finto olio lubrificante pronti a finire nei serbatoi delle vetture.

In Friuli, si è registrato il sequestro di quasi mezzo milione di litri, portando alla scoperta una evasione milionaria. Inoltre, è stato scoperto un traffico illecito di gasolio agevolato per uso agricolo. Il trucchetto stava nella presentazione di documenti falsi per approfittare della minor tassazione della miscela. In Calabria sono stati scoperti degli impostori che pretendevano per delle enormi serre fiumi di carburante. L’obiettivo era ottenere gasolio agricolo a basso prezzo che veniva poi rivenduto in nero a camionisti e imprese edili. Gli agenti della Guardia di Finanza hanno sequestrato 8 milioni di euro, denunciando 29 persone.

In Abruzzo diversi distributori erogavano meno gasolio da riscaldamento di quanto pattuito e fatturato, grazie a contatori truccati sulle autocisterne. Le eccedenze rubate venivano miscelate con gasolio per autotrazione e vendute in nero. Ad Acerra, in provincia di Napoli, è stato intercettato un magazzino per lo stoccaggio di carburante di contrabbando. La geografia dell’illegalità tracciata dalla Finanza è sempre più vasta su tutto il territorio.

Londra, sequestrati 10 milioni di sterline di supercar in un weekend: ragione inaspettata

L’estate londinese è da sempre sinonimo di supercar. Ogni anno, con l’arrivo della bella stagione, le strade più esclusive della capitale britannica si trasformano in una passerella a cielo aperto dove sfilano Ferrari, Lamborghini, McLaren, Bugatti e modelli rarissimi provenienti da ogni angolo del mondo. Un fenomeno che attira appassionati e curiosi, ma che da tempo genera anche proteste da parte dei residenti, esasperati da rombi assordanti, accelerazioni improvvise e comportamenti ritenuti pericolosi.

Quest’anno, però, la risposta delle autorità è stata particolarmente severa. In un solo fine settimana la Metropolitan Police di Londra ha sequestrato ben 90 veicoli, per un valore complessivo stimato superiore ai 10 milioni di sterline, stabilendo un nuovo record nell’ambito delle operazioni contro la cosiddetta guida antisociale. Un risultato che testimonia la volontà delle istituzioni britanniche di riportare ordine nelle zone più prestigiose della città, diventate negli ultimi anni il teatro di vere e proprie esibizioni motoristiche improvvisate.

Il blitz nelle strade più esclusive della capitale

L’operazione si è svolta tra venerdì e domenica nei quartieri più esclusivi di Londra, da Hyde Park a Kensington, passando per Chelsea e Westminster. Si tratta delle aree che tradizionalmente attirano proprietari di vetture esotiche e collezionisti facoltosi, spesso provenienti dal Medio Oriente, dall’Europa continentale o dagli Stati Uniti.

Durante i controlli, gli agenti hanno fermato decine di automobilisti contestando numerose violazioni. Nel Regno Unito il concetto di “antisocial driving” comprende una vasta gamma di comportamenti: dalle accelerazioni inutili che producono un eccessivo inquinamento acustico alle gare clandestine, fino alla circolazione in convogli che possono ostacolare il traffico o disturbare la quiete pubblica.

Le forze dell’ordine hanno concentrato la loro attenzione soprattutto sui conducenti che utilizzano le auto ad alte prestazioni come strumento di spettacolo, trasformando le strade cittadine in una sorta di circuito improvvisato.

Tra i sequestri spunta una rarissima Ferrari Monza SP2

Tra le vetture finite sotto sequestro spicca un esemplare particolarmente prestigioso. Si tratta di una Ferrari Monza SP2, una delle auto più esclusive mai realizzate dalla Casa di Maranello.

Prodotta in appena 499 unità, la Monza SP2 appartiene alla serie Icona ed è considerata uno dei modelli più ricercati dagli appassionati di tutto il mondo. Alcuni esemplari hanno già raggiunto quotazioni milionarie nelle aste internazionali, con valori che possono sfiorare i 5 milioni di dollari.

Secondo quanto riferito dalla polizia londinese, la vettura era arrivata nel Regno Unito soltanto il giorno precedente al controllo. Gli agenti hanno scoperto che il veicolo risultava privo di copertura assicurativa e che il conducente era in possesso di una semplice patente provvisoria, documento che nel sistema britannico consente esclusivamente di esercitarsi alla guida sotto specifiche condizioni.

Lamborghini, supercar e tolleranza zero

Nel lungo elenco dei veicoli sequestrati compare anche una Lamborghini Revuelto, l’ammiraglia ibrida della Casa di Sant’Agata Bolognese, il cui prezzo di partenza supera abbondantemente il mezzo milione di euro. Ma non si tratta di un caso isolato. L’operazione ha coinvolto numerose supercar e vetture sportive di altissimo valore economico.

La novità più significativa riguarda però il quadro normativo. Da quest’anno gli agenti dispongono di poteri più incisivi che consentono il sequestro immediato dei veicoli coinvolti in comportamenti antisociali, senza la necessità di emettere un precedente avvertimento.

Una linea dura sostenuta anche dalle autorità locali. I residenti delle zone interessate lamentano da tempo rumori continui, accelerazioni notturne e manovre pericolose che compromettono la vivibilità dei quartieri più esclusivi della città. Per la Metropolitan Police il messaggio è chiaro: il valore dell’automobile non costituisce un lasciapassare. Che si tratti di una citycar o di una Ferrari da milioni di euro, le regole restano le stesse. E a Londra, almeno per questo fine settimana, la tolleranza verso gli eccessi al volante è stata pari a zero.

Fiat Panda si scontra con un jet a Linate, attimi di panico sulla pista

Una Fiat Panda contro un jet privato da milioni di euro. Sembra la trama di una commedia all’italiana, invece è quanto accaduto realmente nella tarda mattinata di lunedì 10 agosto all’aeroporto di Milano-Linate, dove un veicolo di servizio ha finito la propria corsa contro il muso di un Hawker Beechcraft 400A mentre il velivolo stava effettuando le operazioni di rullaggio in vista del decollo.

L’episodio, tanto insolito quanto raro per uno scalo aeroportuale moderno, ha provocato l’immediata sospensione delle attività nell’area interessata e ha richiesto l’intervento dei soccorsi. Fortunatamente il bilancio finale è stato privo di conseguenze fisiche per le persone coinvolte, ma l’accaduto ha inevitabilmente acceso l’attenzione sulle procedure di sicurezza all’interno delle aree operative aeroportuali.

Lo schianto nell’area dell’aviazione generale

L’incidente si è verificato intorno alle 11.20 nell’area dedicata all’aviazione generale dello scalo milanese. Secondo le prime ricostruzioni, una Fiat Panda bianca utilizzata da una società di handling stava percorrendo una delle vie di servizio quando, per ragioni ancora da chiarire, ha impattato contro la parte anteriore di un jet privato Hawker Beechcraft 400A, identificato dalle marche I-AERB.

Il velivolo si trovava in fase di rullaggio verso la pista di decollo quando è avvenuto l’urto. Le immagini registrate dai sistemi di videosorveglianza avrebbero mostrato una circostanza particolarmente curiosa: l’automobile non avrebbe accennato alcuna frenata prima dell’impatto. Un dettaglio che rappresenta oggi uno degli elementi centrali dell’indagine avviata per comprendere con precisione la dinamica dei fatti.

La collisione è avvenuta nella zona del radome, la struttura che costituisce il muso dell’aereo e che ospita le apparecchiature radar. Nonostante la spettacolarità della scena, i danni riportati dal jet sembrerebbero essere contenuti e limitati alla parte interessata dall’urto.

I soccorsi e il blocco delle operazioni

Immediatamente dopo l’incidente sono scattate le procedure di emergenza previste per questo tipo di eventi. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco aeroportuali, il personale di sicurezza e i sanitari del 118.

La conducente della Panda, una donna di 54 anni impiegata nelle attività di servizio dello scalo, è stata assistita dai soccorritori. Le sue condizioni non hanno destato preoccupazione dal punto di vista fisico, ma la donna è apparsa comprensibilmente molto scossa per quanto accaduto.

Nessuna conseguenza per l’equipaggio e gli eventuali passeggeri presenti a bordo del jet privato. L’assenza di feriti rappresenta senza dubbio la notizia più importante di una vicenda che avrebbe potuto assumere contorni molto più seri. L’area è stata immediatamente messa in sicurezza e le operazioni aeroportuali hanno subito un’interruzione temporanea stimata tra i 30 e i 40 minuti.

Le ipotesi al vaglio degli investigatori

Le autorità competenti stanno ora analizzando ogni elemento disponibile per ricostruire l’accaduto. Tra le ipotesi prese in considerazione figurano un possibile malore improvviso della conducente oppure una distrazione che potrebbe aver impedito alla donna di accorgersi del velivolo in movimento.

Durante la fase di gestione dell’emergenza, due voli diretti a Linate sono stati dirottati in via precauzionale verso altri aeroporti lombardi: uno è atterrato a Bergamo-Orio al Serio, mentre il secondo è stato indirizzato a Milano Malpensa.

Una volta completate le verifiche di sicurezza e rimossi i mezzi coinvolti, la situazione è tornata rapidamente alla normalità. Lo scalo ha ripreso la propria attività regolare nel giro di pochi minuti, lasciando dietro di sé una vicenda destinata a rimanere tra gli episodi più insoliti registrati negli ultimi anni sulle piste italiane.

Danni alle auto da 16mila euro per il caldo estremo: l’allarme

Con l’arrivo delle ondate di calore sempre più intense, il rischio per gli automobilisti non è legato solo al comfort durante la guida, ma alla salute stessa del veicolo. Il caldo estremo rappresenta infatti un nemico insidioso che può colpire quasi ogni componente meccanica ed estetica di un’autovettura. Secondo un recente allarme lanciato da Federcarrozzieri, l’associazione che riunisce le autocarrozzerie italiane, la totalità dei danni potenziali causati dalle temperature elevate può raggiungere la cifra astronomica di 16.400 euro a vettura.

Il primo fronte

Le componenti che subiscono l’impatto più immediato sono quelle a diretto contatto con l’ambiente esterno o deputate alla gestione dell’energia. Nelle giornate di afa, l’asfalto può superare facilmente i 60° C, agendo come una carta abrasiva sul battistrada, accelerandone l’usura e riducendo drasticamente l’aderenza. Inoltre, il calore provoca l’espansione dell’aria interna, aumentando la pressione e, di conseguenza, il rischio di scoppio. Sostituire uno pneumatico danneggiato richiede oggi una spesa media tra i 50 e i 150 euro.

Parallelamente, il sistema elettrico soffre in silenzio. Le temperature elevate accelerano il processo di autoscarica della batteria, che perde efficienza a causa dell’evaporazione dei fluidi interni. Per un intervento di sostituzione, comprensivo di montaggio, un automobilista deve preventivare una spesa variabile tra i 100 e i 250 euro.

Lo stress meccanico

Il cuore dell’auto, il motore, è sottoposto a una prova di resistenza estrema. L’esposizione prolungata alla canicola compromette l’efficienza del sistema di raffreddamento e riduce la viscosità dell’olio lubrificante. Questo innesca uno stress termomeccanico che causa dilatazioni anomale dei componenti metallici, variando le tolleranze di accoppiamento. Tali deformazioni possono portare al cedimento della guarnizione della testata o, nei casi peggiori, al grippaggio del motore, con il conseguente arresto totale del mezzo. In questo scenario, i costi di riparazione sono i più onerosi: rifare un motore costa generalmente tra i 2.500 e gli 8.000 euro.

Il degrado estetico e funzionale

Mentre il motore soffre sotto il cofano, l’interno dell’auto può trasformarsi in un vero e proprio forno, raggiungendo temperature prossime ai 70 °C. Questo calore favorisce il degrado termo-ossidativo delle plastiche del cruscotto, causando fessurazioni e scolorimento dei tessuti. Vi è inoltre il rischio del rilascio di composti organici volatili (VOC) dai materiali sintetici, oltre al possibile malfunzionamento dei display digitali e dei sistemi elettronici di bordo, particolarmente sensibili allo stress termico. Il ripristino degli interni può arrivare a costare fino a 4.000 euro.

All’esterno, i raggi ultravioletti e il calore aggrediscono la vernice, facendole perdere brillantezza e favorendo microfessurazioni. Anche elementi organici come la resina degli alberi o gli escrementi di uccelli diventano più aggressivi chimicamente sotto il sole, accelerando il deterioramento dello strato protettivo. Una verniciatura completa per rimediare a questi danni può variare tra i 1.300 e i 4.000 euro.

I consigli per la prevenzione

Per evitare di dover affrontare queste spese ingenti, il presidente di Federcarrozzieri, Davide Galli, consiglia alcune pratiche fondamentali. È essenziale controllare regolarmente la pressione degli pneumatici a freddo e verificare i livelli di olio e liquido refrigerante. Per proteggere la batteria, è consigliabile l’uso di coperture termiche isolate, mentre per gli interni restano indispensabili parasole e tendine, cercando sempre, quando possibile, di evitare il parcheggio prolungato sotto l’azione diretta del sole.