Il Governo annuncia l’abolizione del bollo per quasi tutte le auto e per i motocicli

Il Governo ha annunciato l’abolizione del bollo auto per i veicoli di piccole e medie dimensioni e per tutti i motocicli. La misura è stata anticipata dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha sottolineato “Oggi il Governo cancella una delle tasse più odiate dagli italiani”.

Il provvedimento, i cui dettagli dovranno essere chiariti nel corso dei prossimi giorni, rappresenta una novità importante per tutti i proprietari di auto e moto, in un contesto in cui il settore della mobilità deve fare i conti con un sostanziale incremento del costo dei carburanti.

C’è, però, un altro tema da considerare. Il bollo rappresenta (o sarebbe meglio dire rappresentava) un incasso rilevante per le Regioni. Il Governo dovrà chiarire come intende coprire l’abolizione della tassa e garantire il sostentamento delle casse regionali.

Addio al bollo auto?

L’intervento del Governo segna un vero e proprio punto di svolta per quanto riguarda un tema, quello del bollo, che da tempo è al centro dell’attualità. La misura riguarderà le auto di piccole e medie dimensioni oltre a tutti i motocicli. Per i dettagli tecnici completi bisognerà attendere le prossime ore o i prossimi giorni.

Fonti di governo, citate da Repubblica, sottolineano che la cancellazione della tassa riguarderà oltre il 70% delle auto che circolano oggi in Italia oltre a tutti i motocicli. Complessivamente, i veicoli coinvolti dal nuovo provvedimento saranno circa 14,5 milioni per via di una precisa limitazione della norma.

Da quanto emerso in queste ore, infatti, ogni cittadino potrà beneficiare di una sola agevolazione. Di conseguenza, per chi è proprietario di due veicoli, la cancellazione del bollo potrà essere applicata solo una volta, con modalità che andranno definite con appositi decreti attuativi.

Una misura sul tavolo da tempo

La cancellazione del bollo auto, o quanto meno una profonda riforma, è sul tavolo del Governo da tempo, come confermano anche recenti indiscrezioni. Il tema è particolarmente rilevante, anche per via del caro carburante che ha portato a un sostanziale incremento dei costi di gestione del proprio veicolo per gli automobilisti.

Il provvedimento richiederà delle coperture importanti. Diverse stime, infatti, compresa un’analisi di Anfia, hanno evidenziato che una completa abolizione del bollo richiederebbe risorse per 6,5-7 miliardi di euro. Questi fondi sono fondamentali per le casse delle Regioni.  Al momento, non ci sono ancora informazioni dettagliate in merito al modo in cui il Governo coprirà l’abolizione del bollo.

Tesla Semi in mostra, svelate le specifiche della versione europea

Il Tesla Semi si prepara a debuttare sulle strade europee, ma le sue caratteristiche tecniche registreranno alcune modifiche rispetto alla versione attualmente in produzione negli Stati Uniti. L’azienda ha confermato le specifiche del camion elettrico con un post su X, che ha anticipato la presentazione in pubblico all’IAA Transportation di Hannover.

La versione europea del camion

La versione europea del Tesla Semi potrà contare su un’autonomia stimata di 550 chilometri, con un consumo energetico dichiarato pari a 1 kWh/km, con un peso lordo che raggiunge le 40 tonnellate. Le specifiche effettive legate all’autonomia variano in base all’allestimento scelto dai clienti.

Tra le caratteristiche troviamo il supporto alla ricarica rapida, con una potenza fino a 800 kW. Per recuperare il 60% dell’autonomia reale, secondo Tesla, basteranno 30 minuti di ricarica (a condizione di sfruttare un punto di rifornimento ad alta potenza).

Il camion può contare su tre motori elettrici indipendenti, posizionati sugli assi posteriori, per un sistema che può erogare una potenza di trazione fino a 800 kW. Da segnalare anche una presa di forza elettrica (ePTO) da un massimo di 25 kW, pensata per alimentare attrezzature ausiliarie montate sul mezzo.

Naturalmente, la commercializzazione del Tesla Semi rappresenta una sfida molto diversa per l’azienda americana, in confronto a quanto avviene normalmente con le auto. L’obiettivo è conquistare le aziende europee, puntando su costi di gestione quotidiana contenuti.

Il costo dell’energia elettrica, infatti, viene indicato come nettamente inferiore a quello del gasolio, che, soprattutto in questo momento, rappresenta una spesa significativa per le flotte. Di conseguenza, l’elettrificazione di una flotta di camion può rappresentare un’opportunità per le aziende di trasporto.

Tesla Semi propone anche altri vantaggi come la diagnostica da remoto e gli aggiornamenti software via Internet, con l’ambizione di ridurre al minimo i tempi di assistenza e massimizzare i tempi di esercizio, per una gestione ottimizzata al massimo della propria flotta.

Il lancio sul mercato europeo è già definito. Tesla ha scelto IAA Transportation 2026 di Hannover per mostrare in pubblico la versione europea del suo Semi, permettendo ai potenziali clienti di scoprire da vicino tutte le caratteristiche del camion elettrico.

Le prime consegne il prossimo anno

L’obiettivo è raccogliere da subito un numero significativo di ordini in vista dell’avvio delle consegne. Tesla si aspetta di mettere a disposizione dei propri clienti il nuovo camion elettrico già nel corso del 2027.

Ulteriori dettagli commerciali legati al debutto del Semi europeo, però, arriveranno soltanto nel corso dei prossimi mesi. Il programma di espansione in Europa è già iniziato e i target sono molto ambiziosi.

Il nostro mercato è particolarmente ricco di opzioni per i gestori di flotte con altri brand come Mercedes-Benz, Volvo Trucks, MAN, Scania, DAF e Renault che propongono soluzioni avanzate e che Tesla dovrà tentare di battere.

La versione europea del Tesla Semi, per ora, dovrebbe essere prodotta nella Gigafactory del Nevada. Per il momento, infatti, non ci sono informazioni in merito alla realizzazione del modello nello stabilimento Tesla di Berlino.

Allerta meteo in Liguria, le strade più a rischio per la circolazione

Torna il maltempo sulla Liguria e Arpal ha emesso una nuova allerta meteo a partire dalla prossima mezzanotte. Su Genova, sul Levante e relativo entroterra l’allerta sarà prima gialla e poi arancione. Con il progressivo innesco di convergenze temporalesche sui settori centrali ed orientali mettersi alla guida lungo la rete viaria ligure richiederà massima prudenza.

La particolare conformazione della Liguria, caratterizzata da autostrade ricche di viadotti e gallerie, stradine d’entroterra arrampicate sui versanti ed estesi attraversamenti urbani costieri, rende la viabilità fortemente vulnerabile in presenza di rovesci ad alta intensità.

Le Autostrade della costa e dei Valichi: insidia dell’aquaplaning

Le principali arterie autostradali regionali rappresentano la spina dorsale della mobilità ligure, ma durante i temporali autorigeneranti si trasformano nelle tratte più complesse da percorrere:

  • Autostrada A12 (Genova – La Spezia – Rosignano): tra il nodo genovese, il Tigullio e la Val di Vara, si registra il livello di criticità più elevato. Oltre alla pioggia battente e alla visibilità fortemente ridotta, le raffiche di Scirocco (fino a 40-50 km/h) sferzano i viadotti più alti ed esposti della costa, creando sbandamenti improvvisi per mezzi telonati e veicoli leggeri.
  • Autostrada A10 (Genova – Savona – Ventimiglia): nel tratto compreso tra Genova Pra’ e Savona, il rischio maggiore è legato all’uscita dalle gallerie. La repentina variazione di aderenza passando dal fondo asciutto del tunnel all’asfalto allagato causa frequenti perdite di controllo e fenomeni di aquaplaning. Negli svincoli urbani di uscita, la saturazione dei canali meteo locali provoca rapidi ristagni d’acqua.
  • Autostrade A7 (Genova – Serravalle) e A26 (Voltri – Gravellona): sui tratti che risalgono l’Appennino verso il Piemonte e la Lombardia, l’acqua piovana tende a scorrere velocemente lungo le pendenze formando veri e propri rivoli trasversali. Inoltre, il repentino calo della visibilità per nubi basse e nebbia di avvezione rende la guida particolarmente faticosa.

La Statale Aurelia e le Strade Costiere

Lungo la SS1 “Via Aurelia”, la criticità si manifesta soprattutto all’interno dei centri abitati (da Savona a Genova, fino a Chiavari, Sestri Levante e La Spezia):

  • Allagamenti nei sottopassi: la rapidità con cui si scaricano a terra le precipitazioni manda in crisi i sistemi di smaltimento e causa la repentina esondazione dei piccoli rii e torrenti cittadini, allagando i sottopassi viari e le sedi stradali ribassate.
  • Raffiche sul Mare: nello Spezzino e nel Levante (Zona C), la combinazione tra mare molto mosso in serata e vento forte spinge aerosol marino e sabbia lungo la carreggiata, riducendo l’aderenza degli pneumatici.

Pericolo delle frane improvvise

Sulle arterie dell’entroterra, l’attenzione si sposta dall’acqua al terreno:

  • SS45 di Val Trebbia e SS225 della Val Fontanabuona: con il terreno rapidamente saturo d’acqua, i versanti rocciosi laterali rischiano di scaricare sulla carreggiata piccoli smottamenti, fango, pietre e rami spezzati dal vento.
  • Valichi di Collegamento (Cadibona, Giovo, Aveto): le strade provinciali e statali che collegano la costa alla Pianura Padana presentano curve a raggio ridotto dove la formazione improvvisa di strati di fango rende l’asfalto scivoloso come la neve.

Consigli per chi si mette in viaggio

In vista delle ore di maggiore intensità (in particolare tra la notte e la giornata di domani

  • Riduci la velocità prima di uscire dai tunnel autostradali per evitare l’impatto ad alta velocità con pozzanghere impreviste.
  • Non tentare mai di impegnare un sottopasso se l’acqua ha già iniziato ad accumularsi sulla sede stradale.
  • Mantieni salda la presa sul volante nei tratti autostradali su viadotto per contrastare le improvvise raffiche di vento laterale.

Il gasolio tocca nuovi record, Meloni chiede un intervento immediato dell’Europa

Il caro carburanti non conosce tregua e sta ormai riscrivendo i record storici. Alla vigilia del Consiglio dei ministri chiamato nuovamente a decidere interventi contro il rincaro alla pompa, il gasolio in autostrada ha sfondato quota 2,3 euro al litro, arrivando a 2,313 euro, mentre la benzina ha toccato i 2,212 euro. Numeri che raccontano bene quanto la situazione sia ormai fuori controllo, complice un contesto internazionale sempre più instabile.

Record storico del gasolio

Sulla rete stradale, secondo i dati diffusi dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il prezzo medio della benzina in modalità self service si attesta oggi a 2,120 euro al litro, mentre il gasolio raggiunge quota 2,231 euro, un dato che segna un nuovo massimo storico per il carburante diesel. Il precedente record, fissato nella settimana del 14 marzo 2022, si fermava infatti a 2,154 euro al litro sulla rete ordinaria.

Va sottolineato come questi valori, seppur già molto elevati, includano ancora l’effetto calmierante del taglio alle accise attualmente in vigore, in scadenza domani 17 settembre. Senza questo intervento fiscale, il prezzo medio nazionale del gasolio raggiungerebbe i 2,416 euro al litro, un dettaglio che fa comprendere quanto la misura, pur temporanea, stia continuando a offrire un margine di respiro agli automobilisti italiani, proprio nel momento in cui il petrolio, con il Brent stabile intorno ai 110 dollari al barile, continua a spingere al rialzo l’intera filiera energetica.

Servono “azioni mirate e immediate a livello europeo”

Di fronte a questa escalation, la premier Giorgia Meloni ha scelto di alzare il tiro, spostando la questione dal piano nazionale a quello continentale. In un colloquio con il presidente del Consiglio Ue Antonio Costa, la presidente del Consiglio ha sottolineato come il continuo aumento dei prezzi dell’energia non rappresenti affatto un problema circoscritto all’Italia, ma richieda piuttosto “azioni mirate e immediate a livello europeo, a sostegno delle imprese e dei cittadini europei“.

Meloni ha inoltre condiviso con Costa la proposta di porre la competitività al primo punto dell’agenda del prossimo Consiglio europeo, un segnale che testimonia quanto il dossier energetico sia ormai considerato prioritario a livello comunitario, complice anche una crisi che sta iniziando a preoccupare non solo per il fronte carburanti, ma anche per le bollette di luce e gas in vista dell’inverno alle porte. Non a caso, diverse associazioni dei consumatori stanno già sollecitando il governo a studiare misure preventive per evitare una stangata sui consumi energetici domestici nei prossimi mesi.

Bonus carburante non ancora pronto, si avvicina l’ennesima proroga

Sul fronte interno, la situazione resta incerta. Le misure selettive basate sul reddito, quelle che dovrebbero sostituire stabilmente i tagli lineari alle accise, potrebbero non essere ancora pronte in tempo per il Consiglio dei ministri di domani. Da qui l’ipotesi, sempre più concreta, di un’ulteriore breve proroga, forse di una settimana, del taglio alle accise sul gasolio attualmente in scadenza.

Una parte delle decisioni definitive potrebbe dipendere dai dati Istat sui conti pubblici, attesi per il 22 settembre, che permetteranno di verificare se il rapporto tra deficit e Pil scenderà sotto la soglia del 3%, aprendo eventualmente la strada all’uscita dell’Italia dalla procedura Ue per deficit eccessivo. Un margine di manovra che potrebbe influenzare direttamente anche le risorse disponibili per i prossimi interventi sul fronte carburanti.

Intanto, sempre il 22 settembre, scatterà anche il cosiddetto Bonus colonnine: da quella data i cittadini potranno presentare domanda per ottenere il contributo del Ministero delle Imprese destinato all’installazione di infrastrutture di ricarica elettrica a uso privato. La dotazione complessiva ammonta a 68 milioni di euro fino al 2030, con un contributo che copre l’80% delle spese sostenute per acquisto e posa in opera delle colonnine, fino a un massimo di 1.500 euro per le persone fisiche e 8.000 euro per gli interventi condominiali.

Nel frattempo, il conto salato per gli automobilisti continua a crescere: secondo le stime diffuse da Codacons, in un solo mese, dal 15 agosto a oggi, un pieno di gasolio o benzina in autostrada è aumentato di circa 7 euro, per un aggravio complessivo che sfiorerebbe i 695 euro annui a famiglia. Numeri che spiegano bene perché il tema resti in cima all’agenda politica di questo scorcio d’autunno, sospeso tra la necessità di una risposta europea di lungo periodo e la richiesta, sempre più pressante, di soluzioni immediate per chi ogni giorno deve fare i conti con il caro pieno.

Governo al lavoro per il taglio al bollo auto e moto, l’ipotesi dello sconto variabile

Torna d’attualità un tema che sta a cuore a milioni di automobilisti italiani: quello del bollo auto, la tassa annuale che ogni proprietario di veicolo conosce fin troppo bene. Con i lavori sulla prossima legge di Bilancio ormai entrati nel vivo, il vicepremier Antonio Tajani rilancia il vecchio progetto dell’abolizione della tassa automobilistica, mentre il resto della maggioranza sembra orientato verso una soluzione più graduale.

Al lavoro sulla legge di bilancio

Mentre il governo continua a cercare la formula giusta per alleggerire dal caro carburanti le categorie più colpite dai rincari al distributore, tra le misure allo studio per sostenere il ceto medio torna sul tavolo anche l’ipotesi di intervenire sul bollo. Il leader di Forza Italia ha parlato esplicitamente di “abolizione del bollo auto e bollo moto“, rilanciando così un cavallo di battaglia storico del proprio partito.

Un’ipotesi che la maggioranza starebbe effettivamente prendendo in considerazione, ma con un approccio meno drastico rispetto alla cancellazione totale della tassa. Secondo quanto riferito da Il Sole 24 Ore, il governo starebbe infatti valutando l’introduzione di sconti calibrati in base a due parametri principali: la potenza del motore e l’impatto ambientale del veicolo.

Sconto variabile e non per tutti

Il meccanismo allo studio prevede una riduzione diversificata a seconda delle classi di appartenenza dei veicoli, a condizione che i possessori siano in regola con i pagamenti pregressi. La logica alla base della proposta è chiara: lo sconto andrebbe progressivamente a diminuire con l’aumentare della potenza del motore, premiando così le vetture più piccole e meno inquinanti.

Chi possiede un’utilitaria o un’auto di piccola cilindrata potrebbe quindi beneficiare del taglio più consistente sulla tassa automobilistica, mentre il vantaggio si ridurrebbe man mano che si sale verso motorizzazioni più potenti. Il meccanismo, secondo le indiscrezioni circolate finora, arriverebbe fino ad azzerarsi completamente per SUV, auto sportive e vetture di lusso, categorie che quindi resterebbero escluse da qualsiasi beneficio fiscale legato a questa specifica misura.

Una scelta che riflette l’obiettivo dichiarato dalla maggioranza di concentrare le risorse disponibili su chi possiede veicoli più contenuti e meno impattanti dal punto di vista ambientale, piuttosto che distribuire lo sconto in modo uniforme su tutta la platea degli automobilisti italiani, indipendentemente dal tipo di vettura posseduta.

Gli attuali esonerati dal pagamento del bollo

Va ricordato che il bollo auto è una tassa annuale obbligatoria per tutti i veicoli iscritti al Pubblico Registro Automobilistico, calcolata sulla base della norma di emissione e della potenza del motore riportate sulla carta di circolazione. Esistono già oggi alcune categorie esonerate dal versamento all’Automobile Club d’Italia: i proprietari con, in particolare chi ha gravi limitazioni della capacità di deambulazione, chi è affetto da pluriamputazioni o ha ridotte capacità motorie, oltre a persone non vedenti, sorde o con handicap psichico o mentale titolari di indennità di accompagnamento.

Un’altra esenzione riguarda i veicoli elettrici, anche se limitata nel tempo: lo sconto totale vale infatti soltanto per i primi cinque anni dall’immatricolazione, dopo i quali scatta una riduzione del 75% rispetto all’importo ordinario. Proprio partendo da questo impianto già esistente, l’esecutivo starebbe valutando di estendere una logica simile, seppur con percentuali diverse, anche ad altre categorie di veicoli.

Resta comunque da capire come si evolverà concretamente la proposta nelle prossime settimane, quando i lavori sulla Manovra entreranno nella fase più delicata. Al momento si tratta ancora di indiscrezioni e ipotesi allo studio, senza alcuna formalizzazione definitiva: per conoscere i dettagli concreti su percentuali di sconto e categorie effettivamente coinvolte, non resta che attendere l’evolversi del confronto politico all’interno della maggioranza.

Veicoli commerciali, standard più severi dal 2026: le categorie coinvolte

Quali veicoli commerciali sono chiamati ad adeguarsi alle nuove regole europee del 2026? La risposta dipende dalla categoria di omologazione, dalla data in cui il mezzo viene immatricolato e dal momento in cui il costruttore ha chiesto l’approvazione di un nuovo tipo. Il calendario comprende Euro 6e-bis, la terza fase dei limiti acustici, una nuova applicazione del General Safety Regulation e, dal 29 novembre, l’avvio di Euro 7 per i nuovi tipi di auto e furgoni.

Per chi possiede un veicolo già targato le norme di omologazione non introducono un obbligo di retrofit. Un furgone Euro 6 acquistato negli anni precedenti può continuare a circolare nel rispetto delle regole nazionali e locali, comprese le eventuali limitazioni ambientali stabilite da Regioni e Comuni. Le scadenze europee condizionano soprattutto costruttori, importatori, concessionari e allestitori perché determinano quali mezzi possono ricevere una nuova omologazione o una prima immatricolazione.

Quattro scadenze, non un obbligo per tutti

Il calendario dei nuovi standard prende avvio il primo gennaio 2026, quando l’Euro 6e-bis, disciplinato dal Regolamento Ue 2023/443, diventa obbligatorio per tutte le nuove immatricolazioni comprese nel suo campo di applicazione. La norma riguarda i veicoli leggeri delle categorie M e N1, insieme ad alcuni N2 soggetti alla disciplina Euro 6. Per i nuovi tipi di veicolo, lo stesso standard si applica già dal primo gennaio 2025.

Dal primo luglio 2026 entra a pieno regime la Fase 3 del Regolamento Ue 540/2014, dedicata alla rumorosità esterna. I limiti più bassi coinvolgono tutti i veicoli di prima immatricolazione appartenenti alle categorie M1, M2, M3, N1, N2 e N3 con l’estensione dell’intervento dalle auto e dai furgoni fino agli autobus e ai mezzi pesanti per il trasporto merci.

Una terza scadenza arriva il 7 luglio 2026 con l’applicazione della nuova fase del General Safety Regulation, introdotto dal Regolamento Ue 2019/2144. Le disposizioni interessano le nuove auto M1 e i nuovi van N1, chiamati a integrare sistemi di sicurezza più avanzati e requisiti estesi per la protezione di pedoni e ciclisti.

Il percorso prosegue il 29 novembre 2026, data dalla quale l’Euro 7, definito dal Regolamento Ue 2024/1257, si applica ai nuovi tipi di veicoli M1 e N1. In questa prima fase la norma condiziona l’omologazione dei nuovi progetti mentre l’obbligo verrà esteso a tutte le nuove immatricolazioni delle stesse categorie dal 29 novembre 2027.

Quali mezzi rientrano nella categoria N1

Il diritto europeo classifica come N1 i veicoli progettati e costruiti per il trasporto di merci con una massa massima ammissibile fino a 3,5 tonnellate. La categoria N2 copre i mezzi oltre 3,5 e fino a 12 tonnellate, mentre la sigla N3 identifica quelli che superano 12 tonnellate. La stessa suddivisione è recepita dall’articolo 47 del Codice della Strada.

Rientrano tra gli N1 i furgoni compatti, medi e grandi, i van destinati alle consegne, molti pick-up, i cassonati leggeri, i telai cabinati e numerosi mezzi refrigerati o attrezzati. Anche molti camper appartengono alla categoria M1 pur condividendo telaio e motore con un furgone. Per conoscere la classificazione corretta bisogna controllare la voce J del Documento unico oppure il certificato di conformità.

Nei veicoli completati in più fasi entra in gioco anche l’allestitore. Un telaio cabinato consegnato dal costruttore può ricevere cassone, cella frigorifera, piattaforma o attrezzature professionali prima dell’immatricolazione; la configurazione finale deve conservare la conformità richiesta per massa, emissioni, rumore e sicurezza. Il semplice fatto che il veicolo base sia omologato secondo le nuove regole non chiude quindi ogni verifica sul mezzo completato.

Euro 6e-bis: cos’è cambiato dal primo gennaio

Dal primo gennaio 2026 tutte le nuove immatricolazioni comprese nel relativo campo di applicazione devono rispettare Euro 6e-bis, identificato dal carattere di emissione EB. Per i nuovi tipi l’obbligo era già partito il primo gennaio 2025. Il Regolamento Ue 2023/443 comprende veicoli a benzina, diesel e ibridi delle categorie interessate dalla normativa Euro 6, inclusi gli N1 di tutte le classi di massa di riferimento e alcuni N2 trattati come veicoli leggeri ai fini delle emissioni.

La stretta riguarda le condizioni nelle quali la conformità deve essere dimostrata, il controllo delle strategie elettroniche di gestione del motore e la misurazione delle emissioni nel mondo reale. Le prove RDE, Real Driving Emissions, vengono estese a condizioni ambientali più ampie e rendono meno agevole superare l’omologazione con una calibrazione ottimizzata intorno al solo ciclo di laboratorio.

Tra le novità compare anche l’AES flag, un indicatore leggibile dalla diagnostica di bordo che segnala l’attivazione di una strategia ausiliaria di controllo delle emissioni. Autorità e tecnici possono così capire quando il motore sta adottando una gestione diversa da quella di base e verificare con maggiore trasparenza il comportamento del veicolo.

Un’altra modifica riguarda gli ibridi plug-in. I fattori utilizzati per calcolare la quota di percorrenza elettrica vengono aggiornati per avvicinare i valori dichiarati di anidride carbonica all’uso osservato su strada, dopo che i dati raccolti avevano mostrato uno scarto marcato tra ciclo WLTP e consumi reali. Per un van plug-in Euro 6e-bis incide dunque anche sul modo in cui vengono ponderate le fasi elettriche e quelle percorse con il motore termico acceso.

I costruttori possono rispondere attraverso una combinazione di software, calibrazione, gestione termica e sistemi di trattamento dei gas. SCR, filtri antiparticolato e catalizzatori possono richiedere affinamenti, ma il regolamento non prescrive l’adozione di uno specifico componente per ogni modello.

Per le emissioni light-duty non basta leggere la massa massima di 3,5 tonnellate associata alla categoria N1: la disciplina nasce per M1, M2, N1 e N2 con massa di riferimento entro 2.610 chilogrammi, estendibile su richiesta del costruttore fino a 2.840 chilogrammi.

I furgoni elettrici puri restano fuori dalle prescrizioni Euro 6e-bis sulle emissioni allo scarico perché non possiedono un motore a combustione. Sono però coinvolti dalle norme su rumore, sicurezza e pneumatici e con Euro 7 entrano nel sistema dedicato alle emissioni dei freni, all’abrasione delle gomme e alla durata della batteria.

Rumore, vale per tutte le nuove immatricolazioni

La seconda data è il primo luglio 2026. Da quel giorno tutti i mezzi di prima immatricolazione delle categorie M1, M2, M3, N1, N2 e N3 devono rispettare la Fase 3 dei limiti acustici stabiliti dal Regolamento Ue 540/2014. I nuovi tipi erano soggetti allo stesso passaggio già dal primo luglio 2024.

Per gli N1 con massa massima fino a 2.500 chilogrammi, il tetto della prova scende da 71 a 69 dB(A); sopra 2.500 e fino a 3.500 chilogrammi passa da 73 a 71 dB(A). Poiché la scala dei decibel è logaritmica, la riduzione di due unità non va interpretata come un semplice calo percentuale.

L’omologazione valuta il veicolo nel suo insieme. Al risultato concorrono motore, aspirazione, trasmissione, scarico, aerodinamica e rotolamento degli pneumatici, con misurazioni eseguite nelle condizioni definite dalla disciplina europea e dalle procedure Unece.

Anche un van elettrico deve rispettare il limite massimo di rumore. Allo stesso tempo, alle basse velocità deve emettere il segnale previsto dall’Acoustic Vehicle Alerting System, pensato per rendere percepibile il suo arrivo a pedoni e ciclisti.

Sicurezza, cosa è diventato obbligatorio

Il terzo passaggio discende dal General Safety Regulation. Dal 7 luglio 2026 le nuove auto e i nuovi van immatricolati nell’Unione europea devono rispettare una serie più avanzata di requisiti. La Commissione europea indica cinque aree:

  • frenata automatica capace di riconoscere pedoni e ciclisti;
  • avviso avanzato di distrazione;
  • migliore visibilità anteriore;
  • prove sugli pneumatici usurati;
  • ampliamento della zona dei vetri di sicurezza destinata alla protezione dei pedoni.

Emissioni, i camion chiedono tempo all’Europa: nuova proposta avanzata

L’industria delle quattro ruote è in costante cambiamento e i costruttori europei si sono trovati a fronteggiare i tanti divieti che stanno impattando sugli investimenti futuri. I produttori di camion hanno chiesto all’Ue di posticipare di 3 anni l’entrata in vigore degli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 entro il 2030. I motivi? Le reti di ricarica risulterebbero insufficienti e con gli elevati costi energetici attuali i veicoli full electric non risulterebbero vantaggiosi per i clienti.

Spesso si fa riferimento alla crisi del mondo dell’Automotive a zero emissioni, tuttavia l’imposizione green rischia di avere un forte impatto anche in merito ai mezzi pesanti. I produttori europei sarebbero costretti, salvo passi indietro, a ridurre le emissioni di CO2 dei nuovi veicoli del 43% entro il 2030, rispetto ai livelli del 2025, del 64% entro il 2035 e del 90% entro il 2040, con eventuali sanzioni per chi non riuscirà ad avere la possibilità di ottenere crediti di emissione per il periodo dal 2025 al 2029.

Quadro critico

Al momento solo il 2,4% dei nuovi veicoli pesanti è a emissioni zero, un dato ben al sotto del livello richiesto per l’obiettivo del 2030, come ha sancito l’Associazione europea dei costruttori di automobili (ACEA). I major asiatici, tra cui BYD, stanno investendo sulla tecnologia elettrica nei veicoli commerciali, tuttavia nel Vecchio Continente la situazione è ancora molto incerta. Gli amministratori delegati dei 7 principali produttori europei di camion e autobus, tra cui DAF Trucks, Daimler Truck, Iveco e Scania, hanno annunciato in un comunicato che il raggiungimento dell’obiettivo del 2030 dovrebbe essere posticipato di 3 anni.

I politici dovranno offrire delle condizioni concrete per stimolare la crescita delle stazioni di ricarica, accelerare i collegamenti alla rete, ampliare i pedaggi stradali basati sulle emissioni di CO2 e reinvestire i proventi del commercio delle emissioni nelle infrastrutture e nella diffusione dei veicoli full electric. Ai piani alti si sta effettivamente valutando la possibilità di eliminare il divieto effettivo, in vigore nei 27 Stati membri dell’Ue, sulle nuove auto termiche a partire dal 2035, dopo le sollecitazioni dei principali player.

Cambiamenti in atto

La Commissione europea sarebbe pronta a una revisione per abolire il divieto di vendita di motori a combustione interna previsto tra 9 anni. Manfred Weber, membro del parlamento europeo, alla Bild ha spiegato:

“Per le nuove immatricolazioni di veicoli dal 2035 in poi sarà obbligatoria una riduzione del 90% delle emissioni di CO2 di flotta delle Case automobilistiche, non più del 100%. Inoltre non ci sarà più un obiettivo del 100% a partire dal 2040. Ciò significa che il divieto sui motori a combustione interna è da escludere. Tutti i motori attualmente costruiti in Germania potranno quindi continuare a essere prodotti e venduti. Così manteniamo le nostre due promesse più importanti: restiamo impegnati per la neutralità climatica. Ma garantiamo anche la neutralità tecnologica. Ciò invia un segnale importante all’intera industria automobilistica e garantisce decine di migliaia di posti di lavoro industriali”.

I costruttori dovranno compensare il restante 10% delle emissioni utilizzando acciaio a basso contenuto di carbonio prodotto nell’Ue o carburanti sostenibili come carburanti elettronici e biocarburanti. Ci sarà ancora spazio per la produzione di veicoli ibridi plug-in, range extender, mild hybrid e a combustione interna oltre il 2035.

Tesla contromano in autostrada, scattano oltre 8.000 euro di multa

Una disattenzione che poteva comportare una tragedia, in una normale giornata di settembre. Teatro della distrazione è l’autostrada A26 Genova-Gravellona Toce, nei pressi dello svincolo di Baveno, dove per fortuna una pattuglia della Polizia Stradale ha fermato una Tesla nera che stava percorrendo la carreggiata nel senso opposto rispetto a quello consentito.

Una circostanza rischiosissima per le vetture che stavano sopraggiungendo, date le alte velocità toccate in autostrada. Un impatto frontale è stato evitato, grazie all’intervento delle forze dell’ordine che hanno prontamente cercato di attirare l’attenzione del conducente, senza riuscirci in un primo momento. Solo per un miracolo non si è registrato un incidente. La vettura elettrica americana è stata bloccata nei pressi dello svincolo di Baveno, dove il conducente era uscito dall’autostrada e, in base alle ricostruzioni, voleva rientrare per prendere il giusto senso di marcia.

Grave distrazione

Nell’abitacolo della Tesla sedeva un uomo di 53 anni, residente nel Milanese che, dopo essere stato fermato dalla Polizia Stradale, è risultato in condizioni psicofisiche imbeccabili. Alla base non vi sarebbero stati problemi in merito alle sue condizioni di salute, ma banalmente aveva imboccato la direzione sbagliata. Purtroppo non è la prima volta che vi raccontiamo di episodi analoghi, dove il conducente non ha la lucidità di fermarsi, anche se non vi sono alterazioni legate alle sue percezioni.

L’automobilista si è giustificato, dicendo di essersi sbagliato allo svincolo autostradale, mentre era diretto verso il capoluogo meneghino. Un errore che lo ha portato ad affrontare l’A26 contromano e che avrebbe potuto trasformarsi in una tragedia.

Conto salato

Non è chiaro per quanto tempo la Tesla abbia viaggiato contromano, ma ciò che conta è il miracoloso intervento degli agenti che hanno evitato il peggio. L’uscita allo svincolo di Baveno avrebbe dovuto consentire all’automobilista di correggere autonomamente l’errore e rientrare nella direzione giusta, tuttavia la Polizia Stradale ha condannato l’uomo al pagamento di una multa salatissima. La patente è stata revocata immediatamente e, per poter tornare a guidare, il 53enne dovrà sostenere nuovamente gli esami necessari per l’ottenimento della licenza.

L’importo della multa? Compreso tra 2.046 e 8.186 euro. Inoltre, la Tesla è stata sottoposta a sequestro per 3 mesi, mentre sul fronte economico la sanzione definitiva dovrà essere decisa dal prefetto. La massima punizione a questo punto sarebbe anche in linea con la gravità della circostanza. La sbadataggine dell’uomo ha esposto gli altri utenti della strada a un rischio incalcolabile.

Guidare o circolare contromano in Italia è punito dal Codice della Strada con sanzioni che variano in base al tipo di strada e alle condizioni di visibilità, essendo una delle situazioni più pericolose che possono verificarsi. L’art. 143 del Cds prevede che chiunque circoli contromano in corrispondenza delle curve, dei raccordi convessi o in ogni altro caso di limitata visibilità, ovvero percorre la carreggiata contromano, quando la strada sia divisa in più carreggiate separate, è soggetto a sanzione amministrativa. Dalla violazione prevista dal presente comma consegue la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente da uno a tre mesi, ai sensi del capo I, sezione II, del titolo VI. In casi di recidiva la sospensione va da due a sei mesi.

Blocco diesel Euro 5, Salvini chiede un altro rinvio

Nonostante manchino appena due settimane al primo ottobre, la partita sul blocco delle auto diesel Euro 5 potrebbe non essere ancora finita. Dopo il rinvio di un anno già deciso nel 2025, Matteo Salvini torna infatti a chiedere una proroga della misura prevista nel Bacino Padano. A preoccupare il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti sono soprattutto le conseguenze per chi utilizza ancora ogni giorno una vettura interessata dalle limitazioni.

Nel frattempo, qualcosa si è mosso, sia in Piemonte ed Emilia-Romagna, entrambe ricorse a misure compensative per evitare il blocco, sia in Veneto, al lavoro su una soluzione simile. Al momento l’unica che sembra intenzionata a procedere è la Lombardia, con limitazioni attive tra le 7.30 e le 19.30 a Milano, Brescia, Monza e Bergamo, ammettendo però delle deroghe, fra cui quella legata al Move-In.

Salvini chiede un’altra proroga

Intervenuto a margine dell’evento Sovranità energetica e competitività dalle biomasse al nucleare di nuova generazione, Salvini ha spiegato di aver affrontato la questione con il presidente della Lombardia Attilio Fontana.

“Con il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana abbiamo parlato di temi molto concreti che interessano i cittadini lombardi”

Il leader della Lega ha quindi indicato il numero di persone che, secondo la sua stima, rischierebbero di subire le conseguenze del provvedimento:

“Dal primo ottobre, 500mila cittadini rischiano di rimanere a piedi se hanno l’auto diesel Euro 5”

Da qui la richiesta avanzata nella sua veste di ministro dei Trasporti:

“Ho chiesto la proroga”

Salvini ha legato la propria posizione soprattutto all’impatto economico che il blocco potrebbe avere sui proprietari delle vetture coinvolte:

“Danneggiare chi non si può permettere di comprare l’auto, la moto o il furgone nuovo non mi sembra intelligente”

Il ministro ha poi chiamato in causa le caratteristiche geografiche della Pianura Padana per spiegare le difficoltà legate alla qualità dell’aria nella zona:

“A Bruxelles non si sono accorti che noi, nella pianura padana, abbiamo le Alpi a Nord e gli Appennini a Sud”

E ha concluso il ragionamento sottolineando la conseguenza della particolare conformazione:

“Quindi è più difficile il ricircolo dell’aria”

Le Regioni hanno preso strade diverse

La richiesta di Salvini arriva in una situazione dove il blocco, almeno nella forma originariamente immaginata, ha già perso parecchi pezzi. Il Piemonte si era mosso durante l’estate adottando interventi alternativi, evitando così lo stop per oltre 300 mila vetture. Fra le misure previste figurano incentivi per l’utilizzo dei biocarburanti Hvo e altri interventi destinati alla riduzione delle emissioni.

Sulla stessa linea si è mossa pochi giorni fa l’Emilia-Romagna, sfruttando la clausola di flessibilità prevista dalla normativa nazionale per sostituire il blocco con altre misure contro l’inquinamento. E il fronte potrebbe presto allargarsi al Veneto, dove si sta valutando una soluzione analoga.

Almeno per ora, è diverso il discorso in Lombardia, dove la scadenza resta fissata al 1° ottobre 2026. La richiesta di Salvini, da sola, non basta infatti a spostarla e servirà un provvedimento concreto per concedere un’altra proroga: dopo mesi di rinvii e decisioni diverse da Regione a Regione, i possessori di una diesel Euro 5 si ritrovano ancora in attesa di una risposta definitiva.

Ricalibrare ADAS auto, quando è necessario e cosa si rischia altrimenti

Negli ultimi anni le nostre automobili sono cambiate radicalmente: non sono più solo vetture meccaniche, ma veri e propri computer su ruote. Al centro di questa rivoluzione ci sono gli ADAS (Advanced Driver Assistance Systems), ovvero i sistemi avanzati di assistenza alla guida.

Funzionalità come la frenata automatica d’emergenza, il mantenimento attivo della corsia, il riconoscimento dei segnali stradali e il Cruise Control adattivo dipendono interamente da una complessa rete di sensori, telecamere, radar e lidar installati sulla carrozzeria e sui cristalli della vettura.

Tuttavia, affinché questi “occhi e orecchie elettronici” funzionino con precisione millimetrica, devono osservare il mondo circostante da un punto di vista perfettamente allineato. Basta una minima deviazione o uno spostamento impercettibile per far sì che la centralina interpreti in modo errato la traiettoria di un ostacolo o la posizione delle strisce stradali. È qui che entra in gioco la ricalibrazione degli ADAS: una procedura tecnica fondamentale per ripristinare i parametri di fabbrica e garantire che i sistemi di sicurezza intervengano esattamente quando e come stabilito dai costruttori.

Vediamo come funzionano questi sistemi, in quali situazioni diventa obbligatorio ricalibrarli e quali rischi si corrono se si trascura questa operazione cruciale.

Anatomia degli ADAS: come vedono il mondo telecamere e radar

Per capire perché la ricalibrazione sia così delicata, occorre comprendere come la vettura percepisce l’ambiente esterno. I sistemi di assistenza alla guida non si affidano a un solo componente, ma a una combinazione modulare di strumenti tecnici che lavorano in sinergia attraverso un processo definito fusione dei dati (data fusion).

  • telecamere multifunzione: posizionate principalmente nella parte superiore del parabrezza (dietro lo specchietto retrovisore interno), analizzano lo spettro visivo. Identificano la segnaletica orizzontale, i cartelli stradali, i pedoni e i veicoli che precedono;
  • sensori radar: installati dietro la griglia frontale o nei paraurti anteriori e posteriori, emettono onde radio a frequenze elevate (solitamente 24 GHz o 77 GHz). Misurano con estrema precisione la distanza, la velocità relativa e l’angolo degli oggetti in movimento, anche in condizioni di scarsa visibilità come nebbia o pioggia battente;
  • sensori a ultrasuoni e LIDAR: i primi sono posizionati nei paraurti per le manovre a bassa velocità (parcheggio), mentre i secondi utilizzano impulsi di luce laser per creare mappe tridimensionali ad altissima risoluzione dell’ambiente circostante.

Ciascuno di questi componenti ha un “campo visivo” ben preciso con angoli di apertura definiti al millesimo di grado. Se l’orientamento fisico del sensore varia anche di una frazione di grado, l’algoritmo di calcolo riceverà informazioni sfalsate, compromettendo la capacità dell’auto di “leggere” la strada correttamente.

Quando è necessario ricalibrare gli ADAS

La ricalibrazione non è un intervento da eseguire esclusivamente in seguito a un guasto, ma una procedura obbligatoria ogni volta che viene modificata la geometria del veicolo o la posizione fisica dei sensori. I casi principali includono:

  • sostituzione del parabrezza: è il motivo più frequente. La telecamera principale viene scollegata e rimontata sul nuovo vetro. Anche microscopiche differenze di spessore, inclinazione o incollaggio alterano significativamente l’angolo di visuale;
  • urti, tamponamenti o piccoli incidenti: un impatto a bassa velocità può non mostrare danni evidenti alla carrozzeria, ma deformare i supporti interni dei radar alloggiati nei paraurti;
  • interventi su assetto e sospensioni: la sostituzione di ammortizzatori, molle o bracci oscillanti, così come la regolazione di convergenza e campanatura, modifica l’altezza e l’inclinazione del veicolo (assetto di marcia);
  • sostituzione o cambio dimensioni di pneumatici e cerchi: l’adozione di pneumatici di dimensioni differenti rispetto a quelle originali altera il raggio di rotolamento e l’altezza complessiva da terra, sfasando i riferimenti dei radar;
  • lavori di carrozzeria e smontaggio componenti: la rimozione o sostituzione di paraurti, specchietti retrovisori (che spesso ospitano telecamere a 360°) o mascherine frontali richiede sempre la successiva verifica dei sensori;
  • presenza di codici errore (DTC): l’accensione di una spia di avaria sul quadro strumenti segnala che la centralina ha rilevato un’anomalia di allineamento o di comunicazione con uno dei moduli.

Le tipologie di calibrazione

La procedura di azzeramento e allineamento non è identica per tutte le auto, ma varia in base alla marca, al modello e al tipo di sistema installato. Le metodologie principali sono tre: statica, dinamica e ibrida.

La ricalibrazione statica si svolge interamente all’interno dell’officina ed è una procedura di estrema accuratezza. Il veicolo viene posizionato su un pavimento perfettamente livellato e davanti ad esso vengono collocati appositi pannelli di calibrazione (target patterns), specifici per ciascun marchio automobilistico.

Attraverso sistemi di puntamento laser e software diagnostici dedicati, l’operatore allinea perfettamente la telecamera o il radar con i punti di riferimento stampati sui pannelli. Durante questa fase, le condizioni ambientali devono essere rigide: illuminazione omogenea, assenza di riflessi o ombre sul pannello e pressione dei pneumatici impostata ai valori ideali di fabbrica.

La ricalibrazione dinamica richiede una fase di guida su strada. Dopo aver collegato uno strumento di diagnosi alla presa OBD dell’auto e avviato la procedura, il tecnico guida la vettura lungo un percorso prestabilito. Il sistema impiega una fase di auto-apprendimento mentre la vettura viaggia a una velocità costante (solitamente tra i 40 e gli 80 km/h) su strade con segnaletica orizzontale ben marcata e in buone condizioni di traffico. La telecamera “impara” a riconoscere le linee di corsia e gli oggetti, regolando automaticamente la propria linea di fede e tarando l’algoritmo interno.

Molti veicoli di ultima generazione richiedono un approccio combinato: una prima fase di azzeramento statico in officina con pannelli fisici, seguita da una sessione di calibrazione dinamica su strada per confermare l’accuratezza dei parametri appresi.

I pericoli di un sistema scalibrato

Sottovalutare la ricalibrazione degli ADAS equivale a guidare una vettura con i freni usurati o lo sterzo sfasato. I rischi pratici legati a un sistema non calibrato sono molteplici e potenzialmente pericolosi. Una deviazione di un solo grado nella telecamera del parabrezza si traduce in uno scostamento di oltre un metro a una distanza di 50-60 metri dal veicolo. Questo significa che l’auto potrebbe “vedere” un ostacolo nella corsia adiacente anziché nella propria, oppure non rilevarlo affatto.

Il radar o la telecamera possono scambiare un cavalcavia, un cartello stradale o un veicolo parcheggiato per un ostacolo improvviso presente sulla traiettoria di marcia, azionando violentemente i freni senza alcun motivo reale. In caso di imminente collisione o di abbandono involontario della corsia, un sensore disallineato potrebbe non inviare il segnale di allarme in tempo o non attivare la frenata automatica.

In caso di incidente stradale, qualora le perizie dovessero accertare che il malfunzionamento di un sistema di sicurezza è stato causato da una mancata ricalibrazione a seguito di una precedente riparazione (es. sostituzione del vetro), le compagnie assicurative potrebbero rivalersi sul proprietario o sul riparatore che non ha eseguito il lavoro a regola d’arte. La ricalibrazione non è un’operazione che si può improvvisare o svolgere con metodi “fai-da-te”, richiede un investimento significativo in attrezzature dedicate, formazione tecnica continua e software sempre aggiornati.

Pieno contro ricarica, quanto si risparmia davvero con un’auto elettrica

La convenienza dell’auto elettrica non si misura certamente dal prezzo d’acquisto, con il quale ancora non c’è partita al cospetto delle termiche. Il vantaggio economico, o per meglio dire il risparmio, si palesa ogni volta che si ricarica la batteria.

E quando l’energia arriva dalla presa di casa, la differenza rispetto alle alimentazioni tradizionali può diventare consistente: con le tariffe e i prezzi considerati dall’Osservatorio nazionale sui prezzi delle tariffe di ricarica della mobilità elettrica di Adiconsum e TariffEV, il risparmio può arrivare a 826 euro ogni 10.000 km rispetto alla benzina.

Il confronto prende come riferimento un costo dell’elettricità domestica di 0,25 euro/kWh e i prezzi medi dei carburanti rilevati nel Lazio l’11 settembre 2026: 2,071 euro al litro per la benzina, 2,179 euro per il diesel e 0,731 euro per il GPL.

Quanto costa percorrere 100 km

Per effettuare il confronto sono stati utilizzati consumi medi di 20 km/l per un’auto diesel, 18 km/l per una benzina e 12 km/l per una vettura alimentata a GPL. Per l’elettrico il consumo considerato è invece di 13 kWh/100 km in città e 20 kWh/100 km in autostrada.

Con una tariffa domestica di 0,25 euro/kWh, 100 km in città richiedono dunque 3,25 euro di energia per l’auto elettrica. La stessa distanza costa mediamente 10,90 euro con il diesel, 11,51 euro con la benzina e 6,09 euro con il GPL.

Su una percorrenza di 10.000 km, il conto dell’elettrica arriva così a 325 euro. Il confronto con le altre alimentazioni mostra una differenza di 765 euro rispetto al diesel e di 826 euro rispetto alla benzina. Anche il GPL resta più economico dei carburanti tradizionali, ma in questo scenario il vantaggio dell’elettrica è comunque di 284 euro.

Si tratta naturalmente di una simulazione. Il consumo effettivo dipende dal modello, dalla temperatura, dal tipo di percorso, dallo stile di guida e dalle condizioni di utilizzo. Anche il prezzo dell’energia può cambiare sensibilmente in base al contratto domestico.

La ricarica pubblica cambia il conto

Il vantaggio economico si riduce quando la batteria viene ricaricata prevalentemente alle colonnine pubbliche. L’Osservatorio ha analizzato ad agosto 2026 un totale di 437 tariffe: 153 relative alla ricarica AC, 152 alla DC e 132 alle infrastrutture HPC.

Il prezzo medio rilevato è di 0,64 euro/kWh per l’AC, 0,73 euro/kWh per la DC e 0,76 euro/kWh per le colonnine HPC. Anche all’interno delle singole categorie, però, le differenze sono importanti. L’AC varia da 0,52 a 0,84 euro/kWh, la DC da 0,58 a 0,81 euro e l’HPC da 0,54 fino a 0,90 euro.

Questo significa che la domanda “quanto costa un’auto elettrica?” non ha una sola risposta. La convenienza dipende anche da dove viene effettuata la ricarica e dalla tariffa applicata.

Il costo di pareggio con diesel e benzina

I dati permettono anche di individuare una soglia oltre la quale la ricarica elettrica smette di essere più conveniente rispetto ai carburanti. In città, con i consumi considerati, il prezzo dell’elettricità può arrivare a 0,838 euro/kWh prima di raggiungere il costo del diesel e a 0,885 euro/kWh rispetto alla benzina.

Il confronto con il GPL è invece più severo: la soglia scende a 0,468 euro/kWh. In autostrada, dove il consumo dell’elettrica sale a 20 kWh/100 km, il margine si riduce ancora. Il punto di pareggio è a 0,545 euro/kWh rispetto al diesel, 0,576 euro/kWh rispetto alla benzina e appena 0,305 euro/kWh rispetto al GPL.

In Italia oltre 84.000 punti di ricarica

C’è poi il tema della disponibilità delle infrastrutture. Secondo i dati Motus-E aggiornati a giugno 2026, in Italia erano installati 84.564 punti di ricarica.

La maggior parte, 60.359 punti, ha una potenza inferiore a 50 kW. Altri 17.432 sono compresi tra 50 e 149 kW, mentre 6.773 superano i 150 kW. Sulla rete autostradale risultano invece 1.516 punti e il 54% delle aree di servizio è dotato di infrastrutture di ricarica.

Il dato più importante, però, resta quello del costo dell’energia. Per chi può ricaricare abitualmente a casa a 0,25 euro/kWh, l’elettrica mantiene un vantaggio molto ampio sul costo chilometrico. Chi dipende invece dalle colonnine pubbliche deve fare i conti con tariffe decisamente più alte, soprattutto per le ricariche rapide.

Caro carburante, stop al taglio delle accise: arriva un nuovo bonus? Le ipotesi

Il caro carburante è un tema di grande attualità in Italia, con il Governo che sta contrastando l’aumento del costo al litro di benzina e diesel con il ricorso al taglio delle accise, intervento che, nelle ultime settimane, ha riguardato esclusivamente il gasolio.

Per il futuro, però, l’Esecutivo ha già chiarito che la volontà è quella di rimodulare le misure di sostegno contro l’aumento di prezzi alla pompa, concentrandosi su interventi per gli utenti più colpiti e/o in maggiore difficoltà.

Da qui nasce l’ipotesi di un bonus benzina da 100 euro una tantum. L’indiscrezione è stata lanciata da Repubblica e, per il momento, la misura non è stata confermata direttamente dal Governo, che ha in agenda nuovi incontri tra i vari esponenti della maggioranza in questi giorni.

Un bonus una tantum contro la crisi?

Il bonus sarebbe attualmente in fase di definizione, considerando tutti gli aspetti tecnici, finanziari e politici che lo caratterizzeranno. Il quotidiano che ha riportato l’indiscrezione sottolinea:

“Le simulazioni sono appese a scelte, tecniche e politiche, che saranno prese nei prossimi giorni. A inizio settimana, infatti, Giorgia Meloni riunirà i leader della maggioranza per provare a dare forma all’intervento. La premier vorrebbe chiudere la partita entro giovedì (a mezzanotte scade lo sconto di 17,1 centesimi sul diesel). Ma deve fare i conti con le risorse a disposizione. I sostegni selettivi costano”.

Il passaggio sulle tempistiche è importante: la proroga al taglio delle accise, infatti, sta per scadere e, salvo sorprese, la misura non potrà essere rinnovata. Il bonus una tantum rappresenterebbe una buona misura per contrastare, con un approccio diverso, la crisi.

La questione delle risorse

Per poter finalizzare un nuovo bonus, è necessaria una valutazione di quelle che sono le risorse disponibili. Il Governo, dallo scorso mese di marzo, ha già speso 2,16 miliardi di euro contro il caro carburante. Un bonus una tantum, invece, può essere tarato in base alle risorse, in modo più preciso. Una volta definito l’importo (100 euro), infatti, i tecnici del Tesoro e potranno regolare i requisiti per delimitare la platea di beneficiari.

La misura potrebbe essere autofinanziata dall’aumento del gettito IVA. I rincari del costo al litro dei carburanti, infatti, permettono alle casse dello Stato di registrare un incremento degli incassi legato all’IVA (che si applica anche alle accise).

Questo potrebbe rendere più efficace il bonus, incrementando la platea di possibili beneficiari. Bisognerà, in ogni caso, attendere il responso dei tecnici per capire quali saranno le caratteristiche effettive dell’agevolazione.

Quanto costano oggi benzina e diesel?

Le ultime rilevazioni che arrivano dall’Osservatorio sui prezzi del Ministero delle Imprese, aggiornate a oggi 14 settembre, confermano che oggi fare rifornimento costa:

  • benzina: 2,086 euro al litro sulla rete stradale e 2,176 euro al litro sulla rete autostradale
  • diesel: 2,193 euro al litro sulla rete stradale e 2,208 euro al litro sulla rete autostradale

I prezzi in questione riguardano il self. Ricordiamo che a fine febbraio, prima dell’attacco di USA e Israele all’Iran, la benzina costava circa 1,67 euro al litro e il diesel circa 1,72 euro al litro (prezzi self per la rete stradale).