Lunghe code dai benzinai, quanto si risparmia davvero sul pieno

La stangata sui prezzi dei carburanti trova una prima e concreta battuta d’arresto. A partire da oggi, Enilive (Eni) e IP hanno introdotto un tetto massimo ai prezzi di vendita per tutelare i consumatori dal continuo rialzo dei listini: 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 euro al litro per il diesel. La misura, prevista per un periodo iniziale di 30 giorni, viene applicata sull’intera rete distributiva italiana, comprese le stazioni autostradali, storicamente tra le più onerose.

Lunghe code dai benzinai

L’effetto dell’annuncio non si è fatto attendere. Fin dalle prime ore del mattino si registrano lunghe file presso le stazioni di servizio Enilive ed IP, in particolare lungo le arterie ad alto traffico e nei punti vendita autostradali.

Centinaia di automobilisti si sono messi in incolonnamento pur di approfittare immediatamente delle tariffe bloccate, con inevitabili rallentamenti alla viabilità locale attorno ai piazzali delle stazioni più frequentate.

Il calcolo del risparmio: fino a 11 euro per un pieno

L’impatto economico per gli automobilisti varia a seconda del tipo di veicolo, del carburante e soprattutto dell’area geografica (autostrade vs rete ordinaria).

Il price cap fissa un limite massimo: dove i prezzi erano già inferiori a 1,99 €/l per la verde o 2,19 €/l per il gasolio, il costo alla pompa rimane invariato. Nei distributori dove i prezzi avevano invece superato la soglia critica, la sforbiciata è tangibile.

Risparmio medio su un pieno da 50 litri

  • Benzina (Rete Ordinaria): con un taglio medio stimato attorno ai 17 centesimi al litro sui listini più alti, il risparmio stimato sulle stazioni di fascia alta si attesta tra i 8,50 € e i 9,35 € a pieno.
  • Gasolio / Diesel: il tetto a 2,19 €/l consente un contenimento analogo sui picchi recenti, portando a un risparmio compreso tra 6,00 € e 8,50 € a pieno.
  • Tratti Autostradali: sui distributori autostradali, dove la benzina servita o self aveva toccato vette vicine o superiori ai 2,20 €/l, le associazioni dei consumatori come Codacons ed Adusbef stimano un beneficio massimo che può raggiungere gli 11,20 euro per singolo pieno da 50 litri.

Dettaglio della misura e impatto sul mercato

CarburanteTetto Massimo FissatoTaglio Stimato / LitroRisparmio Medio Pieno (50L)
Benzina1,99 €/l~ 0,17 €/l8,50 € – 11,20 €
Diesel / Gasolio2,19 €/l~ 0,12 – 0,15 €/l6,00 € – 8,50 €

7.000 euro di multe con l’auto della cliente, nei guai un meccanico

Si reca in officvina per risolvere un guasto al volante e, invece di diminuire, i problemi aumentano, tirando in ballo il Codice della Strada. Il 15 luglio 2024 arriva la prima multa, riguardante uno spazio riservato alle persone con disabilità. Il verbale viene recapitato a un’avvocata cinquantenne di Trieste, ma qualcosa stenta a quadrare: in quel momento la sua auto si trova ancora dal meccanico. È solo l’inizio, perché nei mesi successivi le sanzioni continuano a sommarsi fino a raggiungere circa 7.000 euro.

La vettura era stata lasciata due mesi prima, dopo che la proprietaria era rimasta bloccata a Cervignano del Friuli. Del recupero e della riparazione si era occupato un meccanico triestino, che avrebbe poi tenuto con sé l’auto e, stando alla denuncia della donna, l’avrebbe utilizzata senza alcuna autorizzazione.

A quel punto il problema non riguardava più soltanto la restituzione del mezzo. Ogni nuova infrazione finiva infatti a carico della proprietaria e la situazione si sarebbe trascinata anche dopo il fermo amministrativo disposto sulla vettura.

Un conto da 7.000 euro

Ricevuta la prima multa, la donna chiede spiegazioni al meccanico, invano, e nel frattempo il conto continua a salire. Alle prime sanzioni se ne aggiungono altre, tutte collegate alla vettura lasciata per la riparazione, fino a toccare circa 7.000 euro. Già messa a dura prova, la pazienza della proprietaria finisce del tutto, visto che, almeno stando alla sua versione, le infrazioni sarebbero state commesse mentre al volante si trovava qualcun altro.

Nemmeno il fermo amministrativo disposto sulla vettura avrebbe fermato gli spostamenti. Il provvedimento avrebbe dovuto impedirne la circolazione, ma il mezzo sarebbe stato utilizzato ancora, sempre secondo quanto denunciato dall’avvocata. Per la cinquantenne si aggiunge così un altro elemento a una vicenda cominciata mesi prima con una semplice richiesta di riparazione.

L’auto spunta su Google Street View

In maniera piuttosto insolita, Google Street View dà una mano alla proprietaria. Insospettita da una storia sempre meno chiara, la donna cerca  l’indirizzo del meccanico e nelle immagini riconosce la propria auto, parcheggiata vicino a casa dell’uomo.

Nonostante fossero state scattate per la normale mappatura delle strade, le immagini contribuiscono alla ricostruzione dei fatti da parte dell’avvocata, ormai alle prese non soltanto con il recupero del veicolo, ma pure con una lunga serie di sanzioni intestate a suo nome.

La vicenda approda in tribunale

Dalle contestazioni sulle multe si passa infine alle carte giudiziarie. A metà ottobre è atteso il procedimento penale nel quale dovrà essere ricostruito quanto accaduto dal momento della consegna dell’auto al meccanico. Tra i punti da chiarire figura naturalmente l’utilizzo della vettura, che la proprietaria sostiene di non avere mai autorizzato.

Spetterà al tribunale accertare eventuali responsabilità e stabilire quale peso avranno gli elementi raccolti nel frattempo. La cinquantenne dovrà fare i conti anche con le conseguenze economiche lasciate dai verbali, mentre sul comportamento attribuito al meccanico manca ancora una pronuncia definitiva.

Partita nel maggio 2024 con un guasto al volante, la storia si prepara così a entrare in una nuova fase oltre due anni più tardi. Nel frattempo sono rimasti un’auto affidata per una riparazione, il fermo amministrativo e circa 7.000 euro di sanzioni, con una fotografia di Google Street View ad aggiungere un particolare decisamente fuori dall’ordinario.

Trump cancella le regole di Biden sulle auto elettriche, i nuovi standard

Niente più regole pensate per spingere le Case verso un numero crescente di auto elettriche, almeno nelle intenzioni di Donald Trump. Dal suo profilo Truth Social, il presidente americano ha rivendicato l’approvazione di nuovi standard sull’efficienza dei consumi e ne ha approfittato per attaccare ancora una volta Joe Biden.

“Ho appena approvato nuovi standard di efficienza dei consumi che pongono fine al ridicolo obbligo di auto elettriche imposto da Joe Biden”

Sebbene Trump lo definisca un “obbligo”, negli Stati Uniti non era stato imposto agli automobilisti di comprare un’elettrica. Il bersaglio sono i CAFE, standard attraverso i quali viene calcolata l’efficienza media delle gamme proposte dai vari produttori. Acronimo di Corporate Average Fuel Economy, il meccanismo non giudica il consumo di una singola vettura, bensì l’insieme dei modelli venduti da ciascun costruttore sul mercato americano. Con Biden i requisiti erano diventati più severi e vendere più modelli elettrici aiutava le Case a rispettarli.

La promessa di auto meno costose

Il numero uno alla Casa Bianca attribuisce alle nuove regole la possibilità di abbassare i costi affrontati dai costruttori, con prezzi inferiori anche in concessionaria.

“Questi nuovi standard elimineranno gli sprechi nella produzione di auto in America”

Nelle stime indicate da Trump, comprare un’auto nuova potrebbe abbassare la spesa di qualche migliaio di dollari. La revisione dei consumi si aggiunge agli interventi con cui negli ultimi mesi l’amministrazione in carica ha modificato diverse regole ambientali dell’era Biden.

Nel dicembre 2025 Washington aveva già presentato una revisione degli standard CAFE, sostenendo che i precedenti obiettivi fossero difficilmente raggiungibili facendo esclusivo affidamento su modelli a benzina e diesel. Quindi, nel febbraio 2026, l’EPA ha revocato l’Endangerment Finding del 2009 relativo ai gas serra e gli standard federali sulle emissioni di gas serra dei veicoli che ne derivavano.

Il messaggio alle Case automobilistiche

Trump lega la nuova politica anche alla produzione negli Stati Uniti e sostiene di aver ricevuto segnali positivi dai principali gruppi dell’industria. Nel messaggio pubblicato su Truth Social ha citato direttamente General Motors, Ford e Stellantis, affermando di essere stato contattato dalle aziende interessate a produrre nel Paese.

Il presidente ha inoltre indicato in oltre 100 miliardi di dollari gli investimenti arrivati nell’industria dei motori americana durante la sua amministrazione, collegandoli alla riapertura degli stabilimenti e al ritorno di posti di lavoro in diversi Stati.

“È solo l’inizio. Gli stabilimenti stanno riaprendo e i posti di lavoro stanno tornando in Michigan, Ohio, Indiana, Carolina del Sud e in tutto il nostro Paese”

Il nuovo intervento conferma una direzione ormai consolidata della politica automobilistica del secondo mandato Trump: meno vincoli federali sulle emissioni e sull’efficienza, maggiore spazio alle motorizzazioni tradizionali e nessuna spinta normativa paragonabile a quella adottata sotto Biden verso l’elettrificazione.

Le auto elettriche rimangono naturalmente sul mercato statunitense, che i costruttori possono continuare a sviluppare e venderl. A cambiare è il quadro regolatorio nel quale devono programmare le proprie gamme, con Washington intenzionata a ridurre il peso delle norme federali che negli anni precedenti avevano favorito la transizione verso modelli a zero emissioni.

Benzina e diesel, IP mette un tetto ai prezzi: Meloni rassicura le famiglie

Da oggi fare benzina o diesel può costare meno in migliaia di distributori italiani. Lunedì 28 settembre entra infatti in vigore il price cap annunciato da Eni e non sarà un caso unico: dopo il Cane a sei zampe, anche IP ha deciso di mettere un freno ai listini alla pompa. Le due iniziative hanno modalità diverse e solo la prima ha già fissato un limite valido per tutta la rete.

Nei punti vendita Enilive la benzina non potrà superare 1,99 euro al litro, mentre per il diesel il tetto è stato fissato a 2,19 euro. I nuovi prezzi devono essere applicati entro le 8 del 28 settembre e resteranno validi inizialmente per 30 giorni, comprese le stazioni presenti lungo la rete autostradale. Rispetto alle medie registrate nei giorni precedenti, Eni indica una differenza nell’ordine dei 17 centesimi al litro.

Il tetto arriverà per gradi

A muoversi adesso è Italiana Petroli. Socar, gruppo energetico azero che controlla IP, ha annunciato l’introduzione di una soglia massimo ai prezzi di benzina e gasolio nelle proprie stazioni di servizio. A differenza di Eni, però, non sono stati comunicati né un tetto unico valido lungo tutta la rete né una data entro la quale l’iniziativa terminerà.

Almeno all’inizio, nei distributori IP converrà guardare bene il tabellone dei prezzi, perché il tetto non arriverà contemporaneamente in tutta Italia e Socar coinvolgerà nell’operazione retisti e partner. Nemmeno le cifre saranno quelle annunciate da Eni: 1,99 euro per la benzina e 2,19 per il diesel valgono nei punti vendita Enilive.

Socar guarda già oltre IP e valuta di portare il price cap anche nelle stazioni Esso, insieme agli altri operatori che acquistano carburante da Italiana Petroli. Soltanto nelle prossime settimane si capirà quanto riuscirà ad allargarsi l’iniziativa e quali distributori finiranno per adottarla.

Quanto costa fare rifornimento

Domenica 27 settembre fare il pieno continuava a pesare parecchio sul portafoglio, con benzina e diesel che sulla rete ordinaria costavano in media rispettivamente 2,159 e 2,377 euro al litro in modalità self service. In autostrada l’esborso saliva ancora, raggiungendo 2,254 euro per la verde e 2,459 euro per il gasolio.

Il diesel ha corso più della benzina, aumentando di circa due centesimi rispetto alla rilevazione precedente e facendo i conti dal 26 settembre anche con il riordino delle accise: 5 centesimi in più al litro, che salgono a circa 6 considerando l’Iva.

Per Eni il limite annunciato potrebbe non fermarsi ai primi 30 giorni. La società ha lasciato aperta la possibilità di prolungarlo fino alla fine del 2026, valutando l’andamento del mercato e le condizioni degli approvvigionamenti. Molto dipenderà quindi da ciò che accadrà nelle prossime settimane sui mercati internazionali.

Giorgia Meloni rassicura

Alla decisione di IP è seguito il commento favorevole di Giorgia Meloni, secondo cui rappresenta un segnale importante di attenzione alle famiglie italiane, mentre il Governo continuerà a sostenerne e proteggerne il potere d’acquisto. Dal fronte dei gestori sono arrivate però le prime contestazioni. Assopetroli-Assoenergia ha convocato d’urgenza il Comitato di presidenza per capire quali conseguenze possa avere il price cap sul mercato, mentre Figisc punta il dito contro la scelta di Eni e teme che a pagarne il conto possano essere la concorrenza e gli operatori più piccoli.

Per gli automobilisti il dato immediato rimane però quello esposto sui tabelloni. Da oggi chi si ferma in una stazione Enilive conosce già il limite massimo applicabile, mentre sulla rete IP bisognerà verificare i prezzi man mano che la misura entrerà a regime. Sullo sfondo rimane Esso, possibile prossimo marchio coinvolto in un price cap che, partito da Eni, comincia ad allargarsi lungo la penisola.

Auto contro un animale: come ottenere il risarcimento e a chi rivolgersi

Per sapere chi paga i danni quando un animale attraversa improvvisamente la strada e finisce contro un’auto bisogna tenere conto che la risposta cambia in base alla specie coinvolta, alla presenza di un proprietario, alle caratteristiche della carreggiata e alla condotta tenuta dal conducente.

Ecco quindi che un cinghiale non viene trattato dalla legge come un cane con microchip. Allo stesso modo, una mucca fuggita da un allevamento pone problemi diversi rispetto a un randagio. Prima di inviare lettere o richieste economiche occorre quindi ricostruire la natura dell’animale e la possibile responsabilità di chi avrebbe dovuto controllarlo. Un incidente può coinvolgere più responsabilità: basti pensare a un cervo che entra in autostrada attraverso uno squarcio noto nella recinzione oppure a un cane lasciato libero vicino a una carreggiata sulla quale l’automobilista procedeva oltre il limite.

Fauna selvatica, la richiesta va presentata alla Regione

Per cinghiali, cervi, caprioli e altri animali selvatici protetti, il punto di riferimento è l’articolo 2052 del Codice civile, dedicato ai danni provocati dagli animali. La fauna selvatica appartiene al patrimonio indisponibile dello Stato, mentre le funzioni di tutela, controllo e gestione sono attribuite alle Regioni.

La regola è stata chiarita dalla sentenza 7969 del 2020 della Corte di Cassazione. Secondo i giudici il danneggiato deve rivolgere l’azione contro la Regione, che potrà poi rivalersi sull’ente al quale abbia delegato concrete funzioni di gestione faunistica.

Al proprietario dell’auto spetta dimostrare la dinamica dell’incidente, il coinvolgimento dell’animale e il rapporto tra l’attraversamento e i danni subiti. Una volta forniti questi elementi, la Regione può sottrarsi alla responsabilità provando il caso fortuito, vale a dire un fattore esterno imprevedibile e inevitabile capace di interrompere il rapporto causale.

La sola imprevedibilità dei movimenti di un cinghiale non basta perché il comportamento istintivo della fauna rientra nel rischio collegato alla sua gestione. Può invece assumere rilievo una condotta gravemente imprudente del guidatore, una velocità incompatibile con la strada oppure una manovra estranea all’attraversamento dell’animale. Neppure il cartello triangolare che segnala il pericolo di animali selvatici decide da solo la controversia. La sua presenza non libera la Regione mentre l’assenza del segnale non garantisce il risarcimento.

Quando risponde il gestore della strada

Anas, Comuni, Province e concessionari autostradali non sono sempre estranei alla vicenda. La loro responsabilità può emergere attraverso l’articolo 2051 del Codice civile, relativo ai danni causati dalle cose in custodia, quando l’ingresso dell’animale dipende da un difetto riconducibile alla strada o alle sue protezioni.

Il caso più intuitivo riguarda un’autostrada delimitata da reti: se un animale entra da una recinzione squarciata, abbattuta o priva di manutenzione, il concessionario può essere chiamato a rispondere. Lo stesso ragionamento vale per un cancello lasciato aperto o per un varco già segnalato senza che siano stati eseguiti interventi. Sulle strade ordinarie aperte la sola presenza di un animale non dimostra invece un difetto della carreggiata.

Regione e custode della strada possono essere chiamati nello stesso procedimento quando i fatti indicano responsabilità concorrenti. Davanti a danni elevati o lesioni personali conviene far esaminare verbali, fotografie e competenze territoriali da un legale prima di scegliere un unico destinatario.

Animali domestici e bestiame, paga il proprietario

Se l’urto coinvolge un cane di proprietà, un cavallo, una mucca o un altro animale riconducibile a una persona, la richiesta va indirizzata al proprietario o a chi se ne serviva nel momento dell’incidente. L’articolo 2052 del Codice civile stabilisce che la responsabilità permane anche quando l’animale sia fuggito o si sia smarrito. Non occorre provare una colpa tradizionale, come una dimenticanza o un recinto lasciato aperto: il proprietario risponde salvo che riesca a dimostrare il caso fortuito. Restano da accertare l’identità dell’animale, il collegamento con il danno e l’assenza di comportamenti del conducente capaci di incidere sulla collisione.

Per un cane, il microchip può condurre all’intestatario attraverso la lettura eseguita dalla polizia o dai servizi veterinari. Nel caso del bestiame aiutano marchi auricolari, tatuaggi identificativi, testimonianze e provenienza dell’animale. Il cittadino non dispone di libero accesso ai dati personali dell’anagrafe canina, ragione per cui l’intervento delle autorità assume un peso decisivo.

Quando il proprietario possiede una polizza di responsabilità civile familiare, agricola o aziendale, la pratica può essere gestita dalla compagnia. Se manca una copertura, la domanda viene rivolta alla persona responsabile.

Il conducente può avere una parte di colpa

L’articolo 2052 non assegna il cento per cento della ragione all’automobilista. La sua condotta viene valutata anche alla luce dell’articolo 2054 del Codice civile, che impone al conducente di provare di aver adottato ogni cautela ragionevole per evitare il danno.

Una velocità eccessiva, l’uso del cellulare, la distrazione o una frenata tardiva possono produrre un concorso di colpa, riducendo l’importo riconosciuto. Nei casi più netti, il comportamento di chi guidava può assumere un ruolo tanto determinante da escludere la responsabilità altrui. Per questa ragione acquistano valore i dati della scatola nera, le riprese della dashcam, le tracce di frenata e le dichiarazioni dei testimoni. Anche l’assenza di una contravvenzione non dimostra necessariamente una condotta impeccabile così come un danno molto esteso non prova una velocità irregolare.

Cane randagio, la richiesta è più complessa

Nel caso di un cane randagio non c’è un proprietario identificabile al quale applicare la stessa logica usata per un animale domestico, mentre le attività di prevenzione e cattura vengono distribuite tra Comuni, aziende sanitarie e servizi territoriali dalle singole leggi regionali.

L’orientamento ricorrente riconduce questi casi all’articolo 2043 del Codice civile, fondato sulla colpa. Chi chiede il risarcimento deve allora individuare l’ente incaricato del controllo nel luogo dell’incidente e dimostrare una specifica omissione, non la sola comparsa del cane sulla strada. Possono contare, per esempio, ripetute segnalazioni rimaste senza risposta, la presenza stabile di un branco già conosciuto o il mancato intervento dopo richieste documentate. In assenza di simili elementi, ottenere denaro da un’amministrazione pubblica diventa assai più difficile.

La domanda va trasmessa con Pec o raccomandata con ricevuta di ritorno al soggetto individuato. Nel caso della fauna selvatica, il destinatario iniziale è la Regione in cui si trova il tratto stradale. Sul sito istituzionale si può cercare l’ufficio sinistri, l’avvocatura o la compagnia che gestisce le richieste per conto dell’ente. Alla comunicazione vanno allegati il verbale, le fotografie, i dati dei testimoni, il documento di proprietà del veicolo, il preventivo di riparazione, le fatture già sostenute e gli eventuali certificati medici.

Se l’ente respinge la domanda o non risponde, il danneggiato può valutare una negoziazione, una mediazione quando prevista oppure un’azione giudiziaria. Prima di attendere mesi è bene verificare i termini applicabili al caso, perché prescrizione e procedure amministrative possono variare in base al soggetto chiamato in causa.

Eni valuta l’ipotesi di tenere il tetto ai prezzi per tutto il 2026, il settore si divide

Il tema del caro carburanti torna prepotentemente al centro dell’agenda economica italiana, e questa volta a muoversi non è il governo ma direttamente Eni. Il colosso energetico a controllo pubblico ha deciso di introdurre un tetto massimo al prezzo di benzina e gasolio venduti nella propria rete Enilive, una mossa arrivata a sorpresa proprio mentre gli automobilisti si preparavano a fare i conti con un nuovo rincaro alla pompa.

La misura, in vigore da lunedì 28 settembre, dovrebbe durare inizialmente 30 giorni, ma l’azienda si è lasciata la porta aperta per un’estensione fino alla fine dell’anno. Un’ipotesi che, se confermata, avrebbe conseguenze non da poco sui conti della compagnia e sugli equilibri dell’intero settore della distribuzione.

Il price cap di Eni

Nel concreto, il tetto fissato da Eni prevede un prezzo massimo di 1,99 euro al litro per la benzina e di 2,19 euro al litro per il gasolio, circa 17 centesimi in meno rispetto alla media nazionale registrata nei giorni scorsi. Il limite è entrato in vigore da lunedì nelle stazioni di servizio della compagnia petrolifera italiana. 

Va detto che l’iniziativa arriva in un momento particolarmente delicato: il governo aveva appena dimezzato lo sconto sulle accise sul gasolio, facendo scattare un aumento immediato per gli automobilisti. Secondo le stime dell’Unione Nazionale Consumatori, il rincaro conseguente al taglio dello sconto fiscale avrebbe fatto salire il prezzo del diesel di diversi centesimi al litro da un giorno all’altro, un salasso che Eni ha in parte controbilanciato con la propria iniziativa.

Il paragone più immediato arriva dalla Francia, dove TotalEnergies aveva già adottato una misura simile a marzo, subito dopo lo scoppio della guerra in Medio Oriente, fissando un tetto di 1,99 euro per la benzina e 2,25 euro per il gasolio. Una scelta che, in qualche modo, sembra aver fatto scuola anche in Italia.

L’ipotesi costerebbe 100 milioni al mese

Dietro l’operazione, però, si nasconde un costo tutt’altro che trascurabile per le casse dell’azienda. Considerando che Eni vende in media 600 milioni di litri al mese attraverso la rete retail, mantenere lo sconto per un intero mese potrebbe costare all’azienda circa 100 milioni di euro. 

Una cifra che, se il price cap venisse effettivamente prorogato fino a dicembre, si moltiplicherebbe di mese in mese, arrivando a pesare in maniera consistente sui bilanci. Per inquadrare la portata dell’operazione, secondo alcune analisi Eni ha generato nel secondo trimestre del 2026 un utile netto rettificato di 2,33 miliardi di euro, pari a circa 780 milioni al mese, e il tetto ai prezzi ne assorbirebbe tra l’8 e il 13%. 

Un costo visibile, dunque, ma che secondo gli osservatori non dovrebbe mettere seriamente a rischio la politica di dividendi e di riacquisto di azioni proprie messa in campo dalla compagnia per l’anno in corso.

Il nodo dei distributori convenzionati

Se sui numeri assoluti l’operazione appare sostenibile per un colosso delle dimensioni di Eni, il discorso cambia se si guarda alla filiera della distribuzione. Non tutti i gestori che operano sotto l’insegna del cane a sei zampe, infatti, accolgono con entusiasmo la decisione, perché il taglio del prezzo si traduce automaticamente in una riduzione dei margini per chi gestisce materialmente gli impianti. 

Un problema aggravato dal fatto che molti benzinai avevano già acquistato le scorte di carburante che avrebbero dovuto rivendere nei giorni successivi, quindi ai vecchi prezzi di listino. Proprio per questo le associazioni di categoria hanno chiesto garanzie scritte sulla compensazione dei costi, mentre l’azienda ha fatto sapere che provvederà a coprire le eventuali perdite subite dai gestori convenzionati.

Resta comunque il fatto che il tetto riguarda soltanto la rete diretta di Eni, una porzione limitata rispetto alle circa 22mila stazioni di servizio complessivamente attive sul territorio nazionale, il che apre inevitabilmente interrogativi sulla reale efficacia della misura nel calmierare i prezzi su scala più ampia.

Si teme il tutto esaurito

C’è infatti un altro rischio, forse meno discusso ma non meno concreto: quello di ritrovarsi con i distributori a secco. Un prezzo più basso rispetto alla concorrenza è destinato inevitabilmente ad attirare più automobilisti verso le pompe Eni, generando un possibile aumento improvviso della domanda.

Se l’afflusso dovesse rivelarsi particolarmente intenso, la capacità logistica dell’azienda potrebbe finire sotto pressione, con il concreto rischio di esaurire le scorte disponibili proprio nei distributori più convenienti. Eni ha assicurato di organizzare normalmente la propria rete di raffinazione e logistica per gestire eventuali picchi di consumo, ma non ha escluso possibili difficoltà di approvvigionamento in caso di variazioni particolarmente forti ed eccezionali nei volumi venduti.

Un paradosso non da poco: la misura pensata per aiutare gli automobilisti potrebbe, in alcuni casi, tradursi in lunghe code o in cartelli con la scritta “esaurito” davanti a qualche stazione di servizio.

Attese le mosse della concorrenza

Difficile pensare che gli altri operatori del settore restino a guardare senza reagire in qualche modo. Una vera e propria guerra dei prezzi, però, appare al momento improbabile, semplicemente perché pochi player possono permettersela con la stessa disinvoltura di Eni.

Buona parte della rete distributiva italiana, infatti, è gestita da operatori indipendenti che acquistano il carburante già raffinato sul mercato internazionale e lavorano con margini già piuttosto risicati, senza la possibilità di assorbire un taglio così consistente. 

L’unico competitor con un’integrazione paragonabile a quella di Eni, tra estrazione, raffinazione e distribuzione, sarebbe Socar, le cui raffinerie però non riescono a coprire l’intero volume di carburante venduto sul mercato italiano.

Perché arriva la minaccia dello sciopero da Assotir

A complicare ulteriormente il quadro ci pensa il fronte dell’autotrasporto, che dalla vicenda del price cap si sente sostanzialmente escluso. Il tetto fissato da Eni, infatti, riguarda esclusivamente la distribuzione al dettaglio, mentre restano fuori dal beneficio i settori della pesca, dell’agricoltura e, soprattutto, gli autotrasportatori, che si riforniscono attraverso canali diversi da quello retail e continuano quindi a pagare il carburante a prezzo pieno. 

Una situazione che ha fatto salire la tensione tra i camionisti italiani: il segretario generale di Assotir, Claudio Donati, ha dichiarato che, qualora il governo non convocasse a breve le associazioni dell’autotrasporto per affrontare concretamente il tema del caro-gasolio, l’ipotesi di uno sciopero non potrebbe essere esclusa. 

Una minaccia che si inserisce in un clima già teso, testimoniato anche dalla protesta degli agricoltori scesi in trattore lungo la via Aurelia proprio nelle ore dell’annuncio di Eni. 

Auto diesel, quando scatta l’esenzione del bollo

Anche il proprietario di un’auto diesel beneficia dell’esenzione dal bollo prevista per il 2027. A fare la differenza non è tanto il tipo di alimentazione ma requisiti come potenza, intestatario, copertura assicurativa e scadenza del pagamento.

La norma non cancella il bollo auto, ma introduce un’esenzione circoscritta al 2027 e riservata a un solo veicolo per ogni persona fisica che rispetti le condizioni previste. Il decreto è entrato in vigore il 18 settembre, mentre il Parlamento ha avviato l’iter di conversione, durante il quale il contenuto può ancora essere modificato.

Le auto diesel rientrano nell’esenzione

L’agevolazione riguarda le auto alimentate a benzina o gasolio tra cui quelle nelle quali uno di questi carburanti viene utilizzato insieme a un’altra fonte di propulsione. Il possessore di una vettura diesel non viene quindi escluso a causa dell’alimentazione. Nel perimetro possono rientrare tanto le auto diesel quanto le motorizzazioni ibride che abbinano il propulsore a gasolio a un motore elettrico. Il medesimo principio vale per le ibride a benzina, comprese mild hybrid, full hybrid e plug-in hybrid purché siano rispettate la soglia di potenza e le altre condizioni stabilite dal decreto.

L’apertura alle combinazioni con un’altra fonte di propulsione comprende anche le vetture bifuel benzina-Gpl o benzina-metano. Resta decisiva l’alimentazione omologata e riportata nei documenti del mezzo: una definizione commerciale usata dal costruttore non basta per stabilire il diritto al beneficio.

L’esenzione si applica ai versamenti il cui termine ordinario di pagamento cade tra il primo gennaio e il 31 dicembre 2027. A fare fede è la scadenza fiscale prevista per quel versamento. Un bollo che termina nel novembre 2026 e deve essere rinnovato entro dicembre resta dovuto per intero, anche se copre diversi mesi del 2027. Se al contrario il periodo precedente si conclude a dicembre 2026 e il termine ordinario per il rinnovo cade a gennaio 2027, il pagamento rientra nell’esenzione, sempre che siano soddisfatti tutti gli altri requisiti.

La norma non introduce rimborsi proporzionali per i mesi del 2027 già coperti da un versamento effettuato nel 2026. Neppure un pagamento arretrato cambia natura soltanto perché viene eseguito durante l’anno agevolato: un bollo dovuto nel 2026 resta dovuto con le eventuali sanzioni e gli interessi previsti.

Il limite è fissato a 80 kW

Per beneficiare dell’esenzione l’auto diesel deve avere una potenza non superiore a 80 kW, equivalenti a circa 109 CV. La soglia comprende anche i veicoli che riportano esattamente 80 kW. Basta superarla di un solo kilowatt per restare fuori. Non è prevista una franchigia sui primi 80 kW. Un’automobile da 81 kW non ottiene uno sconto calcolato sulla parte inferiore alla soglia, ma continua a essere soggetta al bollo secondo le regole ordinarie.

Il valore da controllare si trova nel campo P.2 della carta di circolazione o del Documento unico. La verifica va condotta sulla versione posseduta perché lo stesso modello può essere commercializzato con motori, potenze e allestimenti diversi. La cilindrata, il nome della vettura o la potenza attribuita alla gamma non consentono di determinare l’accesso all’agevolazione fiscale.

Le regole ordinarie del bollo prendono come riferimento la potenza fiscale riportata nei documenti del veicolo, non la somma dei valori dichiarati per i singoli motori. Il decreto 162 non introduce una definizione autonoma per il calcolo della potenza delle ibride. Per questo motivo, soprattutto quando il valore commerciale supera 80 kW ma quello indicato nel campo P.2 rimane sotto il limite, bisogna controllare le istruzioni applicative emanate dall’amministrazione competente.

Una vettura diesel mild hybrid annunciata, per esempio, con una potenza complessiva di 110 o 120 CV non va considerata esclusa. Il primo riscontro va eseguito sul Documento unico, seguito dalla verifica della posizione fiscale attraverso i servizi regionali.

L’esenzione spetta soltanto alle persone fisiche

L’agevolazione è riservata alle persone fisiche soggette al pagamento della tassa automobilistica. Le società e gli altri soggetti giuridici restano esclusi, anche quando utilizzano auto diesel con potenza inferiore a 80 kW.

Una vettura aziendale intestata a una società non diventa agevolabile perché viene guidata da un dipendente. Diversa è la posizione dell’imprenditore individuale o del professionista con partita Iva. Nei contratti di leasing o di noleggio a lungo termine bisogna individuare il soggetto tenuto fiscalmente al versamento.

Il decreto concede l’esenzione per una sola auto. Chi possiede più auto diesel o a benzina entro gli 80 kW non può però scegliere su quale applicare il vantaggio. La norma attribuisce il beneficio alla vettura con la potenza più bassa. In presenza di due mezzi con lo stesso numero di kilowatt, viene esentata l’automobile per la quale sarebbe dovuto il bollo meno costoso.

Un contribuente con una diesel da 55 kW e un’altra da 75 kW non paga allora il bollo sulla prima, mentre la seconda continua a seguire il regime ordinario. Se le due vetture fanno capo a persone diverse dello stesso nucleo familiare, ciascun intestatario può accedere alla propria esenzione, purché rispetti autonomamente tutti i requisiti.

La potenza entro 80 kW e l’alimentazione a gasolio non sono sufficienti. Il decreto richiede che il mezzo individuato sia assicurato in quanto collega il vantaggio fiscale alla presenza di una copertura di responsabilità civile valida. Il testo non specifica con quale data debba essere verificata la copertura, né chiarisce come trattare una polizza sospesa per una parte dell’anno. Fino alla pubblicazione delle istruzioni operative, un veicolo privo di assicurazione o con una situazione assicurativa incerta non può essere considerato automaticamente ammesso.

Nessun limite legato a ISEE, età o classe ambientale

Il decreto non introduce soglie di reddito e non richiede la presentazione dell’ISEE. Il beneficio può spettare indipendentemente dall’età, dalla professione e dalla condizione economica del contribuente. Neanche l’anzianità dell’auto diesel costituisce un criterio di esclusione. Possono rientrare veicoli nuovi e usati, senza una classe Euro minima purché l’alimentazione e la potenza corrispondano alle indicazioni della norma. Non sono richiesti l’acquisto di una nuova vettura, la rottamazione di quella precedente o un determinato anno di immatricolazione.

La classe ambientale continua però a incidere sull’importo che sarebbe stato dovuto in assenza dell’agevolazione. Poiché le tariffe ordinarie cambiano anche in base alle disposizioni regionali, il risparmio ottenuto da due proprietari di auto con la stessa potenza può risultare differente.

I robotaxi sono realtà anche in Italia, una flotta in arrivo a Milano

Chi pensava che i robotaxi fossero una faccenda tutta americana o cinese dovrà ricredersi: Milano ha appena fatto un passo concreto verso la guida senza conducente.

Il Comune e Niulinx, azienda nata nel Politecnico di Milano, hanno firmato al Castello Sforzesco, un protocollo d’intesa che apre una collaborazione di tre anni tra l’amministrazione comunale e la società del Politecnico di Milano. Non aspettatevi però file di auto vuote per le strade già dalla prossima settimana: il percorso, come vedremo, è lungo e diviso in più tappe.

Un primo passo in modalità ibrida

Il modello scelto da Niulinx per debuttare in città si chiama Robo-Sharing, e all momento non rappresenta un robotaxi come quelli visti oltre oceano. Il veicolo raggiunge l’utente muovendosi in autonomia, a bassa velocità e senza nessuno a bordo, per poi passare la mano al passeggero che, una volta salito, guida normalmente fino a destinazione. 

Arrivato a fine corsa, il mezzo torna a spostarsi da solo, rientrando nella flotta o dirigendosi verso il cliente successivo. Un compromesso pensato apposta per essere sostenibile dal punto di vista industriale: secondo l’azienda questo approccio permette di ridurre i costi di capitale tipici delle flotte interamente senza conducente, accelerando i tempi di omologazione.

A muoversi sulle strade, stando alle prime indiscrezioni, saranno delle Fiat 500e opportunamente equipaggiate con sensori, attuatori ridondanti e centraline di calcolo dedicate, con un tetto di velocità fissato a 30 km/h e solo all’interno di zone individuate insieme a Polizia Locale e ATM.

Accordo per tre anni

Il protocollo, il cui schema era già passato al vaglio della Giunta l’8 settembre, ha una durata triennale, rinnovabile, e disegna un percorso suddiviso in diverse fasi successive. Si parte dalla richiesta del nulla osta ministeriale per testare i veicoli su strade aperte al traffico ordinario, secondo quanto previsto dal decreto Smart Road.

Solo in un secondo momento arriveranno servizi pensati per il pubblico più ampio, dal trasporto a chiamata alle navette di collegamento con la rete del trasporto pubblico, fino ai mezzi dedicati verso ospedali, scuole e poli culturali.

L’ultimo tassello, subordinato all’omologazione definitiva dei veicoli, sarebbe l’ingresso a regime di vere e proprie flotte autonome. Un dettaglio non da poco per le casse comunali: l’operazione, viene precisato, non comporterà alcun costo per il bilancio del Comune.

Guida autonoma di livello 4

Dal punto di vista tecnologico, non si tratta della piena automazione da fantascienza. Niulinx lavora infatti su un sistema di livello 4 secondo la classificazione SAE, un gradino sotto il livello 5, quello dell’automazione totale in qualunque condizione e contesto.

La società, che ha sede a Cernusco sul Naviglio con una filiale a Monaco di Baviera e conta una cinquantina tra ingegneri e ricercatori, sta già conducendo sperimentazioni autorizzate dal ministero delle Infrastrutture a Brescia e nella stessa Cernusco, ed è proprio la città bresciana il primo obiettivo per l’avvio delle operazioni commerciali, prima di allargare lo sguardo ad altre città italiane ed europee.

Milano, va detto, non è un banco di prova qualunque: reti 5G, semafori intelligenti e infrastrutture capaci di dialogare con i veicoli sono ingredienti indispensabili per la guida autonoma, e proprio la loro diffusione ancora incompleta nel nostro Paese rappresenterà una delle sfide più delicate da affrontare nei prossimi mesi.

Auto da 80 kW esatti: si ha diritto all’esenzione del bollo?

Una vettura con una potenza esattamente pari a 80 kW rientra nell’esenzione dal bollo prevista per il 2027. Il limite indicato dal decreto comprende anche il valore collocato sulla soglia, ma la potenza è solo uno dei requisiti da rispettare. Che cosa accade allora quando la carta di circolazione riporta una potenza di 80 kW precisi? La risposta arriva dal decreto legge 162 del 2026 secondo cui la vettura è compresa nel beneficio purché ricorrano tutte le condizioni fissate dal provvedimento.

Gli 80 kW sono compresi nel limite

L’articolo 2 del decreto stabilisce che l’esenzione spetta per le autovetture con una potenza non superiore a 80 kW. La formulazione non lascia spazio a dubbi sul valore limite: 80 kW rientrano nel perimetro della misura, ma una potenza anche di poco superiore comporta l’esclusione.

In termini pratici una vettura da 79 kW può accedere all’agevolazione, così come un modello da 80 kW. Un’auto da 81 kW resta invece fuori. Lo stesso principio vale se il dato è espresso con cifre decimali: 80,0 kW sono ammessi mentre 80,1 kW superano la soglia indicata dalla norma.

Per verificare il diritto all’esenzione bisogna consultare la carta di circolazione o il Documento unico di circolazione e proprietà. Il valore da prendere come riferimento è quello espresso in kilowatt, generalmente riportato nel campo P.2. Il nome commerciale del modello offre un’indicazione orientativa. Una stessa auto può essere venduta con motori, allestimenti e livelli di potenza differenti: alcune versioni possono fermarsi sotto gli 80 kW mentre altre superano il limite.

Neanche il numero di cavalli utilizzato nelle pubblicità o più in generale dal materiale promozionale consente sempre una verifica precisa. Un kilowatt equivale a circa 1,3596 cavalli. Di conseguenza, 80 kW corrispondono a circa 108,8 CV, arrotondati comunemente a 109 CV. Ai fini dell’esenzione conta però il dato in kW registrato nei documenti del veicolo.

Non basta il possesso di un’auto da 80 kW

Il rispetto della soglia risolve soltanto la prima parte della verifica. Il decreto riserva l’agevolazione alle persone fisiche che nel 2027 risultano soggetti passivi della tassa automobilistica. Società, imprese e altri soggetti diversi dalle persone fisiche restano fuori dalla misura, anche quando possiedono un’auto da 80 kW o meno. La presenza di una partita Iva non esclude invece un cittadino che detiene la vettura a titolo personale. A contare è chi risulta tenuto al pagamento del bollo e a quale titolo è intestato il mezzo.

Il veicolo deve anche essere assicurato. La norma collega l’esenzione a un solo mezzo coperto da assicurazione, inserendo la regolarità della Rc auto tra le condizioni del beneficio dell’esenzione del bollo auto.

Per le autovetture, il decreto richiama i mezzi alimentati a benzina o gasolio, anche quando queste fonti sono utilizzate insieme a un’altra forma di propulsione. Nel perimetro possono quindi rientrare le auto ibride a benzina o diesel che rispettano il limite degli 80 kW preso in considerazione dai documenti di circolazione. La formulazione comprende anche le vetture bifuel quando la benzina o il gasolio figurano tra le alimentazioni del veicolo. La verifica va comunque effettuata sui dati ufficiali della singola auto senza estensione del beneficio a ogni motorizzazione commercialmente ibrida.

Le auto elettriche non vengono richiamate da questa esenzione. Per questi veicoli continuano a valere i regimi già previsti dalla normativa nazionale e regionale, che possono cambiare in base al luogo di residenza, all’anno di immatricolazione e alla durata delle agevolazioni locali.

Cosa succede se si possiedono più auto

Un proprietario può avere due o più vetture con potenza pari o inferiore a 80 kW, ma l’esenzione viene riconosciuta per un solo veicolo. Il contribuente non può scegliere l’auto sulla quale applicare il beneficio. Quando tutte le vetture possedute soddisfano i requisiti, il decreto assegna l’esenzione a quella con la potenza più bassa. Se un cittadino possiede un’auto da 80 kW e una da 55 kW, sarà la seconda a beneficiare dello sgravio. Il bollo della vettura da 80 kW resterà dovuto.

In caso di identica potenza cambia il criterio. L’agevolazione viene applicata all’automobile per la quale, in assenza della nuova norma, sarebbe previsto l’importo meno elevato della tassa. La scelta può sembrare controintuitiva perché il maggiore risparmio si otterrebbe esentando il veicolo con il bollo più alto. Il decreto segue però una logica diversa e stabilisce quale mezzo debba ricevere il beneficio, senza affidare la decisione al proprietario.

Il provvedimento si applica ai versamenti il cui termine ordinario di pagamento cade tra il primo gennaio e il 31 dicembre 2027. Lo spartiacque non coincide con l’anno al quale il tributo viene associato dal proprietario, ma con la scadenza ordinaria del pagamento. Per capire se un bollo rientra nel beneficio bisogna allore verificare la data prevista dalla propria Regione.

Salvo proroghe o nuove disposizioni, dal 2028 torneranno le regole ordinarie. Il governo ha manifestato l’intenzione di rendere strutturale l’intervento, ma il testo pubblicato finanzia e disciplina l’esenzione per una sola annualità. Per compensare la perdita di gettito, il decreto prevede trasferimenti alle Regioni e alle Province autonome per 2,2935 miliardi di euro nel 2027.

Quanto si risparmia con un’auto da 80 kW

Il vantaggio economico dipende dalla tariffa applicata nella Regione di residenza, dalla classe ambientale del veicolo e dalle discipline locali. Non c’è un risparmio identico per tutti i proprietari di auto da 80 kW. Prendendo come riferimento una tariffa base di 2,58 euro per kW, il bollo ammonterebbe a 206,40 euro. Il calcolo ha comunque un valore indicativo perché alcune Regioni adottano importi diversi e le vetture appartenenti alle classi ambientali più datate possono essere soggette a tariffe maggiori.

Per conoscere la somma reale bisogna utilizzare il servizio di calcolo della propria Regione o quello messo a disposizione dall’Aci con l’inserimento della targa e dei dati richiesti. Il risultato permette di stimare il beneficio, ma l’applicazione dell’esenzione dovrà poi essere verificata attraverso gli archivi regionali.

In ogni caso non è prevista una procedura di richiesta. I dati relativi a intestatario, potenza e caratteristiche del veicolo sono già presenti negli archivi automobilistici mentre la copertura assicurativa può essere controllata attraverso le banche dati dedicate. L’agevolazione è quindi essere gestita sulla base delle informazioni disponibili alle amministrazioni, ma conviene attendere le istruzioni operative della Regione competente prima della scadenza.

Eni, tetto ai prezzi dei carburanti: benzina a 1,99 euro e diesel a 2,19

Dal 28 settembre nelle stazioni Enilive benzina e diesel non potranno superare rispettivamente 1,99 e 2,19 euro al litro. Rispetto ai prezzi medi praticati oggi, Eni calcola una differenza di circa 17 centesimi al litro. Il limite resterà valido per 30 giorni e soltanto in seguito la società deciderà se mantenerlo, con la possibilità di arrivare fino alla fine dell’anno. Sulla scelta delle soglie incidono pure le agevolazioni sulle accise già in vigore.

L’annuncio giunge dopo settimane di rincari alla pompa, alimentati dalla crescita delle quotazioni internazionali dei prodotti raffinati. Nel motivare la scelta, Eni richiama le crisi geopolitiche in corso e la riduzione della capacità di raffinazione europea, con quasi 30 impianti chiusi negli ultimi 15 anni.

Perché arriva un tetto ai prezzi dei carburanti

“La contrazione dell’offerta di prodotti raffinati sul mercato internazionale che deriva dalle crisi geopolitiche in corso, associata alla carenza di capacità di raffinazione a livello europeo (quasi 30 raffinerie chiuse negli ultimi 15 anni), ha portato i prezzi dei carburanti a livelli estremamente onerosi per le famiglie e le aziende italiane”

scrive la società. Il riferimento alle quasi 30 raffinerie chiuse negli ultimi 15 anni serve a spiegare perché Eni consideri la capacità produttiva europea uno degli elementi che oggi incidono sul mercato dei carburanti. Nel comunicato il gruppo sostiene di non aver trasferito integralmente sui prezzi consigliati alla propria rete l’aumento registrato dalle quotazioni internazionali, assorbendone direttamente una parte. Il nuovo tetto rappresenta, secondo Eni, un ulteriore intervento rivolto alla clientela e più in generale ai consumatori italiani.

“In questo contesto, Eni intende dare un nuovo contributo di solidarietà al Paese, ai consumatori e alla propria clientela, che si unisce alle iniziative già intraprese dalla Società dallo scorso marzo attraverso un ribaltamento solo in via parziale dell’aumento delle quotazioni internazionali sui prezzi consigliati presso i propri distributori, assorbendone così una parte significativa”

Benzina e diesel, quanto durerà il price cap

Per capire se il limite resterà in vigore oltre i primi 30 giorni bisognerà attendere l’evoluzione dei prezzi e degli approvvigionamenti. L’eventuale proroga potrebbe comunque accompagnare gli automobilisti fino alla conclusione dell’anno, evitando che benzina e diesel superino nelle stazioni interessate rispettivamente 1,99 e 2,19 euro al litro.

Nel comunicato trova infine spazio il tema della raffinazione in Italia. Eni richiama gli investimenti effettuati negli impianti e il lavoro sulle bioraffinerie, collegandoli alla necessità di mantenere capacità produttiva sul territorio nazionale. La società cita direttamente Venezia e Gela, dove gli impianti sono già operativi, insieme a Livorno e agli altri siti sul territorio nazionale interessati dai programmi di sviluppo e trasformazione portati avanti dal gruppo.

“Eni è anche impegnata nella gestione delle bioraffinerie realizzate a Venezia e Gela, nonché nello sviluppo e trasformazione di Livorno e in altri siti sul territorio nazionale, salvaguardando l’occupazione e l’ambiente, investendo capitali significativi nel territorio e preservando capacità di raffinazione (per di più in prodotti sostenibili), che altrimenti sarebbe mancata al mercato”

La durata iniziale resta fissata a 30 giorni, trascorsi i quali Eni valuterà se proseguire con il price cap. Molto dipenderà dall’andamento delle quotazioni internazionali e dalla disponibilità di carburante sul mercato.

Vendite auto elettriche, cambia la città italiana che detiene il primato

Per anni Milano è stata considerata la vera capitale italiana della mobilità elettrica, la città in cui questa tecnologia trovava terreno più fertile rispetto al resto del Paese.

Nel 2026, però, quel primato è passato di mano, e a sorprendere non è tanto il cambio in sé, quanto il nome della nuova capofila: Roma, città spesso associata più al traffico caotico che alle colonnine di ricarica, ha scavalcato sia Milano che Napoli, imponendosi come prima provincia italiana per immatricolazioni private di vetture elettriche e ibride plug-in.

Il 9,6% delle auto elettriche e plug-in è a Roma

I numeri, diffusi con riferimento ai primi sette mesi del 2026, parlano chiaro: nella Capitale sono state immatricolate 7.302 vetture ricaricabili da parte di privati, un dato che vale il 9,6% dell’intero mercato nazionale delle auto alla spina. 

Per avere un termine di paragone, il totale delle immatricolazioni private di veicoli elettrici e ibridi plug-in in Italia nello stesso periodo si è fermato a 76.118 unità, il che rende ancora più significativo il peso specifico conquistato dalla sola provincia romana. A trainare questa crescita, va detto, non sono tanto le elettriche pure quanto le ibride plug-in, cresciute a livello nazionale dell’85,1% e arrivate a coprire circa il 9% del mercato complessivo, superando di fatto le vetture a batteria pura, ferme intorno all’8%.

Milano perde il primato

Un ribaltamento che sorprende, considerando come per anni la geografia commerciale della mobilità elettrica italiana abbia seguito uno schema quasi scontato, con Milano e Torino saldamente ai vertici della classifica.

Le ragioni di questo sorpasso vanno cercate probabilmente in un mix di fattori: da un lato le dimensioni stesse di Roma, città più estesa e con un parco auto circolante enorme, stimato in circa 1,8 milioni di veicoli nella sola area urbana; dall’altro una crescente propensione dei romani verso le ibride plug-in, formula che si adatta particolarmente bene a una città dove la rete di ricarica pubblica non è ancora capillare come altrove, permettendo comunque di percorrere buona parte degli spostamenti quotidiani in modalità elettrica.

A questo si aggiunge il tema delle zone a traffico limitato: l’amministrazione capitolina guidata da Roberto Gualtieri ha infatti deciso di introdurre un accesso a pagamento alla ZTL anche per le auto elettriche, circa 1.000 euro l’anno, la metà rispetto alla tariffa ordinaria applicata ai veicoli tradizionali, un vantaggio economico che continua comunque a incentivare l’acquisto di mezzi ricaricabili nonostante il nuovo balzello.

La rete di ricarica cresce lentamente

Il vero nodo da sciogliere per Roma, però, riguarda le infrastrutture, che al momento non tengono affatto il passo della domanda privata in costante crescita. Sul fronte dei punti di ricarica pubblici per provincia, è ancora Milano a guidare la classifica nazionale, con 7.423 colonnine attive, mentre Roma si ferma a 6.109, seguita da Torino, Napoli e Brescia.

Allargando lo sguardo all’intero Lazio, il conteggio sale a 7.864 punti di ricarica complessivi, un numero che dovrà necessariamente crescere in modo più deciso per sostenere non solo l’attuale ondata di immatricolazioni, ma anche quella attesa nei prossimi trimestri.

La gestione della mobilità cittadina, affidata a Roma Servizi per la Mobilità, si trova quindi a dover fare i conti con un paradosso tutt’altro che semplice da gestire: una domanda privata che corre veloce, spinta anche dalle nuove regole di accesso alle zone a traffico limitato, e una rete pubblica di ricarica che fatica a stare al passo con la stessa velocità. 

Un divario, quello tra crescita delle immatricolazioni e sviluppo delle infrastrutture, che non riguarda soltanto la Capitale ma l’intero Paese, e che nel caso di Roma assume un peso particolare proprio alla luce del nuovo primato conquistato: se la domanda continua a crescere a questo ritmo, la rete di ricarica dovrà necessariamente accelerare, pena il rischio di trasformare un successo commerciale in una fonte quotidiana di frustrazione per chi ha scelto di passare all’elettrico proprio nella città eterna.

Benzina, oltre 3 euro al litro a Linosa: il motivo del prezzo record

Non c’è pace per gli automobilisti italiani. In tutta la penisola stanno accusando i rincari della benzina e in un posto i prezzi toccano cifre inimmaginabili, più esattamente a Linosa, piccola isola dell’arcipelago delle Pelagie, dove per un litro si spendono 3,25 euro. Accorsi sul posto, Nick Barraco e Alessia Rafanelli, inviati de Le Iene, hanno visto di persona che cosa succede e perché gli abitanti sono costretti a pagare così tanto.

Il distributore presente sull’isola sarebbe il più caro d’Europa e il secondo al mondo soltanto dopo quello di Hong Kong. Sulla situazione incidono vari fattori, tra cui la posizione di Linosa e le modalità con cui il carburante riesce a raggiungerla. Per i residenti, infatti, benzina e diesel devono arrivare via mare dalla Sicilia.

Barraco e Rafanelli hanno seguito il percorso compiuto dal carburante prima di arrivare alla pompa, soffermandosi sulle voci che contribuiscono a far salire il prezzo: arrivata a Linosa, la benzina costa 3,25 euro al litro, molto più che sulla terraferma.

Quanto costa la benzina a Linosa

Il prezzo documentato da Le Iene incide parecchio sul costo di un pieno. Con un prezzo di 3,25 euro al litro, le cifre aumentano in fretta anche mettendo nel serbatoio quantità piuttosto comuni: 40 litri costano 130 euro, per 50 ne servono invece 162,50. Nick Barraco e Alessia Rafanelli hanno cercato di capire come si arrivi a spendere tanto e per farlo hanno raggiunto direttamente Linosa.

La risposta passa in buona parte dalla sua posizione. L’isola, presente nel Canale di Sicilia, appartiene all’arcipelago delle Pelagie e oltre 160 km la separano dalle coste siciliane. Portare fin qui benzina e diesel richiede quindi passaggi ulteriori rispetto a un distributore situato sulla terraferma, a cominciare dal trasporto via mare.

Il confronto con il resto dello Stivale aiuta a capire le proporzioni. Superare di oltre un euro al litro i prezzi normalmente esposti sulla terraferma comporta una spesa superiore di diverse decine di euro già con un singolo pieno, e la differenza cresce ulteriormente sulle vetture con serbatoi di maggiore capacità.

Il distributore più caro d’Europa

A pesare sul prezzo è soprattutto il viaggio necessario per portare il carburante fino a Linosa. Benzina e diesel partono dalla Sicilia e devono attraversare una lunga distanza, ignorata dagli automobilisti ma capace di riflettersi sul conto totale, aggiungendosi al costo del prodotto acquistato dal distributore.

Non è solo una questione di record europeo, ma una spesa effettivamente da sostenere per la comunità di Linosa, chiamata, come già detto, a sborsare 3,25 euro ogni volta che deve rifornire un mezzo termico.

La benzina continua, intanto, a crescere lungo l’intera penisola, con diversi rincari già comparsi sui tabelloni dei distributori. A Linosa si parte però da tutt’altre cifre e i 3,25 euro mostrati nel servizio danno la misura della distanza rispetto ai prezzi pagati sulla terraferma.

Anche pochi centesimi di variazione smettono di passare quasi in secondo piano: riempire il serbatoio richiede una spesa che altrove permetterebbe di acquistare una quantità di carburante decisamente maggiore, rendendo un gesto ordinario come il rifornimento un fardello gravoso da sobbarcarsi.