Stellantis e Uber verso la mobilità autonoma, la svolta e come funziona

Il settore dei trasporti sta vivendo una transizione epocale, guidata dalla convergenza tra elettrificazione, intelligenza artificiale e modelli di trasporto su richiesta. In questo contesto di continua trasformazione, l’annuncio della collaborazione strategica tra il gruppo automobilistico Stellantis, la società specializzata in intelligenza artificiale Wayve e il colosso del ride-hailing Uber segna un punto di svolta fondamentale per la commercializzazione dei veicoli senza conducente a livello globale.

Attraverso un memorandum d’intesa firmato fra le tre realtà, la partnership punta a sviluppare, testare e distribuire su larga scala veicoli autonomi di Livello 4. Si tratta di automobili capaci di muoversi in completa autonomia e senza alcun intervento umano all’interno di aree geografiche e condizioni operative ben definite.

A differenza delle iniziative isolate del passato, questo progetto unisce in un unico ecosistema integrato i tre pilastri indispensabili per rendere sostenibile e scalabile la tecnologia self-driving: la produzione industriale dell’hardware automobilistico, l’elaborazione del software algoritmico e l’infrastruttura commerciale per la distribuzione del servizio ai consumatori.

Il triplo pilastro dell’alleanza: competenze complementari

La forza principale dell’accordo risiede nella complementary strategica delle tre aziende coinvolte. Spesso la guida autonoma ha incontrato ostacoli di commercializzazione proprio a causa del divario tra le competenze informatiche e la capacità di produrre automobili su scala industriale. Questa sinergia supera tale limite assegnando a ciascun partner un ruolo preciso e ben delineato:

  • Stellantis (progettazione hardware e produzione su scala): il gigante automotive sviluppa e produce i veicoli basati sulle sue specifiche piattaforme denominate L4-Ready Platforms. Queste architetture automobilistiche nascono fin dalla fabbrica con l’integrazione di sensori avanzati (come radar, telecamere e lidar) e, soprattutto, con la ridondanza dei sistemi critici. Elementi di sicurezza per ciò che riguarda frenata, sterzo e alimentazione elettrica sono raddoppiati per garantire la massima sicurezza anche in caso di guasto improvviso di uno dei componenti;
  • Wayve (intelligenza artificiale ed elaborazione software): la tech company britannica fornisce il “cervello” informatico del robotaxi. Il software di guida autonoma di Wayve si distingue dai sistemi tradizionali grazie a un approccio innovativo basato sull’apprendimento profondo (end-to-end AI), capace di interpretare scenari urbani complessi in modo adattivo e naturale;
  • Uber (piattaforma di distribuzione e flotta commerciale): il leader mondiale dei servizi di mobilità integrata mette a disposizione la propria rete e la propria applicazione mobile, utilizzata quotidianamente da centinaia di milioni di utenti. Uber gestirà l’instradamento della flotta, l’assegnazione dei viaggi e la relazione commerciale con il cliente finale.

Come funziona la tecnologia di guida con l’IA di Wayve

Il vero motore tecnologico di questa flotta autonoma è rappresentato dall’architettura software fornita da Wayve. Storicamente, molti progetti di guida autonoma si sono basati sulla mappatura in altissima definizione delle singole strade, un sistema che richiede continui aggiornamenti costosi e limita il funzionamento delle vetture esclusivamente alle aree geografiche precedentemente mappate centimetro per centimetro.

Wayve adotta invece un modello basato sull’intelligenza artificiale end-to-end. Il software elabora direttamente i flussi di dati provenienti dai sensori del veicolo e, attraverso reti neurali avanzate, apprende le regole della guida e del comportamento stradale in modo analogo all’apprendimento umano. I vantaggi principali di questa impostazione tecnologica includono:

  • elevata capacità di generalizzazione: il veicolo è in grado di interpretare situazioni impreviste, cantieri temporanei o comportamenti anomali dei pedoni senza la necessità di un’istruzione rigida pre-programmata;
  • scalabilità immediata: non essendo vincolata a mappe ad alta definizione specifiche per ciascuna città, la tecnologia può essere trasferita ed estesa rapidamente in nuovi contesti urbani, mercati e nazioni con costi di adattamento estremamente contenuti;
  • evoluzione continua: ogni chilometro percorso dalla flotta contribuisce all’addestramento globale dei modelli di machine learning, migliorando costantemente la fluidità e la sicurezza della guida.

La piattaforma L4-Ready di Stellantis: la sicurezza al centro

L’integrazione di un software di intelligenza artificiale sofisticato richiede una struttura automobilistica all’altezza. Un veicolo privo di conducente umano deve garantire standard di sicurezza e affidabilità superiori a quelli delle vetture tradizionali.

Per rispondere a questo requisito, Stellantis ha ingegnerizzato le sue L4-Ready Platforms, pensate fin dalla fase di progettazione iniziale per accogliere l’hardware della guida autonoma di Livello 4. I veicoli forniti dal gruppo automobilistico integrano direttamente nelle linee di montaggio sia l’array completo dei sensori, sia i moduli di calcolo ad alte prestazioni necessari all’elaborazione dei dati in tempo reale.

La caratteristica essenziale di queste piattaforme è la ridondanza sistemica. In un veicolo di Livello 4, non esiste un conducente pronto a riprendere il volante in caso di malfunzionamento. Stellantis ha quindi integrato doppi circuiti per l’impianto frenante, doppi attuatori per lo sterzo e linee di alimentazione elettrica isolate. Qualora dovesse verificarsi un’anomalia tecnica in uno dei componenti principali, il sistema secondario entra in funzione istantaneamente, consentendo al robotaxi di proseguire in sicurezza o di accostare senza alcun pericolo per gli occupanti o per gli altri utenti della strada.

L’esperienza utente: prenotare un robotaxi con l’app Uber

Dal punto di vista del consumatore finale, la complessità tecnologica e ingegneristica dell’alleanza si traduce in un’interfaccia estremamente semplice e familiare. L’accesso ai servizi di trasporto autonomo avverrà direttamente tramite l’applicazione Uber già presente sugli smartphone di milioni di utenti. L’esperienza di utilizzo seguirà passaggi chiari e privi di intoppi:

  • richiesta della corsa: l’utente apre l’app Uber, inserisce la propria destinazione e, se presente nell’area di copertura del servizio autonomo, può selezionare l’opzione di viaggio tramite robotaxi;
  • arrivo del veicolo: la piattaforma di Uber elabora la richiesta e assegna il viaggio al veicolo autonomo Stellantis più vicino. L’utente visualizza sulla mappa il percorso di avvicinamento della vettura;
  • sblocco e salita a bordo: all’arrivo dell’auto, il passeggero può sbloccare le portiere direttamente dal proprio telefono. All’interno dell’abitacolo, interfacce touch e display dedicati forniscono informazioni trasparenti sul percorso, sulla velocità e sullo stato della guida;
  • svolgimento del viaggio: il veicolo effettua il tragitto in totale autonomia, gestendo il traffico cittadino, gli incroci e le fermate. In caso di necessità o domande durante la corsa, i passeggeri possono mettersi in contatto immediato con la centrale di supporto da remoto tramite la vettura o l’app.

Questa scelta di integrazione elimina la necessità di far scaricare ai clienti nuove applicazioni o di abituarli a nuove interfacce operative, velocizzando l’accettazione culturale del trasporto senza conducente.

Prospettive di mercato ed espansione globale

La partnership strategica tra Stellantis, Wayve e Uber si inserisce in un quadro di forte competizione industriale globale nel campo della mobilità senza conducente. Mercati chiave come gli Stati Uniti, la Cina e diverse metropoli asiatiche vedono già la presenza attiva di diversi operatori legati ai robotaxi.

L’alleanza mira a realizzare progetti pilota e test su strada focalizzati su un’espansione progressiva che coinvolgerà primariamente le grandi aree urbane dell’Europa e del Nord America, per poi estendersi ulteriormente a livello globale. L’Europa, in particolare, rappresenta un campo di prova determinante, caratterizzato da regole di circolazione stringenti, centri storici complessi e normative severe in materia di sicurezza stradale.

Unendo la capacità industriale di Stellantis di produrre volumi elevati a costi competitivi, la flessibilità dell’intelligenza artificiale di Wayve e la presenza capillare sul mercato di Uber, l’accordo getta le basi per la democratizzazione della guida autonoma. L’obiettivo a lungo termine è trasformare il robotaxi da servizio di nicchia o sperimentale a una componente centrale, sicura ed efficiente del trasporto pubblico e privato delle città del futuro.

DENZA sarà al Salone di Parigi 2026: tante novità in mostra per il brand premium di BYD

DENZA sarà al Salone dell’auto di Parigi 2026, in programma tra il 12 e il 18 ottobre. Il brand premium del Gruppo BYD mostrerà ai visitatori del Padiglione 5.3 del Paris Expo Porte de Versailles la sua gamma di modelli, con diverse novità in esposizione. Si tratta di un appuntamento molto importante per il marchio che, per il suo futuro, ha obiettivi davvero ambiziosi, come confermano gli annunci arrivati in queste ore.

Modelli e tecnologie in mostra

In occasione del Salone di Parigi, DENZA esporrà il nuovo BAO5, primo SUV del brand per il mercato europeo. Il modello può sfruttare la tecnologia Super Hybrid DMO, Dual Mode Off-road ed è dotato di un motore turbo benzina da 1.5 litri abbinato a due motori elettrici, uno per asse, per una potenza massima complessiva di 544 CV, con una coppia motrice di 760 Nm.

Tra le caratteristiche del SUV troviamo una lunghezza di quasi 4,9 metri, un’accelerazione 0-100 km/h completata in 4,8 secondi e la presenza della Blade Battery da 31,8 kWh, in grado di garantire fino a 90 chilometri di autonomia in modalità a zero emissioni. Considerando la combinazione del serbatoio della benzina e della carica della batteria, l’autonomia combinata raggiunge quota 835 chilometri nel ciclo WLTP.

Da non perdere è anche la DENZA Z, supercar elettrica che rappresenta un vero e proprio simbolo del marchio. Basata sulla piattaforma e³ e dotata di un’architettura a tre motori elettrici, per una potenza massima di 1.604 CV e 1.240 Nm di coppia, la vettura sarà al Salone di Parigi in tre varianti.

DENZA, che da poco ha inaugurato uno showroom in Italia, esporrà le versioni Z Coupé, Z Spider e Z Racing. Questa terza versione è accreditata di un’accelerazione da 0 a 100 km/h in 1,96 secondi con pneumatici semi-slick opzionali, velocità massima di 350 km/h e autonomia WLTP fino a 380 km. Tutte le varianti hanno una Blade Battery di seconda generazione da 76 kWh.

Tra le principali novità esposte allo stand spiccherà la colonnina FLASH Charging, pensata per illustrare dal vivo le potenzialità della ricarica ultrarapida sviluppata dal Gruppo BYD. Lavorando in sinergia con la Blade Battery di seconda generazione, questo sistema garantisce tempi record: bastano 5 minuti per passare dal 10% al 70% di autonomia e appena 9 minuti per raggiungere il 97%.

Le prestazioni restano eccezionali anche in condizioni climatiche estreme, con un passaggio dal 20% al 97% completato in 12 minuti a –30 °C. L’innovazione di FLASH Charging affiancherà le altre tecnologie di punta dell’azienda presenti all’evento, tra cui la piattaforma e³, l’architettura Super Hybrid DMO e le sospensioni intelligenti DiSus.

Un appuntamento da segnare in agenda

Lunedì 12 ottobre, a partire dalle 14:25, è in programma la conferenza stampa ufficiale con cui DENZA illustrerà le novità in arrivo e chiarirà i piani per il futuro. La conferenza segna un punto di svolta per la Casa, soprattutto in considerazione delle ambizioni del brand del Gruppo BYD che intende ritagliarsi uno spazio da protagonista del mercato europeo nel corso dei prossimi anni.

Hyundai guarda al futuro: dalla strada al cielo con le nuove rotte della mobilità

Per Hyundai, il futuro della mobilità ha sempre meno confini e non si limita alla strada, con la volontà di creare un unico ecosistema connesso. Si tratta dell’obiettivo definito dalla divisione Urban Air Mobility che punta a rendere il Gruppo un “fornitore di soluzioni di mobilità smart” con tante soluzioni innovative da implementare nel corso del prossimo futuro per creare un sistema composto da auto private e condivise, trasporto on demand, guida autonoma e, in prospettiva, velivoli elettrici a decollo e atterraggio verticali.

Tutte queste soluzioni sono unite e coordinate da piattaforme digitali, progettate per ridurre la congestione e i tempi di percorrenza, soprattutto in quelle aree urbane ad altissima densità di veicoli, dove il traffico rappresenta un problema che le persone e le aziende devono affrontare su base quotidiana. Nel corso degli ultimi anni, l’azienda ha realizzato diversi progetti, con i target di gettare le basi per quella che sarà la mobilità del futuro.

Tutto è partito con un concept

La divisione Urban Air Mobility ha iniziato a prendere forma nel 2019, con la fondazione. In occasione del CES 2020 di Las Vegas, a pochi mesi dalla nascita, la divisione del Gruppo Hyundai svelò S-A1, primo concept di air taxi, nato per rispettare quattro principi fondamentali (sicurezza, silenziosità, accessibilità e centralità del passeggero).

Successivamente, a distanza di due anni, è nata Supernal, società che guida i progressi del Gruppo nella mobilità aerea avanzata, anche grazie alle collaborazioni con tanti partner internazionali, con l’obiettivo di essere all’avanguardia nello sviluppo dell’intero ecosistema AAM, acronimo di Advanced Air Mobility (Mobilità Aerea Avanzata).

In occasione del Farnborough International Airshow del 2022, Supernal ha presentato un concept di abitacolo a cinque posti. In seguito, al CES 2024, c’è stato il debutto di S-A2, velivolo elettrico a decollo e atterraggio verticali progettato per ridefinire il trasporto urbano.

Questo veicolo può raggiungere una velocità di 190 km/h, arrivando fino a 450 metri di quota e completando tratte tra 40 e 65 chilometri. Il funzionamento del veicolo è molto silenzioso, con le operazioni di decollo e atterraggio che avvengono a 65 dB, mentre il volo orizzontale avviene a 45 dB.

Il ruolo del vertiporto

Sempre al CCES 2024 è stato presentato un concept che anticipa il vertiporto, un elemento strategico che sarà la base dei servizi di mobilità che prevedono decollo e atterraggio in verticale. Lo sviluppo dell’infrastruttura a terra rappresenta un tassello cruciale per l’effettiva operatività del servizio.

L’impegno del Gruppo in questo ambito affonda le radici già nel 2021, quando Hyundai ha supportato nel Regno Unito, insieme al Governo britannico e alla città di Coventry, il progetto Urban Air Port Air-One, il primo hub al mondo concepito specificamente per velivoli elettrici e droni.

Grazie a un’occupazione di suolo inferiore del 60% rispetto a un eliporto convenzionale, la struttura abbatte le barriere fisiche all’ingresso nelle metropoli: diventa così possibile realizzare hub compatti direttamente nel cuore delle città o accanto a snodi chiave di scambio, rendendo il passaggio dalla strada al cielo immediato, accessibile e privo di colli di bottiglia.

Piovono multe in Emilia-Romagna, arriva il bici-velox

A Parma gli agenti hanno messo nel mirino i proprietari di bicilette elettriche con lo strumento del bici-velox, un dispositivo in grado di individuare le e-bike modificate che superano i limiti consentiti. Dai primi accertamenti sono emerse delle irregolarità che hanno già condotto a 15 sanzioni in poche ore e multe fino a 15mila euro.

Il bici-velox usato dalla Polizia Locale di Parma è stato battezzato Dynostar e consente di accertare se una e-bike è in regola con le recenti normative. La diffusione massiccia delle biciclette elettriche ha portato a una lunga lista di disposizioni da rispettare. Su un banco di prova portatile, dotato di rulli, viene piazzato lo strumento di misurazione della velocità massima e della potenza del motore. La soluzione è in grado di verificare in un lampo eventuali alterazioni delle prestazioni originali. Per accrescere le performance del mezzo in tanti hanno applicato delle modifiche che aumentano la velocità.

E-bike truccate nel mirino

Circolare su strade pubbliche con una e-bike modificata o sbloccata è un’infrazione gravissima secondo il Codice della Strada italiano. Le bici elettriche, comprese alcune fat-bike, possono diventare veloci come scooter attraverso interventi sul sistema elettrico e possono raggiungere facilmente velocità superiori a quelle consentite. Per rientrare nella categoria di un normale velocipede, una bicicletta a pedalata assistita secondo la legge, deve presentare un motore con potenza nominale continua massima di 250 watt, il cui supporto si interrompa prima che il mezzo raggiunga i 25 km/h.

In caso di superamento della soglia si materializza un problema da non sottovalutare per evitare sanzioni. Se il motore continua a fornire assistenza oltre il limite stabilito, a causa di alcune modifiche al mezzo, l’e-bike può essere qualificata come ciclomotore, con tutti gli obblighi previsti per questa categoria. Quindi prima di alterare una bicicletta elettrica a pedalata assistita (EPAC) per superare i limiti di fabbrica tenete conto delle potenziali conseguenze.

Controlli a tappeto

Gli agenti sono intervenuti a Parma, lo scorso 6 ottobre 2026, con verifiche in via D’Azeglio e piazza Garibaldi, due zone centrali della città, sempre piene di ciclisti. In base a quanto annunciato sulle colonne de La Repubblica, sono state comminate 15 sanzioni nell’arco di un solo pomeriggio. La ricerca delle e-bike irregolari continuerà anche sulle piste ciclabili, nelle zone a traffico limitato e nei parchi cittadini. In caso di circolazione senza i necessari requisiti amministrativi possono scattare sanzioni comprese tra 5mila e 15mila euro, oltre a eventuali provvedimenti sul mezzo.

Le violazioni riscontrate durante i controlli degli agenti vanno dalla mancanza di immatricolazione all’assenza della copertura assicurativa obbligatoria. A Bologna, la Lega ha chiesto di adottare uno strumento analogo per verificare la regolarità delle e-bike in circolazione. Il capogruppo Matteo di Benedetto ha chiesto di installare un Dynostar per aiutare la Polizia Locale. Di Benedetto, a tal proposito, ha annunciato:

“Non si tratta di colpire la mobilità elettrica, ma di garantire che chi utilizza una bicicletta regolarmente conforme possa farlo insieme a tutti gli altri cittadini, senza che mezzi modificati e potenzialmente molto più veloci mettano in pericolo la sicurezza degli altri”.

Fiab, Ancma e Assoutenti hanno chiamato in causa il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per tutelare i consumatori e le aziende che rispettano i requisiti di legge.

Tesla spinge l’Europa ad approvare l’FSD, cresce la pressione sui regolatori

Tesla sta accelerando la sua campagna per ottenere il via libera europeo al Full Self-Driving Supervised. Dopo le prime autorizzazioni nazionali, l’obiettivo è un’approvazione valida in tutta l’Unione Europea, ma intorno al sistema restano dubbi sulla sicurezza e sui dati presentati ai regolatori.

La partita europea del Full Self-Driving Supervised sta diventando sempre più importante per Tesla. Il sistema di assistenza alla guida, che non rende l’auto completamente autonoma e richiede comunque la supervisione costante del conducente, ha già ottenuto autorizzazioni in alcuni Paesi europei. Il passaggio decisivo sarebbe però l’approvazione comunitaria, che consentirebbe alla Casa americana di ampliare sensibilmente la diffusione della tecnologia.

Il primo passo importante è arrivato dai Paesi Bassi, dove l’autorità RDW ha dato il proprio via libera, altri Stati hanno successivamente riconosciuto l’autorizzazione o avviato procedure analoghe. Il percorso comunitario resta però più complesso e il voto decisivo, inizialmente ipotizzato per ottobre, è stato rimandato almeno a dicembre. Secondo un’inchiesta Reuters, Tesla non si sarebbe limitata alle normali interlocuzioni tecniche con le autorità. La società avrebbe cercato di accelerare il processo attraverso contatti diretti con i regolatori e una campagna pubblica molto intensa, sostenendo che i ritardi nell’autorizzazione impedirebbero di sfruttare una tecnologia capace di migliorare la sicurezza stradale.

Anche Elon Musk ha più volte criticato la lentezza delle procedure europee, per questo Tesla ha invitato i propri clienti e sostenitori a chiedere alle autorità un’approvazione più rapida. La pressione ha contribuito ad aumentare la visibilità politica della questione, tanto che alcuni governi europei hanno iniziato a mostrare una posizione più favorevole nei confronti del sistema.

I dubbi sui dati relativi alla sicurezza

Il punto più delicato riguarda però le prove utilizzate da Tesla per dimostrare i benefici del Full Self-Driving. Alcuni esperti di sicurezza stradale consultati da Reuters hanno sollevato dubbi sulla metodologia delle analisi presentate dalla Casa americana. Una parte delle valutazioni europee, per esempio, avrebbe confrontato vetture guidate con FSD da tecnici professionisti Tesla con automobili condotte normalmente sulle strade europee. Inoltre, visto il numero ancora limitato di chilometri percorsi con il sistema attivo, Tesla avrebbe utilizzato come indicatori indiretti comportamenti come frenate brusche, accelerazioni, utilizzo del clacson e interventi della frenata automatica.

Secondo diversi ricercatori questi parametri, da soli, non sarebbero sufficienti per stabilire quanto il sistema riesca realmente a ridurre incidenti, feriti o vittime. Il fronte europeo non è compatto e paesi come Germania, Paesi Bassi, Belgio e Danimarca hanno mostrato aperture, mentre altre autorità continuano a chiedere maggiori garanzie. Uno dei punti discussi riguarda anche il comportamento dell’FSD rispetto ai limiti di velocità e alle differenti normative nazionali.

Tesla avrebbe perfino mostrato disponibilità a modificare il nome Full Self-Driving, che può far pensare a capacità di guida completamente autonoma, adottando una definizione più vicina al concetto di guida assistita. Per la Casa americana il risultato della partita europea è strategico. L’FSD è infatti diventato uno degli elementi centrali della trasformazione di Tesla da semplice produttore di auto elettriche a società sempre più concentrata su software, Intelligenza Artificiale e guida autonoma.

Ferrari Luce, cosa c’entra Jeff Bezos: Elkann si rivela

La prima Ferrari 100% elettrica si è rivelata essere l’arma in più della gamma, ma anche la proposta più divisiva della storia della Casa modenese. In proporzioni ben lontane dai concetti classici di sportività Made in Maranello, il collettivo americano di designer e creativi fondato da Jony Ive che insieme a Marc Newson ha sviluppato il progetto hanno scelto un design che è stato aspramente criticato dai puristi. Ma come ha preso vita l’idea di proporre sul mercato la Luce?

A rivelarlo è stato John Elkann in persona che, durante una passeggiata con Bezos, ha avuto l’intuizione che ha stravolto gli scenari abituali del Cavallino. Nel 2016 il nipote di Gianni Agnelli stava camminando con Jeff Bezos, numero 1 di Amazon, che gli rappresentava la direzione del mondo. Pur non conoscendo il mondo automotive, l’americano ha rappresentato al presidente della Ferrari la possibilità di prendere in considerazione il lancio di una vettura a zero emissioni.

Cambio di prospettiva

Da sempre la Ferrari ha legato i suoi successi commerciali alla pista, quindi al rombo di motori termici che hanno scandito le vittorie in F1, nel WEC e nelle sfide del Motorsport più impegnative al mondo. Il fondatore di Amazon, dieci anni fa, immaginava il mondo attuale impregnato di tecnologia elettrica, ma la realtà, almeno alle nostre latitudini, è ben diversa dai proclami green avanzati dai politici. Elkann, dal palco di Wave, la conferenza sulla tecnologia che fino al 2025 si chiamava Italian Tech Week, ha raccontato:

“È stato il primo momento in cui mi è venuto in mente che dovevamo cominciare a pensarci sul serio”.

Così è stato coinvolto nell’ambizioso programma di sviluppo Jony Ive, l’ex responsabile del design di Apple, che con il suo studio LoveFrom ha creato la Luce insieme ai tecnici del Centro Stile Ferrari. Le amicizie americane del presidente della Ferrari hanno scandito la nascita della vettura, ma non bastava fosse elettrica, ma bisognava capire come evolvere il concetto tecnologico nell’abitacolo, differenziandolo dalle rivali. Elkann ha chiesto un parere a Ive su come impostare il lavoro e da quella chiacchierata ha preso vita una collaborazione che ha rivoluzionato il concetto di eleganza silenziosa.

L’evoluzione della specie

Il collettivo di LoveFrom non portò disegni né rendering, approfondendo la storia del brand italiano. I tecnici si erano posti l’obiettivo di rispettare il DNA del Cavallino, proiettandolo nel futuro con uno stile audace. Insieme a Elkann e Ive, sul palco hanno presenziato due elementi simbolici della Luce: la chiave con il display e-ink a colori dallo sfondo giallo che scompare dopo l’inserimento, mentre il secondo oggetto era il volante con la struttura in metallo a vista e comandi fisici.

La prima Ferrari full electric della storia ha conservato elementi nell’abitacolo che si apprezzano con le dita, senza bisogno degli occhi. Per l’ex designer della Apple il touch non deve essere l’interfaccia principale, proponendo un connubio che sta tornando sui principali modelli di nuova generazione. Elkann ha ammesso che Ferrari non intendeva realizzare un’auto controversa e che un’accoglienza simile non era prevista, ma la vettura alla spina ha già fatto segnare dei record all’asta.

Dopo il lancio, Ferrari è stata subissata di critiche sui social, ma secondo il presidente chi vede poi la Luce dal vivo si fa una idea molto diversa. Sul mercato asiatico la vettura è stata accolta con entusiasmo da quella che Elkann ha definito la clientela più esigente al mondo.

Cosa sta succedendo a Roma? Nessuno riesce a fermare le golf car

In una Capitale sempre più caotica, l’ultima grande novità è rappresentata dalle cosiddette caddie o cart che dovrebbero accompagnare i giocatori di golf sul green e invece sfrecciano dentro le ZTL guidate dalle guide che accompagnano gruppi di turisti desiderosi di scoprire le meraviglie di Roma. Il centro città, meta turistica gettonatissima, è pieno dei piccoli mezzi sprovvisti di autorizzazione.

Dopo l’inchiesta dell’Adnkronos, rilanciata dal Guardian, sono scattati i controlli a tappeto dei carabinieri nelle zone turistiche di Roma. Dal Circo Massimo a via di Sant’Eustachio, in zona Pantheon, da Trinità dei Monti a piazza Navona e piazza del Popolo, gli agenti hanno accertato la regolarità delle immatricolazioni, scoprendo uno scenario che sta creando un vero e proprio caso nella Regione Lazio.

Caos e rischi

Gli operatori al volante delle golf car mostrano le principali attrazioni della Capitale, parcheggiando dove capita e creando problemi agli automobilisti, ma anche ai motociclisti e ai pedoni. In uno scenario di overtourism e spazi pubblici contesi, un giro panoramico sulle caddie mostra anche una lacuna normativa che ha un impatto sul Codice della Strada, sui tassisti e sugli operatori Ncc, pregiudicati dalla circolazione selvaggia di circa 500 golf car, di cui il 90% opererebbe senza autorizzazione.

Se un turista può ritenere comodo vedere la città in tempi record, dietro il pagamento in media di 100 euro, per i residenti cresce la frustrazione. Già a fine settembre i carabinieri sono intervenuti per controllare 131 golf car nelle aeree più affollate del centro storico, determinando circa 38.000 euro di multe complessive per violazioni che vanno dalla guida senza patente alla sosta irregolare. Senza una regolamentazione, i carabinieri hanno verificato la regolarità delle immatricolazioni ma anche i rapporti di lavoro tra autisti e operatori, oltre al rispetto delle basilari regole del Codice della Strada.

Dieci veicoli sono stati sottoposti a fermo, pari al 7,63% di quelli controllati. Di questi, soltanto sei erano utilizzati come noleggio con conducente senza licenza, ovvero il 4,58% del numero totale. A sei fantomatici operatori turistici sono state ritirate le patenti e soltanto 41 golf car sarebbero state autorizzate dal Comune.

L’evoluzione del trasporto nella Capitale

Roma ha avuto il suo periodo storico con il boom delle Fiat 500, poi è diventata la Vespa il simbolo da cartolina della città, sino al passaggio ai tuk tuk. Oggi tra le anguste vie del centro girano le golf car e la situazione pare essere totalmente sfuggita di mano. In una realtà che vanta una crescita delle presenze record rispetto al passato occorrerebbe una normativa chiara per porre un freno a uno scenario ben poco sicuro anche per gli altri utenti della strada.

Alla fine dell’anno la Capitale potrebbe raggiungere un nuovo primato storico, dopo il record di turisti già marcato nel 2025, chiuso con 27 milioni di arrivi e 63 milioni di presenze. Sul piano della circolazione, la navetta resta un veicolo atipico ai sensi dell’articolo 59 del Codice della Strada, ma sul fronte della sicurezza vi sono delle criticità. Spesso sulle golf car vengono fatte salire famiglie che, senza apposite cinture di sicurezza, mettono a rischio anche l’incolumità dei figli.

A giugno 2026 il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha spiegato che le strutture ricettive e agenzie di viaggio con veicoli immatricolati a uso proprio (articolo 82 CdS) possono mettere al volante delle navette dei driver senza licenza, a patto che il servizio non preveda un pagamento extra. Tassisti e Ncc sono già sul piede di guerra, vedendosi sottratto il lavoro dagli agenti di viaggio che sfruttano una lacuna normativa per accompagnare un esercito di turisti. Il confine tra un’attività lecita e l’esercizio abusivo di una professione dovrebbe essere spazzato via da una legge specifica che sta preparando la Regione Lazio sulle navette turistiche per regolare il fenomeno nei centri storici e nelle aree a vocazione turistica.

Auto a metano, cambiano le verifiche sulle bombole, le novità

Cambiano i controlli sulle bombole di un’auto a metano con effetti sul conto dell’officina. Il decreto 98 del 2026 del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica ridisegna l’organizzazione della riqualificazione dei serbatoi CNG. Officine riconosciute, personale qualificato, tracciabilità digitale e un tariffario nazionale formano il nuovo quadro, destinato a rendere più controllabile il percorso di ogni bombola.

Se la periodicità quadriennale delle bombole R110 rimane il riferimento, il nuovo regolamento interviene su chi effettua le verifiche, su come vengono documentate e sulle condizioni economiche del servizio.

Che cosa disciplina il decreto 98 del 2026

Il provvedimento riguarda le bombole per gas naturale compresso, indicate con la sigla CNG e conformi al regolamento 110 UNECE. La finalità è semplificare gli adempimenti connessi alla riqualificazione. Al centro dell’organizzazione si colloca SFBM, Servizi Fondo Bombole Metano, società partecipata da Acquirente Unico. Alla società vengono affidati riconoscimento delle officine, registri degli operatori, etichette, tracciatura, tariffario e contributi. Il decreto ne disciplina anche il Servizio interno di ispezione, mentre il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti è individuato come autorità competente.

Il ruolo operativo di SFBM precede questa riforma: nelle premesse del decreto si ricorda il subentro nelle funzioni della Gestione Fondo Bombole Metano. Il regolamento del 2026 rende più articolati compiti e responsabilità lungo il percorso del recipiente, dall’intervento in officina alla sua esclusione dal servizio. Per l’utente, la conseguenza è una maggiore possibilità di verificare chi ha eseguito il controllo e con quale esito.

CNG1, CNG2, CNG3 e CNG4

La classificazione distingue quattro costruzioni. Nelle CNG1 il corpo è metallico; le CNG2 conservano una struttura metallica rinforzata da un avvolgimento circonferenziale in materiale composito. Per le CNG3 il rinforzo avvolge completamente il corpo metallico mentre le CNG4 impiegano un corpo non metallico rinforzato con filamenti impregnati di resina. Le differenze riguardano la struttura del recipiente, oltre alla sua denominazione.

Da qui deriva l’esigenza di adottare verifiche adeguate alla tecnologia costruttiva. Corrosione e deformazioni del metallo richiedono valutazioni differenti rispetto ai danneggiamenti del rivestimento composito. Nell’esame del recipiente assumono rilievo condizioni esterne, urti, abrasioni e integrità dei materiali, secondo i criteri tecnici applicabili. L’identificazione della bombola permette all’officina di scegliere la procedura pertinente senza trattare allo stesso modo serbatoi diversi.

Nelle premesse del decreto si richiama l’esperienza maturata nel settore: gli scarti alla prima riqualificazione sono stati ricondotti a danneggiamenti riscontrabili attraverso la prova visiva. Su questo presupposto si fonda la valorizzazione dell’esame effettuato da personale qualificato, seguendo le istruzioni tecniche previste.

La parola “visiva” non deve far pensare a uno sguardo rapido sotto l’automobile. Il controllo deve consentire di valutare lo stato della bombola nelle parti richieste dalla procedura, con l’individuazione di alterazioni incompatibili con il mantenimento in servizio. A incidere sull’attendibilità dell’esito sono accessibilità delle superfici, preparazione dell’operatore e criteri di accettazione.

Prima riqualificazione, il chiarimento del Mit

La circolare 10799 del 2026 del Mit ribadisce che, per CNG1, CNG2 e CNG3, la prima riqualificazione avviene con ispezione visiva secondo le procedure comunicate dal costruttore del veicolo. Se i manuali non sono disponibili, si applicano le modalità precedentemente in uso, come per le verifiche successive alla prima. Per le CNG4 montate sui veicoli M1 e N1, ossia autovetture e veicoli commerciali leggeri, la disciplina prevede la riqualificazione periodica mediante le modalità visive ammesse e le istruzioni del costruttore

Accanto alle verifiche visive restano i centri di revisione SFBM, incaricati delle prove previste dalla disciplina tecnica e della gestione dell’interscambio. La prova idrostatica verifica il recipiente attraverso una pressurizzazione controllata, secondo le condizioni prescritte. Il decreto assegna agli ispettori SFBM la supervisione delle prove e le funzioni previste per l’attestazione.

Quando i centri SFBM non riescono a soddisfare le esigenze dell’utenza per le bombole CNG1, il regolamento consente l’affidamento dei servizi a centri terzi qualificati. Si tratta di una possibilità circoscritta a questa categoria, subordinata ai requisiti tecnici e alle procedure di selezione. Il proprietario continua a rivolgersi all’officina che organizza l’intervento mentre i rapporti con centri e depositi appartengono al percorso operativo del servizio.

Officine riconosciute: requisiti, registro e durata

Il nuovo modello prevede officine riconosciute da SFBM, dotate delle attrezzature richieste e di uno o più responsabili tecnici. Il riconoscimento dura cinque anni e deve essere rinnovato mediante una nuova domanda. Gli strumenti attraverso cui l’utente può identificare gli operatori del sistema sono registro pubblico, logo identificativo e tariffario esposto.

Tra le attività attribuite all’officina rientrano riqualificazione visiva, smontaggio e rimontaggio, interscambio con i centri e gestione della sostituzione dopo un esito negativo. La disponibilità di strumenti conformi alle norme tecniche richiamate e di personale qualificato fa parte dei requisiti del riconoscimento.

La riqualificazione visiva viene affidata a un responsabile tecnico con certificazione conforme alle norme richiamate dal decreto, formazione teorica e pratica, esame e idoneità visiva documentata. Il regolamento fissa anche requisiti alternativi di istruzione ed esperienza ovvero laurea in ingegneria con almeno tre anni nel settore, diploma di perito industriale con cinque anni oppure diploma di scuola secondaria superiore con dieci anni.

L’iscrizione avviene in un registro gestito da SFBM, previa verifica dei requisiti. Lo stesso professionista può svolgere la riqualificazione per più officine riconosciute. Resta ammessa anche l’attività del funzionario dell’autorità competente. La firma sul controllo deve quindi corrispondere a un ruolo definito e verificabile.

Etichette, punzonatura e tracciabilità digitale

Per le CNG1 sottoposte a prova idrostatica, l’attestazione comprende punzonatura della data e marchio della Repubblica italiana, alla presenza dell’ispettore SFBM. Nel caso della riqualificazione visiva, vengono apposte etichette fornite da SFBM, con data, numerazione della bombola, logo della società e marchio RI. I recipienti scartati o scaduti vengono avviati al recupero, con verbalizzazione e annotazione nel sistema.

L’articolo 11 prevede un database che collega capacità, matricola, costruttore e scadenza del recipiente a targa e telaio del veicolo. Nel sistema devono comparire anche informazioni su riqualificazione, installazione, operatori e strutture coinvolte, oltre all’eventuale disinstallazione. Questa associazione permette di seguire la bombola quando cambia vettura o viene interscambiata, riducendo la dipendenza da documenti isolati.

Chi paga una bombola scartata o a fine vita

L’articolo 12 pone a carico di SFBM il costo delle bombole sostituite a scadenza naturale o scartate durante la riqualificazione, avviate al recupero. La copertura riguarda solo il recipiente e non il servizio e altre lavorazioni documentate.

Il Servizio interno di ispezione vigila su officine, Responsabili tecnici, centri terzi e depositi, anche mediante controlli e sopralluoghi. In caso di non conformità, il regolamento disciplina istruttoria, diffida e, se manca l’adeguamento, la proposta di sospensione fino a sei mesi all’autorità competente. Le violazioni dei provvedimenti o la perdita dei requisiti possono portare a cancellazione dai registri o revoca degli affidamenti.

La vigilanza riguarda anche chi organizza il servizio. Su SFBM, i suoi centri e il Servizio interno di ispezione interviene il MIT. Sul versante economico l’articolo 12 prevede la cancellazione dal registro delle officine che applicano tariffe diverse dal tariffario nazionale.

Riparare le auto senza alcun permesso, il fenomeno dei meccanici abusivi in Italia

Capita sempre più spesso di leggere notizie di questo tipo, ed è un segnale che qualcosa, nel settore della riparazione auto, non funziona come dovrebbe.

Da nord a sud della Penisola, forze dell’ordine e polizie locali stanno scoprendo officine improvvisate nate dal nulla, spesso allestite dentro garage privati o persino nei cortili di casa, dove si lavora sulle vetture altrui senza alcuna autorizzazione né i requisiti professionali richiesti dalla legge. Un fenomeno che espone gli automobilisti a rischi concreti, pur restando spesso invisibile fino a quando qualcuno non decide di controllare da vicino.

Nuovo caso a Casarsa della Delizia

L’ultimo episodio arriva dal Friuli-Venezia Giulia, dove la Polizia Locale di Casarsa della Delizia, in provincia di Pordenone, ha scoperto e fermato un’attività di manutenzione e riparazione auto condotta interamente all’interno di un’abitazione privata.

Le indagini erano partite già nel mese di giugno, a seguito di alcune segnalazioni arrivate agli uffici comunali, e sono proseguite per tutta l’estate fino al controllo decisivo degli ultimi giorni, quando gli agenti hanno sorpreso l’uomo al lavoro su un veicolo. All’esito degli accertamenti sono state contestate diverse violazioni amministrative, tra cui la totale assenza delle abilitazioni necessarie e la mancata iscrizione all’Albo delle imprese artigiane.

L’attività è stata interrotta, gli strumenti utilizzati sequestrati, e l’amministrazione comunale ha diffuso un appello rivolto alla cittadinanza, invitando a non affidare mai la manutenzione di automobili, mezzi o attrezzature a chi opera in maniera improvvisata o priva di autorizzazione.

Un fenomeno rimasto nascosto

Episodi come questo non sono affatto isolati, e raccontano di una zona grigia del settore automotive che resta spesso lontana dai riflettori proprio perché si svolge all’interno di spazi privati, lontano dalla strada e quindi dai controlli di routine.

A Quinto di Treviso, qualche settimana fa, la Guardia di Finanza ha scoperto un caso ancora più articolato: un meccanico 44enne che lavorava abusivamente, individuato risalendo ai proprietari delle vetture presenti nei suoi locali. Dagli accertamenti è emerso che alcuni clienti avevano speso fino a 800 euro per riparazioni pagate rigorosamente in nero, senza alcuna fattura, e in diversi casi il problema per cui avevano affidato l’auto all’officina era rimasto irrisolto.

Un fenomeno, insomma, che non riguarda episodi sporadici, ma che sembra attraversare in forme diverse l’intero territorio nazionale, alimentato spesso dalla ricerca di prezzi più bassi rispetto a quelli praticati dalle officine regolarmente autorizzate.

Cosa rischiano meccanici improvvisati e clienti

Chi gestisce un’attività del genere senza i requisiti previsti rischia conseguenze decisamente pesanti, che vanno ben oltre la semplice sanzione amministrativa: il mancato possesso delle abilitazioni professionali e la mancata iscrizione agli albi competenti comportano infatti provvedimenti che possono arrivare fino alla chiusura definitiva dell’attività e al sequestro di attrezzature e locali, come accaduto proprio a Casarsa della Delizia.

Ma a sorprendere molti automobilisti è un altro aspetto, forse meno conosciuto: anche chi si affida, magari inconsapevolmente, a un meccanico senza partita IVA regolare o privo delle autorizzazioni richieste rischia una sanzione. Come emerso nel caso di Treviso, la legge punisce infatti pure chi porta la propria vettura a un’attività non autorizzata, con multe che possono arrivare fino a 258 euro, ridotte a 86 se il pagamento avviene entro 60 giorni.

Un motivo in più, oltre alla sicurezza stradale, per verificare sempre con attenzione a chi consegnamo la nostra auto: un’officina regolare lascia sempre una traccia fiscale, a partire dalla fattura, elemento che tutela sia in caso di contestazioni sul lavoro svolto sia da spiacevoli sorprese come queste.

Arrivano i primi 14 semafori intelligenti gestiti dall’AI per migliorare il traffico

Garantire un traffico più scorrevole e funzionale è uno dei compiti più ardui che si troverà ad affrontare la città del domani, un lavoro che inevitabilmente dovrà aggiustare i difetti del sistema di mobilità attuale senza stravolgerne l’utilizzo. Per questo l’uso di semafori in grado di gestire in modo autonomo, con l’uso dell’intelligenza artificiale, i propri tempi di cambiata.

A Monza il Comune ha dato il via a una nuova fase del progetto Samu, un piano che punta a mettere l’intelligenza artificiale al servizio della mobilità urbana, rendendo i semafori capaci di ragionare, e non solo di contare i secondi.

Come funziona il progetto Samu

L’acronimo sta per Sistemi adattivi per monitoraggio e gestione della mobilità urbana, e dietro questo nome un po’ tecnico si nascondono 14 incroci strategici della città, tra cui via Cavallotti e via Vittorio Veneto, via Marconi e via Sant’Alessandro, oltre ai nodi di via Borgazzi con via Monte Ortigara e via Guerrazzi, saranno interessati da un investimento complessivo superiore a 615 mila euro.

L’obiettivo dichiarato dall’amministrazione è quello di costruire una rete capace di individuare in tempo reale situazioni critiche e, in prospettiva, intervenire dinamicamente sulla durata dei segnali luminosi.

I tradizionali sistemi di rilevamento lasceranno progressivamente spazio a telecamere dotate di intelligenza artificiale, in grado di analizzare i flussi veicolari e riconoscere automaticamente la formazione di code, preparando il terreno per una gestione davvero adattiva dei semafori, con tempi del verde che potranno modificarsi in base alle condizioni reali della strada, anziché restare fissi indipendentemente dal traffico presente.

Un’unica centrale

Il progetto monzese si inserisce in un piano ben più ampio, finanziato dalla Regione Lombardia con 2,5 milioni di euro attraverso il bando Smart Mobility Data Driven – Fase 2.

Il Comune sta infatti realizzando una nuova centrale di controllo, pensata per riunire in un’unica piattaforma digitale tutti i 110 impianti semaforici presenti sul territorio cittadino. Un salto tecnologico notevole rispetto al precedente sistema UTC, attivo dal 2020, che permetteva il monitoraggio remoto soltanto di una parte della rete, appena 24 impianti su oltre cento.

Oltre alla gestione del traffico, la nuova tecnologia avrà anche un ruolo importante sul fronte della sicurezza stradale: le telecamere intelligenti potranno infatti rilevare non solo gli incidenti veri e propri, ma anche i cosiddetti near-miss, cioè le situazioni di quasi incidente come frenate improvvise o manovre pericolose, dati preziosi per individuare gli incroci più problematici e pianificare interventi mirati prima che accada il peggio.

Non manca l’attenzione alla privacy: il sistema è stato progettato secondo criteri di Privacy by Design e by Default, con dati video pensati per non conservare volti e targhe, salvo metadati resi completamente anonimi.

Monza banco di prova

Il principio alla base dell’intera operazione, in realtà, è già stato sperimentato con successo su alcune intersezioni cittadine: un sistema composto da regolatore semaforico e analisi video riesce a privilegiare la direttrice principale, attivando il verde sulle strade secondarie soltanto quando viene effettivamente rilevata la presenza di veicoli in attesa.

Monza, insomma, si candida a diventare un vero e proprio banco di prova per questo tipo di tecnologia applicata alla viabilità urbana, con l’obiettivo di estendere progressivamente il modello a tutta la rete cittadina. Il piano comprende inoltre un sistema di infoparking, pensato per indirizzare in tempo reale gli automobilisti verso i parcheggi effettivamente disponibili, insieme al potenziamento dell’app e del portale Monza Mobilità.

Secondo le stime dell’amministrazione comunale, la riduzione delle code e dei tempi di percorrenza che ne deriverebbe potrebbe contribuire anche a diminuire sensibilmente consumi ed emissioni, un beneficio che andrebbe ben oltre la semplice comodità di guida quotidiana.

Volvo sfila alla Milano Fashion Week: l’auto diventa materia per la moda

Nel pieno della Milano Fashion Week, Volvo ha scelto la strada della passerella per una sfilata molto originale, trasformando materiali normalmente destinati all’abitacolo, alla carrozzeria o persino alla sicurezza delle sue vetture in materia prima per una nuova generazione di fashion designer.

È accaduto al Volvo Studio Milano, nel cuore di Porta Nuova, con la serata conclusiva di The Daily Crash, workshop di fashion design voluto da Volvo Car Italia insieme a VerySeri Studio e con la partecipazione del Collettivo AAA. Un progetto iniziato mesi prima e arrivato alla sua conclusione proprio durante la settimana in cui Milano parla la lingua internazionale della moda.

Dall’automobile al guardaroba

Il principio è semplice, ma il risultato tutt’altro che scontato: prendere ciò che normalmente appartiene a un’automobile e guardarlo con occhi completamente diversi. Venti studentesse e studenti del Politecnico di Milano, selezionati attraverso una open call, hanno seguito quattro incontri tra marzo e maggio al Volvo Studio. Il percorso li ha accompagnati attraverso ricerca, progettazione e realizzazione, mettendoli a confronto con professionisti provenienti dal design, dalla moda e dall’organizzazione culturale.

Il brief era quanto mai concreto. Volvo ha messo a disposizione materiali utilizzati sulle proprie automobili: dal tessuto Nordico di XC40 e XC60 alla Tailored Wool Blend della EX30, passando per Econyl ottenuto anche da reti da pesca riciclate, lino intrecciato, Nubuck e Microtech Vinyl. Ma sul tavolo sono arrivati anche oggetti decisamente più sorprendenti: cinture di sicurezza, airbag esplosi, parti di carrozzeria, paraurti, griglie, rivetti, bulloni e persino confezioni industriali. Materiali nati per proteggere, rivestire o costruire un’automobile che, nelle mani degli studenti, hanno acquistato un significato differente.

Non chiamatela sfilata

Anche la presentazione ha seguito una strada poco convenzionale. Niente passerella classica, modelli in fila e rituale da fashion show. La capsule collection è stata raccontata attraverso una performance nella quale vestiti, installazione, pubblico e architettura del Volvo Studio hanno interagito fra loro.

Una scelta coerente con lo spirito di The Daily Crash: mostrare non soltanto il risultato finale, ma anche il percorso necessario per arrivarci. E proprio la parola “crash” contiene una buona parte della filosofia del progetto. Non soltanto l’impatto fisico, immediatamente riconducibile all’universo automobilistico, ma lo scontro con abitudini e convenzioni che spesso accompagna un’idea nuova. Secondo il concept del workshop, innovare significa anche urtare contro qualcosa che sembrava immutabile e provare a spostarlo. Per Volvo il gioco di rimandi è inevitabile. Il crash test appartiene alla storia del marchio svedese e al suo rapporto con la sicurezza; qui l’impatto diventa invece metafora del processo creativo.

L’auto come una stanza

Dietro l’esercizio creativo c’è però un tema che riguarda direttamente le Volvo di oggi. Moda e automobile condividono sempre più spesso lo stesso vocabolario: materiali, texture, colori, tattilità, sostenibilità e capacità di creare un’atmosfera.

Per la Casa svedese l’abitacolo non è più semplicemente un insieme di sedili, plancia e rivestimenti. Gli interni delle Volvo di nuova generazione vengono concepiti come vere e proprie “rooms”, stanze dotate ciascuna di una propria identità e pensate come estensioni dell’ambiente domestico. Un’interpretazione molto scandinava del lusso: meno ostentazione, più materia, luce e sensazione di benessere. Un esempio è la nuova EX60. Una delle configurazioni interne, chiamata “Rye”, guarda esplicitamente alla moda e all’interior design nordico: tessuti protagonisti, lana naturale, accostamenti ispirati all’abbigliamento e un minimalismo caldo, tattile, lontano dall’idea ormai un po’ abusata secondo cui premium debba significare necessariamente abbondanza.

La sostenibilità deve essere anche bella

La sostenibilità smette di essere soltanto un capitolo tecnico e prova a diventare linguaggio estetico. Economia circolare, riduzione dell’impatto ambientale e ricerca sui nuovi materiali fanno già parte del processo di progettazione delle vetture Volvo. The Daily Crash porta gli stessi interrogativi fuori dall’automobile e li consegna alla creatività dei ragazzi. Non è peraltro la prima volta che il Volvo Studio percorre questa strada. Nel 2020 aveva ospitato durante la Fashion Week la sfilata dello stilista Gilberto Calzolari, che aveva lavorato anche con tele di airbag e cinture di sicurezza fornite da Volvo Car Italia. L’esperienza era proseguita in occasione della C40 Recharge con il progetto “Ethics meet Aesthetics”, costruito proprio attorno alla possibilità di far convivere valore estetico e responsabilità ambientale.

Il lusso discreto del Nord

In fondo The Daily Crash racconta anche qualcosa del momento che sta vivendo il design automobilistico. Dopo anni nei quali la tecnologia sembrava dover essere necessariamente esibita – schermi sempre più grandi, superfici luminose, effetti speciali – torna centrale una domanda antica: come deve farci sentire un oggetto ben progettato? La risposta di Volvo rimane legata alla tradizione scandinava, cercando un equilibrio fra forma e funzione, passato e innovazione.

La Casa parla di uno spazio progettuale collocato tra ciò che è “senza tempo” e ciò che è “progressivo”: semplicità, qualità artigianale, autenticità e innovazione senza trasformare ogni novità in una dichiarazione urlata. È la stessa filosofia che dal 2017 anima il Volvo Studio Milano: non una semplice vetrina automobilistica, ma uno spazio nel quale il marchio prova a raccontarsi attraverso musica, arte, tecnologia e cultura.

Durante la Fashion Week è toccato alla moda. E forse l’immagine più efficace resta proprio quella di un airbag che, dopo aver esaurito la sua prima funzione, finisce nelle mani di un giovane designer e comincia una seconda vita. Da dispositivo destinato ad assorbire un impatto a materiale capace di provocarne uno, questa volta creativo. Per una volta, insomma, il “crash” non è qualcosa da evitare. È esattamente il punto da cui partire.

Secondo Waymo non esistono scorciatoie AI per la guida autonoma

L’intelligenza artificiale sta facendo progressi enormi, ma secondo Waymo questo non significa che basti costruire un modello AI sempre più potente per risolvere il problema della guida autonoma. L’azienda del gruppo Alphabet, impegnata da oltre quindici anni nello sviluppo di robotaxi senza conducente, mette in discussione l’idea che i nuovi sistemi di intelligenza artificiale possano rappresentare una sorta di scorciatoia verso automobili capaci di guidare da sole in qualsiasi situazione.

La posizione nasce dall’esperienza maturata sulle strade americane, dato che quando Waymo ha sintetizzato le principali lezioni apprese dal proprio sistema aveva superato i 200 milioni di miglia completamente autonome. Nel frattempo quel numero è ulteriormente cresciuto e l’azienda ha superato i 270 milioni di miglia percorse senza una persona al volante, una quantità di dati che, secondo Waymo, dimostra soprattutto una cosa: sviluppare un’auto autonoma affidabile richiede molto più di un buon algoritmo.

Un modello AI molto potente non basta

Negli ultimi anni l’evoluzione dell’intelligenza artificiale generativa ha alimentato l’idea che lo stesso salto tecnologico possa verificarsi anche nel settore automotive. Modelli sempre più grandi, addestrati con enormi quantità di dati, potrebbero teoricamente imparare a guidare osservando milioni di situazioni stradali e adattandosi progressivamente anche agli scenari mai incontrati prima.

Waymo invita però alla prudenza, infatti Srikanth Thirumalai, responsabile del software di bordo dell’azienda, ha sottolineato come persino i sistemi AI più avanzati possano commettere errori difficili da prevedere. Nel mondo digitale un risultato sbagliato può significare una risposta inesatta o un’immagine poco realistica, su un’automobile che viaggia nel traffico, invece, la stessa imprevedibilità può avere conseguenze completamente diverse. Per questo Waymo considera insufficiente affidare tutta la guida a un unico grande modello che riceve le immagini delle telecamere e produce direttamente sterzo, frenata e accelerazione.

Interni di un Robotaxi di sesta generazione

Ufficio Stampa Waymo

Interni del modello Ojai completamente elettrico, integrato con Waymo Driver di sesta generazione

Uno dei punti centrali riguarda proprio le cosiddette architetture end-to-end, dato che in un sistema di questo tipo, una rete neurale riceve le informazioni provenienti dai sensori e decide direttamente quale comportamento adottare. È un approccio molto interessante perché permette di semplificare l’architettura del software e, almeno teoricamente, di sfruttare in modo sempre più efficace i progressi dell’intelligenza artificiale, il problema è capire cosa accade quando qualcosa va storto.

Per Waymo una vettura di Livello 4, capace quindi di muoversi senza supervisione umana nelle aree per cui è stata progettata, deve avere meccanismi aggiuntivi di controllo, infatti il sistema utilizzato dall’azienda comprende anche un livello indipendente che verifica le traiettorie proposte dal software di guida. In pratica l’AI può decidere quale percorso seguire, ma la decisione viene sottoposta a ulteriori controlli, per questo vengono considerate le leggi fisiche, le regole della circolazione e il rischio di collisione, poi se la traiettoria proposta supera determinati limiti, il sistema di sicurezza può intervenire.

Telecamere, radar, mappe HD e lidar continuano ad avere un ruolo centrale

La filosofia di Waymo emerge ancora più chiaramente osservando l’hardware montato sui suoi veicoli, in quanto l’azienda non considera le sole telecamere sufficienti per costruire un sistema completamente autonomo destinato a funzionare su larga scala. Le immagini sono fondamentali per riconoscere segnali stradali, semafori, corsie, pedoni e altri elementi dell’ambiente, ma Waymo continua ad affiancarle a lidar e radar. I primi ricostruiscono con precisione tridimensionale ciò che circonda il veicolo, mentre i radar sono particolarmente utili per misurare velocità e movimenti e possono continuare a offrire informazioni importanti anche quando la visibilità peggiora.

La combinazione dei diversi sensori crea soprattutto ridondanza, per cui se una tecnologia incontra difficoltà, le altre possono fornire informazioni complementari. È una strategia più complessa e costosa rispetto a quella basata principalmente sulle telecamere, ma Waymo sostiene che proprio questa ridondanza sia necessaria per raggiungere un livello di sicurezza adeguato alla guida senza conducente. Un discorso simile riguarda le mappe ad alta definizione, visto che con l’arrivo di sistemi AI capaci di interpretare rapidamente ciò che accade intorno all’auto, potrebbe sembrare possibile eliminarle completamente.

Robotaxi in servizio a San Francisco

Ufficio Stampa Waymo

Chilometri percorsi, mappe HD, radar e lidar saranno fondamentali

Waymo ha scelto una strada diversa, le mappe HD vengono utilizzate come una sorta di conoscenza preventiva dell’ambiente nel quale l’automobile dovrà muoversi, ma non sostituiscono ciò che rilevano i sensori in tempo reale, ma aggiungono un ulteriore livello di informazioni. Per esempio possono aiutare il sistema a conoscere in anticipo la geometria di un incrocio o alcune caratteristiche della strada anche quando le condizioni atmosferiche rendono più difficile interpretare la scena. Ancora una volta, quindi, la strategia non consiste nell’affidarsi a una sola tecnologia, ma nel sovrapporre differenti fonti di informazioni.

La sicurezza deve essere dimostrata prima di ampliare il servizio

Anche la crescita dei simulatori e dei sistemi di generazione dei dati non ha eliminato, secondo Waymo, la necessità di accumulare esperienza sulle strade vere. La simulazione permette naturalmente di riprodurre migliaia di scenari e soprattutto situazioni rare o pericolose che sarebbe difficile incontrare intenzionalmente nel traffico, inoltre può essere usata per verificare come reagisce il software quando un pedone attraversa improvvisamente, quando un altro veicolo compie una manovra insolita oppure quando una parte della carreggiata è bloccata.

Ma la realtà rimane molto più imprevedibile. Un cantiere temporaneo, un agente che gestisce manualmente il traffico, un oggetto caduto sulla strada o il comportamento irregolare di un altro automobilista possono creare combinazioni quasi infinite, per Waymo simulazione, dati reali e test su strada devono quindi continuare a lavorare insieme. Un altro elemento che distingue l’approccio di Waymo riguarda il modo in cui vengono introdotti nuovi software, nuove automobili o nuove città, per questo motivo prima di ampliare il servizio, l’azienda utilizza un processo formale di valutazione della sicurezza basato su diversi criteri di accettazione.

L’obiettivo non è soltanto dimostrare che il veicolo riesca a completare correttamente un percorso, occorre anche verificare come reagisce alle situazioni più difficili, valutare i possibili scenari di rischio e confrontare le prestazioni ottenute con parametri definiti prima della distribuzione del sistema. Questa impostazione spiega anche perché l’espansione dei robotaxi Waymo sia avvenuta progressivamente, il software può imparare rapidamente, ma l’apertura di nuove aree operative richiede comunque verifiche, raccolta di dati e validazione.

L’AI rimane fondamentale, ma non può fare tutto da sola

Waymo utilizza soprattutto i propri numeri per sostenere questa strategia, ecco perchè l’analisi pubblicata nel settembre 2026 comprende oltre 270 milioni di miglia completamente autonome percorse in città come Phoenix, San Francisco, Los Angeles, Austin e Atlanta. Secondo i dati dell’azienda, confrontando il Waymo Driver con automobilisti in condizioni analoghe, il sistema è stato coinvolto nell’82% in meno di incidenti con feriti, mentre per gli incidenti con conseguenze gravi o mortali la riduzione indicata arriva al 95%. Sono risultati che vanno comunque letti nel contesto delle aree nelle quali il servizio è attualmente operativo e delle metodologie utilizzate per il confronto, servono però a spiegare perché Waymo continui a privilegiare uno sviluppo graduale invece di cercare una soluzione tecnologica universale da distribuire rapidamente ovunque.

Rendering di un Robotaxy basato su Hyunday elettrica

Ufficio stampa Waymo

Ciò che Waymo mette in discussione è l’idea che i progressi dell’AI possano eliminare improvvisamente anni di sviluppo sulla sicurezza

La posizione dell’azienda non è quindi contraria all’intelligenza artificiale, al contrario, AI e machine learning sono alla base del Waymo Driver e vengono utilizzati per riconoscere l’ambiente, prevedere i movimenti degli altri veicoli e scegliere il comportamento dell’auto. Ciò che Waymo mette in discussione è l’idea che i progressi dell’AI possano eliminare improvvisamente anni di sviluppo sulla sicurezza, sui sensori e sui sistemi di validazione. Un modello più potente può migliorare rapidamente la capacità di interpretare situazioni complesse, ma deve comunque essere inserito in un sistema in grado di controllare i suoi eventuali errori.

È probabilmente qui che si giocherà una parte importante della competizione per la guida autonoma nei prossimi anni. Da una parte ci sono aziende che puntano sulla semplificazione dell’hardware e sul rapido miglioramento dell’intelligenza artificiale, dall’altra Waymo continua a difendere una strategia più articolata, fatta di sensori differenti, mappe, simulazioni, test reali e controlli indipendenti. Dopo centinaia di milioni di miglia percorse senza conducente, la conclusione di Waymo resta piuttosto semplice: l’intelligenza artificiale può diventare sempre più brava a guidare, ma quando in gioco c’è la sicurezza stradale non esistono scorciatoie.