Nuovo Codice della Strada, quando la multa potrà essere archiviata senza ricorso

Ricevere una multa intestata alla persona sbagliata, relativa a un’auto già venduta oppure notificata quando i termini sono scaduti può costringere il cittadino a scegliere tra due strade: pagare una somma non dovuta o avviare un ricorso per correggere un errore commesso dall’amministrazione.

La bozza del nuovo Codice della Strada prova a spezzare questo meccanismo attraverso una disciplina organica dell’archiviazione in autotutela. Quando il vizio rientra in una delle fattispecie individuate dal testo, il responsabile del comando che ha accertato la violazione dovrebbe eliminare il verbale insieme alle sanzioni principali e accessorie. Senza la richiesta dell’automobilista. Se l’errore emerge dai controlli interni, l’ufficio potrebbe intervenire di propria iniziativa prima che la pratica continui il suo percorso.

L’obbligo di usare l’autotutela

La possibilità di correggere alcuni verbali senza arrivare davanti al prefetto o al giudice di pace esiste già. Manca però la procedura che indichi quando il comando debba intervenire, entro quanto tempo debba rispondere e quali conseguenze produca la richiesta del cittadino.

Una disciplina è contenuta nell’articolo 386 del regolamento di esecuzione del Codice della Strada. Se la multa viene notificata a un soggetto estraneo per un errore nella lettura della targa, nella consultazione dei registri pubblici o per una causa simile, l’ufficio può svolgere le verifiche e trasmettere gli atti al prefetto per l’archiviazione. Lo stesso articolo permette di rinnovare la notifica nei confronti dell’effettivo responsabile quando questo sia identificabile.

Fuori dalle ipotesi già regolate, il panorama cambia da città a città. Alcuni comandi mettono a disposizione moduli digitali, altri accettano istanze in carta libera, mentre non tutti garantiscono una risposta entro un termine definito.

Multa spedita a una persona estranea alla violazione

Il primo scenario riguarda il verbale notificato a chi non ha alcun legame giuridico con l’infrazione.

Può accadere quando una telecamera legge male un carattere della targa, quando i dati vengono trascritti in modo scorretto oppure quando su un altro veicolo circola una targa clonata. Un caso simile può nascere anche da un abbinamento errato tra la fotografia acquisita dal dispositivo e le informazioni contenute negli archivi.

Dichiarare di non essere stati alla guida, da solo, non rende però una persona estranea alla sanzione. L’articolo 196 del Codice della Strada stabilisce che il proprietario, salvo le eccezioni previste, risponda in solido con l’autore della violazione per il pagamento della somma. Per ottenere l’archiviazione bisogna dimostrare l’assenza di ogni collegamento con il mezzo o con il fatto contestato.

La seconda fattispecie interessa chi riceve la multa dopo avere ceduto l’auto, la moto o il veicolo commerciale con cui sarebbe stata commessa l’infrazione. Conta la situazione esistente nel giorno della violazione anziché quella presente quando arriva la busta. Se il passaggio di proprietà precede l’accertamento, il vecchio intestatario deve poter dimostrare la vendita attraverso l’atto, la dichiarazione autenticata o una visura del Pubblico registro automobilistico.

Il ritardo nell’aggiornamento degli archivi può complicare la ricostruzione, ma non trasforma il venditore nel soggetto obbligato. Proprio l’articolo 386 del regolamento consente già all’ufficio, dopo avere verificato le informazioni ricevute, di notificare il verbale all’effettivo responsabile.

Con la nuova disciplina il passaggio diventa più lineare: accertata l’estraneità del precedente proprietario, il comando archivia la posizione aperta nei suoi confronti senza obbligarlo a presentare un ricorso.

Notifica eseguita nel luogo sbagliato

Un altro motivo di archiviazione sarebbe la consegna del verbale in un luogo diverso da quello previsto dalle norme. Il concetto non coincide con qualsiasi errore materiale presente nell’indirizzo. Bisogna valutare dove l’atto è stato recapitato, quale domicilio risultava dagli archivi, se il cittadino aveva comunicato regolarmente il cambio di residenza e se la notifica ha comunque raggiunto il destinatario secondo modalità giuridicamente valide.

La quarta ipotesi riguarda le multe notificate fuori termine. Nel regime vigente, quando la violazione non può essere contestata subito, l’articolo 201 del Codice della Strada fissa un termine di 90 giorni dall’accertamento. Quando il responsabile viene identificato in un momento diverso, i 90 giorni decorrono dalla data in cui l’amministrazione dispone dei dati indispensabili. Se la violazione è stata contestata immediatamente al conducente, la notifica all’obbligato in solido deve avvenire entro 100 giorni. Per i residenti all’estero il termine indicato dal Codice è di 360 giorni.

Non basta quindi contare tre mesi dal giorno riportato sul verbale. Vanno esaminate la natura dell’accertamento, la data dalla quale l’ufficio era in grado di identificare il destinatario e le circostanze che modificano la decorrenza.

Morte del trasgressore

La sanzione amministrativa pecuniaria ha carattere personale e non passa agli eredi. Lo stabilisce già l’articolo 199 del Codice della Strada, secondo cui l’obbligazione di pagamento non si trasmette dopo la morte. Eredi e familiari possono comunque ricevere richieste indirizzate al defunto, specie quando le banche dati non sono state ancora aggiornate.

Il sesto caso concerne le sanzioni formate da un ufficio non competente. La competenza può dipendere dal territorio nel quale si è verificato il fatto, dal tipo di violazione e dai poteri assegnati all’organo accertatore. Se manca uno dei presupposti richiesti dalla legge, la pratica non prosegue fino alla riscossione. Bisogna allora distinguere l’incompetenza vera e propria da una semplice irregolarità organizzativa interna. Il fatto che il verbale venga gestito da un reparto diverso da quello immaginato dal destinatario non basta per cancellarlo.

Multa già pagata da un altro soggetto obbligato

Conducente e proprietario possono essere entrambi chiamati a rispondere della medesima sanzione pecuniaria. Non significa che l’amministrazione abbia diritto a incassare due volte lo stesso importo. Se uno degli obbligati ha già effettuato un pagamento completo e tempestivo, la posizione riferita alla stessa obbligazione deve essere chiusa. Disallineamenti tra piattaforme, causali incomplete o versamenti non abbinati possono però generare nuove richieste.

L’ottavo scenario è il più ampio. Una prima categoria comprende gli errori sulle qualità o sui requisiti amministrativi del trasgressore e dell’obbligato in solido. Rientra ad esempio l’applicazione di una disciplina prevista per i neopatentati a una persona che non appartiene più a quella categoria oppure l’attribuzione sbagliata della qualifica di conducente professionale.

Il secondo gruppo riguarda la tipologia del veicolo. Autovetture, motocicli, ciclomotori, veicoli commerciali e mezzi pesanti sono sottoposti a regole che non sempre coincidono. Una classificazione errata può cambiare sia la violazione contestata sia l’importo richiesto.

La terza area investe i requisiti tecnici e amministrativi del mezzo. Una revisione regolarmente eseguita ma non ancora registrata nella banca dati, una copertura assicurativa esistente nel momento del controllo o una caratteristica tecnica letta in maniera inesatta possono produrre verbali privi del necessario presupposto.

Cosa verrebbe cancellato insieme alla multa

Secondo il testo di lavoro, l’archiviazione coinvolge il verbale, la sanzione principale e le conseguenze accessorie. L’effetto non si limita dunque alla somma da pagare. Se dalla violazione derivano la decurtazione dei punti, la sospensione della patente, il fermo del veicolo o un’altra misura collegata, anche queste conseguenze viene meno con l’atto presupposto.

Resta da definire come saranno gestiti i casi nei quali la sanzione accessoria è già stata registrata nelle banche dati. Non è chiaro neppure quale percorso verrà previsto per la restituzione di somme già versate dal destinatario sbagliato.

Due spettatori perdono la vita al rally, indagato il pilota

Due spettatori perdono la vita durante un rally e il pilota finisce sotto indagine. È una dinamica che, davanti a una tragedia, può apparire quasi automatica: c’è un’auto, c’è chi la guidava e ci sono due persone che non ci sono più. Ma proprio per questo è necessario capire che cosa significhi realmente essere indagati e, soprattutto, quali siano gli elementi che gli inquirenti devono ricostruire.

L’iscrizione del pilota nel registro degli indagati non equivale a una condanna e non significa che sia già stata accertata una sua responsabilità. In un incidente mortale, l’autorità giudiziaria deve infatti verificare tutte le possibili cause e stabilire se il comportamento di chi era alla guida possa avere avuto un ruolo nella tragedia.

Il primo passaggio è quindi la ricostruzione dell’incidente. Bisogna capire a quale velocità procedesse la vettura, quale fosse la traiettoria, che cosa sia accaduto nei momenti immediatamente precedenti all’uscita di strada e se il pilota abbia compiuto manovre incompatibili con le caratteristiche del percorso.

Dalla traiettoria al possibile guasto

Un’auto da rally può uscire dalla traiettoria per molte ragioni. Può esserci un errore di guida, una perdita di aderenza oppure un problema tecnico. Per questo l’auto viene normalmente sottoposta ad accertamenti che possono riguardare freni, pneumatici, sterzo, sospensioni, motore e altri componenti fondamentali per la sicurezza.

Anche la dinamica della vettura diventa fondamentale. Se il pilota ha perso il controllo a causa di un guasto improvviso, lo scenario è evidentemente diverso rispetto a quello di una condotta di guida ritenuta negligente o imprudente.

Nel caso specifico, inoltre, il pilota è risultato negativo ai test tossicologici. È un elemento che entra nella ricostruzione complessiva dell’accaduto, pur non essendo sufficiente da solo a stabilire che cosa abbia provocato l‘incidente.

Perché il pilota viene comunque indagato

La domanda centrale è quindi perché venga indagato anche quando non è ancora chiaro se abbia commesso un errore. La risposta sta nella necessità di verificare tutte le ipotesi. Quando un incidente provoca due morti, l’autorità giudiziaria deve accertare se esistano profili di responsabilità a carico di qualcuno. Il conducente è inevitabilmente una delle persone coinvolte nella dinamica e la sua condotta deve quindi essere esaminata insieme a tutti gli altri elementi.

Questo non significa stabilire in anticipo che la colpa sia del pilota. Significa consentire agli investigatori di svolgere gli accertamenti necessari, acquisire i dati della vettura, ricostruire la traiettoria e confrontare le testimonianze con gli elementi tecnici. Solo dopo sarà possibile stabilire se l’uscita di strada sia stata determinata da una condotta di guida, da un guasto oppure da una combinazione di fattori.

Anche la sicurezza del pubblico finisce sotto esame

C’è poi un secondo livello dell’indagine che riguarda inevitabilmente la posizione degli spettatori. Se la vettura ha superato il muretto e le protezioni raggiungendo una zona nella quale si trovavano persone, sarà necessario verificare anche come fosse stata organizzata quella parte del percorso.

La sicurezza di un rally non dipende infatti esclusivamente dal comportamento del concorrente. Entrano in gioco la conformazione della prova speciale, le barriere, le distanze di sicurezza, la posizione del pubblico e le procedure adottate dagli organizzatori.

Per questo l’indagine dovrà necessariamente prendere in considerazione l’intera dinamica dell’incidente, senza fermarsi alla presenza del pilota al volante. Stabilire perché la vettura sia uscita di strada è soltanto il primo passo. Il secondo sarà capire perché, dopo aver superato le protezioni, sia riuscita a raggiungere il punto nel quale si trovavano gli spettatori.

È su tutti questi elementi che dovrà concentrarsi l’inchiesta. E soltanto al termine degli accertamenti sarà possibile capire se esistano responsabilità penali e, soprattutto, a chi possano essere attribuite.

Mette un sellino sul monopattino e diventa un ciclomotore: quasi 7.000 euro di multe

Un semplice sellino è bastato per trasformare un monopattino elettrico in un ciclomotore agli occhi della legge. È quanto accaduto a Civitanova Marche, dove un controllo della Polizia locale si è concluso con una raffica di sanzioni per circa 7.000 euro, il fermo amministrativo e il sequestro del veicolo. L’episodio riaccende i riflettori sulle regole che disciplinano la micromobilità elettrica, un settore sempre più diffuso ma anche al centro di controlli intensificati dopo le recenti novità introdotte dal Codice della Strada.

Il dettaglio che ha cambiato tutto

Il controllo è avvenuto in corso Vittorio Emanuele da parte del Nucleo operativo pronto intervento e sicurezza della Polizia locale. Gli agenti hanno fermato un quarantenne residente in città che viaggiava a bordo di un monopattino elettrico modificato. L’elemento decisivo è stato il sellino installato sul mezzo a un’altezza superiore ai 54 centimetri.

Una modifica apparentemente banale, ma sufficiente a far perdere al veicolo la classificazione di monopattino elettrico. In base alla normativa, infatti, il mezzo è stato equiparato a un ciclomotore, con tutte le conseguenze del caso in termini di obblighi e requisiti per la circolazione.

Patente, assicurazione e immatricolazione

Gli accertamenti successivi hanno fatto emergere diverse irregolarità. La violazione più pesante riguarda la guida senza patente, che ha comportato una sanzione di 5.000 euro e il fermo amministrativo del veicolo. A questa si è aggiunta una multa di circa 900 euro per la mancanza della copertura assicurativa obbligatoria, con conseguente sequestro amministrativo del mezzo.

Non è finita qui. Essendo stato considerato un ciclomotore, il veicolo avrebbe dovuto essere anche immatricolato. Per questa ulteriore infrazione è prevista una sanzione compresa tra 158 e 635 euro, la cui entità definitiva sarà stabilita dalla Prefettura. Contestualmente è stato disposto un ulteriore sequestro finalizzato alla confisca.

Controlli sempre più frequenti

Secondo il comandante della Polizia locale di Civitanova Marche, l’intervento dimostra come le attività di controllo debbano adattarsi all’evoluzione delle nuove forme di mobilità. Una necessità resa ancora più evidente dalle recenti modifiche normative che hanno interessato il settore dei monopattini elettrici. Dal 16 maggio è infatti diventato obbligatorio il contrassegno identificativo, mentre dal 16 luglio è entrato in vigore l’obbligo assicurativo.

Le nuove regole per i monopattini

I numeri raccolti dalla Polizia locale mostrano come molti utenti non si siano ancora adeguati alle nuove disposizioni. Dall’inizio dell’anno sono state contestate otto sanzioni per la mancata utilizzazione del casco, 23 per l’assenza del contrassegno identificativo e altre 23 per la mancanza dell’assicurazione obbligatoria.

Le multe ammontano a 50 euro per chi circola senza casco e a 100 euro per ciascuna delle violazioni relative a contrassegno e assicurazione. L’episodio di Civitanova rappresenta però un caso molto più grave, perché coinvolge una modifica strutturale del veicolo che ne ha cambiato la classificazione giuridica.

Attenzione alle modifiche fai-da-te

La vicenda lancia un messaggio chiaro a chi utilizza mezzi elettrici per gli spostamenti quotidiani. Interventi apparentemente innocui, come l’installazione di un sellino o altre modifiche non previste dal costruttore, possono trasformare un monopattino in una categoria di veicolo completamente diversa.

In questi casi scattano obblighi ben più stringenti, dalla patente all’assicurazione fino all’immatricolazione, con il rischio di incorrere in sanzioni molto pesanti. E mentre i controlli proseguono anche su biciclette elettriche e altre forme di mobilità sostenibile, il caso di Civitanova dimostra come una semplice modifica possa costare migliaia di euro.

Decreto BYD, il nuovo bonus per auto plug-in arriva in Italia: i dettagli

Se lo Stato non arriva, ci pensa direttamente la Casa automobilistica. Questa la filosofia dietro la nuova campagna commerciale di BYD ribattezzata, non a caso, “Decreto BYD“, pensata per sostenere le vendite in un momento in cui gli incentivi statali per le auto elettrificate restano fermi da un bel po’.

Fino a 11.600 euro di bonus

L’iniziativa, valida per tutto il mese di settembre 2026, mette sul piatto vantaggi fino a 11.600 euro per chi decide di passare a uno di questi modelli tramite permuta o rottamazione di un’auto usata. Una mossa che arriva in un momento particolarmente delicato per il settore, dato che il quadro normativo italiano al momento non prevede nuovi bonus .

Il tempismo dell’operazione non è casuale: BYD sta vivendo in Italia una fase di crescita decisamente robusta. Con 2.580 vetture immatricolate ad agosto 2026 e un incremento del 194,9% rispetto ad agosto 2025, il brand cinese ha raggiunto il 3,7% del mercato italiano, entrando stabilmente nella top ten dei marchi più venduti nella Penisola. Un trend che, va detto, riguarda l’intero fronte dei costruttori cinesi, complice anche il fattore prezzo: secondo una stima di Transport & Environment, le auto elettriche cinesi costano ancora il 21% in meno in media rispetto alle analoghe europee.

La gamma BYD Super Ibrida DM-i

Il “Decreto BYD” non riguarda l’intera gamma del costruttore, ma si concentra su un segmento preciso: la gamma Super ibrida DM-i, ovvero i modelli plug-in che abbinano un motore elettrico a un propulsore termico a benzina, con possibilità di ricarica anche dalla presa di corrente domestica.

Con la tecnologia DM-i, infatti, BYD punta a smontare uno degli ostacoli culturali più diffusi nella transizione verso l’elettrificazione, la cosiddetta ansia da autonomia. A seconda del modello e della configurazione, la casa dichiara oltre 1.300 chilometri di autonomia complessiva e consumi che possono arrivare fino a 71 chilometri con un litro, numeri pensati per proporre il plug-in hybrid come una vera e propria tecnologia ponte verso l’elettrico a batteria.

La curiosa scelta della permuta

Questa volta non un numero di anni della vettura o del possesso dell’auto da parte del proprietario. Per accedere al bonus massimo, BYD ha scelto un parametro diverso rispetto alle tradizionali logiche di rottamazione statale, basate solitamente sulla classe emissiva o sull’anzianità del veicolo consegnato.

L’auto in permuta deve avere infatti almeno 150.000 km, un criterio che punta più sull’usura effettiva del mezzo che sulla sua semplice età anagrafica, ma che potrebbe tagliare fuori vetture con discreti chilometraggi ma tanti anni sulle spalle, come molte di quelle che circolano nelle grandi città.

Nel dettaglio, l’importo massimo del bonus di sconto viene riconosciuto a fronte della permuta di un veicolo usato che abbia un chilometraggio minimo certificato di 150.000 km, mentre l’offerta resta valida dal 1° al 30 settembre 2026 presso i concessionari BYD aderenti. Va precisato che si tratta di un’iniziativa commerciale privata, non collegata in alcun modo a fondi pubblici, e che la promozione è riservata a privati e ditte individuali per contratti stipulati entro la fine del mese.

Un’operazione che, dietro il claim provocatorio scelto dal marchio, racconta bene una tendenza sempre più diffusa tra i costruttori: quella di non aspettare più i tempi spesso incerti della politica per continuare a spingere le vendite, affidandosi invece a campagne commerciali proprietarie capaci di intercettare nell’immediato la domanda degli automobilisti italiani.

Le nuove regole Ue sul settore auto, obiettivo riciclo plastica

Entro 6 anni le auto, in base alle normative Ue, dovranno contenere il 15% di plastica riciclata. Le nuove disposizioni diventeranno esecutive e riguarderanno anche la progettazione, la produzione, la raccolta e il trattamento a fine vita dei veicoli. Soltanto il 2,5% della plastica proveniente dai veicoli oggi viene riutilizzata nella produzione di nuovi esemplari.

Le Case automobilistiche dovranno gestire il delicato passaggio da un modello lineare a un design circolare. In base alle ultime analisi oltre 800.000 tonnellate di plastica proveniente da veicoli giunti a fine vita verranno bruciate o smaltite in discarica. La proposta di revisione del regolamento UE sui veicoli fuori uso (EU ELV), stabilisce che la percentuale passerà dal 15% al 25% entro un decennio, almeno un quinto di tale materiale dovrà provenire da veicoli rottamati.

Come cambiano le regole

Con oltre 10,8 milioni di nuove vetture immatricolate nell’UE nel 2025 si può comprendere come 200-240 kg di plastica per veicolo rappresentino un serio problema. Ad oggi non più del 2,5% della plastica proveniente dai veicoli a fine vita viene riutilizzata nelle nuove auto, ma l’obiettivo è la produzione di circa 350.000 tonnellate di plastica riciclata all’anno.

La Global Impact Coalition (GIC), una piattaforma incentrata sulla riduzione delle emissioni di carbonio e sull’introduzione dell’economia circolare nel settore chimico, ha partorito un progetto pilota per dimostrare come il riciclo meccanico e chimico della plastica potrebbe rappresentare una svolta. Otto società dei settori chimici e dei rifiuti si sono occupate del processo di smantellamento, triturazione di modelli da rottamare per valutare se i componenti in plastica potessero essere recuperati dalle vecchie auto e trasformati in materiale di qualità. Charlie Tan, CEO del GIC, ha dichiarato:

“Le materie prime esistono, ma manca il sistema per convertirle in componenti di qualità automobilistica. C’è un divario tra le ambizioni normative e la reale capacità del sistema di raggiungere tali obiettivi. Il dibattito si sta spostando dalla domanda ‘il riciclo della plastica automobilistica è tecnologicamente fattibile?’ A ‘possiamo costruire una catena di approvvigionamento economicamente sostenibile e quale sarebbe il ruolo di ciascuno?’”.

Progetti rivoluzionari

Ben 53 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica sono stati prodotti nell’UE nel 2019, una cifra che si prevede raddoppierà entro il 2060, andando oltre i 100 milioni di tonnellate all’anno. L’industria delle quattro ruote vanta uno dei maggiori volumi di materie prime collezionabili per il riciclo chimico. Come riportato su Reuters la responsabile dei progetti globali presso il GIC, Ana Sofia Almagro, ha assicurato:

“Esiste un legame insolitamente stretto tra l’offerta di plastica riciclata e la domanda di plastica riciclata da parte degli OEM. Questo potrebbe fornire il segnale di domanda di cui le aziende chimiche hanno bisogno per costruire impianti per un maggiore riciclo chimico”.

Gli attuali metodi di smistamento e la composizione di molti componenti delle auto recuperati non soddisfano i requisiti. L’obiettivo è trovare sistemi circolari nella progettazione per realizzare nel futuro auto migliori. Non a caso Volkswagen sta collaborando con l’Open Hybrid Lab-Factory (OHLF) del governo tedesco, a Wolfsburg, dove si trova anche la sede del Gruppo.

Il brand Audi, attraverso il suo progetto Material Loop, sta valutando soluzioni per riciclare non solo la plastica, ma anche l’acciaio, l’alluminio e il vetro. Il riciclo chimico della plastica consente di ridurre i rifiuti di plastica a elementi costitutivi chimici, che possono essere utilizzati per creare plastica vergine.

Jaguar Land Rover prepara 4.000 tagli, il momento difficile continua

Jaguar Land Rover è, da decenni, un punto di riferimento dell’industria automotive del Regno Unito. Negli ultimi anni, però, le attività produttive hanno registrato un drastico rallentamento e ora l’azienda starebbe valutando un netto taglio al numero di lavoratori.

La situazione sarebbe abbastanza complicata, tanto che anche il ministro britannico per le imprese, Jonathan Reynolds, ha confermato di avere in agenda un incontro con i manager della Casa per discutere la questione e, in particolare, per valutare gli effetti di una riduzione del personale.

Lo stesso Reynolds ha sottolineato, nel corso di una breve dichiarazione alla BBC, quanto segue:

“Se si tratta di garantire nel tempo che la forza lavoro sia quella giusta per rendere l’azienda il più competitiva possibile, allora è di questo che dobbiamo parlare”.

Un maxi taglio in arrivo?

Attualmente, dai dati riportati da Reuters, Jaguar Land Rover impiega circa 30.000 persone in Gran Bretagna e i piani sarebbero quelli di ridurre la forza lavoro in modo significativo, arrivando a 4 mila addetti in meno nel corso del prossimo futuro. Si tratta, quindi, di un taglio di più del 10%. Secondo il Times, serviranno due anni per centrare gli obiettivi descritti in precedenza.

I numeri non sono stati confermati direttamente dalla Casa che, però, tramite un suo portavoce ha sottolineato:

“Dobbiamo adattarci alle mutevoli condizioni del mercato globale”.

Si tratta di una chiara apertura in vista di un possibile intervento da parte dell’azienda che potrebbe, molto presto, adottare misure per il contenimento dei costi, con un taglio della forza lavoro.

Tante questioni da affrontare

Jaguar Land Rover deve fare i conti con diverse cause esterne che stanno creando non pochi problemi alla sua attività. Le attività industriali nel Regno Unito, infatti, hanno risentito delle conseguenze dei dazi imposti da Trump, sull’importazione di veicoli negli Stati Uniti.

Modelli come la Range Rover e la Defender, hanno un buon mercato negli Stati Uniti e la presenza di dazi ne danneggia la diffusione. Nello stesso tempo, la Casa deve fare i conti con la concorrenza dei modelli cinesi, come la Jaecoo 7, che si sta ritagliando uno spazio da protagonista assoluta nel Regno Unito.

La combinazione di questi elementi, quindi, mette a rischio il regolare svolgimento delle attività produttive per l’azienda nel Regno Unito. Il contesto già non era dei migliori, considerando che le difficoltà vanno avanti da tempo.

Ricordiamo, inoltre, che il rilancio del marchio Jaguar non ha raggiunto gli obiettivi prefissati, con anche il licenziamento del designer della controversa Type 00. Il brand, in ogni caso, ha in programma il debutto della Type 01, che arriverà ad ottobre.

Il futuro di Jaguar Land Rover è legato a tanti fattori e il presente non è dei migliori. L’azienda sta guardando avanti, con obiettivi ambiziosi, ma dovrà prendere delle decisioni difficili. Il taglio della forza lavoro nel Regno Unito rappresenta una delle possibili azioni per la Casa. Ulteriori aggiornamenti in merito arriveranno nelle prossime settimane.

Prezzo protetto, la nuova promozione di Fiat Pandina e Grande Panda

Per rispondere all’inflazione, Fiat lancia “Prezzo Protetto“, una nuova iniziativa commerciale dedicata a due dei modelli più rappresentativi della gamma, Pandina e Grande Panda, con condizioni d’acquisto più vantaggiose rispetto a quelle proposte lo scorso anno per gli stessi modelli.

L’iniziativa Prezzo protetto

Il 2026 sta rappresentando un anno di crescita, ma solo per quanto riguarda la spesa sostenuta dalle famiglie. Beni di prima necessità alle stelle e prezzi dei beni energetici cresciuti del 12,8%. Una prima parte dell’anno che non lascia presagire bene per i prossimi mesi invernali e che prevede una discesa del potere d’acquisto delle famiglie, che inevitabilmente potrebbe ripercuotersi nelle spese maggiori, come l’automobile.

In questo scenario Fiat ha deciso di intervenire e stimolare il mercato con un’offerta riservata ai clienti privati su vetture in pronta consegna, con immatricolazione entro il 28 settembre 2026, e disponibile presso tutte le concessionarie della rete Fiat.

Pandina da 9.950 euro

Il cuore della promozione riguarda naturalmente l’auto più venduta d’Italia. La Pandina 1.0 65 CV Hybrid Pop, che normalmente ha un prezzo di listino di 15.950 euro, scende a 11.450 euro grazie agli sconti previsti dall’iniziativa, per arrivare fino a 9.950 euro attivando un finanziamento tramite Stellantis Financial Services e rottamando un veicolo fino a Euro 5, oppure dando in permuta una qualsiasi vettura Fiat.

Il vantaggio complessivo rispetto al listino arriva quindi fino a 6.000 euro, anche se per ottenere il prezzo più basso è necessario rispettare entrambe le condizioni, rottamazione e finanziamento. Nel dettaglio, lo sconto si compone di 4.500 euro applicati direttamente da Fiat con la rottamazione, a cui si aggiungono altri 1.500 euro legati alla sottoscrizione del finanziamento.

La formula prevede un anticipo di 1.699 euro e 35 rate mensili da 99 euro, con una rata finale da 8.010,60 euro a chiusura del piano. Il TAN è infatti dell’8,99%, mentre il TAEG raggiunge il 13,71%, numeri che vanno a erodere il risparmio rispetto al listino.

La Pandina Hybrid dal canto suo continua a garantire costi di gestione quotidiana particolarmente contenuti. Sotto il cofano lavora il collaudato motore FireFly 1.0 a tre cilindri da 65 CV, abbinato a un cambio manuale a sei marce e supportato dalla tecnologia mild-hybrid a 12V, per un consumo dichiarato nel ciclo misto di 5,0 litri per 100 km e un’autonomia complessiva superiore ai 700 km con un pieno.

Grande Panda da 14.950 euro

Chi cerca qualcosa di più spazioso e moderno può invece orientarsi sulla Grande Panda, proposta nell’allestimento Pop con motore 1.2 Turbo benzina da 100 CV e cambio manuale a sei rapporti. In questo caso il prezzo di listino parte da 17.900 euro, che scende a 14.950 euro scegliendo il finanziamento Stellantis Financial Services.

Il vantaggio principale di questa proposta, rispetto a quella dedicata alla Pandina, è che lo sconto risulta accessibile a tutti i clienti privati, senza che sia richiesta alcuna vettura usata da rottamare o permutare. Senza finanziamento, il prezzo promozionale si attesta comunque a 15.900 euro, pari a 2.000 euro di sconto netto sul listino, mentre attivando il piano finanziario lo sconto complessivo arriva a 2.950 euro, suddiviso tra i 2.000 euro applicati direttamente da Fiat e i restanti 950 euro collegati al finanziamento.

Stessa logica di funzionamento per il finanziamento, con 35 rate da 129 euro e 10.873 euro di maxi rata finale, per un TAEG che in questo caso arriva al 9,02%. 

Anche per la Grande Panda, come per la Pandina, la scadenza per l’immatricolazione resta fissata al 28 settembre 2026, un termine piuttosto ravvicinato che lascia agli interessati una finestra temporale limitata per approfittare delle condizioni più vantaggiose proposte dal marchio torinese in questa fase di mercato.

Le auto ibride plug-in sotto accusa: emissioni reali fino a 6 volte superiori ai dati ufficiali

L’organizzazione no-profit per i trasporti puliti Transport & Environment (T&E) accusa la lobby dell’auto di fare pressione sull’Unione Europea per cancellare le norme che rispecchierebbero meglio l’inquinamento reale dei veicoli PHEV.

Le emissioni di anidride carbonica ($CO_2$) delle auto ibride plug-in (PHEV) sono in media sei volte superiori rispetto a quanto dichiarato dai test ufficiali di omologazione, secondo una nuova analisi condotta dall’ONG Transport & Environment (T&E) sulla base degli ultimi dati del 2024 diffusi dalle autorità europee. Come evidenzia T&E, il divario tra l’inquinamento effettivo su strada e i risultati ottenuti nei test di laboratorio si è ampliato progressivamente ogni anno a partire dal 2021, data di inizio del monitoraggio reale.

Alla luce di questi dati, Transport & Environment chiede con fermezza all’Unione Europea di respingere le richieste delle case automobilistiche di indebolire le normative antinquinamento pensate per colmare la differenza tra emissioni ufficiali e reali, invitando le istituzioni a non conteggiare le ibride plug-in come veicoli a basse emissioni ai fini del raggiungimento degli obiettivi climatici.

Le auto plug-in ibride (PHEV), che combinano un motore elettrico con uno termico a benzina o diesel, rappresentano attualmente il 9,8% del mercato automobilistico nell’UE. Dopo le concessioni della Commissione Europea dello scorso anno sulla vendita di PHEV oltre il 2035, i costruttori — tramite l’associazione di categoria ACEA — stanno spingendo per cancellare il recepimento dell’aggiornamento normativo previsto per il 2027, che adeguerebbe i calcoli del consumo reale.

I dati dell’Agenzia Europea dell’Ambiente nel dettaglio

Tuttavia, l’analisi di Transport & Environment basata sui dati dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA) relativi ai veicoli immatricolati nel 2024 dimostra che la situazione sta peggiorando:

  • Emissioni reali vs test di laboratorio: secondo l’elaborazione di T&E, le emissioni reali delle PHEV registrano una media di 145 g/km di CO_2, a fronte dei soli 24 g/km dichiarati dalle schede di omologazione ufficiali.
  • Divario in costante aumento: l’ONG sottolinea come il gap sia cresciuto negli anni: se nei dati del 2023 le emissioni reali stimate da T&E erano di 138 g/km contro i 28 g/km ufficiali (pari a 5 volte di più / +386%), oggi il divario ha raggiunto le 6 volte (+500%).
  • Peggioramento delle prestazioni reali: i dati riportati da T&E mostrano che le emissioni reali delle PHEV sono aumentate del 5% tra il 2023 e il 2024, a fronte di una riduzione teorica del 15% nei test di laboratorio, smentendo i miglioramenti di efficienza dichiarati dai costruttori.

L’analisi di T&E evidenzia come, con 145 g/km reali, i veicoli ibridi plug-in emettano appena il 14% in meno di CO2 rispetto alle vetture tradizionali a benzina o diesel (169 g/km), mostrando un impatto ambientale sempre più sovrapponibile a quello delle auto a combustione interna.

La provenienza dei dati

T&E precisa che i dati sulla guida reale sono stati rilevati mediante i dispositivi OBFCM (On-Board Fuel Consumption Monitoring) installati di serie su un campione di 220.000 vetture ibride plug-in circolanti nell’UE, fornendo un quadro concreto ben diverso dai cicli di prova condotti in laboratorio.

Per ovviare a questa distorsione, l’UE intende revisionare i cosiddetti “fattori di utilità” (utility factors) nel 2025 e nel 2027, riallineando le stime ufficiali ai consumi effettivi ed evitando che i costruttori ottengano benefici normativi su auto che inquinano quasi quanto i modelli a combustione tradizionale.

Cosa dice il direttore di Transport & Environment

Lucien Mathieu, direttore della divisione auto di Transport & Environment, ha dichiarato:

“Le ibride plug-in sono una delle più grandi operazioni di greenwashing dell’industria automobilistica: vengono commercializzate come una soluzione ecologica, ma all’atto pratico comportano un pesante costo ambientale. Rappresentano anche una grande fregatura per i consumatori, che finiscono per pagare molto più carburante del previsto.

I costruttori chiedono all’UE di chiudere un occhio per poter ritardare gli investimenti nelle auto 100% elettriche. I fattori di utilità sono stati concepiti proprio per far coincidere le emissioni ufficiali con quelle reali e si basano su dati scientifici effettivi.”

Diesel euro 5, dal 1° ottobre arriva il blocco: chi è a rischio

Il conto alla rovescia è ufficialmente iniziato. Dal 1° ottobre 2026, salvo colpi di scena dell’ultimo minuto, torna in vigore il divieto di circolazione per le auto diesel Euro 5 in diverse regioni del Nord Italia, dopo il rinvio deciso lo scorso anno. Una misura che, secondo le stime più recenti, rischia di mettere in difficoltà centinaia di migliaia di automobilisti proprio nel cuore del Bacino Padano, una delle aree europee più critiche dal punto di vista della qualità dell’aria.

Centri urbani oltre i 100mila abitanti

Le limitazioni interesseranno in via prioritaria i centri urbani con popolazione superiore ai 100.000 abitanti e i relativi agglomerati, una platea più ristretta rispetto ai piani iniziali, che avrebbero coinvolto anche i comuni sopra i 30.000 residenti. Secondo quanto previsto, il blocco dovrebbe riguardare i veicoli diesel immatricolati tra il 2011 e l’agosto 2015, con un impatto diretto stimato su almeno 150.000 automobili.

I numeri raccontano bene la portata del problema: secondo un’analisi condotta da CarFax sui controlli targa effettuati nei primi mesi del 2026, i nuovi divieti riguarderebbero quasi un’auto su sette nel Nord Italia, circa il 14% dei controlli analizzati, con un’età media dei veicoli coinvolti di 12 anni e una percorrenza media di 146.000 km. Per chi possiede una di queste vetture, il blocco si traduce concretamente nell’impossibilità di muoversi liberamente nei giorni feriali all’interno delle città coinvolte, trasformando tragitti abituali come andare al lavoro o fare la spesa in un problema quotidiano tutt’altro che trascurabile. Chi verrà sorpreso a circolare nelle aree e negli orari vietati andrà incontro a una sanzione amministrativa.

Le soluzioni alternative del Piemonte

Non tutte le regioni coinvolte nei piani originari si trovano oggi nella stessa situazione. Il Piemonte, infatti, è riuscito a evitare il blocco dei diesel Euro 5 previsto da ottobre grazie a un pacchetto di misure compensative alternative, pensate per raggiungere gli stessi obiettivi ambientali senza dover fermare le auto più datate.

Tra gli interventi messi in campo dalla Regione figura uno stanziamento di 14 milioni di euro per incentivare l’utilizzo dei biocarburanti Hvo sul trasporto pubblico e sui veicoli diesel Euro 5 ed Euro 6, con contributi compresi tra 50 e 100 euro l’anno erogati attraverso carte carburante dedicate, in vigore dall’inverno 2026. Altri 14,4 milioni di euro sono invece destinati a incentivi per la manutenzione degli impianti di riscaldamento più vecchi e inquinanti, oltre che per l’acquisto e l’installazione di nuovi sistemi a biomassa. Un pacchetto che punta a spostare l’attenzione dalle limitazioni dirette agli automobilisti verso interventi più ampi sulla qualità dell’aria.

Veneto ed Emilia Romagna studiano alternative

Sulla scia dell’esperienza piemontese, anche Veneto ed Emilia-Romagna si stanno muovendo per individuare soluzioni che permettano di evitare o quantomeno attenuare il blocco dei diesel Euro 5. A inizio agosto, la giunta veneta ha approvato una delibera che avvia l’iter per sospendere il divieto previsto dal 1° ottobre, seguendo lo stesso approccio adottato dal Piemonte.

La normativa, del resto, lascia alle Regioni un certo margine di flessibilità: gli enti territoriali possono infatti proporre misure compensative alternative, come il potenziamento del trasporto pubblico o interventi di efficientamento energetico, per evitare o attenuare le restrizioni sulla circolazione. Allo stesso tempo, restano libere di introdurre limitazioni più severe qualora la qualità dell’aria lo richiedesse. Per Veneto ed Emilia-Romagna, però, la situazione non risulta ancora completamente definita, e il condizionale resta d’obbligo fino a quando non arriveranno decisioni ufficiali in tal senso.

La Lombardia conferma lo stop

Diverso il discorso per la Lombardia, che al momento conferma l’intenzione di procedere con il blocco dal 1° ottobre, senza aver individuato le stesse misure compensative messe in campo da Piemonte e, con ogni probabilità, Veneto. Una scelta che rischia di pesare parecchio sul mercato dell’usato lombardo, dove i diesel Euro 5 hanno sempre rappresentato una fetta consistente delle vetture in circolazione.

Truffa dei 50 euro sul parabrezza, come funziona e cosa fare

Sul parabrezza compare una banconota da 50 euro, lasciata per attirare il proprietario e farlo scendere dalla macchina. Sembra un colpo di fortuna, in realtà è solo una truffa sempre più segnalata nei parcheggi, dove i malintenzionati sfruttano la distrazione del malcapitato di turno, attirato dai soldi comparsi come per magia.

Allestire la trappola non richiede, dopotutto, preparativi troppo complicati. Si sistemano i 50 euro sul vetro e la vittima può notarli soltanto una volta salito a bordo. Se scende lasciando una portiera aperta, con effetti personali all’interno, entra in gioco il complice che fino a quel momento è rimasto nelle vicinanze.

I 50 euro servono soltanto come esca

A quel punto la curiosità fa il resto. Il conducente scende per prendere i 50 euro e nei pochi istanti in cui lascia incustodita la vettura un complice apre la portiera e porta via ciò che trova all’interno o addirittura il veicolo stesso, laddove il motore sia acceso e le chiavi siano rimaste a bordo.

Nei parcheggi di supermercati e centri commerciali il via vai di persone gioca a favore dei truffatori. Avvicinarsi a una portiera dà meno nell’occhio e lo stesso vale a proposito di corrieri e addetti alle consegne, costretti dal lavoro a lasciare spesso il rispettivo mezzo. La confusione aiuta inoltre il complice ad allontanarsi rapidamente, magari prima che il proprietario si renda conto della sparizione di una borsa o del telefono.

Non è l’unico trucco usato nei parcheggi

Lo stesso principio può essere applicato con un oggetto molto meno invitante di una banconota. Una bottiglia di plastica incastrata vicino a una ruota produce rumore appena la macchina comincia a muoversi. Il conducente arresta la marcia dopo aver sentito qualcosa di insolito e scende per capire cosa sia successo: l’abitacolo rimane così esposto per il tempo necessario al furto. Tutto accade in pochi istanti, sfruttando ancora una volta la reazione del conducente.

Un altro espediente riguarda la vecchia truffa dello specchietto, costata lo scorso maggio l’arresto a un uomo a Roma dopo una richiesta di 50 euro a un’anziana per un urto con lo scooter che sarebbe stato simulato.

Cosa fare se si trovano 50 euro sul parabrezza

Borse e telefoni lasciati sui sedili rischiano di sparire in pochi istanti se il proprietario si allontana dalla macchina e ancora peggio se le chiavi restano inserite e il motore acceso, perché a quel punto nel mirino può finire direttamente la vettura.

La soluzione più prudente è spegnere l’auto e portare con sé le chiavi, avendo cura di chiudere le portiere. La banconota può aspettare qualche secondo, così come una bottiglia incastrata vicino alla ruota. Nel caso in cui qualcuno sostenga di aver subito un danno e pretenda subito dei soldi, la fretta dovrebbe far scattare qualche sospetto.

Pagare sul posto, soprattutto quando qualcuno mette fretta, rappresenta un altro errore. Meglio prendersi il tempo per controllare il presunto danno e capire cosa sia successo, tenendo nel frattempo chiusa la macchina. In presenza di persone sospette nei paraggi, allontanarsi permette di verificare la situazione con maggiore tranquillità.

Italdesign passa di proprietà e va agli americani

Nella giornata di oggi, con un comunicato ufficiale, UST, azienda americana leader nelle soluzioni di trasformazione tecnologica e AI, ha annunciato l’acquisizione della quota di maggioranza di Italdesign dal Gruppo Audi.

Si tratta di un’operazione molto importante: UST e Italdesign, infatti, puntano a unire “design, ingegneria e AI” con l’obiettivo di “plasmare il futuro della mobilità“.

Questa partnership vede l’intelligenza artificiale al centro, ma con un elemento irrinunciabile. La creatività umana resterà un punto di riferimento fondamentale per i prossimi anni, come chiarito dalla visione condivisa annunciata da UST e Italdesign.

Con l’annucnio di oggi si registra l’avvio di un nuovo corso per l’azienda con base in Piemonte che può ora guardare al futuro con rinnovata fiducia e con tante nuove risorse.

Le attività continuano

Italdesign continuerà a operare, anche con il nuovo assetto, con il proprio marchio e seguendo i propri valori fondanti, conservando un approccio multidisciplinare e mantenendo anche la sua storica sede principale a Moncalieri, in provincia di Torino.

L’azienda può contare su oltre 1.300 professionisti distribuiti in 10 sedi internazionali e potrà ora sfruttare le risorse di UST per ampliare la propria rete di clienti e rafforzare le sue competenze in numerosi settori.

Come evidenziato da UST, infatti, grazie a Italdesign, sarà più facile garantire alla clientela la possibilità di connettere design, ingegneria, software e AI, passando così da un concept a un prodotto finale in modo più semplice, veloce ed efficace.

Questo processo, sfruttando le competenze di Italdesign, sarà realizzato andando a conservare la creatività e l’eccellenza ingegneristica, elementi che, secondo UST, caratterizzano tutti i grandi prodotti.

L’annuncio dell’acquisizione non è una sorpresa, visto che dell’operazione di UST abbiamo già parlato lo scorso anno, dopo che nel maggio del 2025 erano emerse le prime indiscrezioni sulla volontà del Gruppo Audi di cedere la sua quota.

La sua conclusione, però, segna un punto di svolta importante e rappresenta la base di partenza giusta per Italdesign che potrà continuare a operare e crescere grazie alla solidità dell’azienda americana. Nel corso dei prossimi mesi scopriremo quali saranno i principali vantaggi a disposizione dell’azienda italiana.

Le parole dei protagonisti

Vijay Padmanabhan, Chief Financial Officer di UST, ha commentato così il completamento dell’operazione Italdesign:

Non abbiamo investito in Italdesign semplicemente per le sue capacità. Abbiamo investito per le sue persone, la sua pluriennale esperienza e la sua straordinaria reputazione nel trasformare idee audaci in prodotti riconosciuti a livello mondiale. Unendo le rinomate competenze di design e ingegneria di Italdesign a quelle di UST in ingegneria digitale, AI e trasformazione tecnologica, stiamo costruendo una piattaforma per contribuire a plasmare il futuro della mobilità”

Antonio Casu, Chief Executive Officer di Italdesign, ha aggiunto:

“Portiamo in questa partnership quasi 60 anni di esperienza e una credibilità unica nel settore automotive globale. Continueremo a operare come Italdesign, con i nostri valori e le nostre competenze distintive – basati su un approccio olistico e multidisciplinare e su un’attenzione crescente alla sostenibilità – beneficiando al tempo stesso della scala globale di UST, della sua competenza in ingegneria digitale, delle capacità di AI e delle relazioni con i clienti a livello internazionale”

Milano, ZTL Isola al via: orari e chi può entrare

A partire da oggi, 7 settembre 2026, prende il via la nuova ZTL nel quartiere Isola a Milano. Si tratta di una novità importante per la mobilità in città, che da tempo ha avviato una serie di riforme per ridurre il traffico e gestire meglio gli spostamenti delle persone.

La nuova zona a traffico limitato arriva dopo un lungo percorso e tante problematiche, con anche una richiesta di sospensiva (poi respinta) presentata al Tar della Lombardia da parte di Riccardo Truppo, capogruppo di Fratelli d’Italia in consiglio comunale.

Andiamo a riepilogare tutti i dettagli in merito a questa nuova ZTL, con tutte le informazioni relative agli orari, ai punti di accesso e anche alle deroghe previste dal regolamento comunale per l’ingresso nell’area.

Gli orari della ZTL

La nuova zona a traffico limitato a Isola sarà attiva tutti i giorni, a partire dalle 19:30 e fino alle 6 del giorno successivo. Sul territorio sono stati attivati diversi varchi a cui sarà affidato il compito di accertare gli ingressi e definire le eventuali sanzioni per accessi non autorizzati alle zone in cui viene applicato il divieto di circolazione.

Bisogna, quindi, tenere conto di questi orari per poter accedere alla zona. Ricordiamo che dallo scorso anno è attiva anche la ZTL Quadrilatero.

I punti d’accesso alla ZTL

I punti di accesso sono collocati nelle seguenti strade:

  • Piazza Spotorno e via Lario (provenendo da viale Stelvio);
  • Via Traù (da piazzale Lagosta);
  • Via Sassetti e via Rosellini I (da via Pola);
  • Via Rosellini II (da via Sassetti);
  • Via de Castilla (da largo de Benedetti);
  • Via Bassi (da via Pepe);
  • Via Lambertenghi (da via Farini).

L’immagine che alleghiamo di seguito, diffusa direttamente dal Comune di Milano, ci mostra, in modo schematico ma chiaro, quali sono i punti d’accesso alla ZTL e qual è la sua effettiva estensione nella zona del quartiere Isola.

La Mappa della nuova ZTL Isola

Comune di Milano

La mappa della ZTL Isola (Credit: Comune di Milano)

Le deroghe

Per residenti, domiciliati, lavoratori e alcune specifiche categorie di veicoli sono disponibili una serie di deroghe. In particolare, per residenti e domiciliati, chi ha già il Pass Sosta avrà automaticamente un documento analogo digitale per la ZTL Isola, consultabile nel Fascicolo del Cittadino.

Chi, invece, non ha questo pass, può fare domanda sul portale del Comune per la registrazione. Queste regole valgono anche per i proprietari o titolari di box e posti auto situati all’interno dell’area.

Da segnalare anche un accesso libero nelle ore notturne per ciclomotori e motoveicoli, taxi e veicoli Ncc (noleggio con conducente), mezzi deputati al servizio di persone con disabilità titolari di contrassegno, oltre ad ambulanze e veicoli di soccorso.

Per i residenti nelle aree pedonali interne di via Pepe, via Borsieri, via Toce e piazza Minniti, inoltre, c’è la possibilità di richiedere (una volta al giorno) un pass per un veicolo di un accompagnatore che potrà accedere senza incorrere in una sanzione. Tutti i dettagli aggiuntivi sono disponibili tramite il sito del Comune di Milano.