A 14 anni e già al volante: quali sono le minicar più cercate in Italia

Con il ritorno a scuola ormai alle porte, cresce l’interesse degli italiani per le minicar, veicoli compatti, agili e, in molti casi, elettrici, che possono essere guidati già a partire dai 14 anni con patente AM. Una soluzione che interessa sempre più anche le famiglie, alla ricerca di un mezzo che possa garantire maggiore autonomia negli spostamenti quotidiani dei ragazzi.

A confermare il fenomeno sono i dati di Subito Motori: nell’ultimo anno le ricerche della parola “minicar” sulla piattaforma sono aumentate del 10%, portandola al terzo posto tra i termini più cercati nella categoria Auto, considerando le ricerche al netto di marca e modello. Complessivamente, le ricerche di minicar hanno sfiorato quota 1,5 milioni.

Citroën Ami e Fiat Topolino trainano le ricerche

Tra i modelli che hanno registrato la crescita maggiore spiccano Citroën Ami e Fiat Topolino. La prima ha fatto segnare un incremento delle ricerche del 48% rispetto all’anno precedente, mentre la seconda è cresciuta del 24%, conquistando sempre più utenti grazie alla propulsione 100% elettrica e al richiamo al celebre modello Fiat del passato.

Le ricerche evidenziano anche una crescente attenzione verso versioni specifiche. Al primo posto ci sono le minicar 50cc, particolarmente apprezzate dai più giovani con patente AM, seguite dai modelli 125cc e dalle versioni elettriche. Sul fronte dei marchi, Aixam e Ligier registrano entrambe una crescita del 42% anno su anno.

I dati risultano in linea con l’andamento del mercato del nuovo nel primo semestre 2026. Fiat Topolino e Citroën Ami si confermano infatti i modelli leader tra i quadricicli leggeri elettrici, mentre Aixam e Ligier guidano il comparto dei modelli con motore termico, tornato a crescere dopo un 2025 fortemente condizionato dagli incentivi destinati all’elettrico.

Perché le minicar piacciono sempre di più

Il mercato dei quadricicli rimane un segmento di nicchia, ma le minicar stanno assumendo un ruolo sempre più importante nella mobilità quotidiana, soprattutto nelle aree urbane e tra i più giovani. Non sono più viste soltanto come un’alternativa all’auto tradizionale, ma come una soluzione concreta per muoversi in città.

Tra i principali motivi del loro successo ci sono la possibilità di guidare già dai 14 anni con patente AM, le dimensioni compatte che facilitano gli spostamenti e il parcheggio, la disponibilità di numerosi modelli elettrici e la possibilità di trovare sul mercato dell’usato soluzioni più accessibili.

Con il nuovo anno scolastico alle porte, quindi, le minicar si candidano a diventare sempre più protagoniste della mobilità dei ragazzi: un primo passo verso l’autonomia e, allo stesso tempo, una risposta alle esigenze di chi vive e si sposta ogni giorno in città.

Bonus benzina per i redditi bassi, chi potrebbe riceverlo

Almeno fin qui, è solo una suggestione di metà (quasi fine) estate. Sul tavolo del Governo spunta il bonus benzina riservato ai redditi bassi, ma, ammesso e non concesso che l’esecutivo lo preveda davvero, i dettagli appaiono nebulosi.

Dall’importo definitivo alla soglia da rispettare, fino addirittura alle istruzioni per ottenerlo, tutto resta da definire, eppure le sole voci di corridoio accendono le speranze di quella fetta di popolazione che fatica a sbarcare il lunario, e non può nemmeno lasciare la propria vettura in garage. L’esecutivo sembra intenzionato ad archiviare gradualmente i “democratici” sconti sulle accise e concentrare le risorse sui lavoratori maggiormente colpiti dai rincari alla pompa.

Come funzionerebbe per i dipendenti

Secondo quanto ricostruito da QuiFinanza, il possibile aiuto riguarderebbe soprattutto i dipendenti con un reddito basso che utilizzano l’automobile per andare al lavoro. Il meccanismo pensato dal Governo passa dai fringe benefit e coinvolge direttamente le aziende private, alle quali spetterebbe la decisione di concedere il voucher.

Su base volontaria, le imprese avrebbero l’ultima parola circa l’erogazione di un voucher cartaceo o digitale ai dipendenti selezionati, magari attraverso gli strumenti già utilizzati per gli altri fringe benefit, e dedurne interamente il costo. Nessuna domanda allo Stato, dunque, perché il rapporto si consumerebbe fra datore di lavoro e lavoratore.

Un’altra casella ancora bianca riguarda la soglia d’accesso. Il Governo potrebbe guardare al reddito complessivo, limitarsi a quello da lavoro dipendente oppure affidarsi all’Isee del nucleo familiare. Tre strade con conseguenze parecchio diverse sulla platea, tanto che oggi nemmeno un reddito apparentemente basso garantisce di rientrare fra i beneficiari.

Nel mare dei condizionali galleggia anche la cifra di 200 euro, già utilizzata per il bonus carburante introdotto nel 2022. Prenderla come una promessa sarebbe comunque azzardato: il precedente offre un modello e le risorse disponibili potrebbero suggerire un importo differente oppure graduato in base al reddito.

Fuori dal recinto dei lavoratori dipendenti rimangono le partite Iva. Anche per loro si valuta una soluzione, ma il percorso cambierebbe: acquisto diretto del buono presso i rivenditori e successiva deduzione della spesa nella dichiarazione dei redditi. Prima occorrerebbe stabilire quali costi ammettere, entro quale limite e con quali documenti dimostrarli, dunque il cantiere appare persino meno avanzato.

Perché il Governo vuole superare il taglio delle accise

La volontà di abbandonare una riduzione delle accise generale dipende dal conto presentato allo Stato. Abbassare il prezzo alla pompa aiuta in egual misura l’automobilista in difficoltà e quello con un reddito elevato, anche se il secondo sarebbe in grado di sopportare meglio il rincaro. Restringere il numero dei beneficiari permette invece di concentrare le risorse disponibili, principio richiamato anche dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.

Nel ragionamento rientrano poi l’autotrasporto e la logistica, settori dove il caro carburante rischia di viaggiare ben oltre il serbatoio. Se aumentano i costi per spostare le merci, l’effetto può raggiungere gli scaffali e di riflesso i consumatori. Il Governo sarebbe dunque chiamato a trovare un equilibrio fra il sostegno alle famiglie con redditi bassi e quello alle imprese maggiormente esposte. A ogni modo, nessuno ha al momento la possibilità di presentare domande o mettere in conto 200 euro da spendere al distributore.

Waymo arriva in Europa, servizio robotaxi entro la fine del 2027

Le Waymo che invaderanno le strade di Monaco di Baviera nelle prossime settimane avranno ancora una persona al volante. Superata la prima fase di collaudo avverrà il vero salto, fissato verso la fine del 2027, e allora, autorizzazioni permettendo, i robotaxi potranno trasportare i passeggeri in completa autonomia.

All’interno del suo piano di espansione europeo Waymo tiene in grande considerazione la Germania. La società, parte della stessa holding di Google, muoverà i primi passi nell’Ue in un’area legata inscindibilmente alla tecnologia e ai motori. Prima di offrire corse a pagamento dovrà però insegnare al proprio sistema a muoversi nel traffico di Monaco, diverso da quello già affrontato negli Stati Uniti.

Come funzioneranno i test

All’inizio gli specialisti addestrati resteranno al volante e accompagneranno le vetture nella costruzione di una mappa ad alta definizione delle vie di Monaco. I veicoli andranno avanti a circolare 24 ore su 24, sette su sette, perché il traffico urbano cambia faccia a seconda del momento.

Le prossime settimane permetteranno ai Waymo Driver di abituarsi alle particolarità di Monaco, eppure l’azienda può già vantare un ottimo storico: oltre 20 milioni di viaggi e centinaia di migliaia di corse commerciali svolte a cadenza settimanale dicono che non è una sprovveduta. Una sensazione amplificata dai più di 350 milioni di chilometri percorsi in completa autonomia, la base sulla quale Waymo ha elaborato i propri dati sulla sicurezza.

Rispetto ai conducenti umani, i robotaxi Waymo – ci tiene a sottolineare lei stessa – sono rimasti coinvolti sedici volte meno in incidenti con feriti gravi, mentre il divario scende a quattordici per gli episodi con pedoni feriti e a sei per quelli riguardanti i ciclisti. Trattandosi di numeri diffusi dalla diretta interessata, il loro peso sarà inevitabilmente discusso durante il percorso di approvazione in Germania.

Waymo insiste anche sull’accessibilità del servizio, soprattutto per le persone cieche o ipovedenti.

“Una mobilità affidabile è essenziale per le persone cieche e ipovedenti”

ha dichiarato Maik Schubert nel comunicato diffuso da Waymo. L’amministratore delegato della scuola per cani guida Schubert & Wetzel ha richiamato gli ostacoli incontrati sui taxi tradizionali e sui servizi di ride-hailing, aggiungendo:

“Siamo molto entusiasti dell’indipendenza che i veicoli autonomi porteranno alla nostra comunità”

Per tenere in piedi il servizio serviranno una flotta locale e personale qualificato, due voci sulle quali Waymo promette di investire. I robotaxi dovrebbero ritagliarsi uno spazio nella mobilità cittadina senza pestare i piedi al trasporto pubblico e agli utenti fragili della strada (ciclisti e pedoni): la prova finale comincerà con il passaggio dai test alle corse di tutti i giorni.

La corsa ai robotaxi è già partita

Monaco ha già perso la gara per il debutto europeo, perché a Zagabria Uber, Verne e Pony.ai hanno iniziato a offrire corse autonome prenotabili attraverso l’app di Uber. La capitale croata ha bruciato tutti sul tempo e intanto altri progetti stanno prendendo forma in Germania e nel resto del continente.

Dal canto suo, Waymo arriva all’appuntamento con le tasche piene: nei primi mesi del 2026 ha raccolto 16 miliardi di dollari, operazione che ha portato la sua valutazione a quota 126 miliardi. Ora quella montagna di denaro dovrà aiutare la società di Alphabet a trasferire sulle strade europee quanto imparato durante gli anni di test negli Stati Uniti.

Carburanti illegali dall’Est Europa, 5.000 euro agli autisti per ogni consegna

Per una consegna si possono guadagnare fino a 5.000 euro. Nonostante nell’immaginario collettivo i camionisti occupino l’ultimo posto della filiera, nella realtà dei fatti – quella che conta davvero – possono guadagnare diversi stipendi con un solo viaggio.

È quanto ha spiegato la Guardia di Finanza a Rai News Friuli-Venezia Giulia, durante un incontro al confine orientale dedicato al traffico illegale di carburanti.

Solitamente la trasferta parte dall’Est Europa e, una volta attraversato proprio il Friuli-Venezia Giulia, arriva fino al Centro e al Sud Italia. Il sistema, ormai rodato da anni, porta la firma di gruppi attivi su base internazionale, composti sia da membri italiani che stranieri.

Come funziona il traffico illegale di carburanti

La lunga trafila deve essere attribuita alle differenze fiscali presenti fra gli Stati dell’Unione Europea. Nessuna legge impedisce di acquistare il gasolio in un Paese dove costa meno e la libera circolazione delle merci permette di portarlo oltreconfine. Ma se è tutto così cristallino dove nascono i problemi? Nei passaggi successivi, quando il prodotto entra nel mercato italiano evitando di pagare le accise previste. Del resto, la domanda continua a esserci per via del prezzo inferiore, un’attrattiva niente affatto trascurabile.

In questi anni il traffico ha subito delle revisioni. Oltre ai carburanti comprati all’estero gli spostamenti interessano i cosiddetti “designed fuels”, prodotti petroliferi registrati con nomi diversi da quelli reali, così da eludere gli obblighi fiscali. Il traffico non vive quindi soltanto sulle differenze di prezzo fra uno Stato e l’altro: in alcuni casi il bene viene autoprodotto, rendendo l’operazione ancora più remunerativa.

Quanto guadagnano le organizzazioni

Le cifre raccolte nell’ultimo anno aiutano a inquadrare le dimensioni del fenomeno. La Guardia di Finanza ha denunciato 80 persone soltanto in Friuli-Venezia Giulia, oltre a sequestrare circa 40 fra autoveicoli e rimorchi. A questi si aggiungono circa 150.000 chili di carburanti sottratti all’evasione delle accise. Numeri che raccontano l’attività svolta sul territorio, ma non tutto ciò che riesce a superare i controlli.

Le organizzazioni muovono centinaia di milioni di euro, dei quali diverse decine rimangono sotto forma di profitto, e il prezzo inferiore deriva dalle imposte evitate, anziché da una particolare abilità commerciale. A pagarne le conseguenze sono quindi l’erario e i benzinai onesti, chiamati a competere con chi ha aggirato il fisco.

Il compenso riconosciuto ai camionisti sembra sproporzionato soltanto finché non lo si confronta con i guadagni delle organizzazioni. Ricevere 5.000 euro per una consegna resta un affare per i guidatori, ma incide ben poco sui milioni ricavati da chi controlla il traffico. Senza gli autisti, d’altra parte, i carichi non potrebbero superare il confine e raggiungere il resto d’Italia.

Quanto pesa il fenomeno se dal Friuli-Venezia Giulia si allarga lo sguardo al resto d’Italia? Tra il 1° marzo e il 31 luglio 2026 la Guardia di Finanza ha concluso 1.371 interventi sulle accise dei prodotti energetici. Il bilancio parla di 265 persone denunciate, oltre 20 milioni di chilogrammi sequestrati e altri 6,5 milioni consumati in frode. I controlli hanno permesso di scoprire anche depositi clandestini e distributori abusivi: il viaggio dall’Est Europa rappresenta soltanto una delle facce di un mercato illecito molto più esteso.

Honda frena sulla nuova fabbrica in Nord America: tutto dipende dall’accordo commerciale

La prossima fabbrica di Honda in Nord America potrebbe non vedere mai la luce. A mettere in discussione un investimento che il costruttore giapponese considera necessario è l’incertezza sul futuro dell’USMCA, l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico che l’amministrazione Trump sta cercando di rinegoziare.

Il messaggio arrivato da Washington è netto. Noriya Kaihara, Executive Vice President di Honda, ha spiegato che il gruppo è ormai vicino alla piena capacità produttiva negli impianti nordamericani e avrebbe quindi bisogno di una nuova fabbrica. Ma senza certezze sul quadro commerciale, la strategia potrebbe cambiare.

Honda vuole una nuova fabbrica

La decisione non è immediata, ma la finestra temporale è già stata tracciata. Honda dovrebbe scegliere la propria direzione entro uno o due anni, con l’obiettivo di avere il nuovo impianto operativo intorno al 2030.

L’azienda, però, vuole prima capire quale sarà il destino dell’USMCA. L’accordo garantisce oggi un quadro commerciale fondamentale per una produzione automobilistica sempre più distribuita tra i tre Paesi nordamericani. Se questo sistema dovesse essere modificato profondamente o non venisse esteso, per Honda cambierebbero i conti alla base del nuovo investimento.

La Casa giapponese si trova così davanti a un bivio: aumentare la propria capacità produttiva negli Stati Uniti e nel resto del Nord America oppure rivedere i piani in attesa di maggiore stabilità.

Il nodo dei dazi

A complicare ulteriormente lo scenario ci sono i dazi americani. Honda ha fatto sapere che, almeno per il momento, non sta trasferendo sui clienti nordamericani i costi aggiuntivi legati alle tariffe. Nel frattempo, però, la tensione commerciale con il Canada è aumentata. Gli Stati Uniti hanno imposto tariffe del 50% su 20 miliardi di dollari di prodotti canadesi, mentre Ottawa ha annunciato misure di ritorsione che entreranno in vigore dall’8 settembre.

Per un costruttore che opera attraverso una rete produttiva integrata tra Stati Uniti, Canada e Messico, l’incertezza diventa quindi un problema industriale prima ancora che politico. Non è soltanto Honda a chiedere chiarezza. Già lo scorso anno Hyundai aveva avvertito l’amministrazione americana che l’incertezza sull’USMCA stava rallentando le decisioni sugli investimenti. Il messaggio dell’industria è lo stesso: senza un quadro stabile diventa più difficile scegliere dove costruire nuovi impianti, assumere personale e sviluppare tecnologie.

Il boom delle ibride cambia i piani

Nel frattempo Honda sta vivendo una fase particolarmente favorevole sul mercato americano. La domanda per i modelli ibridi e più efficienti è cresciuta sensibilmente, anche sulla scia dei prezzi elevati del petrolio. A luglio il costruttore ha registrato il miglior risultato mensile degli ultimi sette anni, con vendite di automobili in crescita del 36%.

Il mercato sta però spingendo Honda lontano dalla strategia elettrica delineata negli anni scorsi. A maggio il gruppo ha abbandonato il precedente obiettivo di lungo periodo che prevedeva una quota del 20% di auto elettriche sulle nuove vendite nel 2030. Al contrario, il nuovo piano prevede il lancio di 15 nuovi modelli ibridi entro il 2030.

Anche alcuni progetti elettrici sono stati ridimensionati. Honda ha sospeso a tempo indeterminato il piano canadese da 11 miliardi di dollari per produrre auto elettriche e batterie e ha cancellato tre modelli EV destinati al mercato statunitense.

Il futuro passa ancora dagli Usa

La trasformazione della gamma non significa però un disimpegno dal Nord America. Al contrario, Honda continua a spostare la produzione verso gli Stati Uniti. Lo scorso anno aveva annunciato il trasferimento dal Giappone all’Indiana della produzione della Civic Hybrid a cinque porte destinata al mercato americano.

È proprio questa crescente centralità del Nord America a rendere decisivo il futuro dell’USMCA. Honda ha bisogno di capacità produttiva aggiuntiva, ma prima vuole sapere quali saranno le regole con cui quella produzione dovrà muoversi.

La nuova fabbrica potrebbe quindi diventare uno dei primi investimenti automobilistici direttamente condizionati dalla nuova partita commerciale di Donald Trump. E per Honda il tempo per decidere non è infinito: entro un paio d’anni dovrà scegliere se accelerare oppure cambiare strada.

Accise sul diesel, il taglio è stato prorogato fino al 5 settembre

Tutto come previsto: il Consiglio dei Ministri, nella serata di oggi, 26 agosto, ha deciso di prorogare il taglio delle accise del diesel con una nuova misura temporanea. La misura è stata approvata dopo appena 10 minuti di riunione. Questa volta, l’intervento non è di poche ore ma si estende per 10 giorni.

La scelta del Governo

Il taglio alle accise del diesel, dopo la proroga di sabato scorso, sarebbe scaduto alla mezzanotte di oggi. La misura approvata dal Governo, invece, prevede un’estensione del provvedimento che resterà attivo fino al 5 settembre. Anche in questo caso, si tratta di un intervento temporaneo, mirato a contenere il più possibile, compatibilmente con i fondi disponibili, l’aumento del costo dei carburanti.

Tutto confermato

Non ci sono modifiche alle caratteristiche del provvedimento. Di fatto, il Governo ha optato per una proroga semplice, senza mettere mano alla norma definita nelle scorse settimane. Di conseguenza, il taglio delle accise è valido esclusivamente sul diesel, per un importo che, considerando anche l’IVA, arriva a 17 centesimi al litro. Il provvedimento ha comunque un impatto limitato sul costo alla pompa che resta ben al di sopra di 2 euro al litro. Come già avvenuto con gli interventi precedenti, lo sconto fiscale è valido esclusivamente sul gasolio e non coinvolge, quindi, la benzina.

Nuovi fondi

Per il taglio delle accise sul diesel è stato necessario reperire nuovi fondi. La misura vale circa 130 milioni di euro, stando a quanto riportato da Adnkronos che cita fonti governative. Per i dettagli aggiuntivi in merito sarà necessario attendere le prossime ore.

Cosa succede ora

Con il nuovo intervento da parte del Governo, resta confermato il taglio delle accise sul diesel ma non viene applicata nessuna misura strutturale. L’esecutivo, con questa proroga, si concede circa una settimana e mezza di lavori aggiuntivi per poter definire degli interventi da applicare nel lungo periodo per il contrasto al caro carburanti.

Tromba d’aria sulla Pontina, gli alberi abbattuti ostacolano le auto: il video

Il maltempo che sta caratterizzando questa seconda metà del mese di agosto può rappresentare un rischio significativo per gli spostamenti. Un esempio in tal senso è rappresentato da quanto avvenuto nelle ultime ore sulla SS 148 Pontina.

Una tromba d’aria ha colpito un tratto della strada statale causando la caduta di alberi che, almeno in parte, hanno ostacolato gli automobilisti, costretti a rallentare per evitare i rami sulla strada. Un video mostra, chiaramente, quanto è accaduto.

Una tromba d’aria improvvisa

Una testimonianza evidente di quanto accaduto arriva dai filmati realizzati dagli automobilisti e pubblicati dalla pagina Instagram di Radio Roma, come potete vedere direttamente dal post riportato qui di sotto.

Le immagini mettono in evidenza gli effetti della tromba d’aria che ha fatto volare via diversi detriti, rimasti per un po’ di tempo in alta quota prima di ricadere a terra.

Nella seconda parte del post, invece, si nota un albero abbattuto dal vento che ostacola la marcia delle auto, occupando, in parte, una delle carreggiate della SS 148 Pontina.

Al momento, fortunatamente, non risultano incidenti legati alla tromba d’aria che, in ogni caso, ha causato un rallentamento del traffico veicolare, costringendo gli automobilisti a ridurre la velocità e, in alcuni casi, a spostarsi nella corsia adiacente, in modo da evitare l’impedimento.

Considerando il maltempo di questi giorni, non possiamo escludere che nuovi fenomeni di questo tipo si ripresentino, anche in aree diverse. Per questo motivo è fondamentale muoversi con attenzione, rispettando il Codice della Strada e i limiti previsti.

Cosa fare in questi casi

Una tromba d’aria può rappresentare una minaccia seria per chi si muove in auto o con altri veicoli, soprattutto su una strada ad alto scorrimento, dove la velocità può raggiungere valori elevati.

I rischi sono diversi. Il principale, come visto nel video, è quello legato alla presenza di ostacoli lungo la carreggiata. Il vento, infatti, potrebbe far cadere alberi o spostare oggetti di vario tipo.

Per gli automobilisti è importante seguire le norme di circolazione, riducendo la velocità e mantenendo una distanza di sicurezza dal veicolo che precede la propria marcia.

Attenzione anche alle luci, che devono essere sempre accese per poter garantire la massima visibilità. Conviene chiudere i finestrini, in modo da evitare che oggetti esterni finiscano nell’abitacolo, con il rischio di distrarre il conducente.

Hypercar Dreame, il sogno elettrico è già finito: licenziamenti e chiusura

Meno di un anno fa Dreame, realtà nota in Cina per la produzione di robot aspirapolveri, era pronta a sconvolgere il mondo con una super sportiva full electric in grado di superare la potenza di una F1 e di scattare da 0 a 100 km/h in meno di 1 secondo. L’hypercar, con un design estremo e soluzioni tecniche all’avanguardia, avrebbe dovuto sfidare storici competitor e stravolgere le regole della fisica.

Il sogno di un caccia terra-terra è durato poco, perché l’azienda tech specializzata nell’elettrodomestica intelligente ha deciso di abbandonare l’industria automobilistica, liquidando il progetto Starry Sky. La società del potente Gruppo Xiaomi, dopo un anno di proclami altisonanti sulle hypercar elettriche, ha rinunciato alla creazione di batterie allo stato solido per EV, scegliendo di focalizzarsi sul core business originario.

Passo indietro inevitabile

In base a quanto annunciato su China Economy, l’hypercar svelata al CES di Las Vegas 2026 e acquistata da un’azienda di modellismo di Shanghai per milioni di yuan, è stata modificata con propulsori specifici per creare un effetto visivo solo a beneficio delle telecamere. Un progetto orientato più al marketing e che va a chiudere una pagina triste dell’industria automobilistica cinese.

La notizia giunge puntuale dopo un periodo di tagli costanti che, a partire da maggio scorso, ha ridotto la forza lavoro a poche decine di lavoratori, principalmente con ruoli legali, finanziari e di risorse umane. Dopo la chiusura delle operazioni della divisione automobilistica Dreame dovrà gestire i debiti accumulati con i fornitori e annullare gli impegni presi con le aziende esterne.

Stop alla produzione dell'Hypercar Dreame

Ufficio Stampa Dreame

Hypercar Dreame: promesse disattese

Promesse disattese

Le forme della coupé cinese, con carrozzeria bassa e larga, passaruota pronunciati e un frontale caratterizzato da elementi luminosi orizzontali, erano interessanti. Spiccavano grandi prese d’aria anteriori ed elementi aerodinamici laterali che lasciavano presagire performance da sogno. Il montante A che creava una linea continua con il parabrezza fino al tetto, e le grandi appendici aerodinamiche poste davanti alle ruote posteriori, riportavano alla mente il sinuoso design Bugatti.

La Dreame Nebula NEXT 01 Jet Edition avrebbe dovuto equipaggiare doppi razzi ausiliari a propellente solido costruiti su misura e capaci di sprigionare una forza di 100 kilonewton e di attivarsi in 150 ms. Questa potenza avrebbe dovuto consentire uno scatto da 0 a 100 km/h in meno di 1 secondo, il più veloce di sempre. L’attuale detentore del record di accelerazione per veicoli elettrici è un’auto da corsa ultraleggera costruita da studenti che ha impiegato appena 0,956 secondi, ma con un peso di soli 136 kg.

Il clamoroso passo indietro di Dreame è dovuto alle verifiche delle autorità di regolamentazione, intervenute per indagare sull’uso dei fondi di investimento, bloccando la capacità dell’azienda di disporre liberamente dei contributi pubblici. Secondo alcune testimonianze interne, piuttosto che investire in ricerca e sviluppo per creare nuovi progetti, ai dipendenti veniva richiesto di ottenere finanziamenti prima che venissero assegnati i budget.

Dreame ha attirato professionisti perché proponeva stipendi elevati e ruoli manageriali per poi dissolvere tutte le idee legate al ramo automobilistico nel nulla. L’interruzione delle attività avrebbe condotto a verifiche regolatorie che hanno limitato i piani dell’azienda nell’appropriazione dei contributi pubblici. Dreame tornerà a concentrarsi solo su aspirapolveri, tagliaerba e robot.

Volkswagen nel caos, contestato il CEO: altri esuberi in vista

Sono settimane determinanti per il futuro del Gruppo Volkswagen, piombato in una crisi senza precedenti storici. I dipendenti e i vertici del colosso tedesco hanno avuto un confronto in una riunione straordinaria che ha esposto il CEO Oliver Blume a pesanti contestazioni. Decine di migliaia di posti di lavoro sono a rischio e un ridimensionamento appare l’unica strada percorribile.

L’intera industria teutonica sta vivendo una fase più che critica, a causa anche dei dazi americani e del nuovo scenario cinese. Se negli anni scorsi il Paese del Dragone Rosso era diventato il place to be per i marchi storici europei, nel corso degli ultimi mesi si è verificata una contrazione delle vendite che ha mandato in tilt il Gruppo di Wolfsburg. Per restare competitiva sul car market internazionale, Volkswagen deve diventare più snella.

Critiche feroci

In un’assemblea a porte chiuse, il CEO Oliver Blume ha rivolto a circa 10.000 lavoratori, riuniti nella sede centrale di Wolfsburg, un appello senza la presenza dei giornalisti. In base a quanto riportato da Reuters l’amministratore delegato sarebbe intervenuto nel padiglione 11 dell’impianto tedesco, iniziando un tour tra i vari stabilimenti del Gruppo. Blume ha dichiarato:

 “Il piano per il futuro è il più grande programma di trasformazione nella storia della nostra azienda. Affinché ciò avvenga, ora tutti devono unire le forze“.

Tradotto: avverrà un taglio fino a 50.000 posti di lavoro a livello globale, in particolar modo in Germania. La soluzione drastica si aggiungerebbe ai piani di ristrutturazione già avviati, portando il numero totale di esuberi a circa 100.000 posti nel mondo. Dati spaventosi ma necessari, secondo i vertici di Volkswagen, per allineare la struttura dei costi ai competitor. In un clima tesissimo, l’assemblea si è conclusa con sonori fischi e contestazioni al numero 1 del Gruppo.

Non sono emersi ulteriori dettagli sul futuro delle singole factory, creando ancora più incertezza nei lavoratori. La produzione automobilistica dovrebbe andare incontro a una contrazione negli stabilimenti di Emden, Hannover, Zwickau e Neckarsulm, per i quali, in base alla situazione attuale, non si intravedono prospettive di redditività nei prossimi anni. Volkswagen deve fronteggiare una capacità produttiva in Europa superiore di circa 500.000 automobili all’anno rispetto alle attuali esigenze del mercato.

Sindacati in subbuglio

A fare la differenza, dopo lo scandalo del dieselgate, sono state le profonde trasformazioni tecnologiche del settore, le difficoltà sui mercati internazionali e soprattutto una concorrenza cinese sempre più spietata. Volkswagen ha investito con largo anticipo e troppo ottimismo su una gamma elettrica che si è rivelata, sul piano delle vendite, al di sotto delle aspettative.

I lavoratori hanno esposto striscioni chiari come “I nostri posti di lavoro non sono i vostri aggiustamenti di bilancio” e “Il rispetto non è in negoziazione”. La leader sindacale Volkswagen Daniela Cavallo, in merito all’eventuale chiusura degli impianti, ha annunciato:

“La nostra fiducia nel comitato esecutivo di questa azienda, e in particolare nel CEO Oliver Blume, è stata compromessa. Seppure non ancora in modo irreparabile”.

Come uscire dalla crisi? Si parla di una riconversione verso il settore della difesa oppure l’introduzione in Europa di modelli Volkswagen attualmente sviluppati esclusivamente per il mercato cinese. Dazi, nuovi concorrenti e rischi geopolitici hanno incrinato la posizione apicale del colosso tedesco, forse in modo irreparabile.

I prezzi di diesel e benzina volano, in autostrada rialzo record: controesodo da incubo

Ci sono stati controesodi più sereni per gli italiani in passato, chiusi oggi nella morsa di un costo della vita che per molti sta diventando insostenibile. Per milioni di automobilisti al rientro dalle vacanze si prospetta un salasso presso i distributori. I prezzi di benzina e gasolio continuano a salire, toccando livelli record che, senza uno scenario di proroghe ulteriori del taglio delle accise, incutono timore.

Un litro di gasolio speciale, quello a più alte prestazioni, ha superato – su alcune autostrade dello Stivale – il costo di un litro di latte ad alta digeribilità: oltre 3 euro al litro. Il Governo è in cerca di soluzioni per coloro che presentano i redditi più bassi, ma nulla sembra poter arrestare i prezzi galoppanti dei carburanti che, di giorno in giorno, viaggiano su quotazioni diverse rispetto a quelle del petrolio che cala.

Numeri da capogiro

Il Ministero delle imprese e del made in Italy (MIMIT) ha annunciato i nuovi prezzi dell’osservatorio carburanti. Il costo medio in modalità self service lungo la rete stradale nazionale è pari a 2,015 euro al litro per la benzina e 2,136 euro al litro per il gasolio. Sulla rete autostradale, come sottolineato dal MIMIT, il prezzo medio self è di 2,091 euro per la benzina e 2,207 euro per il gasolio.

Non si fermano gli aumenti e specifici carburanti hanno già sfondato in alcuni distributori autostradali la soglia dei 3 euro al litro. Il picco massimo? Sulla A22 Brennero-Modena, il Supreme Diesel servito ha toccato quota 3,159 euro al litro. Si parla di un carburante premium, ma non si era mai raggiunto un livello così alto alle nostre latitudini. Sulla A21 Torino-Piacenza il gasolio servito è arrivato a 2,729 euro al litro. Pensate che sull’isola di Pantelleria un litro di gasolio costa 2,799 euro. Il Codacons ha lanciato l’allarme:

“Nessuno sostiene che domani tutti gli italiani pagheranno 3 euro per un litro di carburante, ma il fatto stesso che questa soglia sia già stata superata in alcuni impianti deve far scattare un campanello d’allarme. Il rischio è che, se la corsa dei listini proseguirà, la quota 3 euro smetta di essere un’eccezione estrema e diventi un riferimento sempre meno lontano per gli automobilisti”.

Le proposte in soccorso degli italiani

L’Associazione per la Difesa e l’Orientamento dei Consumatori (ADOC) si è esposta con una richiesta esplicita:

“Serve una proroga immediata e un potenziamento del taglio delle accise avviando allo stesso tempo un trasferimento immediato delle accise sui carburanti nella fiscalità generale. Inoltre, bisogna ridurre l’Iva al 5%, equiparando benzina e gasolio all’aliquota già prevista per il metano per autotrazione e sono necessari sostegni diretti per le famiglie a basso reddito e più vulnerabili”.

L’Unione Nazionale Consumatori (UNC), la prima e storica associazione di consumatori in Italia, ha aggiunto che il Governo dovrebbe assumersi la responsabilità di tagliare le accise di 30 centesimi per il gasolio e di 14 per la benzina. Senza degli interventi mirati le aziende agricole rischiano il fallimento. Un potenziamento sul lungo periodo delle accise appare improbabile e sconti a tempo, bonus e social card non cambierebbero degli scenari che si stanno facendo sempre più oscuri.

Autostrada imboccata contromano: multe, sospensione patente e conseguenze penali

La contestazione a carico di chi imbocca l’autostrada contromano porta alla revoca della patente, al fermo amministrativo del veicolo per tre mesi e alla decurtazione di 10 punti. Se da quella manovra derivano feriti o vittime, il caso può trasformarsi in un procedimento per lesioni personali stradali oppure per omicidio stradale.

Il rischio nasce anche nei casi di una rampa imboccata al contrario, un’inversione eseguita dopo aver mancato l’uscita o l’attraversamento dello spartitraffico, che ricadono nel divieto stabilito dall’articolo 176 del Codice della Strada. Pochi metri

Contromano in autostrada, tutte le sanzioni

Per la circolazione nella direzione vietata su carreggiate, rampe e svincoli, il ventaglio dell’impianto sanzionatorio è il seguente:

  • sanzione amministrativa da 2.046 a 8.186 euro;
  • aumento di un terzo se il fatto avviene tra le 22 e le 7;
  • esclusione del pagamento in misura ridotta e dello sconto del 30%;
  • trasmissione del verbale al prefetto, chiamato a stabilire la somma dovuta;
  • decurtazione di 10 punti;
  • revoca della patente;
  • fermo amministrativo del mezzo per tre mesi;
  • confisca del veicolo in caso di reiterazione della violazione.

Il riferimento è l’articolo 176 del Codice della Strada, applicabile sia alle autostrade e sia alle strade extraurbane principali e agli altri tratti indicati dall’articolo 175. L’articolo 202 esclude per questa infrazione il pagamento in misura ridotta con gli atti vengono inoltrati al prefetto. Se l’autorità ritiene fondato l’accertamento, l’articolo 204 prevede un’ordinanza per una somma non inferiore al doppio del minimo edittale.

Con i valori in vigore nel 2026, la soglia parte quindi da 4.092 euro nell’ordinaria procedura prefettizia, salvo gli aumenti applicabili e l’esito di un’eventuale opposizione.

Che cosa vieta davvero l’articolo 176

Sulle carreggiate, sulle rampe e sugli svincoli è vietato invertire il senso di marcia, attraversare lo spartitraffico, anche sfruttando varchi presenti, e circolare sulla carreggiata o sulla porzione di essa opposta alla direzione consentita.

Non occorre quindi raggiungere il tratto principale dell’autostrada perché scatti la contestazione. Una rampa di ingresso percorsa nel verso sbagliato appartiene già all’area protetta dalla norma così come uno svincolo affrontato contro la segnaletica.

Neanche la brevità del tragitto cancella l’illecito. L’errore può durare pochi secondi, ma la pericolosità della condotta nasce nell’istante in cui il veicolo entra nella traiettoria del traffico regolare. Distanza percorsa, condizioni della strada e comportamento tenuto dopo essersi accorti dello sbaglio incidono sulla ricostruzione e non eliminano la violazione consumata.

Il Codice della Strada separa condotte spesso confuse nel linguaggio comune. Chi inverte la marcia o procede contromano rientra nel comma 19 dell’articolo 176, con revoca della patente e importi da 2.046 a 8.186 euro. La sola retromarcia, vietata anche sulla corsia di emergenza tranne che nelle aree di servizio o di parcheggio, è punita invece con una somma da 430 a 1.731 euro e con 10 punti in meno.

Un diverso regime riguarda la marcia ingiustificata sulla corsia d’emergenza e l’uso improprio delle corsie di accelerazione o decelerazione. In quei casi la multa va da 430 a 1.731 euro, la patente viene sospesa da due a sei mesi e il punteggio scende di 10 unità.

Mancare un’uscita non autorizza a tornare indietro. Il conducente deve proseguire fino allo svincolo seguente, anche quando la deviazione comporta chilometri aggiuntivi o un pedaggio maggiore. Fermarsi, arretrare o effettuare una conversione a U trasforma un inconveniente di percorso in una situazione ad altissimo rischio.

Tra revoca e sospensione della patente

La sospensione congela per un periodo definito la validità di una patente che continua a esistere. Trascorso il termine, e adempiuti gli eventuali obblighi imposti, il titolare può riottenere il documento.

Con la revoca cambia il quadro. Il titolo viene annullato e l’interessato deve conseguire una nuova patente, ripartendo dagli esami teorico e pratico dopo il periodo di interdizione. In base all’articolo 219 del Codice della Strada, non se ne può ottenere un’altra prima che siano trascorsi almeno due anni dal momento in cui il provvedimento è diventato definitivo.

La perdita di 10 punti resta indicata nel verbale, benché sul piano pratico venga superata dall’effetto più grave della revoca. La fascia notturna riceve un trattamento più severo. L’articolo 195, comma 2-bis aumenta di un terzo le sanzioni per le violazioni commesse dopo le 22 e prima delle 7.

La riduzione del 30% entro cinque giorni non è disponibile. Non si può neanche chiudere il procedimento versando il minimo edittale entro sessanta giorni perché l’articolo 202 inserisce il contromano autostradale tra le violazioni escluse dal pagamento in misura ridotta. Il verbale viene trasmesso al prefetto entro dieci giorni. L’interessato può presentare ricorso prefettizio entro sessanta giorni dalla contestazione o dalla notificazione, oppure rivolgersi al giudice di pace entro trenta giorni.

Nemmeno un’app di navigazione offre un lasciapassare. Nel gennaio 2026, per esempio, la Polizia Stradale ha fermato sulla A14, nell’area di Bari, un settantacinquenne che aveva attribuito allo smartphone l’ingresso nella direzione sbagliata: sono seguiti sanzione, revoca della patente e fermo del veicolo per tre mesi. La segnaletica stradale prevale sempre sulle istruzioni digitali, che possono essere imprecise, non aggiornate o mal interpretate.

Il contromano è automaticamente un reato?

Quando non si verificano incidenti, nessuno rimane ferito e non emergono autonome condotte penalmente rilevanti, il fatto resta in linea generale una gravissima violazione amministrativa. L’entità della multa e la revoca non trasformano da sole l’episodio in un reato.

Il passaggio al penale avviene se dalla marcia contromano derivano lesioni o morte di una persona, oppure quando al controllo emergono ebbrezza, assunzione di stupefacenti, fuga dopo l’incidente, omissione di soccorso o altre fattispecie previste dalla legge. Ogni imputazione richiede l’accertamento del nesso causale, dell’elemento soggettivo e delle circostanze specifiche; una formula automatica non sostituisce l’indagine.

Le pene per le lesioni stradali

L’articolo 590-bis del Codice penale considera la circolazione contromano una circostanza aggravante. Quando la condotta causa una lesione grave, la pena prevista va da un anno e sei mesi a tre anni. In presenza di una lesione gravissima, la forbice sale da due a quattro anni.

Per comprendere la differenza, si parla in termini generali di lesione grave quando la malattia o l’incapacità supera quaranta giorni oppure ricorrono le altre ipotesi descritte dal Codice penale. La categoria gravissima comprende conseguenze come una malattia certamente o probabilmente insanabile, la perdita di un senso o di un arto e altre menomazioni di analoga portata.

Se le persone ferite sono più di una, la pena prevista per la violazione più grave può essere aumentata fino al triplo, senza superare sette anni. Una corresponsabilità della vittima o di terzi, quando l’evento non dipende solo dal conducente contromano, consente invece una riduzione fino alla metà.

Alcol e droga aggravano ancora il quadro. Le fasce sanzionatorie cambiano secondo il tasso alcolemico, la categoria del conducente e la fattispecie contestata; nei casi più severi, le lesioni gravi possono condurre a una reclusione da tre a cinque anni e quelle gravissime da quattro a sette anni.

Aston Martin e NetApp, la F1 corre anche sui dati

Quando una Formula 1 passa sul rettilineo, l’attenzione finisce subito su motore, aerodinamica, gomme e talento del pilota, questo ovviamente è normale, perché quella è la parte più visibile dello spettacolo. Dietro, però, oggi si muove una macchina altrettanto sofisticata, fatta di server, cloud, simulazioni, algoritmi e flussi di dati che non possono permettersi ritardi.

Aston Martin Aramco Formula One Team lavora proprio su questa doppia pista: una è quella del circuito, l’altra collega box, Technology Campus di Silverstone e infrastrutture digitali. In mezzo c’è NetApp, che fornisce la piattaforma necessaria per raccogliere, spostare, proteggere e analizzare le informazioni generate dalla monoposto. Non si tratta di semplice archiviazione, ma di un sistema che aiuta la squadra a trasformare i dati in decisioni tecniche e strategiche.

Oltre 300 sensori raccontano ogni giro

Ogni monoposto Aston Martin porta con sé oltre 300 sensori e, durante un fine settimana di gara, può generare più di 1 TB di informazioni grezze, che diventano tra 2 e 3 TB includendo preparazione, elaborazione e analisi successive. Temperature, pressioni, vibrazioni, carichi, accelerazioni e consumo energetico compongono una specie di racconto continuo della vettura.

Il punto, però, non è accumulare numeri, il vero lavoro sta nel capire quali segnali meritano attenzione immediata e quali possono essere analizzati con più calma. Una vibrazione insolita può anticipare un problema, ma può anche dipendere da una condizione momentanea della pista, per questo servono dati coerenti, raggiungibili e facili da confrontare. NetApp interviene proprio qui, creando continuità tra pista, sede centrale e cloud, così che l’informazione giusta arrivi dove serve senza perdersi in passaggi lenti o sistemi separati.

Durante un weekend di gara, una parte delle analisi viene svolta direttamente in pista, dove ogni secondo pesa, mentre altre attività coinvolgono gli specialisti rimasti a Silverstone. Che il Gran Premio si corra a Miami, Suzuka o Melbourne cambia poco: chi lavora nel box e chi opera dal Regno Unito deve poter consultare dati allineati quasi come se fosse nella stessa stanza. La tecnologia SnapMirror di NetApp permette di replicare rapidamente le informazioni dalla pista alla sede centrale, mantenendo copie aggiornate nei diversi ambienti.

Così, se durante le prove emerge un comportamento anomalo nella gestione dell’energia, gli ingegneri al circuito possono iniziare subito l’analisi, mentre il gruppo a Silverstone confronta quei valori con simulazioni e dati storici. Non serve aspettare la fine della sessione o inviare pesanti pacchetti di file, tutto si svolge in tempo reale, perché in Formula 1, anche questa rapidità può fare la differenza in gara.

Edge computing e cloud seguono il calendario mondiale

L’infrastruttura digitale della Formula 1 ha una complicazione in più rispetto a quella di una normale azienda: deve viaggiare. Cambiano circuiti, fusi orari, connessioni e condizioni ambientali, ma tutto deve tornare operativo in tempi strettissimi. Per questo il lavoro vicino alla pista è fondamentale. L’edge computing consente di elaborare alcune informazioni dove vengono prodotte, evitando di inviare ogni dato verso un centro remoto prima di ottenere una risposta.

Le analisi più urgenti restano vicine al circuito, mentre i carichi più pesanti possono sfruttare l’HQ di Silverstone o il cloud. L’approccio hybrid multicloud permette poi ad Aston Martin di collegare sistemi locali, risorse in pista e piattaforme online senza dipendere da un solo ambiente. Alcune attività hanno bisogno di controllo e vicinanza, altre beneficiano della potenza di calcolo disponibile online, in tutto questo la sfida sta nel mettere ogni carico nel posto giusto.

I sensori in ogni F1

Ufficio Stampa Aston Martin

Ogni monoposto Aston Martin monta più di 300 sensori

Al centro dell’architettura c’è un data lake unificato, cioè un grande ambiente in cui confluiscono telemetria, simulazioni, dati aerodinamici, documenti tecnici, applicazioni aziendali e archivi storici. Il termine può sembrare freddo, ma l’idea è piuttosto semplice: costruire una memoria digitale coerente della squadra.

I circuiti tornano quasi tutti ogni stagione, ma non sono mai davvero uguali, perché cambiano vettura, gomme, temperature e regolamenti; confrontare presente e passato permette quindi di individuare schemi utili. La piattaforma NetApp ONTAP offre la base per gestire questo patrimonio di dati, mentre FabricPool aiuta a distribuire i dati su diversi livelli di archiviazione, così che le informazioni usate di frequente restano sui sistemi più prestazionali, quelle consultate raramente possono essere spostate verso risorse più convenienti. È come in un’officina ordinata: gli strumenti di tutti i giorni stanno sul banco, gli altri in magazzino.

Simulazioni e AI partono dai dati

I test reali in Formula 1 sono limitati e costosi, perciò simulazioni e gemelli digitali hanno un ruolo enorme. Un gemello digitale consente di rappresentare virtualmente un componente, la vettura o uno scenario operativo, modificando parametri e osservando le conseguenze prima di costruire una nuova parte. Questo permette di valutare più soluzioni, accelerare lo sviluppo e ridurre gli sprechi.

L’intelligenza artificiale si inserisce nello stesso percorso, aiutando a individuare anomalie, supportare ricerca e sviluppo, analizzare l’affidabilità e riconoscere relazioni difficili da cogliere manualmente.

Un algoritmo può segnalare una combinazione insolita di temperature, pressioni e vibrazioni, suggerendo che qualcosa non si sta comportando come previsto. Però l’AI funziona bene solo se i dati sono puliti, disponibili e protetti. Senza una base solida, anche il sistema più evoluto rischia di produrre risultati poco utili.

Durante un Gran Premio la strategia dipende da degrado gomme, traffico, meteo, safety car, scelta delle mescole, gestione dell’energia e molto altro. I sistemi elaborano migliaia di scenari, ma i risultati devono arrivare al muretto in tempo utile, dato che un’indicazione perfetta ricevuta troppo tardi vale decisamente poco.

Ufficio Stampa NetApp

Grazie ai dati di NetApp Aston Martin modifica in tempo reale la monoposto

NetApp non decide quando effettuare un pit stop, naturalmente, ma riporta dei dati che consentono a chi cura la strategia di gara di valutare le alternative possibili. Lo stesso vale per l’affidabilità, perché una monoposto lavora sempre vicino ai propri limiti e ogni componente deve essere leggero, performante e abbastanza robusto da finire la gara.

Una singola temperatura può dire poco, una sequenza di segnali può invece anticipare un problema. La gara diventa così una fonte di sviluppo continuo: quello che accade in pista torna in fabbrica, viene studiato e contribuisce alla versione successiva della vettura e alla gestione della gara successiva.

La tecnologia invisibile può cambiare il risultato

Il Technology Campus di Silverstone riunisce progettazione, simulazione, produzione e attività operative in un ambiente pensato per lavorare attraverso i dati. Applicazioni aziendali, sistemi PLM, strumenti Microsoft, SAP e ambienti VDI permettono agli ingegneri di collaborare anche a distanza, accedendo a postazioni senza trovarsi fisicamente davanti alla macchina che esegue i calcoli. A tutto questo si aggiunge la cyber resilienza, perché progetti, simulazioni e strategie hanno un valore enorme e devono essere protetti da accessi non autorizzati, guasti ed errori.

La tecnologia NetApp ovviamente non aggiunge cavalli alla power unit e non compare nei tempi sul giro, ma può ridurre i tempi di analisi, evitare incomprensioni tra pista e fabbrica e rendere più rapida una decisione. Presi singolarmente sono vantaggi sottili, ma sommando migliaia di piccoli passaggi, però, il risultato può cambiare davvero. In definitiva? La monoposto di Formula 1 corre sull’asfalto, i suoi dati corrono altrove. E molto più veloci!