Nasce il centro che ripara le batterie delle auto elettriche usate

Anche se il mercato delle auto elettriche usate continua a espandersi, alcuni automobilisti rimangono scettici sulla batteria, il componente più costoso e anche quello in grado di mandare in fumo l’affare. Se la garanzia è scaduta, un guasto può rendere necessaria la sostituzione del pacco completo, con un conto a volte vicino al valore della vettura. BCA, gigante britannico delle aste automobilistiche, ha aperto a Doncaster un centro per diagnosticare e riparare le batterie di auto elettriche e ibride provenienti soprattutto dalle flotte aziendali. Il centro oggi sostituisce i componenti difettosi e rimette in vendita l’auto, evitando sprechi difficili da giustificare.

Riparare costa meno che sostituire

Una batteria malfunzionante non va sempre buttata. Lo sanno gli operatori di BCA, che prima di prendere una decisione la sottopongono a test di isolamento. Le competenze elevate acquisite sul campo, unite alla strumentazione specialistica impiegata, permettono di riparare o sostituire i moduli, bilanciare le celle, sistemare gli involucri compromessi e, laddove necessario, intervenire sul motore elettrico, sull’inverter e sui componenti ad alta tensione. Gli interventi seguono le istruzioni fornite dalla Casa madre e, laddove possibile, vengono adoperati i componenti usati certificati, in modo da ridurre tanto i costi quanto i tempi di riparazione e riportare, dunque, il veicolo alle migliori condizioni prima di rimetterlo all’asta.

Non ci poteva essere un periodo più azzeccato per aprire un centro del genere. All’inizio del decennio, gli incentivi fiscali riconosciuti dal Governo britannico avevano spinto numerose aziende locali ad adottare delle flotte elettriche e adesso i primi contratti di leasing arrivano a scadenza. È così che migliaia di vetture si riversano nel mercato di seconda mano: durante il primo trimestre del 2026 ne sono state vendute quasi 87.000, vale a dire il 4,3% dell’usato complessivo. Un dato importante, sì, ma non sufficiente a impedire il crollo delle quotazioni e le conseguenti perdite accusate dalle società di leasing.

La svalutazione resta il vero problema

A pesare è soprattutto la svalutazione raggiunta dopo pochi anni. Nel Regno Unito un’elettrica di tre anni conserva mediamente il 38% del prezzo iniziale, il dato più basso registrato in Europa. Le società di leasing ne fanno direttamente le spese, perché al momento della firma del contratto stabiliscono quanto dovrebbe valere la vettura una volta restituita. Se la quotazione reale scende molto più del previsto, recuperare la cifra preventivata diventa difficile. Nel frattempo cresce anche l’offerta: all’inizio del 2026 le elettriche costituivano l’8% delle auto usate disponibili, contro una quota di mercato ferma al 6,8%.

BCA aveva iniziato a monitorare il problema già da qualche anno. Nel 2024 aveva introdotto, insieme ad Aviloo, un certificato sullo stato di salute della batteria e la clientela aveva subito accolto bene la fase beta, condotta su oltre 22.000 auto. Gli esemplari certificati avevano mediamente impiegato quasi tre giorni in meno per essere venduti, a un prezzo superiore dell’1,4%. Il responso favorevole potrebbe aver avuto un ruolo decisivo nel piano, che con il nuovo centro di Doncaster taglia un altro importante traguardo. All’emergere di eventuali problemi nei controlli, il personale è in grado di mettere mano alle singole parti, anziché dichiarare irrecuperabile l’intero accumulatore.

Confiscata una iconica Ferrari da oltre 4.3 milioni di euro, la notizia fa il giro del web

La polizia metropolitana di Londra ha confiscato 90 veicoli tra il 7 e il 9 agosto 2026. Nella lista spiccano supercar di altissimo spessore di brand come Ferrari, Lamborghini, McLaren, Porsche, Bentley e Rolls-Royce. Il valore dei veicoli messi sotto sequestro è stimato in oltre otto milioni di sterline, pari a più di 9,3 milioni di euro. Una cifra totale da capogiro che enfatizza la portata dell’operazione degli agenti inglesi.

Una dopo l’altra, a partire da una Lamborghini Revuelto rossa, sono state caricate su un carro attrezzi. Il valore del gioiello della Casa di Sant’Agata Bolognese è stimato intorno alle 450.000 sterline, ovvero circa 525.000 euro. Tra le vetture iconiche confiscate c’era anche una Ferrari Monza SP2. La vettura scoperta a due posti fa parte del nuovo Concetto Icona della Casa modenese: vetture esclusivissime ispirate alle auto sportive che hanno fatto la storia in pista del Cavallino. L’esemplare era appena sbarcato nel Regno Unito e il conducente era in strada da meno di mezz’ora quando gli agenti lo hanno fermato.

Circostanze insolite

L’uomo alla guida era in possesso solo di una patente di guida provvisoria e non aveva una copertura assicurativa valida per la Ferrari. La Monza SP omaggia i modelli Ferrari degli anni ’50, come la 750 Monza e la 860 Monza. Della Monza SP2 e della sua variante monoposto, la SP1, furono prodotti appena 499 esemplari. Il cuore della biposto decappottabile è un motore V12 da 6,5 ​​litri della 812 Superfast, capace di sprigionare 810 CV a 8.500 giri/min. Secondo la Casa emiliana la vettura scatta da 0 a 100 km/h in 2,9 secondi e raggiunge una velocità massima superiore ai 300 km/h.

La vettura ha una connotazione racing: il posto passeggero è separato dal guidatore da un ampio tunnel centrale. I gruppi ottici posteriori vantano un fascio di luce continuo, ripreso anche in quelli anteriori, che divide a metà le due ottiche. La SP2 sembra essere uscita da un autodromo e ha un valore compreso tra i 2,5 e i 4,3 milioni di euro, spinta dalle forti richieste dei collezionisti e dalla limitatissima produzione globale. Un agente della polizia metropolitana ha avuto il piacere di guidarla per un breve tratto, seppur a velocità ridotta nel traffico londinese.

Le auto confiscate a Londra

Oltre alla Ferrari Monza SP2 e alla Lamborghini Revuelto, la polizia inglese ha sequestrato una Rolls-Royce Cullinan da circa 500.000 euro, una Ferrari Purosangue da 450.000 euro, una Ferrari 812 da 400.000 euro, una Rolls-Royce Wraith da 400.000 euro, una Lamborghini Urus da 350.000 euro, una Porsche 911 GT3 da 300.000 euro, oltre a Bentley, McLaren e altri gioielli di top brand.

L’operazione degli agenti si è concentrata sui quartieri esclusivi di Hyde Park, Kensington e Chelsea. I conducenti erano sprovvisti di un’assicurazione adeguata, oltre ad aver mostrato dei comportamenti alla guida pericolosi e cosiddetti antisociali. Al blitz hanno partecipato complessivamente 120 agenti, tra cui 95 membri della Polizia Ausiliaria e della Squadra di Controllo Veicoli. Sono stati supportati dal Motor Insurers’ Bureau, che ha accesso al database centrale delle assicurazioni auto sul territorio britannico.

Il capo delle operazioni Geoff Tatman ha dichiarato che la polizia riceve regolarmente lamentele dai residenti riguardo alle potenti vetture guidate in modo rischioso sulle strade di tutti i giorni e sui veicoli modificati che causano disturbo con rumori eccessivi. La polizia ha annunciato che i conducenti avevano polizze assicurative che riportavano una targa errata. Inoltre, alcuni conducenti stranieri avevano polizze che non coprivano la guida in Gran Bretagna.

Da oggi entrano in vigore le nuove regole Ue su riciclo e fine vita auto, cosa cambia

All’interno dell’Unione Europea sono diventate esecutive le nuove norme relative alla progettazione, alla produzione, alla raccolta e al trattamento a fine vita dei veicoli, che puntano a consolidare l’economia circolare nell’industria delle quattro ruote e a sostenere l’autonomia strategica del Vecchio Continente.

Si è avvertita la necessità di nuovi obblighi sul ciclo di vita, con un modello standard di certificato di rottamazione e maggiori informazioni su etichettatura di parti, componenti e materiali.

Il regolamento Ue 2026/1738 è già entrato in vigore, ma l’operatività scatterà dal 1° settembre 2028. In base alle analisi condotte dalla Commissione Ue, oltre 12 milioni di vetture l’anno diventano rifiuti, e altre 3,5 milioni vengono cancellate dai registri, occultate con esportazioni mascherate da usato e demolizioni crescenti.

Rivoluzione necessaria

Il nuovo regolamento abroga le direttive 2000/53/CE (veicoli fuori uso) e 2005/64/CE (omologazione veicoli e riutilizzabilità, riciclabilità, recuperabilità) e va a disciplinare i seguenti punti:

  • Requisiti di circolarità per progettazione e produzione (riutilizzabilità, riciclabilità, recuperabilità e contenuto riciclato) verificati in sede di omologazione;
  • Esportazione dell’usato verso Paesi extra Ue e non del fuori uso;
  • Informazione ed etichettatura di parti, componenti e materiali;
  • Responsabilità estesa del produttore (EPR) con raccolta e trattamento dei veicoli fuori uso.

I veicoli di nuova generazione dovranno essere creati per facilitare lo smontaggio e la sostituzione dei componenti, in favore del riciclo dei materiali. Entro il mese di settembre 2029 i produttori dovranno sviluppare un piano di circolarità, annunciando tutte le azioni concrete che intendono adottare, rispettando gli obblighi circolari imposti dalla disciplina.

Le Case dovranno specificare la quota di contenuto riciclato; garantire informazioni chiare su rimozione e sostituzione di parti; uso della nomenclatura dell’allegato VII per etichettare i materiali.

Ulteriori scadenze

Ogni Stato dell’Ue, entro il 31 agosto 2029, dovrà creare un registro dei costruttori. Per gli impianti sono previste prescrizioni su depurazione, rimozione di elementi prima della frantumazione, commercio di ricambi usati o rigenerati e divieto di discarica per i rifiuti non inerti, come ad esempio per le parti in gomma. I nuovi obblighi di raccolta, bonifica e rimozione preventiva di componenti riguarderanno dal 1° settembre 2028 le auto e i veicoli commerciali leggeri (categorie M1 e N1).

Dal 1° settembre 2031 la disciplina riguarderà anche i veicoli pesanti e rimorchi (categorie M2, M3, N2, N3, O) e due/tre ruote, quadricicli (L). Dal 1° settembre 2032 sono previste le prescrizioni su riciclabilità, riutilizzabilità e recuperabilità dei veicoli, ovvero l’85% della massa del veicolo dovrà essere riutilizzabile o riciclabile e almeno il 95% riutilizzabile o recuperabile.

Una disciplina che rivoluzionerà l’industria delle quattro ruote, anche nell’ottica di un impatto positivo del ciclo vita delle batterie delle EV. Fino al 31 agosto 2032 si applicherà il Dm Trasporti 3 maggio 2007, attuativo della direttiva 2005/64/Ce. In seguito ci sarà spazio per un passaporto digitale di circolarità del veicolo. Le Case, nella realizzazione della veicolo, dovranno anche prevedere una quota di plastica riciclata pari al 15% del totale (25% nel 2036).

Almeno il 20% sarà da riciclo a ciclo chiuso, cioè da veicoli fuori uso. A Bruxelles potrebbe anche decidere di estendere l’obbligo ad acciaio, alluminio, magnesio e materie prime critiche. Sugli obblighi EPR (responsabilità estesa del produttore), le Case saranno finanziariamente e organizzativamente responsabili dell’intero ciclo di vita del mezzo, inclusa la fase di fine vita, con obbligo di raccolta gratuita del veicolo fuori uso e avvio a trattamento presso impianti autorizzati.

Auto a GPL o Metano: cosa valutare e cosa sapere prima di comprare

Se stai valutando l’acquisto di un’auto a GPL o a Metano per abbattere i costi o inquinare meno, ma non sai quale sia la soluzione migliore per le tue esigenze, vediamo quali sono gli aspetti tecnici e pratici fondamentali da verificare per evitare che il risparmio si trasformi in una scelta sbagliata.

Rete di distribuzione e autonomia reale

Il primo elemento da valutare prima di acquistare un’auto a gas è dove e come fare rifornimento. Il GPL offre una copertura estesa su tutto il territorio nazionale con oltre 4500 stazioni di servizio, ampiamente presenti anche sulla rete autostradale. L’autonomia di un pieno con serbatoio a GPL di medie dimensioni varia tra i 400 e i 500 km con un solo pieno.

Per il Metano la situazione è differente, si contano infatti circa 1500 distributori tra le varie regioni, con una presenza ridotta in autostrada. L’autonomia di un’auto a metano si attesta solitamente tra i 250 e i 350 km per pieno.

Spazio nel bagagliaio e peso del veicolo

Nelle vetture a GPL, il serbatoio ha quasi sempre una forma toroidale (la classica “ciambella“) e viene alloggiato nel vano destinato alla ruota di scorta sotto il pianale del bagagliaio. Questo permette di mantenere inalterata la capacità di carico originale del baule, rinunciando soltanto alla ruota di scorta con l’alternativa di un kit di riparazione e gonfiaggio.

Al contrario, il Metano richiede bombole cilindriche ad altissima resistenza per contenere il gas a una pressione di circa 200 bar. Queste bombole sono voluminose e pesanti, e se installate nel bagagliaio ne riducono drasticamente la capacità utile. Inoltre, il peso aggiuntivo dei serbatoi varia tra i 70 e i 100 kg, influenzando l’altezza da terra dell’auto, la risposta delle sospensioni, i consumi e l’usura degli pneumatici.

Sistemi a iniezione diretta o indiretta

Un dettaglio tecnico importante durante la scelta del veicolo riguarda la tipologia di iniezione del motore a benzina su cui è installato l’impianto a gas:

  • motori ad iniezione indiretta: rappresentano la struttura ideale per la conversione a gas. In questo tipo di motore, una volta avviato a benzina e raggiunta la temperatura ideale di esercizio, l’auto viaggia al 100% con il combustibile alternativo, azzerando quasi del tutto il consumo di benzina;
  • motori ad iniezione diretta (TSI, TFSI, GDI, PureTech): gli iniettori della benzina sporgono direttamente all’interno della camera di combustione. Per evitare che si surriscaldino o si incrostino durante il funzionamento a gas, iniettano una percentuale costante di benzina (circa il 10-20%) insieme al gas. In fase d’acquisto occorre tenere presente che con l’iniezione diretta si continuerà a consumare ugualmente benzina, elemento da tenere in considerazione nel calcolo dei costi di gestione.

Cosa controllare prima di acquistare un’auto a gas usata

Se stai orientando la tua scelta verso un veicolo d’occasione a GPL o Metano, è bene effettuare una serie di verifiche sulla documentazione e sui componenti dell’impianto:

  • scadenza serbatoio GPL: il serbatoio va sostituito obbligatoriamente ogni 10 anni dalla data di prima immatricolazione o dal collaudo dell’impianto a gas. Controlla la data riportata sul libretto di circolazione o sulla targhetta della bombola; se la scadenza è vicina, dovrai preventivare il costo di sostituzione e omologazione;
  • scadenza bombole Metano: i serbatoi del Metano devono essere sottoposte a collaudo periodico ogni 4 anni se omologate secondo la normativa europea ECE R110, oppure ogni 5 anni se omologate secondo la normativa nazionale DGM. Verifica sempre la data sul documento di circolazione;
  • test di commutazione: durante la prova su strada dell’auto, avvia il motore completamente freddo così da verificare che funzioni regolarmente e osserva il momento in cui avviene il passaggio automatico da benzina a gas. Il cambio deve avvenire in modo fluido, senza che il minimo oscilli, senza esitazioni durante l’accelerazione o spegnimenti improvvisi del motore;
  • storico manutenzione: la manutenzione di questi impianti va effettuata regolarmente ogni anno. Sui motori con punterie meccaniche convertiti a gas, oltre alla sostituzione dei filtri va effettuata la registrazione del gioco valvole ogni 40000 chilometri per garantire il corretto funzionamento della testata.

Errori comuni in fase di scelta

Quando si valuta un’auto alimentata con combustibili alternativi si rischia spesso di fermarsi ai soli costi del carburante o alle cifre di acquisto. Ecco cosa valutare prima dell’acquisto per evitare gli errori più comuni:

  • valutare solo il prezzo del carburante: un’auto a GPL o Metano richiede una manutenzione periodica dedicata, che comprende la sostituzione dei filtri ogni anno o 20000 km, i vari controlli e tarature, l’impiego di candele d’accensione specifiche, elementi che comportano un costo leggermente superiore rispetto ai tagliandi di un’auto a sola benzina;
  • benzina ferma nel serbatoio: molti guidatori tendono a viaggiare con il serbatoio della benzina perennemente in riserva. Questo comportamento danneggia la pompa della benzina, che lavora non immersa e rischia di surriscaldarsi. Inoltre, la benzina lasciata per troppi mesi nel serbatoio tende a invecchiare, creando depositi che possono intasare la pompa o gli iniettori originali;
  • le prestazioni dei motori: nei motori aspirati i sistemi a GPL moderni garantiscono prestazioni quasi identiche alla benzina in quanto perdono circa il 2-3 %, mentre il metano può comportare una riduzione di potenza attorno al 10-15%, avvertibile soprattutto a pieno carico o nei percorsi in salita. Nei motori turbo questa perdita è ridotta notevolmente grazie all’utilizzo del turbocompressore.

I consigli del meccanico prima di decidere

Prima di prendere una decisione definitiva, valuta attentamente l’integrazione elettronica dell’impianto e la reperibilità dei componenti sul mercato:

  • impianti OEM: se intendi acquistare una vettura nuova, gli impianti installati direttamente dalla casa madre offrono una perfetta integrazione con l’elettronica di bordo, l’indicatore di livello integrato nel quadro strumenti, sedi valvole rinforzate già in fase di montaggio, calibrazione della ECU originale e testata secondo le normative vigenti;
  • impianti diffusi se acquisti un usato: scegliere motorizzazioni dotate di impianti di marche diffuse così da rendere di facile reperibilità i ricambi e l’assistenza presso qualsiasi officina specializzata.

Da Bolzano alla Mongolia in una Fiat Panda del ’99, comprata a pochi euro

Ventimila chilometri attraverso Europa e Asia, al volante di una Fiat Panda del 1999 pagata appena 150 euro. È il tipo di viaggio che sulla carta sembra una follia e che, invece, per due ragazzi di Bolzano è diventato una sfida da affrontare chilometro dopo chilometro. Alessandro Lattisi, 21 anni, e Mirko Trevisanato, 19, sono infatti impegnati nel Mongol Rally, uno dei raid automobilistici più duri e imprevedibili del panorama internazionale.

La loro compagna di viaggio è una vecchia Panda acquistata per una cifra che oggi basta a malapena per un pieno di carburante. Niente comfort moderni, nessuna tecnologia sofisticata e soprattutto niente aria condizionata. Solo un’utilitaria italiana di oltre vent’anni pronta a misurarsi con migliaia di chilometri di strade, sterrati, montagne e condizioni climatiche estreme.

La Panda del 1999 contro le steppe dell’Asia

La partenza è avvenuta a luglio da Bolzano, con un motto che racconta perfettamente lo spirito dell’impresa: “Se qualcosa si rompe, lo ripariamo”. Una filosofia quasi obbligata quando si affronta un raid simile a bordo di un’automobile acquistata per 150 euro.

La piccola Fiat ha già superato una delle prove più impegnative del viaggio: le steppe del Kazakistan, dove la temperatura ha raggiunto i 49 gradi. Un caldo estremo affrontato senza aria condizionata, con il motore sottoposto a uno stress continuo e l’abitacolo trasformato inevitabilmente in una sorta di forno. Eppure la Panda ha continuato a macinare chilometri. Non senza qualche problema, perché una vettura di oltre venticinque anni non può certo essere considerata immune da guasti quando viene sottoposta a un viaggio di questa portata.

Dalle forature alle montagne del Tagikistan

Dopo il Kazakistan, la spedizione ha attraversato l’Uzbekistan per poi dirigersi verso il Tagikistan. Qui la Panda ha dovuto affrontare uno dei passaggi più spettacolari dell’intero itinerario: la Pamir Highway, una delle strade più alte e remote del mondo.

I due ragazzi hanno raggiunto quota 4.600 metri di altitudine, portando la loro piccola utilitaria italiana in un ambiente completamente diverso da quello per cui era stata progettata. Aria rarefatta, temperature variabili, strade difficili e lunghissime distanze mettono alla prova sia la meccanica sia chi si trova al volante. E proprio quando la situazione sembrava poter diventare complicata, è arrivato anche l’aiuto inatteso delle persone incontrate lungo il percorso.

La solidarietà che salva il viaggio

Tra gli episodi più curiosi c’è quello che ha coinvolto la polizia kazaka. Dopo una foratura, i due giovani si sono ritrovati alle prese con uno dei problemi più banali per un’automobile, ma potenzialmente complicato quando ci si trova a migliaia di chilometri da casa.

Gli agenti intervenuti sul posto non si sono limitati ad aiutare i ragazzi: hanno anche pagato loro la riparazione. Un gesto che racconta un altro lato del Mongol Rally, quello dell’incontro con persone e comunità che, lungo la strada, possono diventare parte integrante dell’avventura. Perché in un viaggio del genere non conta soltanto arrivare al traguardo. Conta anche riuscire a proseguire quando qualcosa va storto.

Verso il traguardo, poi altri 10.000 chilometri

La spedizione non è ancora terminata. Nelle prossime settimane Lattisi e Trevisanato dovranno attraversare il Kirghizistan, prima di raggiungere il traguardo fissato al confine con la Mongolia. Ma per i due giovani altoatesini la vera maratona inizierà proprio dopo la conclusione del raid. La Panda dovrà infatti affrontare altri 10.000 chilometri per il viaggio di ritorno verso l’Europa, questa volta attraversando la Russia.

Alla fine saranno circa 20.000 i chilometri complessivi percorsi tra andata e ritorno. Un’impresa costruita con pochissimi soldi e tanta determinazione, affidandosi a una vecchia Panda, alla capacità di arrangiarsi e alla convinzione che ogni guasto possa essere risolto. È questa, forse, la vera forza del Mongol Rally: mettere una vecchia automobile davanti all’immensità dell’Asia e vedere fin dove riesce ad arrivare.

Multata per l’uso del cellulare alla guida si difende: ”In mano avevo una zucchina fritta”

Una sanzione per l’uso del telefono al volante si è trasformata in una lunga battaglia giudiziaria che ora rischia di approdare fino alla Corte di Cassazione. Protagonista della vicenda è una donna di 38 anni di Corno di Rosazzo (Udine) e i fatti sono riportati dall’ANSA.

I fatti

I fatti risalgono al 19 settembre 2020, quando una pattuglia dei Carabinieri ha fermato la conducente a Ronchi dei Legionari (Gorizia), contestandole la guida con lo smartphone in mano e notificandole una sanzione di 320 euro.

La donna ha respinto l’accusa sostenendo che non stava impugnando un cellulare, bensì uno spicchio di zucchina fritta che stava portando alla bocca. Per dimostrare la sua versione, la difesa ha presentato i tabulati telefonici (da cui non risultavano chiamate in corso) e ha sottolineato come la vettura fosse dotata di un sistema di vivavoce con comandi al volante. La donna ha inoltre sposto querela nei confronti dei militari, accusandoli di aver attestato il falso nel verbale.

Le decisioni dei giudici

Sia il Tribunale in primo grado sia la Corte d’Appello di Trieste hanno respinto la versione della conducente:

  • Primo grado: il giudice ha evidenziato che, durante il controllo su strada, la donna non ha avanzato alcuna contestazione immediata né menzionato la zucchina, sollevando tale giustificazione soltanto in sede di ricorso.

  • Secondo grado: i giudici d’appello hanno confermato la decisione, evidenziando che l’assenza di telefonate nei tabulati e la presenza del vivavoce non escludono un errore dei Carabinieri: uno smartphone, infatti, può essere utilizzato al volante anche per messaggistica o navigazione web. Inoltre, la presenza dell’ortaggio in auto non prova una svista da parte delle forze dell’ordine.

Con la conferma della sanzione e il rigetto del ricorso, la donna è stata condannata al pagamento di quasi 500 euro di spese legali. L’avvocato difensore ha già annunciato l’intenzione di ricorrere in Cassazione.

Maserati, si parla di un ritorno del V8

Maserati sta attraversando una fase delicata della sua storia e rappresenta un elemento centrale del programma futuro di Stellantis, che punta a ritagliarsi uno spazio da leader nel segmento delle auto di lusso, incrementando i volumi del Tridente in modo significativo.

Rimandato il passaggio a una gamma completamente a zero emissioni, il focus di Maserati è quello di ritornare protagonista del mercato, riavvicinandosi all’essenza del marchio e riproponendo tutti gli elementi che hanno reso il brand un punto di riferimento del settore delle quattro ruote.

Tra le opzioni sul tavolo c’è anche il ritorno di un motore V8. Si tratta di un’eventualità che potrebbe contribuire al rilancio di Maserati, soprattutto tra gli appassionati che non intendono rinunciare a motori “importanti”.

Ad anticipare questo scenario non è un leak o un’ipotesi di qualche insider. Nel corso di un’intervista con la testata australiana Carsales, Davide Danesin, capo ingegnere di Maserati, ha confermato l’idea, specificando che le architetture utilizzate attualmente dalla Casa sarebbero pronte per il V8.

Una possibilità da non trascurare

Danesin ha chiarito che l’idea di un ritorno del V8 è fattibile e, quindi, un motore di questo tipo potrebbe “potenzialmente tornare“. Si tratta di una possibilità per il futuro del Tridente ma, al momento, non ci sarebbe alcuna decisione in merito.

Maserati sta esplorando tutte le ipotesi a propria disposizione per capire come affrontare al meglio le sfide per il futuro. L’idea di rilanciare il motore V8 rappresenterebbe uno scenario molto interessante, anche se i modelli con questo propulsore andrebbero a contribuire solo in misura ridotta all’incremento dei volumi (necessario per Stellantis).

Si tratterebbe, però, di un’operazione di marketing potenzialmente ad alto impatto, soprattutto per modelli come la GranTurismo o la GranCabrio, attualmente dotati del V6 Nettuno, o anche di future vetture di alta gamma che potrebbero arrivare nel corso dei prossimi anni.

Un motore da sviluppare da zero?

C’è un dettaglio molto importante da chiarire: come spiegato da Danesin, infatti, i motori V8 disponibili nel Gruppo Stellantis sarebbero troppo grandi per adattarsi alle architetture Maserati. Di conseguenza, l’azienda dovrebbe avviare un lavoro di progettazione per andare a realizzare il motore giusto.

Un’ipotesi da tenere d’occhio è quella di sviluppare una variante del V6 Nettuno, in grado di adattarsi  alle piattaforme su cui sono prodotte le attuali vetture del Tridente. In questo modo, il progetto potrebbe essere più rapido e non ci sarebbe la necessità di ripartire da zero.

In ogni caso, c’è da tenere in considerazione la questione degli investimenti necessari al completamento di un nuovo motore V8. Stellantis ha la necessità di gestire al meglio le risorse disponibili e dovrebbe valutare con attenzione il da farsi, in vista dell’applicazione del nuovo piano.

L’azienda ha chiarito ormai che un ritorno del V8 sarebbe tecnicamente fattibile. Ora, però, bisognerà valutare i costi e i reali vantaggi, in termini economici, di realizzare un progetto di questo tipo. Maggiori dettagli in merito potrebbero arrivare nel corso dei prossimi mesi.

Guidare con l’eclissi solare, i rischi da non sottovalutare

L‘eclissi solare arriva oggi, mercoledì 12 agosto, e per l’Italia sarà uno spettacolo particolare: il disco del Sole verrà oscurato parzialmente proprio nelle ore del tramonto. Un appuntamento atteso da appassionati e curiosi, pronti a puntare telescopi e filtri certificati verso il cielo. Ma c’è una categoria che dovrà fare esattamente il contrario: gli automobilisti.

L’evento sarà visibile dall’Italia soltanto in forma parziale e con il Sole molto basso sull’orizzonte. Secondo l’Inaf, l’inizio è previsto intorno alle 19.30, mentre il massimo dell’eclissi cadrà attorno alle 20.20, con orari e percentuali di oscuramento differenti a seconda della zona.

Una coincidenza che trasforma un fenomeno astronomico affascinante in un possibile elemento di rischio per chi si troverà alla guida. Non perché l’eclissi abbia effetti misteriosi sull’automobile, ma perché la combinazione tra luce radente, tramonto e curiosità degli altri utenti della strada può creare situazioni imprevedibili.

Il primo errore da evitare

C’è una regola che non ammette eccezioni: gli occhialini utilizzati per osservare l’eclissi non devono essere indossati mentre si guida. Sono dispositivi progettati per filtrare la radiazione solare durante l’osservazione diretta e, al volante, ridurrebbero eccessivamente la visibilità della strada.

La soluzione non è nemmeno affidarsi a normali occhiali da sole per guardare il disco solare. Gli occhiali da sole comuni non sono dispositivi per l’osservazione dell’eclissi e non proteggono gli occhi dall’osservazione diretta del Sole. Per chi guida, quindi, il Sole va semplicemente ignorato: aletta parasole, parabrezza pulito e sguardo concentrato sulla carreggiata.

Il vero pericolo arriva dal tramonto

Il problema più concreto sarà rappresentato dalla posizione del Sole. L’eclissi raggiungerà il suo massimo quando il disco solare sarà già molto basso, rendendo particolarmente delicata la guida verso Ovest.

In queste condizioni l’abbagliamento può diventare improvviso e intenso. Un parabrezza sporco, soprattutto nella parte interna, può peggiorare ulteriormente la situazione: polvere e aloni diffondono la luce e creano riflessi proprio nel campo visivo del conducente.

Per questo è fondamentale partire con i vetri perfettamente puliti e utilizzare correttamente l’aletta parasole. Gli anabbaglianti possono inoltre aiutare a rendere il veicolo più visibile agli altri utenti della strada quando la luminosità naturale comincia a diminuire.

L’eclissi può distrarre chi è al volante

Il rischio maggiore, tuttavia, potrebbe arrivare dalle persone. Un fenomeno astronomico così raro è sufficiente per trasformare una normale strada in un luogo di osservazione improvvisato.

Un automobilista potrebbe essere tentato di rallentare per guardare il cielo, scattare una fotografia dal finestrino oppure fermarsi in un punto non consentito. Ancora più imprevedibili possono essere i comportamenti di pedoni, ciclisti e utenti dei monopattini, soprattutto nei centri abitati.

La regola, in questi casi, è elementare: niente fotografie mentre si guida e nessuna manovra improvvisa per cercare una visuale migliore. Aumentare la distanza di sicurezza dagli altri veicoli può essere una precauzione utile per assorbire eventuali frenate inattese.

Dove fermarsi per vedere l’eclissi senza rischi

Chi vuole godersi lo spettacolo deve programmare la sosta prima di mettersi in viaggio. Fermarsi sulla carreggiata autostradale o utilizzare impropriamente la corsia di emergenza per osservare il cielo non è una soluzione: quella corsia è riservata alle emergenze e alle situazioni previste dal Codice della strada.

Le sanzioni possono essere pesanti. Per alcune violazioni dell’articolo 176 è prevista una multa fino a 1.731 euro e, nei casi più gravi previsti dalla norma, anche la sospensione della patente da due a sei mesi. Meglio quindi uscire dall’autostrada e raggiungere un parcheggio, un’area di sosta autorizzata o un altro luogo sicuro prima dell’inizio dell’evento.

Gli orari da ricordare

L’eclissi parziale sarà visibile in Italia indicativamente tra le 19.30 e le 20.40, con differenze significative tra le città. A Torino inizierà intorno alle 19.28 e raggiungerà il massimo alle 20.21, con circa il 93% del Sole oscurato. A Milano il massimo è atteso alle 20.20, con oltre il 92% di copertura, mentre a Roma il culmine arriverà prima, intorno alle 20.11. Al Sud l’oscuramento sarà invece meno marcato.

Il cielo, dunque, offrirà uno spettacolo fuori dal comune. Ma per chi è in automobile la raccomandazione è molto meno spettacolare e decisamente più importante: niente occhi al cielo, niente fotografie e niente soste improvvisate. Durante l’eclissi, come sempre, la priorità resta una sola: la strada.

Targhe polacche in Italia, la Polonia prevede la radiazione dei veicoli non assicurati

Per anni è stato considerato uno dei sistemi più discussi per aggirare gli elevati costi dell’assicurazione auto. Un meccanismo che ha consentito a migliaia di veicoli utilizzati quotidianamente in Italia di circolare con targa polacca, beneficiando di condizioni economiche più vantaggiose rispetto a quelle previste dal mercato italiano. Ora, però, da Varsavia arriva un segnale che potrebbe cambiare radicalmente lo scenario.

Le autorità polacche stanno infatti lavorando a una serie di modifiche legislative che puntano a colpire i casi più controversi legati all’utilizzo di veicoli immatricolati in Polonia ma impiegati stabilmente all’estero. Nel mirino non c’è tanto il noleggio internazionale in sé, quanto i casi in cui mancano assicurazione valida e revisione regolare, una combinazione che rischia di trasformare un’apparente opportunità di risparmio in un problema molto serio per automobilisti e vittime di incidenti.

Il fenomeno delle targhe polacche

Negli ultimi anni il ricorso alle targhe polacche è diventato un fenomeno sempre più diffuso. Il sistema, nella sua forma più nota, prevede che il proprietario di un’automobile ceda formalmente il veicolo a una società con sede in Polonia. Quest’ultima provvede all’immatricolazione e successivamente restituisce l’auto attraverso un contratto di noleggio.

Sulla carta si tratta di una procedura legale. Tuttavia, secondo le autorità polacche, attorno a questo meccanismo si sono sviluppate pratiche irregolari che riguardano soprattutto la copertura assicurativa e le verifiche tecniche obbligatorie. Il problema emerge quando il veicolo continua a circolare quotidianamente fuori dai confini polacchi senza che vengano rispettati gli obblighi previsti dalla normativa del Paese di immatricolazione.

L’allarme sui veicoli senza assicurazione

A spingere Varsavia verso una stretta normativa sono soprattutto i numeri. Secondo i dati del PBUK, l’Ufficio Polacco degli Assicuratori Automobilistici, nel 2025 sono stati registrati 3.188 sinistri all’estero causati da veicoli immatricolati in Polonia ma privi di una copertura assicurativa valida. Si tratta di un dato impressionante se confrontato con quello del 2024, quando i casi erano stati 1.574. In appena dodici mesi il fenomeno è quindi più che raddoppiato.

Secondo l’ente polacco, una quota significativa di questi episodi riguarda veicoli che risultano formalmente immatricolati in Polonia ma che vengono utilizzati abitualmente in altri Paesi europei. Quando si verifica un incidente, è il PBUK a intervenire per garantire il risarcimento alle persone danneggiate. Successivamente, però, l’organismo può rivalersi nei confronti dei responsabili. Non a caso sono già centinaia le azioni legali avviate per recuperare le somme versate ai danneggiati.

Il nodo delle revisioni fantasma

Oltre alla questione assicurativa, le autorità guardano con crescente preoccupazione anche al tema delle revisioni tecniche. Le norme polacche prevedono infatti che i controlli periodici vengano effettuati nel Paese di immatricolazione. Per chi utilizza stabilmente il veicolo all’estero, però, riportare fisicamente l’auto in Polonia può risultare costoso e poco pratico.

Da qui nascerebbero pratiche elusive che consentirebbero di far arrivare oltreconfine soltanto la documentazione necessaria, senza che il veicolo venga realmente sottoposto alle verifiche previste. Una situazione che solleva inevitabili interrogativi sulla sicurezza stradale, considerando che sulle strade europee potrebbero continuare a circolare mezzi mai controllati o non più conformi agli standard tecnici richiesti.

La soluzione: radiazione automatica

La risposta allo studio delle autorità polacche è destinata a essere particolarmente severa. Le nuove proposte prevedono infatti la cancellazione automatica dal registro automobilistico dei veicoli che non risultano in regola con assicurazione e revisione.

Una misura che avrebbe conseguenze immediate. Un’auto radiata perderebbe infatti la possibilità di circolare legalmente e i suoi utilizzatori potrebbero essere chiamati a rispondere direttamente dei danni provocati in caso di incidente.

L’obiettivo dichiarato è chiudere le falle di un sistema che negli ultimi anni ha favorito abusi e irregolarità. Un intervento che potrebbe avere effetti anche fuori dalla Polonia, considerando il numero crescente di veicoli che sfruttano questo particolare meccanismo di immatricolazione per ridurre i costi di gestione.

Emergenza pneumatici in questa estate rovente: aumentano scoppi e guasti

L’estate del 2026 verrà ricordata per le temperature record, le notti tropicali e le ondate di calore che hanno investito gran parte dell’Europa. Ma se gli effetti sulla salute delle persone sono ormai ben noti, c’è un altro protagonista silenzioso che sta pagando il conto dell’afa: l’automobile. In particolare, gli pneumatici stanno diventando uno degli elementi più vulnerabili di fronte a un clima sempre più estremo.

Le officine e i centri specializzati segnalano un incremento degli interventi legati a gomme deteriorate, scoppi improvvisi e problemi causati dalle alte temperature. Un fenomeno che non riguarda soltanto i lunghi viaggi estivi, ma anche l’utilizzo quotidiano dell’auto nelle città, dove l’asfalto raggiunge temperature che possono superare abbondantemente i 60 gradi.

Quando il caldo diventa un nemico

Gli pneumatici rappresentano l’unico punto di contatto tra l’automobile e la strada. Per questo motivo sono anche uno dei componenti più esposti agli effetti delle condizioni climatiche.

Le elevate temperature accelerano infatti il processo di invecchiamento della gomma. Il materiale tende a perdere elasticità, può seccarsi e, nei casi più gravi, sviluppare screpolature e microfratture che compromettono la resistenza strutturale dello pneumatico. A prima vista il battistrada può sembrare ancora in condizioni accettabili, ma il degrado può nascondersi nei fianchi o negli strati interni della carcassa.

Il rischio aumenta ulteriormente quando l’auto viene lasciata per lunghi periodi sotto il sole, magari parcheggiata all’aperto senza alcuna protezione. L’esposizione continua ai raggi ultravioletti e alle alte temperature accelera il deterioramento dei materiali e riduce la capacità dello pneumatico di sopportare gli stress della marcia.

Pressione e temperatura da monitorare

Uno degli aspetti più sottovalutati dagli automobilisti riguarda la pressione di gonfiaggio. Con il caldo l’aria contenuta all’interno dello pneumatico si espande, modificando i valori di esercizio e aumentando le sollecitazioni sulla struttura.

Viaggiare con una pressione non corretta significa esporre la gomma a un’usura irregolare e a un maggiore rischio di danneggiamento. Nei casi più estremi si può arrivare allo scoppio improvviso, soprattutto durante la percorrenza autostradale, quando velocità elevate e asfalto rovente creano le condizioni più critiche.

Gli esperti consigliano di verificare la pressione a pneumatici freddi prima di affrontare lunghi spostamenti e di ripetere il controllo con maggiore frequenza durante i mesi più caldi dell’anno.

Non solo afa: marciapiedi, buche e dossi

Il caldo, però, non è l’unico responsabile dei danni agli pneumatici. Molte criticità nascono da urti apparentemente banali contro marciapiedi, buche o rallentatori artificiali.

Le gomme a spalla ribassata, sempre più diffuse sulle automobili moderne, sono particolarmente sensibili a questo tipo di sollecitazioni. Un impatto può provocare lesioni interne, schiacciamenti o le cosiddette ernie del pneumatico, rigonfiamenti che indeboliscono la struttura e possono trasformarsi in un serio problema di sicurezza.

Quando queste condizioni si combinano con il caldo estremo, il rischio aumenta sensibilmente. Uno pneumatico già compromesso tende infatti a cedere più facilmente quando viene sottoposto a temperature elevate e a lunghi tragitti.

I segnali da non ignorare prima di partire

Molti automobilisti controllano esclusivamente la profondità del battistrada. In realtà lo stato di salute di una gomma si valuta osservando diversi elementi.

Crepe sui fianchi, screpolature, deformazioni e rigonfiamenti rappresentano campanelli d’allarme da non sottovalutare. Anche un veicolo che percorre pochi chilometri può presentare pneumatici deteriorati a causa dell’età o dell’esposizione prolungata agli agenti atmosferici.

Con le vacanze estive ancora nel vivo e milioni di italiani in viaggio, una semplice verifica preventiva può fare la differenza tra una partenza tranquilla e una sosta forzata sul ciglio dell’autostrada. Perché il caldo mette a dura prova tutti, ma quando si parla di sicurezza stradale sono spesso quattro metri quadrati di gomma a fare la differenza.

Trump dichiara di avere il controllo sullo stretto di Hormuz

Donald Trump assicura che lo Stretto di Hormuz è libero e sotto il pieno controllo della Marina americana. Ma sui mercati il messaggio sembra non bastare. Mentre il presidente degli Stati Uniti sostiene che il passaggio strategico del Golfo Persico sia stato completamente bonificato dalle mine e che le navi possano attraversarlo sotto la protezione statunitense, il petrolio torna a correre. Il Brent è risalito fino a 90 dollari al barile, con un incremento del 2,6%, mentre il Wti americano ha guadagnato il 2,8%, portandosi a 84,4 dollari.

È il paradosso di una crisi che continua a pesare sulle materie prime: Washington rivendica il controllo del principale corridoio energetico della regione, ma gli armatori sembrano ancora muoversi con estrema cautela.

Trump: “Controlliamo questa zona al 100%”

Parlando con i giornalisti alla Casa Bianca, Trump ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz è “completamente aperto” e che il controllo del passaggio sarebbe nelle mani della Marina degli Stati Uniti. Il presidente ha spiegato che le forze americane avrebbero anche provveduto a bonificare l’area dalle mine, individuando gli ordigni eventualmente posizionati.

La posizione della Casa Bianca è dunque netta: Hormuz sarebbe operativo e gli Stati Uniti avrebbero la capacità di decidere quali navi possono transitare attraverso lo stretto. Una dichiarazione che punta a rassicurare i mercati e soprattutto il settore marittimo, ma che si scontra con una realtà ancora caratterizzata da un traffico estremamente ridotto.

Poche navi nel passaggio più importante

I dati elaborati da Kpler fotografano infatti uno scenario molto diverso da quello di un normale corridoio commerciale. Nella giornata monitorata, soltanto sei navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz, contro una media di circa 11 registrata nei dieci giorni precedenti.

Il dato diventa ancora più significativo se confrontato con i livelli precedenti al conflitto. In condizioni normali, attraverso questo passaggio transitavano circa 130-140 navi al giorno. La distanza tra i due numeri racconta meglio di qualsiasi dichiarazione quanto la situazione sia ancora lontana dalla normalità.

Nello specifico, quattro navi mercantili sono entrate nello stretto, tra cui due petroliere vuote, mentre soltanto due imbarcazioni ne sono uscite: una piccola petroliera carica di gas di petrolio liquefatto e una nave che trasportava combustibili residui.

Il petrolio reagisce all’incertezza

È proprio questa incertezza a continuare ad alimentare la tensione sui mercati energetici. Nonostante le rassicurazioni provenienti da Washington, gli operatori stanno incorporando nelle quotazioni il rischio che la circolazione delle navi possa rimanere limitata ancora a lungo.

Il risultato è una nuova accelerazione del greggio. Il Brent torna a 90 dollari al barile, mentre il Wti raggiunge quota 84,4 dollari. Un movimento che riporta l’attenzione sul possibile impatto della crisi sulle economie occidentali, considerato il ruolo di Hormuz nel commercio mondiale di energia.

Trump mette sul tavolo tre strategie contro l’Iran

La questione dello stretto si inserisce inoltre in una partita molto più ampia con l’Iran. Trump ha spiegato di avere tre possibili strategie nei confronti di Teheran: continuare con la pressione economica già esercitata, colpire l’Iran in maniera ancora più dura oppure puntare direttamente alla sua sconfitta economica.

Il presidente americano ha descritto l’economia iraniana come fortemente compromessa, sostenendo che Washington abbia un controllo significativo sulle risorse finanziarie del Paese. Intanto, sul vicino Stretto di Bab el-Mandeb, il traffico appare decisamente più stabile. Secondo Kpler, ieri lo hanno attraversato 25 navi, contro una media di quasi 24 nei dieci giorni precedenti.

La partita vera resta dunque concentrata su Hormuz. Trump dice che il passaggio è libero e controllato dagli Stati Uniti. I numeri del traffico marittimo, invece, raccontano ancora una storia molto diversa. E il petrolio, tornato a 90 dollari, sembra dare più peso alla seconda versione.

Bonus trasporti, fino a 400 euro: requisiti e come fare domanda

I beneficiari potranno ottenerlo nel 2027 sino a un massimo di 400 euro con un tetto Isee fissato a 20.000 euro. Verranno considerati anche altri fattori, come la distanza dal luogo di studio o lavoro, ma cerchiamo di analizzare la disciplina punto per punto per offrire un quadro chiaro. Prima di tutto non dovrebbe esserci un click day, ma dovrebbe funzionare con l’inserimento della persona in una classifica, in base all’Isee e altre caratteristiche personali, come la proprietà di un’auto.

Si otterrà un punteggio in graduatoria che stabilirà anche l’importo esatto dell’aiuto, che potrà partire da un minimo di 100 sino a un massimo di 400 euro. Un funzionamento non diverso dal Bonus sociale energia plus in bolletta, sostegno voluto dal Governo e già integrato nel Piano sociale per il clima. Il testo non è ancora definitivo, perché dovrà superare la delicata fase di negoziati con la Commissione europea.

In vigore dal 2027

Con la crescita dei prezzi dei carburanti, con conseguente aumento dei biglietti dei mezzi pubblici, è stato programmato un nuovo meccanismo europeo Ets2, che diventerà pienamente attivo nel 2028. Con il Bonus traporti ciascun individuo che rientra nei parametri potrà gestire un conto personale per comprare biglietti e abbonamenti per i vari servizi di trasporto pubblico locale. Con una durata di 12 mesi non potrà essere cumulato con altri Bonus trasporti regionali o comunali.

L’utente potrà accedere a una piattaforma online, chiamata PMES (Piattaforma della Mobilità Ecosolidale). Per avere gli sconti potranno essere usati i QR Code, come già accaduto in passato per gli altri Bonus trasporti. Per chi non ha una particolare dimestichezza con la sfera digitale si potranno avere dei metodi alternativi, sia per telefono o anche con assistenza di persona. I lavoratori dipendenti avranno una possibilità extra. Saranno le loro aziende, in modo discrezionale, a scegliere di aumentare l’importo del Bonus mettendoci dei soldi propri.

Un consistente numero di 1,65 milioni di persone all’anno dovrebbero rientrare nella graduatoria, senza l’affannosa corsa al click day. Il valore dell’Isee assegnerà fino a 60 punti, mentre altri 20 punti dipenderanno dalla distanza dal luogo di lavoro o studio, e altri 20 da fattori diversi. Il totale che si può raggiungere quindi è di 100, partendo da 0.

I requisiti economici

Chi presenta un Isee di oltre i 20mila euro non potrà beneficiare del Bonus. Chi ha un Isee sotto i 10mila euro avrà il punteggio massimo, ovvero 60 punti. Non mancheranno gli scaglioni intermedi da 45 punti (sotto i 15mila euro) e 25 punti (sopra i 15mila euro).

Sarà importantissimo anche il requisito di distanza tra la casa e il luogo di studio o lavoro (per persone disoccupate, precarie, autonome che prenderà in considerazione la città indicata come destinazione abituale): il punteggio massimo di 20 punti sarà ad appannaggio di coloro che supereranno i 30 chilometri di distanza; oltre i 10 chilometri si otterranno 10 punti, sotto quella soglia soli 5 punti. Come detto, 10 punti extra verranno indirizzati a coloro che non possiedono un’auto; altri 10 punti a chi, nel passato recente, ha avuto un abbonamento ai mezzi mensile o annuale.

Chi raggiungerà un punteggio sotto i 35 punti non riceverà il Bonus, a meno che la graduatoria non scorra. Vi sono categorie che automaticamente raggiungeranno i 100 punti. Si tratta di:

  • Caregiver familiari che assistono persone con disabilità;
  • Persone con disabilità;
  • Persone sottoposte a trattamenti sanitari continuativi che richiedono viaggi continui.

Sono previsti tre scaglioni di beneficiari: chi avrà 400 euro all’anno; chi avrà 200 euro all’anno; e chi avrà 100 euro all’anno. Il calcolo viene effettuato in base al punteggio individuale:

  • Con almeno 80 punti si avranno 400 euro;
  • Con almeno tra 55 e 79 punti si avranno 200 euro;
  • Chi ha ottenuto tra 35 e 54 punti riceverà 100 euro.