L’avanzata cinese non si ferma, Geely aggira i dazi grazie alle fabbriche Volvo

La crescita delle auto cinesi in Europa continua. I tentativi di arginare la diffusione delle vetture in arrivo dalla Cina hanno portato alcuni costruttori ad adottare nuove strategie, arrivando ad annullare l’effetto dei dazi e di altre misure di contrasto. Una nuova conferma in tal senso arriva da Geely che ha “risolto” il problema dei dazi puntando sulle fabbriche europee di Volvo.

Una nuova strategia

A chiarire i piani di Geely è stato An Conghui, nuovo presidente dell’azienda che ha raccolto il testimone dal fondatore, Li Shufu, rimasto alla guida di Geely Holding Group. In occasione della presentazione dei risultati del primo semestre del 2026, il nuovo presidente ha chiarito quale sarà la nuova mossa con cui l’azienda punterà a conquistare il mercato del vecchio continente.

A partire dal 2028, infatti, gli stabilimenti Volvo diventeranno un hub di riferimento per la produzione di vetture di fascia alta del Gruppo. In particolare, la Casa punterà su due impianti, uno in Svezia e uno in Belgio, oltre alla Gigafactory, in costruzione in Slovacchia. In questo modo, Geely potrà contare su tre impianti attivi sul mercato europeo e in grado di ospitare la produzione di modelli e componenti, senza la necessità di trasportare le vetture dalla Cina.

Il focus sarà il segmento premium. Oltre ai modelli della stessa Volvo, gli impianti produrranno, probabilmente, anche modelli Zeekr e Lynk & Co. In particolare, secondo quanto rivelato da Car News China, Geely potrebbe realizzare i crossover Zeekr 8X, Zeekr 9X e il Lynk & Co 900. Queste vetture entreranno in concorrenza diretta con i vari modelli premium del mercato europeo e, in particolare, con le proposte delle Case costruttrici tedesche.

Ricordiamo che Geely ha in programma il lancio di 6 nuovi modelli entro fine 2026 sul mercato.

Un’alleanza con Ford

L’uso delle fabbriche Volvo è solo una parte (molto importante) della strategia di crescita di Geely che sta lavorando a una nuova partnership con Ford. Grazie a quest’alleanza, l’azienda cinese potrà utilizzare gli impianti di quella americana attualmente attivi in Spagna, incrementando ulteriormente la quota di vetture prodotte direttamente in Europa.

Ci troviamo di fronte, quindi, a un piano di espansione molto ambizioso e, senza dubbio, studiato nei minimi dettagli. Per aggirare dazi e qualsiasi altro tipo di ostacolo che l’UE potrebbe implementare per contrastare l’espansione delle auto cinesi, Geely punta a creare una rete produttiva radicata sul territorio.

Si tratta di una strategia adottata anche da altre Case cinesi, come BYD che ha avviato la produzione direttamente in Europa, e che può rappresentare un problema, non di poco conto, per i costruttori Ue, alle prese con una concorrenza sempre più agguerrita e ambiziosa.

Per quanto riguarda l’economia europea, invece, la notizia ha una doppia chiave di lettura. Spostare la produzione dalla Cina, infatti, può creare un indotto non trascurabile, contribuendo alla crescita del settore automotive continentale, in un contesto di mercato sempre più complicato e ricco di concorrenti.

Staremo a vedere quali saranno le prossime mosse di Geely in merito all’espansione europea.

Furgone rubato sperona la polizia e forza il posto di blocco, fuga in Italia

Un uomo a bordo di un furgone rubato è andato nel panico, evitando di fermarsi a un posto di blocco. Dopo aver urtato due pattuglie ha scelto la fuga, con un inseguimento che è iniziato in Svizzera e si è concluso in Italia. Mercoledì mattina è scattato l’allarme lungo la A2, dove un mezzo con targhe svizzere è sfuggito ai controlli dirigendosi verso il confine.

Nella zona di Cadorago, in provincia di Como, l’uomo all’interno del veicolo non è riuscito a scappare, mentre il passeggero è sparito nel nulla e risulta ancora ricercato. Nel furgone sono state trovate quattro biciclette elettriche rubate.

Inutili i tentativi di fermarlo prima

Alle 6 del mattino, alla Centrale d’allarme Cecal del Cantone Ticino, è giunta la segnalazione relativa a un furgone con targhe svizzere. Il mezzo, ricercato per furto, stava affrontando la A2 in direzione sud a velocità sostenuta.

Nonostante l’alt, il conducente non ha tolto il piede dall’acceleratore. Durante la fuga il furgone ha provocato danni ingenti al veicolo della Polizia cantonale. In seguito è stata coinvolta anche una pattuglia della Polizia comunale di Chiasso.

In preda a un delirio da film d’azione, la fuga del mezzo è proseguita verso il confine italiano. Nel tentativo di bloccare il furgone era stato predisposto un posto di controllo alla dogana di Brogeda, ma anche questo dispositivo è risultato inutile. L’uomo al volante ha continuato la corsa nel territorio italiano.

Una dinamica pericolosa, considerando l’orario e la velocità raggiunta durante le fasi dell’inseguimento. Messo alle strette, piuttosto che arrendersi, l’uomo ha continuato verso sud dopo aver già urtato i veicoli delle forze dell’ordine.

Bloccato a Cadorago

Grazie agli accordi di cooperazione tra Italia e Svizzera, le pattuglie della Polizia cantonale hanno potuto proseguire l’inseguimento oltre confine. Dopo diversi chilometri percorsi, nella zona di Cadorago, il furgone è stato fermato e gli agenti hanno potuto accertarsi del contenuto del mezzo. All’interno sono state recuperate quattro e-bike rubate. Un dettaglio importante che creerà ulteriori problemi al conducente.

Gli accertamenti delle autorità chiariranno la provenienza delle biciclette e le circostanze in cui sono state sottratte. Fermato il cittadino marocchino, che si è reso responsabile di una fuga che avrebbe potuto finire malissimo. La seconda persona presente a bordo è riuscita per ora a far perdere le proprie tracce. Date le dinamiche non sarà facile trovare il fuggitivo. L’episodio ci permette di ricordarvi anche le conseguenze penali di un mancato stop alle forze dell’ordine.

L’articolo 337 del c.p. spiega che se la fuga o il mancato stop avvengono eseguendo manovre pericolose per evitare il controllo o mettendo a rischio l’incolumità degli agenti e dei passanti, si configura un reato penale punito con la reclusione da 6 mesi a 5 anni. L’illecito per fuga pericolosa (art. 192 comma 7-bis Cds) offre una normativa specifica che prevede sempre la reclusione da 6 mesi a 5 anni, ma anche la sospensione della patente da 1 a 2 anni e la confisca del veicolo in caso di fuga pericolosa durante l’alt.

L’intera dinamica dovrà ora essere ricostruita nei dettagli dalle autorità, anche per accertarsi della provenienza delle biciclette elettriche trovate a bordo del mezzo.

Torna lo straccia bollo, come sanare i debiti senza interessi né sanzioni

La Regione Sicilia rioffre ai cittadini la possibilità di mettersi in regola con il bollo auto arretrato senza pagare sanzioni né interessi. L’agevolazione riguarderà le posizioni non pagate, in tutto o in parte, al 31 dicembre 2025 e permetterà di adempiere ai propri obblighi entro il 31 ottobre 2026. L’obiettivo è chiaro: aiutare i privati a gestire le difficoltà economiche, inasprite a seguito dalla crisi di questo difficile periodo storico.

La disposizione è stata pubblicata il 14 agosto scorso sulla Gazzetta ufficiale della Regione Sicilia, ma per poter presentare le domande occorrerà attendere ancora qualche giorno. La misura diventerà operativa con il decreto attuativo dell’assessore regionale all’Economia, attualmente in fase di predisposizione, che stabilirà modalità e procedure per accedere alla definizione agevolata.

Da tenere a mente che il 31 ottobre 2026 si chiuderà la finestra sull’iniziativa, preposta ad aiutare chi, per impossibilità o semplici dimenticanze, non è riuscito a sanare la rispettiva posizione tributaria in precedenza.

Cosa si potrà pagare

Le agevolazioni non riguardano solo il bollo auto, ma anche le tasse sulle concessioni governative e ad altre entrate patrimoniali della Regione. Si procederà secondo il principio della regolarizzazione spontanea: chi ha somme dovute alla Regione e rientra nei requisiti previsti potrà versare quanto dovuto evitando il peso di sanzioni e interessi.

Prima di appianare eventuali esposizioni debitorie, tuttavia, i contribuenti dovranno attendere il decreto dell’assessorato all’Economia, che annuncerà come presentare l’istanza e come effettuare i pagamenti. Le misure comprenderanno i seguenti debiti:

  • bollo auto;
  • tasse sulle concessioni governative;
  • altre entrate patrimoniali regionali.

Ultimo passaggio decisivo

Solo dopo l’emanazione del decreto attuativo dell’assessore regionale all’Economia Alessandro Dagnino si potrà procedere ad appianare posizioni non pagate, in tutto o in parte, al 31 dicembre 2025. Il provvedimento, già in preparazione, dovrà specificare le procedure operative necessarie per accedere all’agevolazione.

Verranno definite le modalità attraverso le quali i cittadini potranno verificare la propria posizione, procedendo con la richiesta per fare i versamenti. Con la legge di Bilancio dello Stato, le Regioni hanno facoltà di disciplinare autonomamente le forme di definizione delle proprie entrate.

Già negli anni scorsi lo straccia bollo auto, così come è stato battezzato, ha rappresentato una delle manovre economiche più importanti della Regione. Il presidente della Sicilia Renato Schifani è sicuro che, dopo i buoni risultati precedenti, lo straccia bollo darà ottimi effetti anche stavolta. Schifani ha spiegato:

“Il mio governo promuove un fisco amico dei cittadini e, per questa ragione, abbiamo accolto la proposta di introdurre anche quest’anno lo straccia bollo”.

Secondo il governatore, la misura già collaudata nella precedente edizione ha spinto la Regione a riproporre l’agevolazione, offrendo una chance a famiglie e contribuenti di sanare le proprie pendenze senza sostenere il peso aggiuntivo di sanzioni e interessi. Recuperando le somme dovute alla Regione si andrà ad agevolare il rapporto tra amministrazione e cittadini.

Nuova Carta europea della disabilità, addio al vecchio pass: come cambia

Novità in arrivo per milioni di persone con disabilità che si spostano in auto, in Italia e all’estero. Il Consiglio dei ministri ha dato il primo via libera al decreto che introduce nel nostro Paese la Carta europea della disabilità, insieme a un nuovo contrassegno di parcheggio che sostituirà l’attuale Cude.

Il testo non è ancora legge, ma segna comunque una svolta attesa da tempo per chi ogni giorno fa i conti con permessi da rinnovare e regole diverse da uno Stato all’altro.

Meno burocrazia

Il 4 agosto il governo ha approvato in via preliminare il decreto legislativo che recepisce la direttiva europea con cui, già nel 2024, era stata istituita la Carta europea della disabilità. Il provvedimento dovrà ora passare al vaglio delle commissioni parlamentari prima di tornare sul tavolo del Consiglio dei ministri per l’approvazione definitiva, quindi non è ancora operativo. Ma la direzione è chiara.

La modifica più concreta riguarda la durata: il pass per la sosta e la circolazione, oggi valido cinque anni come previsto dalla legge italiana, salirà a dieci. Per chi ha una certificazione di invalidità permanente, poi, arriva un’altra semplificazione non da poco, il rinnovo automatico alla scadenza. Non servirà più presentare ogni volta una nuova documentazione medica, con tutto quello che questo comporta in termini di appuntamenti, certificati e codice attese negli uffici.

Cambia anche l’aspetto pratico del contrassegno, che avrà una veste grafica uniforme su tutto il territorio europeo, pensata per azzerare i dubbi delle forze dell’ordine durante i controlli su strada. Fino a oggi, infatti, la produzione del tesserino era delegata ai singoli enti locali, con risultati spesso disomogenei e ritardi non da poco nel rilascio.

Valido per tutta Europa

La novità che più cambia le cose, però, riguarda la dimensione internazionale. Il nuovo contrassegno sarà riconosciuto in tutti i 27 Stati membri dell’Unione europea, dove chi ha una disabilità potrà parcheggiare seguendo le stesse regole valide per i residenti locali. Basta quindi con la necessità di verificare, prima di ogni viaggio, se il proprio pass venga riconosciuto o meno nel Paese di destinazione.

Il principio alla base è quello del riconoscimento reciproco: la Carta europea della disabilità e il contrassegno rilasciati da un altro Stato membro varranno in Italia esattamente come quelli nazionali, e viceversa, per tutta la durata del soggiorno. L’Italia, tra l’altro, si sta muovendo con un certo anticipo rispetto ai tempi fissati da Bruxelles, dato che la direttiva comunitaria concede agli Stati membri tempo fino al 5 giugno 2027 per adeguare i propri ordinamenti, mentre le nuove regole dovranno essere pienamente operative in tutta l’Unione a partire dal 5 giugno 2028.

Come richiederlo

Nel frattempo, chi possiede già un contrassegno disabili non deve considerare la nuova durata come automatica: fino al completamento dell’iter legislativo restano valide le regole attuali. Quando il decreto entrerà pienamente in vigore, la Carta europea della disabilità sarà rilasciata gratuitamente dall’INPS, sia in formato fisico che digitale.

La domanda per il nuovo tagliando potrà essere presentata sia presso gli uffici comunali sia online. Chi sceglie la strada digitale non pagherà nulla, mentre chi si rivolge agli sportelli comunali dovrà mettere in conto i tradizionali diritti di segreteria.

Per chi vive con una disabilità e si sposta spesso tra confini diversi, per lavoro, studio o semplicemente per una vacanza, la Carta europea della disabilità punta a colmare un divario noto da anni: agevolazioni e riconoscimenti validi in Italia che, fino a oggi, si fermavano puntualmente al confine.

Nuovi bonus in arrivo per le colonnine di ricarica domestica

Bruxelles ha aperto le porte a nuove sovvenzioni per le infrastrutture domestiche di ricarica dei veicoli elettrici, inserendole in un pacchetto più ampio di misure che allentano i vincoli di bilancio sul fronte energia. Una mossa che potrebbe incentivare a dotarsi di un punto di ricarica privato.

Nuove deroghe ai vincoli del Patto di stabilità

Tutto nasce da una clausola di salvaguardia che la Commissione europea ha deciso di attivare per le spese legate alla transizione energetica. In pratica, i governi nazionali potranno sforare i tetti di bilancio previsti dal Patto di stabilità fino a un massimo dello 0,6% del Pil cumulato tra il 2026 e il 2028, con un limite dello 0,3% all’anno, restando comunque dentro il tetto complessivo dell’1,5% riservato alle spese per la difesa.

Per stabilire quali interventi possano rientrare in questa flessibilità, Bruxelles ha pubblicato un elenco definito “esemplificativo e non esaustivo” di 22 voci ammissibili. Un ventaglio piuttosto ampio che spazia dagli incentivi per le ristrutturazioni edilizie fino agli investimenti nelle centrali nucleari, passando naturalmente per le infrastrutture di ricarica elettrica, tanto domestiche quanto pubbliche.

Caldaie e ricarica domestica auto elettriche

Guardando più da vicino cosa cambia per le famiglie, la lista prevede diverse forme di sostegno: sovvenzioni per impianti geotermici e solari, contributi per i sistemi di accumulo energetico installati in casa, incentivi per sostituire le vecchie caldaie a combustibili fossili con soluzioni più pulite come le pompe di calore, e appunto sovvenzioni per installare infrastrutture domestiche di ricarica dei veicoli elettrici.

Così chi possiede un’auto elettrica o sta valutando di acquistarne una potrà contare, nei prossimi mesi, su un sostegno statale per l’installazione della wallbox in garage o nel proprio vialetto. Una misura che punta a rendere la ricarica domestica più accessibile, superando uno degli ostacoli più citati da chi ancora esita a passare all’elettrico: la difficoltà, o il costo, di dotarsi di un punto di ricarica privato affidabile.

Le misure non si fermano al fronte domestico. Anche le imprese potranno beneficiare di incentivi fiscali dedicati alla realizzazione di infrastrutture di ricarica, così da spingere l’elettrificazione dei parcheggi aziendali a vantaggio di flotte e dipendenti. E il settore pubblico avrà spazio per investimenti consistenti nelle infrastrutture di ricarica lungo le strade, oltre che nei trasporti urbani puliti, come tram e metropolitane, e nelle infrastrutture ferroviarie.

Non si parla di veicoli elettrici

C’è però un punto che merita di essere sottolineato, perché smorza un po’ gli entusiasmi di chi sperava in un aiuto diretto all’acquisto. Nell’elenco stilato dalla Commissione non compaiono le auto elettriche in quanto tali: nessun incentivo nazionale per chi vuole comprare un veicolo a batteria rientra tra le misure ammesse alla flessibilità di bilancio.

Bruxelles, infatti, ha scelto di concentrare il sostegno sull’infrastruttura piuttosto che sul singolo veicolo, puntando a costruire un ecosistema di ricarica capillare invece di finanziare direttamente gli acquisti. Resta inoltre esclusa dalla flessibilità qualsiasi forma di riduzione delle accise sui carburanti, così come altri sussidi non collegati alla transizione energetica.

Una scelta che riflette la strategia europea attuale: meno sconti diretti sull’auto elettrica, più investimenti su ciò che serve per renderla davvero utilizzabile nella vita di tutti i giorni. Per chi ha già un’elettrica in garage, o la sta per comprare, la buona notizia resta comunque concreta: la wallbox di casa potrebbe presto costare parecchio meno.

Superbollo 2027, nuove regole da gennaio: chi rischia la stangata

Cambiano le carte in tavola per chi possiede un’auto potente e finora era riuscito a evitare il superbollo grazie a un’agevolazione regionale. Dal 1° gennaio 2027 questo margine di manovra si chiude definitivamente: le esenzioni decise dalle Regioni sul bollo auto non avranno più effetto sull’addizionale erariale, cioè sul superbollo vero e proprio.

Una modifica tecnica, ma che per migliaia di automobilisti si tradurrà in un conto più salato da pagare ogni anno.

Niente esenzioni regionali

Fino a oggi il rapporto tra bollo e superbollo era tutt’altro che lineare, e in passato ha generato parecchio contenzioso tra contribuenti ed enti locali. Un punto fermo era arrivato nel 2022, quando la Corte di giustizia tributaria di Roma, pronunciandosi su un’auto ibrida immatricolata nel Lazio in un periodo in cui la Regione applicava un’esenzione specifica dal bollo per questa tipologia di veicoli, aveva riconosciuto che il beneficio si estendeva anche al superbollo.

Con la nuova normativa, contenuta nel decreto legislativo che riforma il federalismo fiscale regionale, questo automatismo viene cancellato. Da gennaio, quindi, chi guida un’auto potente non potrà più contare su uno sconto regionale per azzerare o ridurre il superbollo: la tassa statale seguirà un binario completamente separato rispetto al bollo di competenza delle Regioni.

Va ricordato che il superbollo, tecnicamente definito addizionale erariale, scatta per tutte le vetture con potenza superiore ai 185 kW (circa 252 CV) e si applica nei primi vent’anni dall’immatricolazione. Non è quindi un tributo che riguarda la generalità degli automobilisti, ma una platea più ristretta di proprietari di modelli sportivi o particolarmente performanti.

Rimangono le esenzioni nazionali

La stretta non riguarda tutte le agevolazioni esistenti. Le esenzioni previste da leggi dello Stato continueranno infatti a valere normalmente, senza alcuna modifica. È il caso, ad esempio, dell’esenzione quinquennale riservata alle auto elettriche, che resta pienamente in vigore anche dopo l’entrata in vigore delle nuove regole.

In pratica, il superbollo potrà essere evitato solo se a stabilirlo è una norma nazionale, non più una delibera regionale. Le amministrazioni locali mantengono la loro autonomia sul bollo ordinario, potendo introdurre o eliminare agevolazioni proprie entro i limiti fissati dalla legge, ma questa libertà non si tradurrà più in uno sconto sull’addizionale erariale. Una distinzione che punta a mettere ordine in un sistema che, secondo chi ha scritto la riforma, aveva lasciato troppi margini di interpretazione e disparità tra territori.

Chi deve pagare e quanto

Mentre il governo continua a prometterne la cancellazione, il calcolo del superbollo non cambia nella sostanza: si continuano a versare 20 euro per ogni kW di potenza eccedente la soglia dei 185 kW. Un’auto da 200 kW, ad esempio, pagherà quindi 15 kW x 20 euro, cioè 300 euro all’anno, da sommare al bollo ordinario calcolato in base a potenza e classe ambientale del veicolo.

A cambiare, dal 2027, è soprattutto la platea di chi sarà chiamato a versarlo. Tutti i proprietari di vetture ad alte prestazioni che finora avevano beneficiato di un’esenzione regionale collegata al bollo dovranno mettere in conto il pagamento integrale dell’addizionale, senza più sconti locali a fare da paracadute.

Resta invece invariato tutto il resto dell’impianto: il superbollo continua a essere un tributo statale, il cui gettito va direttamente alle casse dello Stato e non alla Regione di residenza, e va versato separatamente rispetto al bollo auto. Per chi possiede un’auto potente, insomma, conviene iniziare fin da ora a fare due conti, perché con il nuovo anno le regole del gioco cambiano davvero.

Caldo record, non soffrono solo gli automobilisti: come il sole può danneggiare l’auto

L’estate 2026 verrà ricordata per le temperature eccezionali che hanno investito gran parte dell’Italia. In molte città il termometro ha superato ripetutamente i 40 gradi, mentre l’asfalto, nelle ore più calde, ha raggiunto e superato quota 60°C. Un contesto estremo che non mette a dura prova soltanto le persone, ma anche le automobili, spesso lasciate per ore sotto il sole cocente. Secondo Federcarrozzieri, i danni provocati dal caldo possono trasformarsi in un conto salatissimo, arrivando nei casi peggiori a superare i 16.000 euro per vettura.

Pneumatici sotto stress: il primo nemico è l’asfalto

Tra i componenti più esposti ci sono gli pneumatici, unico punto di contatto tra l’auto e la strada. Quando l’asfalto diventa rovente, il battistrada è sottoposto a uno stress continuo che accelera l’usura e riduce l’aderenza. Non solo: l’aumento della temperatura provoca l’espansione dell’aria all’interno delle gomme, facendo crescere la pressione e aumentando il rischio di danneggiamenti. Per questo gli esperti consigliano di verificare regolarmente la pressione a freddo e controllare lo stato del battistrada, soprattutto prima di affrontare lunghi viaggi estivi.

Batteria e motore, il caldo può costare caro

Molti associano i problemi della batteria all’inverno, ma anche l’estate rappresenta un nemico insidioso. Le temperature elevate accelerano infatti il processo di autoscarica e favoriscono l’evaporazione dei fluidi interni, riducendone efficienza e durata. In caso di sostituzione, la spesa può facilmente superare i 100 euro.

Ancora più delicata è la situazione del motore. Il caldo intenso aumenta il rischio di surriscaldamento, mette sotto pressione il sistema di raffreddamento e riduce l’efficacia dell’olio lubrificante. Le continue dilatazioni dei componenti meccanici possono accelerarne l’usura e, nei casi più gravi, portare al cedimento della guarnizione della testata o addirittura a danni molto più seri. Interventi che possono richiedere migliaia di euro.

Vernice, interni ed elettronica: i danni invisibili

Il sole non risparmia nemmeno carrozzeria e abitacolo. L’esposizione prolungata ai raggi UV può rendere opaca la vernice, provocare scolorimenti e microfessurazioni difficili da eliminare. Anche fari, guarnizioni e plastiche esterne sono soggetti a un deterioramento accelerato.

All’interno la situazione può essere ancora più critica. Con temperature che nell’abitacolo possono avvicinarsi ai 70°C, plastiche, tessuti e rivestimenti subiscono un progressivo invecchiamento. Cruscotti screpolati, sedili scoloriti e malfunzionamenti dei display digitali sono conseguenze sempre più frequenti durante le ondate di calore.

Come proteggere l’auto dal caldo estremo

Le contromisure sono semplici ma fondamentali. Parcheggiare all’ombra quando possibile, utilizzare parasole e tendine, controllare regolarmente pressione degli pneumatici, livello dell’olio e liquido refrigerante, oltre a monitorare lo stato della batteria, può fare la differenza. Piccole attenzioni che aiutano a preservare il valore dell’auto e a evitare guasti costosi proprio nel momento meno opportuno: quello delle vacanze.

Tutte questo soluzioni sono valide non solo per quest’anno che è riuscito a confezionare delle temperature da record, ma anche per il prossimo. Se anche la prossima estate dovesse essere torrida come quella in corso, allora saprete già come comportarvi per difendervi dai famelici raggi del sole pronti a danneggiare la vostra auto senza alcuna pietà. Sperando, comunque, che il 2027 possa regalarci qualche grado in meno.

Carburanti, un confronto impietoso: oggi il diesel costa quasi tre volte rispetto al 1996

Per molti automobilisti il pieno è diventato un appuntamento sempre più pesante per il portafoglio. Negli ultimi mesi l’impennata delle quotazioni petrolifere, alimentata dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente e dalle ripercussioni legate alla chiusura dello Stretto di Hormuz, ha riportato benzina e diesel su livelli che fino a poco tempo fa sembravano difficili da immaginare.

Se all’inizio dell’anno era ancora possibile trovare distributori con prezzi vicini a 1,70 euro al litro, oggi restare sotto la soglia psicologica dei 2 euro è diventata un’impresa. E il dato assume contorni ancora più significativi quando viene confrontato con quello di trent’anni fa.

Dal pieno da 46 euro a quello da oltre 100

A fotografare il fenomeno è un’analisi del Codacons che mette a confronto i prezzi attuali con quelli registrati nel 1996, quando in Italia circolava ancora la lira e il costo del carburante rappresentava una voce decisamente meno pesante nel bilancio familiare.

Nel secondo trimestre del 1996 la benzina aveva un prezzo medio pari a circa 0,929 euro al litro. Oggi la media nazionale del self service si attesta a 1,992 euro al litro. In pratica, nel giro di tre decenni il costo della verde è più che raddoppiato.

Tradotto in termini concreti significa che un automobilista che nel 1996 spendeva poco più di 46 euro per riempire un serbatoio da 50 litri, oggi deve mettere in conto quasi 100 euro. Una differenza che da sola racconta quanto sia cambiato il peso del carburante nel bilancio delle famiglie italiane.

Diesel, l’aumento è ancora più pesante

Se la situazione della benzina appare già significativa, quella del gasolio è ancora più impressionante. Tra aprile e giugno del 1996 il diesel costava mediamente 0,730 euro al litro. Oggi la media nazionale rilevata sulla rete stradale ha raggiunto quota 2,093 euro al litro.

In altre parole il prezzo del gasolio è quasi triplicato rispetto a trent’anni fa. Per un pieno da 50 litri servono ormai oltre 104 euro, contro i circa 36 euro necessari nel 1996. Una differenza superiore ai 68 euro per ogni rifornimento, che diventa ancora più rilevante per chi percorre molti chilometri ogni anno o utilizza veicoli commerciali. Non sorprende quindi che il diesel sia diventato il simbolo dell’attuale emergenza carburanti.

Il taglio delle accise ha evitato uno scenario peggiore

A rendere meno pesante il conto per gli automobilisti è intervenuta la recente proroga dello sconto fiscale sul gasolio. Il taglio delle accise, che vale circa 17 centesimi al litro IVA inclusa, ha infatti evitato un ulteriore balzo dei prezzi alla pompa.

Senza questo intervento il diesel avrebbe potuto avvicinarsi pericolosamente alla soglia dei 2,30 euro al litro, soprattutto lungo la rete autostradale, dove i listini risultano già sensibilmente più elevati rispetto alla viabilità ordinaria. In uno scenario del genere sarebbero bastati appena 20 litri di carburante per superare abbondantemente i 45 euro di spesa.

Le tensioni internazionali continuano a pesare

Il problema è che il mercato resta estremamente sensibile agli sviluppi geopolitici. Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei passaggi strategici più importanti per il commercio mondiale di petrolio e ogni tensione nella regione si riflette quasi immediatamente sulle quotazioni internazionali del greggio.

Per il momento i prezzi sembrano essersi stabilizzati, ma restano su livelli molto elevati rispetto agli standard degli ultimi anni. La fotografia scattata dal confronto con il 1996 è quindi impietosa: la benzina costa oltre il doppio rispetto a trent’anni fa, mentre il diesel sfiora un incremento del 190%. Numeri che spiegano perché oggi un pieno possa facilmente superare quota 100 euro e perché milioni di automobilisti guardino con crescente preoccupazione ai tabelloni dei distributori.

Crisi olio motore, prezzi in rialzo: perché ha senso cambiarlo ora

Il conflitto bellico in Iran sta avendo delle forti ripercussioni anche sui principali produttori di lubrificanti. Da quando i missili iraniani hanno colpito l’impianto gas-to-liquids di Shell in Qatar, si sono registrati effetti negativi in Europa e negli Stati Uniti. I problemi nella catena di approvvigionamento sono peggiorati, portando a preoccupanti cali nella produzione di oli base di Gruppo III, causando una crescita dei prezzi che sta preoccupando anche colossi come Volkswagen, Stellantis e Toyota.

I major dell’industria delle quattro ruote stanno trovando strade alternative per garantire la manutenzione dei loro veicoli. Le opzioni sono state individuate, ma i volumi disponibili restano limitati e un nuovo problema logistico o produttivo potrebbe espandere la crisi. In Giappone alcuni clienti Suzuki hanno già registrato ritardi nei cambi d’olio e non si escludono ripercussioni alle nostre latitudini.

Scenari inquietanti

Class Cnbc ha descritto sul proprio profilo X una crisi internazionale delle forniture di olio motore. Stellantis, Volkswagen e Toyota stanno verificando le nuove miscele di lubrificanti per fronteggiare la carenza degli oli base Group III. Secondo quanto riportato sul Financial Times, i major dell’automotive stanno ricorrendo a fornitori alternativi per far fronte alla scarsità dei lubrificanti, prodotti altamente raffinati essenziali per la produzione degli oli motore.

L’olio motore utilizzato nei veicoli è una miscela composta per la maggior parte da una base oleosa, a cui vengono aggiunti additivi che migliorare le performance. La scelta del giusto olio motore è una delle decisioni più importanti per garantire il corretto funzionamento e la longevità della vettura. Le basi oleose si dividono in gruppi in base al grado di raffinazione. Il Gruppo III e il Gruppo I – noto come PAO, polialfaolefine – sono i più raffinati e vengono adottati per produrre i lubrificanti sintetici ad alte prestazioni utilizzati nei motori moderni.

Va ricordato che i Paesi del Golfo Persico sono responsabili di una quota compresa tra il 15 e il 20% della capacità mondiale di basi oleose del Gruppo III. Nel 2025, il 72% delle importazioni europee e il 47% di quelle americane di questo tipo di base provenivano da quella regione. La difficile situazione nello Stretto di Hormuz ha portato le principali aziende a esaurire le riserve di questi oli di alta qualità, di cui Stati Uniti ed Europa si rifornivano in gran parte dal Medio Oriente.

Crisi olio motore, prezzi in rialzo

123RF

Aumenti costi olio motore

Aumento dei costi

L’aumento dei prezzi degli oli base Group III è arrivato sino ai 4.000 dollari a tonnellata in Europa e negli Stati Uniti, quasi tre volte i livelli precedenti alla guerra. A subire i rialzi sono sempre gli automobilisti perché si tratta di una spesa necessaria per scongiurare avarie del motore. Holly Alfano, CEO dell’Independent Lubricant Manufacturers Association, ha annunciato:

“Anche i fornitori alternativi dispongono di volumi limitati e qualsiasi nuova interruzione delle spedizioni, blocco di una raffineria o altro shock potrebbe rapidamente peggiorare la situazione. Il settore continua a operare con margini molto ridotti per far fronte a eventuali nuovi problemi”.

Se gli Stati Uniti dovessero appianare le divergenze nello Stretto di Hormuz, i Paesi europei riceverebbero nuovi carichi non primi dell’autunno. I produttori stanno valutando se i lubrificanti alternativi garantiscano gli stessi livelli di qualità. I produttori, tra cui quelli sudcoreani, potrebbero dover fronteggiare presto delle difficoltà nell’approvvigionamento di greggio. Con questi chiari di luna è meglio affrettarsi a cambiare l’olio nella vostra amata vettura.

Camion in fiamme sull’A14, autista sgancia il rimorchio e salva il trattore

Il fumo arrivava dalla parte bassa del rimorchio e il camionista ha deciso di muoversi in fretta. Viaggiava sull’A14 tra Pesaro e Fano quando, arrivato all’altezza di Fenile, ha raggiunto una piazzola e, sganciato il trattore dal resto del mezzo, è riuscito anche ad allontanarlo, lasciando il rimorchio ormai in balia delle fiamme.

Prima di poter allontanare il trattore, però, il conducente ha dovuto portare tutto l’autoarticolato fuori dalle corsie di marcia. Una volta fermatosi in una zona sicura, è riuscito a separare le due parti: soltanto allora ha spostato quella anteriore e scongiurato conseguenze peggiori.

L’incendio

Erano da poco passate le 10.30 e il camion viaggiava verso sud: dieci minuti dopo è partita la richiesta di intervento ai Vigili del Fuoco, accorsi sul posto. Il fuoco aveva raggiunto nel frattempo anche alcune sterpaglie ai margini dell’autostrada, ma nessuna persona è rimasta ferita. Poco più in là si trovava anche un campo e, secondo il racconto di un testimone presente sul posto, per qualche momento si è temuto che le fiamme potessero superare le sterpaglie e arrivare fin lì. Lo stesso testimone aveva notato parecchio fumo nella zona delle ruote posteriori mentre il camion era ancora in movimento.

Per qualche automobilista il primo segnale dell’incendio è arrivato invece dalla coda. Nel tratto interessato dell’A14 il traffico ha rallentato mentre i Vigili del Fuoco lavoravano: spente le fiamme, rimanevano da sistemare il mezzo danneggiato e l’area intorno alla piazzola prima di riportare la situazione alla normalità.

Almeno il trattore poteva considerarsi fuori pericolo e ciò non sarebbe stato possibile senza la decisione presa dal camionista, che non si era limitato ad abbandonare il mezzo una volta raggiunta la piazzola. Separare le due parti dell’autoarticolato gli ha consentito di portare via la motrice e lasciare sul posto soltanto il rimorchio colpito dal rogo.

È ancora tutta da stabilire la causa dell’incendio. Una delle ipotesi al vaglio conduce al surriscaldamento dell’impianto frenante, compatibile con il punto dal quale il camionista aveva visto uscire il fumo ma ancora da verificare. Sussistono, invece, molti meno dubbi sui danni riportati dal camion: il rimorchio ha riportato i danni maggiori, mentre il trattore si trovava ormai a distanza grazie alla manovra effettuata poco prima dal camionista.

L’arrivo dei soccorsi

Da Pesaro sono arrivati due mezzi dei Vigili del Fuoco e il lavoro non è terminato insieme alle fiamme: sul rimorchio è stata utilizzata anche una termocamera, alla ricerca di eventuali zone rimaste calde. La manovra effettuata dal camionista sfrutta una caratteristica dell’autoarticolato, formato da due parti separabili.

Il trattore stradale comprende la cabina e il motore, mentre al posteriore viene agganciato il semirimorchio destinato a trasportare il carico. Raggiunta la piazzola, il conducente è riuscito a sganciare quest’ultimo e ha potuto così allontanare la motrice dalla zona in cui stavano avanzando le fiamme.

L’A14 è rimasta aperta anche durante l’intervento. La presenza dei mezzi di soccorso ha lasciato a disposizione una sola corsia, sufficiente a far proseguire il traffico nonostante gli inevitabili rallentamenti registrati nel corso delle operazioni di spegnimento.

Benzina a 2,173 euro, le regioni record: dove costa più in Italia

La crisi determinata dalla guerra in Medio Oriente sta creando non pochi patemi al settore dei trasporti. Gli italiani, in una morsa di rialzi, hanno visto i prezzi ai distributori schizzare alle stelle, sin qui ridotti esclusivamente dal Dl accise.

L’aumento del costo del petrolio ha avuto un grosso impatto sulla benzina e il caro carburanti rimane un problema di grandissima attualità. Il prezzo del gasolio in autostrada è tornato ai livelli del 4 agosto scorso, giorno in cui il Cdm ha emanato l’ultimo decreto accise. In base ai dati dell’Osservatorio del Mimit, in autostrada si è arrivati a 2,173 euro al litro. Sulla rete ordinaria il diesel self è schizzato a 2,099 euro. Senza una tregua nello Stretto di Hormuz il greggio è intorno ai 90 dollari al barile e non sembrano esserci spiragli di quiete.

Addio effetto accise

Il taglio delle accise da 17 centesimi al litro sul diesel, sostanzialmente, è già stato assorbito dal mercato. Il prezzo del gasolio è tornato ai livelli precedenti all’ultimo decreto emanato dalla Meloni: in autostrada, secondo i dati dell’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Mimit, la media odierna è 3 centesimi sopra 2,170 di ieri, mentre la benzina in modalità self ha raggiunto i 2,073 euro (era 2,071).

Sulla rete stradale ordinaria non cambia granché: la benzina self è passata a 1,994 euro al litro (1,992 il giorno prima) e il diesel self a 2,099 euro, in crescita rispetto ai 2,093 di ieri e di nuovo vicinissimo ai 2,100 euro toccati il 4 agosto.

In base ai dati del Codacons, la verde in Italia è raddoppiata negli ultimi 30 anni e il gasolio è quasi triplicato. Basta fare un rapido confronto con i prezzi medi del secondo trimestre 1996 con quelli dello stesso periodo di quest’anno, la benzina è passata da circa 0,929 a 1,854 euro al litro, con un aumento del 99,7%. Impressionanti i numeri del diesel: da 0,730 a 2,019 euro al litro, pari a un boom del 176,6%. Oggi il gasolio costa circa 2,8 volte in più rispetto a 30 anni fa.

L’associazione dei consumatori ha ricordato anche il drammatico passaggio dalla lira all’euro, che portò un aumento generale dei prezzi. Il caro vita è figlio di una mancanza di potere d’acquisto e, al di là dei rincari dei beni di prima necessità, gli incrementi registrati alle pompa sono preoccupanti. I numeri Codacons dimostrano solo quanto le famiglie italiane si stiano impoverendo gradualmente e in modo inesorabile.

Beneficio dello sconto già dissolto

Un’analisi di Reuters ha mostrato che i prezzi del petrolio sembrano essersi stabilizzati intorno ai 90 dollari al barile, circa il 50% in più rispetto all’inizio dell’anno, ma un ritorno alla normalità appare ancora distante. I flussi di greggio e prodotti raffinati attraverso Hormuz, che in passato viaggiavano su una media di 18 milioni di barili al giorno, sono scesi a 2 milioni nella prima parte del mese di agosto.

Le regioni dove la benzina self costa di più, sempre sopra i 2 euro al litro, sono le seguenti:

  • Basilicata;
  • Friuli Venezia Giulia;
  • Valle D’Aosta;
  • Calabria;
  • Sicilia;
  • Sardegna;
  • Puglia;
  • Oltre alle province di Trento e Bolzano.

Lo scenario globale è allarmante e gli Stati Uniti stanno rischiando di rimanere sprovvisti di riserve di gasolio. Le scorte di carburanti distillati in Nord America hanno toccato i livelli stagionali più bassi dal 1996, a causa delle esportazioni globali e da un crack spread del diesel schizzato alle stelle. Tutto ciò determina prezzi elevati dei prodotti raffinati e, conseguentemente, di tutti quelli praticati alla pompa anche nel Vecchio Continente.

Distrazione alla guida, cosa si rischia con il nuovo Codice della Strada

Sei a digiuno da qualche ora? Stai per arrivare in ritardo a un appuntamento? Se ti trovi al volante, non puoi comunque occuparti di altro: il nuovo Codice della Strada lo stabilisce senza concedere attenuanti. Oltre ad aumentare il rischio di incidenti, una distrazione alla guida può costare una multa e punti sottratti alla patente.

Anche prima che gli smartphone entrassero nelle nostre vite potevamo perderci in diverse attività, mettendo quasi in secondo piano le nostre responsabilità di guidatori. La legge italiana ha però stretto ulteriormente le maglie e usa il pugno duro con chi ha la testa “tra le nuvole”.

Al volante è fondamentale la libertà di movimento

In macchina abbiamo imparato a fare un po’ di tutto e, si fa per dire, ogni tanto la guida sembra quasi passare in secondo piano. Durante il tragitto capita di sistemarsi i capelli o cercare qualcosa finito chissà dove nell’abitacolo e magari la colazione, per recuperare qualche minuto, ce la portiamo direttamente in auto. Poi sono arrivati telefoni e tablet ad aggiungere altre tentazioni alla lista.

Alcuni gesti durano una manciata di secondi e proprio per questo vengono spesso presi sottogamba: la macchina, nel frattempo, continua a muoversi e richiede al conducente di poter intervenire in qualsiasi momento. Il Codice parte da un principio molto semplice, ovvero che chi guida deve conservare il controllo del veicolo e avere libertà sufficiente per effettuare le manovre necessarie.

Quanto costa usare lo smartphone al volante

Cadere nella trappola degli smartphone può costare caro, tra la multa da 250 a 1.000 euro e i cinque punti sottratti alla patente. Seguono a catena tablet, notebook e dispositivi analoghi, se il loro utilizzo implica togliere le mani dal volante, anche temporaneamente, e di mezzo ci finisce magari la patente.

Sulla durata, dipende dai punti a disposizione: tra 10 e 19 lo stop dura sette giorni, mentre sotto quota 10 la sospensione sale a quindici giorni, ma un eventuale incidente raddoppia la sanzione.

Con questo non bisogna neppure pensare che di punto in bianco siamo tornati agli anni Novanta. Vivavoce e auricolare permettono di comunicare senza impugnare lo smartphone, nel rispetto delle condizioni sancite dal Codice. L’importante è conservare capacità uditive adeguate e lasciare le mani libere di occuparsi della guida.

Qualche accortezza ulteriore la meritano le cuffie. Immergersi in una bolla acustica è una pessima idea, perché una sirena o un clacson possono avvisarci di un pericolo prima ancora che riusciamo a vederlo. Anche l’udito, in pratica, deve continuare a fare la propria parte durante il viaggio. La musica può aspettare qualche decibel in meno, soprattutto quando intorno alla macchina sta succedendo qualcosa che sarebbe meglio sentire.

E quel digiuno dal quale eravamo partiti? Meglio resistere ancora un po’: sebbene il Codice non dedichi un articolo al panino mangiato al volante, pretende dal conducente di conservare sempre la libertà di movimento necessaria per governare il veicolo. Tenere una mano impegnata con il pranzo può diventare un problema proprio per questo, mentre lo stesso panino, mangiato cinque minuti dopo a macchina ferma, torna a essere soltanto un panino.