Tetto al prezzo dei carburanti, Eni conferma la manovra fino a fine anno: ma a quali cifre?

Per chi ogni settimana fa i conti con il pieno, arriva una notizia che, almeno sul fronte della durata, ha il sapore della certezza. Eni ha annunciato che manterrà il tetto ai prezzi di benzina e gasolio fino alla fine dell’anno.

A dirlo è stato l’amministratore delegato Claudio Descalzi, nel giorno in cui il gruppo ha presentato i conti del terzo trimestre, in un momento in cui il caro carburante continua a pesare sulle tasche degli italiani, tra proteste degli autotrasportatori, blocchi stradali e difficoltà negli approvvigionamenti in alcune zone del Paese.

Si arriva a fine anno

La misura non è nuova. Il tetto era partito il 28 settembre sulla rete Enilive, con una durata iniziale di 30 giorni e la possibilità di una proroga fino a dicembre in base all’andamento del mercato e delle forniture.

Quella possibilità è ora diventata una conferma. Alla base dell’intervento, Eni aveva indicato la minore disponibilità di prodotti raffinati sui mercati internazionali, legata alle crisi geopolitiche, e il ridimensionamento della capacità di raffinazione europea, due fattori che hanno spinto i prezzi alla pompa verso l’alto.

C’è però un costo, e non è piccolo. Descalzi ha spiegato che questo impegno è stato molto oneroso: più si vende, più si perde, ha riassunto. Tra sconti e price cap, dall’inizio di marzo a fine anno, l’impatto stimato dall’azienda si aggira intorno ai 700 milioni di euro.

Una cifra che il gruppo può permettersi grazie a risultati molto robusti: il terzo trimestre si è chiuso con un utile netto rettificato di 2,8 miliardi di euro, più che raddoppiato rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, mentre nei primi nove mesi il dato arriva a 6,4 miliardi, in crescita del 70%. In Borsa il titolo ha reagito con un rialzo del 5,8%.

Il valore del price cap

Attenzione, però, a leggere bene l’annuncio. Eni ha confermato il “concetto” di tetto fino a fine anno, non necessariamente le cifre attuali. Oggi i livelli sono fissati a 2,25 euro al litro per il gasolio e 1,99 euro per la benzina, valori comunicati a inizio ottobre.

Ma l’amministratore delegato ha precisato che l’azienda continuerà a monitorare le dinamiche di mercato e di prezzo, oltre alle forniture effettivamente disponibili rispetto alla propria struttura logistica, per rivalutare le soglie nel corso del periodo. In altre parole, il meccanismo va avanti, ma i numeri potrebbero cambiare, e la valutazione avverrà su base mensile.

Si sostiene infatti che fissare un prezzo troppo basso rischierebbe di generare un picco di richieste difficile da sostenere, con la possibilità di esaurire le scorte e lasciare a secco i distributori. Un equilibrio delicato tra aiuto ai consumatori e tenuta della rete, che spiega perché la società preferisca muoversi passo dopo passo piuttosto che promettere cifre fisse per due mesi.

Si attendono ora gli altri distributori

Resta da capire quanto altri operatori seguiranno la stessa strada. Secondo le prime indicazioni, anche Q8 sarebbe pronta a prorogare la propria iniziativa, ma il quadro complessivo è più complesso. Sul fronte dei gestori indipendenti, infatti, il tetto volontario di una grande compagnia crea più di un problema.

I distributori non legati ai grandi marchi acquistano il carburante dalle stesse società, ma a prezzo pieno di mercato, e di conseguenza faticano a competere con chi può permettersi di vendere sotto costo. Una disparità che, nelle parole di chi la denuncia, rischia di rafforzare posizioni già dominanti.

Per questo le sigle dei gestori, come Faib Confesercenti e Fegica, chiedono un intervento pubblico: un tetto stabilito per legge, uguale per tutti, valido per 90 giorni e applicabile solo in circostanze eccezionali, verificate dal Garante dei prezzi. Una proposta che mette sul tavolo un tema più ampio, quello di una regia nazionale al posto di iniziative volontarie delle singole aziende. Per ora, per gli automobilisti, l’unica certezza è la durata del price cap Eni. Per tutto il resto, cifre comprese, bisognerà tenere d’occhio i prossimi aggiornamenti.

Attraversa sulle strisce senza scendere dalla bici e viene investito: chi deve pagare?

Bastano pochi metri, quelli che separano un marciapiede dall’altro, per trasformare un attraversamento in una controversia. Un ciclista imbocca le strisce senza scendere dalla bicicletta, un’auto sopraggiunge e lo investe.

Dopo i soccorsi cominciano le domande: chi aveva la precedenza? Quanto conta essere rimasti in sella? L’assicurazione deve in ogni caso pagare? La risposta prende le mosse da due elementi: chi pedala sulle strisce non è sempre un pedone e la responsabilità dell’incidente richiede l’esame del comportamento di entrambe le parti.

Sul piano economico gli esiti possono essere molto diversi. Quando a rispondere dell’incidente è il guidatore interviene la sua Rc auto, entro i limiti della copertura. Se emerge un concorso di colpa del ciclista, il risarcimento spettante a quest’ultimo si riduce.

L’accertamento della responsabilità esclusiva di chi attraversava in bicicletta può invece escludere il pagamento a suo favore e far nascere un obbligo risarcitorio verso l’altro conducente.

Che cosa ha stabilito la Corte di Cassazione

A riportare il tema al centro dell’attenzione è stata l’ordinanza 2363 del 2026 pronunciata dalla terza sezione civile della Corte di Cassazione. La vicenda nasceva da un incidente avvenuto nel 2015 a Riccione: un motociclista, nell’impegnare una rotatoria, si era scontrato con una bicicletta che attraversava sulle strisce. Secondo quanto sostenuto nel ricorso, il ciclista si era immesso repentinamente nella carreggiata rimanendo in sella. Nei precedenti gradi di giudizio, la richiesta di risarcimento del motociclista era stata respinta e gli era stata attribuita tutta la responsabilità.

L’errore individuato dalla Suprema Corte riguardava l’equiparazione del ciclista al pedone, utilizzata per escludere il suo contributo alla collisione. Da qui la cancellazione della decisione impugnata e il rinvio al Tribunale di Rimini, davanti a un diverso magistrato. La Cassazione non ha fissato percentuali di colpa né condannato il ciclista a pagare una somma: ha imposto di riesaminare la controversia applicando la corretta interpretazione delle norme.

Chi rimane in sella non ha sempre la precedenza

Nel Codice della Strada la bicicletta appartiene alla categoria dei velocipedi, inclusa dall’articolo 47 nella classificazione dei veicoli. Finché la conduce in sella, il ciclista conserva quindi il ruolo di conducente di un veicolo. La presenza delle strisce sotto le ruote non basta a modificare questa condizione in quanto una zona destinata all’attraversamento pedonale non attribuisce per il solo fatto di essere impegnata tutti i diritti riconosciuti a chi cammina.

Il riferimento normativo comprende l’articolo 182 che impone di condurre la bicicletta a mano quando le condizioni della circolazione la rendono di intralcio o di pericolo per i pedoni. In questa situazione il ciclista viene assimilato al pedone. A completare il quadro interviene la norma sull’attraversamento a mano delle carreggiate con traffico intenso e, più in generale, quando le circostanze lo richiedono.

Dalla lettura coordinata di queste disposizioni, la Cassazione ricava la regola per l’attraversamento pedonale ordinario: la bicicletta va accompagnata a mano, salvo la specifica eccezione dei percorsi promiscui. Procedere lentamente mentre si resta seduti sulla sella non coincide con il condurre il mezzo a mano richiesto dal principio enunciato dalla Corte.

L’eccezione dei percorsi promiscui

La stessa ordinanza considera il caso dell’attraversamento situato allo sbocco di un percorso promiscuo pedonale e ciclabile. Qui è ammesso attraversare in sella, fermo restando l’obbligo di scendere quando, nelle condizioni della circolazione, l’andatura costituisce intralcio o pericolo per i pedoni. L’eccezione dipende quindi dalle caratteristiche del percorso e non può essere estesa a qualsiasi passaggio con strisce bianche.

Diversa ancora è la presenza di un vero attraversamento ciclabile destinato a garantire la continuità della pista attraverso l’intersezione. Il regolamento lo identifica con apposite strisce bianche discontinue, che delimitano il passaggio. Quando si trova accanto a quello pedonale, la configurazione della segnaletica può essere combinata.

Per i ciclisti che si accingono a utilizzare un attraversamento ciclabile, la normativa in vigore prevede l’obbligo di precedenza a carico degli altri conducenti. Restano da rispettare i segnali e le indicazioni semaforiche.

L’automobilista deve rallentare

L’irregolarità di chi attraversa non libera l’automobilista dai propri obblighi di prudenza. L’articolo 141 del Codice della Strada impone una velocità adeguata alla strada, alla visibilità e al traffico, insieme al controllo del mezzo e alla capacità di arrestarlo davanti a un ostacolo prevedibile. In prossimità degli attraversamenti pedonali la norma richiede espressamente di ridurre la velocità e, quando serve, di fermarsi.

Anche una velocità inferiore al limite indicato dal cartello può risultare inadeguata alle circostanze. Se il ciclista era visibile da tempo e la collisione poteva essere evitata con una frenata tempestiva, la sua condotta deve essere valutata insieme a quella di chi guidava l’auto. Viceversa, un ingresso improvviso nella traiettoria del veicolo può assumere un peso diverso. Contano la possibilità di avvistamento, la distanza disponibile e il tempo utile per reagire.

Poiché auto e bicicletta sono entrambi veicoli, nello scontro entra in gioco l’articolo 2054  del Codice Civile. La disposizione presume, fino a prova contraria, un uguale contributo dei conducenti alla produzione del danno. Il cosiddetto 50 e 50 non è però una percentuale obbligatoria per ogni incidente con una bicicletta. La presunzione può essere superata dagli elementi raccolti.

Alla regola la giurisprudenza assegna una funzione sussidiaria. Interviene quando le risultanze probatorie non consentono di stabilire le rispettive responsabilità. Una ricostruzione attendibile può portare a una ripartizione diversa o all’addebito esclusivo a un conducente. L’assenza di prove sufficienti può al contrario lasciare spazio alla presunzione legale anche se ciascuna parte sostiene di avere ragione.

Per il ciclista il rischio economico nasce dal rapporto tra violazione e incidente. Bisogna accertare se l’attraversamento in sella, la rapidità dell’ingresso o l’omessa precedenza abbiano contribuito all’urto e in quale misura.

Chi paga i danni al ciclista e chi quelli all’auto

Quando viene accertata una responsabilità dell’auto, il ciclista danneggiato può rivolgersi all’assicurazione del veicolo responsabile. Il Codice delle assicurazioni tutela pedoni, ciclisti e altri utenti non motorizzati, collegando il pagamento alla sussistenza della responsabilità civile del conducente.

Con il concorso di colpa, il credito del ciclista viene ridotto in proporzione alla responsabilità. Può così accadere che la compagnia riconosca le lesioni, le spese mediche e il danno alla bicicletta, contestando però una parte dell’importo perché l’attraversamento ha contribuito al sinistro. Diverso è l’accertamento della responsabilità esclusiva del ciclista, che può escludere il risarcimento a carico dell’automobilista e della sua assicurazione.

Il conto può riguardare anche il parabrezza, il cofano o le lesioni dell’altro conducente. Se risponde dello scontro, il ciclista può essere chiamato a risarcire o danni, integralmente o per la quota di propria competenza. Per una normale bicicletta manca l’obbligo generalizzato di Rc auto, ma resta la responsabilità personale per i danni causati. In assenza di una copertura volontaria applicabile al caso, il pagamento ricade sul responsabile.

Subaru dice addio al motore boxer, la scelta per l’Europa

Presto, in Europa, il motore boxer resterà soltanto un ricordo. Subaru ha deciso di salutare i motori termici nel Vecchio Continente entro la fine del 2027, e con loro se ne va anche il celebre boxer, l’architettura che più di ogni altra ha raccontato l’identità tecnica della Casa.

A confermare i piani è stata Subaru Germania, come riportato da auto motor und sport: gli ultimi modelli a combustione usciranno di scena nel corso del prossimo anno, poi l’offerta europea sarà esclusivamente elettrica.

Un marchio di fabbrica per 61 anni

Il boxer, in realtà, ha una storia che parte da lontano. Già nel 1896 Carl Benz sviluppò il Contra-Motor, un motore con cilindri contrapposti, e il principio divenne famoso in tutto il mondo grazie al Maggiolino Volkswagen, il cui quattro cilindri raffreddato ad aria ha motorizzato milioni di persone per decenni.

BMW lo usa ancora oggi sulle sue moto, mentre Porsche ne ha fatto una bandiera, dalla 356 fino alla 911. Subaru, però, lo ha portato su un terreno diverso: non solo sportive, ma anche auto di famiglia, station wagon e SUV.

Tutto ebbe inizio il 14 maggio 1966 con la Subaru 1000, dotata di un quattro cilindri boxer raffreddato ad acqua. Da lì in poi la continuità è stata impressionante: nel 2016, in occasione del cinquantesimo anniversario, l’azienda dichiarava di aver costruito più di 16 milioni di motori boxer. Sessantuno anni di storia, insomma, che per molti clienti coincidono con l’idea stessa di Subaru.

Un motore di prestazioni e affidabilità

Il fascino del boxer non è soltanto nostalgia. I pistoni contrapposti riducono le vibrazioni e la struttura piatta permette di abbassare il baricentro, con un beneficio evidente per l’equilibrio dell’auto in curva. Abbinato alla trazione integrale simmetrica, questo motore ha dato vita a un concetto tecnico riconoscibile al primo colpo, che ha convinto chi cercava sicurezza nelle giornate peggiori e piacere di guida in quelle migliori.

La consacrazione è arrivata con Impreza WRX e WRX STI, che con i loro quattro cilindri boxer turbo hanno conquistato successi anche nei rally, lasciando nelle orecchie di molti appassionati un sound inconfondibile. Non è mancato qualche esperimento meno fortunato: nel 2008 Subaru portò sul mercato anche un boxer diesel, che però non riuscì ad affermarsi nel lungo periodo.

In Europa solo elettrico

Ora il calendario del congedo è già scritto. La prima a lasciare il listino europeo sarà la Outback con l’aspirato da 2,5 litri e 169 CV, mentre nel corso del 2027 toccherà a Impreza, Crosstrek e Forester con i loro boxer elettrificati da 2,0 litri. La produzione delle attuali varianti mild hybrid destinate all’Europa è già terminata, e al momento si stanno vendendo le scorte rimaste.

Le ragioni della scelta sono soprattutto due: i limiti europei sulle emissioni di CO₂ e volumi di vendita relativamente contenuti, che rendono poco sostenibile, sul piano economico, continuare ad adeguare i motori a combustione. Il marchio punterà quindi su Solterra, Uncharted ed E-Outback, tre elettriche nate in stretta collaborazione con Toyota.

Ma attenzione: non è la fine del boxer in assoluto. In Giappone e in Nord America Subaru continua a svilupparlo, e oggi abbina un quattro cilindri da 2,5 litri a un sistema full hybrid più evoluto, già in uso sulla Forester, che permette anche di muoversi in modalità completamente elettrica.

Resta da capire se qualcosa di simile arriverà un giorno anche da noi, ma al momento i piani confermati non lasciano spazio. Dal 2028, i clienti europei dovranno quindi abituarsi a una Subaru priva della sua architettura più caratteristica, mentre Porsche resta fedele al suo boxer. Per chi ama il brontolio di quei pistoni contrapposti, la corsa a un ultimo esemplare nuovo è già iniziata.

Auto e moto d’epoca, solo in Italia 20 milioni di appassionati

Basta fare un giro tra i padiglioni della Fiera di Bologna per capire che il motorismo storico, da queste parti, non è un hobby per pochi nostalgici. Da giovedì 22 a sabato 25 ottobre è in scena Auto e Moto d’Epoca 2026, la rassegna che ogni anno raduna collezionisti, restauratori, curiosi e famiglie intere con la passione per le quattro e le due ruote di una volta.

E a rendere l’idea della portata del fenomeno ci sono i numeri diffusi dalla Fiva, la federazione mondiale che riunisce le associazioni di veicoli storici: in Italia le persone che si dichiarano appassionate o interessate sono circa 20 milioni, su una popolazione di 60.

Un fenomeno tutto italiano

A raccontarlo è stato il presidente di Fiva, Alberto Scuro, che alla fiera bolognese continua i festeggiamenti per i 60 anni dalla fondazione dell’organizzazione.

Oggi la federazione raccoglie le associazioni di appassionati di 71 Paesi e, ha ricordato Scuro, resta l’unica a rilasciare un certificato per la circolazione dei veicoli storici valido in tutto il mondo. Un dato che spiega bene perché, per chi viaggia con una vecchia gloria, la tessera Fiva sia quasi un passaporto.

Il quadro, però, non è solo italiano. Secondo il presidente, l’interesse per il motorismo storico sta crescendo parecchio anche in Cina, mentre il lavoro svolto per rafforzare la presenza della federazione in Nord America comincia a dare i suoi frutti. Scuro ha poi sottolineato un aspetto meno scontato: prendersi cura di un mezzo d’epoca può diventare uno strumento di inclusione.

Esistono progetti che coinvolgono persone con disabilità o sconosciuti che non parlano nemmeno la stessa lingua, perché lavorare insieme su un motore, sbagliando e imparando, aiuta a collaborare e a conoscersi. Grande attenzione anche ai giovani, destinati a ereditare questo patrimonio: per avvicinarli, e per rispondere alla loro sensibilità ambientale, la federazione lavora sulla riduzione delle emissioni attraverso i biocarburanti.

Oltre 5.000 veicoli a Bologna

Quanto al colpo d’occhio, la fiera non delude. Sono più di 5.000 i veicoli esposti nei 13 padiglioni, dai più moderni mezzi usciti dalla Motor Valley alle auto che hanno popolato l’immaginario degli appassionati per generazioni.

A catturare lo sguardo appena si entra è la mostra “Icons of Speed”, con 12 vetture che raccontano l’evoluzione tecnica e sportiva delle gare di durata, come la 24 Ore di Le Mans, attraverso modelli storici di marchi come Porsche, Bentley e Lancia.

Poi ci sono i pezzi che fanno brillare gli occhi ai più romantici: la Honda RC211V guidata da Valentino Rossi in persona, la Ferrari 348 TB per sempre legata ad Ayrton Senna, la Miura SV appartenuta a Ferruccio Lamborghini e il veterano della rassegna, una De Dion-Bouton Type V del 1904.

Tra una vetrina e l’altra trovano spazio anche ricambi, modellismo e collezionismo, per chi viene a caccia di quel pezzo introvabile o di un ricordo da portare a casa.

Si parla anche di futuro dell’auto italiana

All’inaugurazione non si è parlato solo di passato. Andrea Pontremoli, amministratore delegato di Dallara e presidente dell’associazione Motor Valley Development, ha descritto la Motor Valley come un modo di vivere, quello di ingegneri che dopo il lavoro continuano a discutere di motori a tavola, magari davanti a un risotto, fino a tarda notte.

Trasformare tutto questo in turismo, con i clienti che arrivano per vedere cosa si fa e come, rappresenta secondo lui un enorme vantaggio competitivo.

Da qui la sua ricetta per il futuro del settore: pochi modelli, ma rappresentativi, su cui concentrare il meglio di ciò che l’Italia sa fare. Inseguire i costruttori cinesi sul terreno dell’elettrico, ha avvertito, sarebbe una scelta suicida. Un’opinione netta, che farà discutere, ma che dà il senso di quanto la memoria dei motori e il loro domani, tra queste mura, siano due facce della stessa storia.

Caro gasolio, cosa cambia per camionisti e imprese dopo il nuovo decreto

Dopo una settimana di tir fermi, code chilometriche sulle autostrade del Sud e supermercati con qualche scaffale in sofferenza, la protesta degli autotrasportatori ha prodotto il suo primo risultato concreto.

Il 22 ottobre il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legge che traduce in norme l’accordo siglato dal ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, con le associazioni di categoria. Dentro ci sono soldi, tempo e qualche strumento pratico per resistere al caro gasolio. Per capire se basterà a riportare la calma sulle strade, conviene vedere punto per punto cosa prevede il testo e a chi serve davvero.

Cosa cambia per l’autotrasporto

Il provvedimento si intitola “Disposizioni urgenti e misure di sostegno ai settori dell’autotrasporto, dell’agricoltura e della pesca” e entrerà in vigore con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, dove verranno fissate anche le modalità per accedere ai benefici.

Si muove su più fronti: rifinanzia il credito d’imposta sul gasolio, permette di sospendere le rate del leasing dei mezzi, interviene sui rapporti tra trasportatori e committenti e porta aiuti anche ad agricoltori e pescatori.

Presentandolo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha insistito su un punto: non si tratta di promesse, ma di risorse che stanno già arrivando al comparto. Una frase che i diretti interessati giudicheranno, come sempre, dai tempi con cui i soldi compariranno sui conti.

Crediti d’imposta, arrivano altri 106 milioni

La misura più importante riguarda il credito d’imposta sul gasolio per l’autotrasporto. Il decreto aggiunge 106 milioni di euro ai 434 già stanziati. Secondo il viceministro Edoardo Rixi, la dotazione sale così a 480 milioni per gli acquisti da marzo ad agosto e a 60 milioni per quelli di settembre e dei primi giorni di ottobre.

Cambia anche il calendario per usare questi crediti in compensazione: il termine slitta al 31 marzo 2027, tre mesi oltre la scadenza del 31 dicembre 2026 prevista in origine. Un tempo supplementare utile soprattutto alle imprese che hanno ottenuto importi alti e rischiavano di non riuscire a smaltirli.

Sul fronte dei pagamenti, il Ministero ha già avviato lo sblocco. Le prime 2.000 imprese, su circa 32.000 che hanno presentato domanda, vedranno i crediti nel cassetto fiscale entro la prossima settimana. Meloni ha spiegato che il credito per marzo-agosto è coperto per intero e che i controlli arriveranno dopo i pagamenti, non prima. Per chi ha acquistato carburante a settembre e ottobre, invece, la piattaforma dell’Agenzia delle Dogane riaprirà a novembre.

60 milioni di contributo per il gasolio agricolo

Il decreto non guarda solo ai camion. Agli agricoltori vanno 60 milioni di euro sotto forma di contributo sul gasolio agricolo, fino a 45 centesimi al litro, su oltre 120 milioni di litri acquistati fino al 15 ottobre. Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha promesso tempi brevissimi, con i pagamenti gestiti da Agea, l’agenzia per le erogazioni in agricoltura.

L’aiuto nazionale si somma ai contributi regionali già attivi in alcune zone del Paese, un quadro a macchia di leopardo che dovrebbe finalmente trovare un minimo di uniformità.

Canoni di leasing sospesi

Tra le misure più apprezzate dalle piccole imprese c’è la possibilità di sospendere i canoni di leasing dei mezzi fino a tutto marzo 2027. La norma è pensata soprattutto per chi possiede due, tre o quattro camion di classe Euro 3 o Euro 4: veicoli esclusi dal credito d’imposta, che spetta solo ai mezzi Euro 5 ed Euro 6 da 7,5 tonnellate in su.

Per queste aziende, spesso a conduzione familiare, il decreto rappresenta una boccata d’ossigeno. Salvini l’ha riassunta in modo semplice: sospendere i pagamenti significa avere liquidità e poter tornare a lavorare senza l’acqua alla gola.

Il carburante entra nelle fatture

Il capitolo più tecnico, ma forse più importante a lungo termine, riguarda il cosiddetto metodo spagnolo. Il decreto consente all’autotrasportatore di aggiungere in fattura la differenza di costo dovuta all’aumento del gasolio, anche quando lavora con un contratto non scritto, come accade ancora in alcune aree del Paese.

In pratica, il rincaro viene diviso tra chi commissiona il trasporto e chi lo esegue, invece di pesare solo sulle spalle del trasportatore, come spiegato da Rixi. Una piccola rivoluzione per un settore dove il margine di guadagno, con i prezzi attuali, si assottiglia fino quasi a sparire. Nel testo c’è anche lo sblocco dei pagamenti arretrati per il trasporto combinato via mare, previsto da novembre.

Contributi anche per la pesca e novità per i pacchi extra Ue

Il comparto ittico, anch’esso colpito dal costo del carburante, riceve 10 milioni di euro a fondo perduto. Una cifra più contenuta rispetto a quella destinata ad agricoltura e autotrasporto, ma che segnala come il governo abbia voluto allargare il perimetro dell’intervento a tutte le categorie che dipendono dal gasolio per lavorare. Resta da vedere come verranno ripartiti i fondi e con quali criteri, dettagli che dipenderanno dai provvedimenti attuativi.

Per quanto riguarda le merci in arrivo da paesi al di fuori dell’Unione Europea, il decreto rinvia dal 1° dicembre 2026 al 1° gennaio 2027 il contributo di 2 euro che riguarderebbe il passaggio in dogana di ogni pacco di valore contenuto. Il decreto esonera anche dalla rendicontazione di sostenibilità le imprese con ricavi netti che non superino i 450 milioni di euro oppure che non presentino più di mille dipendenti, per tutti gli esercizi che iniziano tra il 1° gennaio 2026 e il 31 dicembre 2027.

“Intimidazione” degli autotrasportatori

Il decreto, però, non ha chiuso del tutto la partita sulle strade. Meloni ha infatti ringraziato le associazioni che hanno revocato i fermi, definendo al tempo stesso una “intimidazione” tutti quei blocchi che proseguono in alcune zone del sud o centro Italia.

Insieme all’approvazione di queste nuove norme, il presidente del Consiglio ha chiesto al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, di ripristinare quella che è la libera circolazione delle merci, richiamando anche le norme del decreto sicurezza che hanno trasformato il blocco stradale in reato. Insomma quello della Meloni è messaggio chiaro: il governo è disposto a trattare e ad ascoltare le richieste di un settore messo in ginocchio dal caro carburanti, ma non a tollerare presidi prolungati.

Il prossimo appuntamento è fissato per il 27 ottobre al ministero, dove governo e associazioni si rivedranno per fare il punto sui pagamenti. Sarà il primo vero banco di prova per capire se le promesse si trasformeranno in fatti.

Airbag Takata, da ottobre addio revisione: la lista dei modelli a rischio

Dal 1° ottobre 2026 i veicoli con un richiamo Takata ancora aperto devono aver completato la sostituzione dell’airbag difettoso per superare la revisione periodica. La massiccia campagna di richiamo degli airbag Takata è di fondamentale importanza per la sicurezza dei proprietari di specifici modelli, dopo la morte di decine di passeggeri.

Gli airbag Takata difettosi presentano un gonfiatore che può degradarsi a causa dell’umidità e del calore, causando un’esplosione anomala in caso di incidente e proiettando frammenti metallici sugli occupanti nell’abitacolo. In Italia, la sostituzione è gratuita e ogni costruttore ha una sezione dedicata ai richiami dove inserire il numero di telaio per un controllo. Le schegge metalliche possono esplodere a distanza ravvicinata come un’arma da fuoco e l’ultima misura, introdotta con il decreto direttoriale n. 229 del 2 luglio 2026 del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, mira ad arginare un problema gravissimo per gli automobilisti.

Bisogna fare in fretta

Per accelerare la sostituzione dei dispositivi difettosi e ridurre i rischi per i passeggeri è stato stabilito che la prenotazione non basta più per superare la revisione delle vetture che hanno subito il richiamo per il difetto degli airbag Takata. La fase transitoria, prevista dal decreto MIT n. 229 del 2 luglio in merito ai richiami classificati a rischio grave senza prescrizione “Stop Drive”, si è chiusa. Se fino al 30 settembre scorso era ammessa la prova della prenotazione, da questo mese in avanti occorre attivarsi. Sono già stati coinvolti circa 4 milioni di veicoli in Italia, ma circa 1,25 milioni risultavano ancora in strada con airbag potenzialmente difettosi.

La nuova disposizione prevede che la revisione possa essere ripetuta, con obbligo di effettuare una nuova verifica dopo aver sostituito l’airbag guasto. In alcuni casi è inoltre prevista la misura Stop Drive, che impone di non utilizzare il veicolo fino alla riparazione. Bisogna controllare il proprio VIN sul portale della Casa costruttrice di riferimento perché non tutti i richiami Takata determinano automaticamente il divieto di circolazione.

La lista dei modelli

Il problema non è generalizzato e potrebbe essere presente solo su alcune specifiche versioni, annate o fasce di numeri di telaio. Due vetture apparentemente identiche possono avere, a seconda del lotto di produzione, interventi distinti. La pagina dedicata del Ministero dei Trasporti raccoglie numerosi brand del Gruppo Stellantis, ma sono coinvolti anche marchi come BMW, Honda, Mazda, Mercedes-Benz e Toyota.

Tra le auto che meritano una verifica rientrano i seguenti modelli, indicati nelle pagine ufficiali italiane dei costruttori:

  • Citroen e DS: C3 seconda serie (prodotte dal 24 settembre 2008 al 21 febbraio 2017), C4 (dal 2 febbraio 2010 al 20 maggio 2018), DS3 (dal 5 dicembre 2008 al 30 maggio 2019), DS4 (dal 5 maggio 2010 al 3 febbraio 2017), DS5 (dal 30 giugno 2010 al 9 febbraio 2018) e C-Zero (da ottobre 2010 a febbraio 2017).
  • Opel: Astra, indicata come Astra 04 nella documentazione della Casa (2005-2014), Astra 10 (2009-2018), Vectra (2003-2008), Signum (2005-2008), Cascada (2012-2018), Meriva (2009-2017), Mokka (2011-2018) e Zafira (2011-2016). Per alcuni telai sono previste anche campagne con prescrizione Stop Drive: occorre controllare il codice associato al proprio veicolo.
  • Chevrolet: Aveo (2011–2018), Cruze (2009–2017), Orlando (2011–2017) e Trax (2013–2018). I proprietari Chevrolet possono rivolgersi alla rete di assistenza Opel.
  • Peugeot: iOn realizzate tra ottobre 2010 e maggio 2017. La pagina italiana del costruttore segnala che i veicoli interessati dalla campagna sono soggetti alla misura Stop Drive.
  • Nissan: Almera (dal 22 maggio 2001 al 25 dicembre 2008), Almera Tino (dal 22 agosto 2001 al 21 novembre 2005), Tiida (dal 13 novembre 2007 al 1° agosto 2014), Teana (dal 5 aprile 2004 al 1° novembre 2007), Maxima QX (dal 3 luglio 2000 all’11 giugno 2003), X-Trail (dal 2 luglio 2001 al 28 novembre 2008), Pick-up Navara (dal 24 aprile 2001 al 25 dicembre 2003), Patrol (dal 19 febbraio 2001 al 24 dicembre 2008), Terrano (dal 6 gennaio 2003 al 28 novembre 2006), Pathfinder (dal 19 luglio 2001 al 9 luglio 2004) e Note (dal 30 agosto 2005 al 19 luglio 2013).
  • Tesla: Model S del periodo 2012-2016. Il richiamo riguarda l’airbag anteriore lato passeggero; Tesla invita i proprietari degli esemplari non ancora riparati a prenotare l’intervento attraverso l’app.
  • Audi: A3 (2006-2013), A4 (2005-2008), A4 Cabriolet (2007-2009), A5 e A5 Cabriolet (2010-2011), A6 (2005-2011), Q5 (2009-2012), R8 (2016-2017) e TT (2015-2017).
  • Seat: Alhambra (2011-2017), Altea (2010-2015), Altea Freetrack (2013-2015), Ateca (2017), Exeo (2009-2013), Ibiza (2016-2017), Leon 37x (2013-2017), Leon PQ (2010-2014) e Toledo (2013-2017).
  • Skoda: Citigo (2013-2018), Fabia II (2013-2015), Fabia III (2015-2018), Kodiaq (2017-2018), Octavia III e Rapid (2013-2018), Roomster (2013-2015), Superb II (2014-2015), Superb III (2015-2018) e Yeti (2014-2017).
  • Volkswagen: Beetle (2012-2018), Fox (2007-2011), Golf VI (2009-2013), Golf Cabriolet VI (2012-2016), Golf Plus (2009-2014), Eos (2010-2015), Passat B6 berlina e Variant (2006-2010), Passat (2011-2015), Passat CC (2009-2017), Polo A04 (2007-2010), Polo A05 (2010-2014), Sharan (2011-2015), Tiguan (2015-2016), up! (2012-2016), e-up! (2014-2016), California, Multivan e Transporter T5 (2008-2015), Crafter (2006-2017).

Crisi automotive, scatta l’allarme per la componentistica italiana

Dopo un anno difficile, la componentistica italiana sperava di rilanciarsi nel 2026, ma l’incertezza dei mercati e la crescente concorrenza internazionale ha limitato la crescita. In base a quanto annunciato dall’Osservatorio realizzato dalla Camera di commercio di Torino e dall’Anfia, le 2.110 imprese della filiera hanno portato a un fatturato di 53,5 miliardi di euro, in calo del 3% rispetto al 2024. Un rallentamento che ha già avuto un impatto sull’occupazione, crollata a circa 166.800 lavoratori (-2,3%).

La situazione è sempre più delicata per molti operatori del settore, a causa della progressiva contrazione della produzione italiana di veicoli, diminuita del 19,9%. L’industria nostrana è schiacciata dalle pressioni di Bruxelles, dai dazi americani e dal boom di proposte che arriva da Oriente. L’inserimento di nuovi marchi cinesi ha limitato la risalita del car market europeo, sebbene l’export della componentistica abbia toccato quota 24,7 miliardi di euro, in lieve rialzo (+0,3%), mentre la bilancia commerciale ha conservato un saldo positivo di 7,36 miliardi.

Le sfide del futuro

Se sempre meno vetture verranno prodotte alle nostre latitudini la flessione appare inevitabile. Una delle sfide principali sarà la transizione elettrica, che presenta più rischi che benefici. Se la Cina si sta riscoprendo al vertice della catena produttiva di EV, il 49% delle imprese italiane intervistate si trova in una posizione sostanzialmente neutrale rispetto alla rivoluzione green, mentre il 14% risulta maggiormente esposto alle possibili conseguenze negative, perché strettamente legate alla creazione di motori endotermici.

Per spazzare via i dubbi di un futuro incerto servirebbero degli investimenti mirati, tuttavia l’innovazione ha un costo sempre più elevato. Nel 2025 le imprese hanno fatto un passo indietro e hanno investito in ricerca e sviluppo con una quota del 61,8%, contro il 64% dell’anno precedente. L’interesse per l’Intelligenza Artificiale è cresciuto: il 49,6% delle aziende la utilizza o ne sta sperimentando le applicazioni. Per il 2026 le prospettive rimangono oscure, ma le stime non sono tranquillizzanti.

Il 42% delle imprese prevede una riduzione del fatturato, contro un 33% che immagina ottimisticamente una crescita, con un saldo negativo del 9%. Le attese sugli ordinativi e sull’occupazione in realtà restano sfavorevoli e, interpellato sull’argomento, si è esposto anche il direttore generale dell’Anfia. Gian Mario Giorda ha annunciato:

“La situazione è molto difficile, è l’ora delle scelte responsabili da parte dell’Europa. Le indicazioni degli ultimi giorni vanno nella direzione giusta sia sul fronte delle emissioni sia sul Made in Europe”.

Filiera in affanno

Lo scorso anno il Piemonte si è confermato al vertice della componentistica italiana dell’automotive, con 734 aziende, pari al 34,8% del totale nazionale. Il settore ha registrato un fatturato di quasi 18,8 miliardi di euro, il 35% del totale italiano, e ha dato lavoro a circa 60.500 addetti. Rispetto al 2024 i ricavi si sono abbassati del 4,6% e l’occupazione del 3,5%, cali più marcati rispetto alla media nazionale. I problemi hanno coinvolto in particolar modo i subfornitori, il cui fatturato è sceso del 12%. Solo gli specialisti dell’aftermarket hanno avuto una crescita dell’1,8%. Massimiliano Cipolletta, presidente della Camera di commercio di Torino, ha spiegato:

“Il 2025 ha confermato le difficoltà che la filiera automotive sta affrontando in una fase di profonda trasformazione del settore, in un panorama che inevitabilmente scoraggia nuovi investimenti e scelte strategiche”.

Sciopero dei trasporti 21 ottobre 2026: città, orario inizio e fine

Il 21 ottobre 2026 è previsto 1 sciopero in Italia. Di seguito i dettagli dello sciopero in programma.

Sciopero dei trasporti Genova

A Genova, in Liguria, è indetto uno sciopero territoriale di 4 ore, dalle 11.30 alle 15.30, che coinvolge il trasporto pubblico locale. È interessato il personale della società AMT di Genova. Lo sciopero è indetto da OST UGL AUTOFERRO e RSA.

Fonte: Mit

Sciopero dei trasporti ottobre 2026: calendario e orari città per città

Nel mese di ottobre 2026 sono previsti scioperi e fermi che interessano il trasporto pubblico locale, i servizi ferroviari e merci, il trasporto aereo e marittimo, oltre a proclamazioni generali. Le iniziative si svolgono in diverse città e regioni e, in alcuni casi, proseguono per più giorni: qui sotto il calendario, con orari, categorie coinvolte e sindacati indicati nei dati disponibili.

Sciopero 2 ottobre 2026

È previsto uno sciopero plurisettoriale nazionale proclamato da CSLE, che interessa il settore pubblico e privato. Per il trasporto ferroviario sono indicate 3 ore di sciopero, dalle 11.00 alle 14.00. Per il settore marittimo le modalità non sono specificate nei dati disponibili.

Sciopero 3 ottobre 2026

Nella città di Genova, in Liguria, è previsto uno sciopero di 24 ore con modalità varie nel trasporto pubblico locale. È coinvolto il personale di AMT di Genova; la protesta è indetta da CUB Trasporti.

Sciopero 8 ottobre 2026

In Sicilia è previsto uno sciopero ferroviario di 24 ore che coinvolge il personale di FS Security della regione, in tutte le province. I sindacati promotori sono SLM FAST Confsal e ORSA Trasporti.

Sciopero 9 ottobre 2026

In Lombardia, nella provincia di Milano, sono proclamate agitazioni di 24 ore, con modalità varie, nel trasporto pubblico locale. È interessato il personale del Gruppo ATM di Milano; tra le proclamazioni indicate figurano quelle di AL-COBAS e CONFIAL Trasporti.

In Emilia-Romagna, nei bacini di Forlì-Cesena, Ravenna e Rimini, è previsto uno sciopero di 24 ore con modalità varie nel trasporto pubblico locale. È coinvolto il personale di Start Romagna. Le sigle indicate sono FILT-CGIL, FIT-CISL, UGL, FAISA-CISAL, USB Lavoro Privato e, separatamente, UILT-UIL.

Sciopero 10 ottobre 2026

Nella provincia di Firenze, in Toscana, è previsto uno sciopero di 24 ore nel trasporto pubblico locale che interessa il personale della società di gestione del servizio tranviario di Firenze. La proclamazione è di COBAS Lavoro Privato.

Sciopero 12 ottobre 2026

Nella città di Bari, in Puglia, è previsto uno sciopero di 4 ore del trasporto pubblico locale, dalle 8.30 alle 12.30. È coinvolto il personale di AMTAB. I sindacati promotori sono FILT-CGIL, FIT-CISL, UILT-UIL e UGL Autoferro.

Sciopero 13 ottobre 2026

In Italia è in programma uno sciopero di 24 ore del trasporto merci su rotaia, dalle 6.00 del 13 ottobre alle 5.59 del 14 ottobre. L’agitazione riguarda il personale di SBB Cargo Italia ed è proclamata da ORSA Ferrovie.

Sciopero 14 ottobre 2026

In Italia prosegue fino alle 5.59 lo sciopero del trasporto merci su rotaia che coinvolge il personale di SBB Cargo Italia, iniziato il 13 ottobre. La proclamazione è di ORSA Ferrovie.

In Toscana è previsto uno sciopero generale dei settori pubblici e privati, compresi appalti e servizi strumentali, proclamato da CGIL. Per il settore ferroviario è indicata la fascia dalle 9.01 alle 17.00; gli appalti ferroviari sono coinvolti nel secondo mezzo turno, il trasporto pubblico locale per 4 ore secondo modalità diverse e il trasporto merci su rotaia per l’intera prestazione lavorativa.

Sciopero 15 ottobre 2026

Nella città di Foggia, in Puglia, è previsto uno sciopero di 24 ore del trasporto pubblico locale che coinvolge il personale di ATAF. Le sigle promotrici sono FILT-CGIL e FAISA-CISAL.

Nella città di Napoli, in Campania, inizia uno sciopero marittimo di 48 ore, fino alle 23.59 del 16 ottobre. Riguarda il sistema portuale del Mar Tirreno Centrale: lavoratori delle imprese ex articoli 16, 17 e 18 della legge 84/94, dell’ADSP e delle società al terminal passeggeri ai sensi dell’articolo 36 del Codice della navigazione. È proclamato da FILT-CGIL, FIT-CISL e UILT-UIL.

Sciopero 16 ottobre 2026

Nei bacini di Chieti e Pescara, in Abruzzo, è previsto uno sciopero di 4 ore del trasporto pubblico locale, con modalità varie e senza orari specificati nei dati disponibili. Sono coinvolti i dipendenti di TUA, Cerella, Di Fonzo Donato, Di Giacomo, DicarloBus, La Panoramica e Napoleone. La proclamazione è di FIT-CISL, UIL-UIL e FAISA-CISAL.

Nella città di Bergamo è previsto uno sciopero di 24 ore del trasporto pubblico locale che coinvolge il personale dell’unità produttiva di Arriva Italia. Gli orari di inizio e fine non sono indicati. Lo sciopero è proclamato da FILT-CGIL, FIT-CISL, UILT-UIL, FAISA-CISAL e RSU.

In Calabria è in corso, dalle 00.01 del 16 ottobre alle 24.00 del 20 ottobre, un fermo di 120 ore del trasporto merci per conto terzi delle imprese aderenti a Fedralog. È proclamato da Fedralog Calabria.

In Italia è previsto uno sciopero aereo di 24 ore, dalle 00.00 alle 23.59, che coinvolge il personale navigante di EasyJet Airlines Limited. La proclamazione è di USB Lavoro Privato.

In Italia è previsto uno sciopero aereo di 24 ore, dalle 00.00 alle 24.00, che coinvolge il personale navigante tecnico di Poste Air Cargo. È proclamato da FILT-CGIL, FIT-CISL, UILT-UIL, ANPAC e ANP.

Nella città di Napoli, in Campania, prosegue fino alle 23.59 lo sciopero marittimo di 48 ore del sistema portuale del Mar Tirreno Centrale, iniziato il 15 ottobre. Sono interessati i lavoratori delle imprese ex articoli 16, 17 e 18 della legge 84/94, dell’ADSP e delle società al terminal passeggeri ai sensi dell’articolo 36 del Codice della navigazione. Le sigle promotrici sono FILT-CGIL, FIT-CISL e UILT-UIL.

In Sicilia è in corso, dalle 00.01 del 16 ottobre alle 24.00 del 20 ottobre, un fermo di 120 ore dell’autotrasporto merci per conto terzi in tutte le province. È proclamato dal Comitato Trasporto Siciliano.

Sciopero 19 ottobre 2026

Nella città di Roma, nel Lazio, è previsto uno sciopero di 4 ore del trasporto pubblico locale, dalle 8.30 alle 12.30, che coinvolge il personale di Bus International Service. La protesta è indetta da USB Lavoro Privato.

Nella città di Savona, in Liguria, è previsto uno sciopero di 4 ore del trasporto pubblico locale, dalle 10.15 alle 14.15, che interessa il personale di TPL Linea. La proclamazione è di FILT-CGIL, FIT-CISL, UILT-UIL, UGL, FAISA-CISAL, SIAL COBAS e RSU.

In Calabria prosegue il fermo di 120 ore del trasporto merci per conto terzi, dalle 00.01 del 16 ottobre alle 24.00 del 20 ottobre, per le imprese aderenti a Fedralog. È proclamato da Fedralog Calabria.

In Sicilia prosegue il fermo di 120 ore dell’autotrasporto merci per conto terzi, dalle 00.01 del 16 ottobre alle 24.00 del 20 ottobre, in tutte le province. È proclamato dal Comitato Trasporto Siciliano.

Sciopero 20 ottobre 2026

Nella città di Udine, in Friuli-Venezia Giulia, è previsto uno sciopero di 9 ore del trasporto pubblico locale, dalle 15.00 alle 24.00, che coinvolge il personale di Arriva Udine. La proclamazione è dell’Associazione Sindacale Indipendente ASI-AU.

In Calabria è l’ultimo giorno del fermo di 120 ore del trasporto merci per conto terzi delle imprese aderenti a Fedralog, previsto fino alle 24.00. L’iniziativa è proclamata da Fedralog Calabria.

In Sicilia è l’ultimo giorno del fermo di 120 ore dell’autotrasporto merci per conto terzi in tutte le province, previsto fino alle 24.00. L’iniziativa è proclamata dal Comitato Trasporto Siciliano.

Sciopero 21 ottobre 2026

Nella città di Genova, in Liguria, è previsto uno sciopero territoriale di 4 ore del trasporto pubblico locale, dalle 11.30 alle 15.30. È coinvolto il personale di AMT di Genova; lo sciopero è indetto da UGL Autoferro e RSA.

Sciopero 23 ottobre 2026

Nella città di Bari, in Puglia, è previsto uno sciopero di 4 ore del trasporto pubblico locale, dalle 19.45 alle 23.45. Sono coinvolti gli operatori di esercizio e il personale addetto alla gestione operativa autolinee (GOA) di Ferrovie Sud Est di Bari. La proclamazione è di FILT-CGIL, FIT-CISL, UILT-UIL e FAISA-CISAL.

Sciopero 27 ottobre 2026

Sull’autostrada A1, nella tratta Incisa-Sasso Marconi, è previsto uno sciopero di 4 ore del personale GSA addetto alla sorveglianza antincendio. Il primo turno è dalle 8.00 alle 12.00 e il secondo dalle 20.00 alle 24.00. La proclamazione è di SGB.

Sciopero 28 ottobre 2026

Nella città di Napoli, in Campania, è previsto uno sciopero di 8 ore del trasporto pubblico locale, dalle 8.00 alle 16.00, che coinvolge il personale di Air Campania. È proclamato da FILT-CGIL, FIT-CISL, UILT-UIL, UGL e FAISA-CISAL.

In Emilia-Romagna inizia alle 21.00 uno sciopero ferroviario di 24 ore, che prosegue fino alle 21.00 del 29 ottobre. Coinvolge il personale di Trenitalia, Divisione Customer Operations, nelle sedi di Bologna, Reggio Emilia (storica e AV Mediopadana) e Rimini. Le sigle promotrici sono FILT-CGIL, FIT-CISL, UILT-UIL e ORSA Ferrovie.

Sciopero 29 ottobre 2026

In Emilia-Romagna prosegue fino alle 21.00 lo sciopero ferroviario di 24 ore iniziato alle 21.00 del 28 ottobre. È interessato il personale di Trenitalia, Divisione Customer Operations, nelle sedi di Bologna, Reggio Emilia (storica e AV Mediopadana) e Rimini. La proclamazione è di FILT-CGIL, FIT-CISL, UILT-UIL e ORSA Ferrovie.

Nella città di Bologna è previsto uno sciopero di 4 ore, dalle 12.00 alle 16.00, che riguarda il personale della società La Lucente impiegato presso il sito aeroportuale. È proclamato da FILCAMS-CGIL e UILT-UIL.

In Italia, nell’ambito dello sciopero generale proclamato da USB per il 30 ottobre, le modalità indicate prevedono l’avvio dello sciopero ferroviario alle 21.00 del 29 ottobre e di quello autostradale alle 22.00 del 29 ottobre. Le agitazioni proseguono il 30 ottobre secondo le modalità indicate per i rispettivi settori.

Sciopero 30 ottobre 2026

In Toscana è proclamato per l’intera giornata uno sciopero generale del personale dipendente pubblico e privato, indetto da USI-CIT.

In Italia è previsto per l’intera giornata uno sciopero generale dei settori pubblici e privati, proclamato da USB. Le modalità indicate sono: trasporto aereo dalle 00.00 alle 23.59; trasporto ferroviario dalle 21.00 del 29 ottobre alle 20.59 del 30 ottobre; trasporto pubblico locale con durata e modalità definite a livello territoriale; autostrade dalle 22.00 del 29 ottobre; taxi dalle 00.01 alle 23.59.

Negli aeroporti di Pisa e Firenze, in Toscana, è previsto uno sciopero di 24 ore, dalle 00.00 alle 23.59, che coinvolge il personale di Toscana Aeroporti, GH Toscana e Consulta operante negli scali. È proclamato da USB Lavoro Privato.

In Italia è previsto uno sciopero marittimo di 24 ore che interessa i lavoratori del settore portuale delle imprese ex articoli 16, 17 e 18 della legge 84/94, dell’ADSP e delle società che applicano il CCNL Porti. È proclamato da USB Lavoro Privato.

In Italia è inoltre proclamato per l’intera giornata uno sciopero generale dei settori pubblici e privati da ADL-COBAS, CLAP, SIAL-COBAS e COBAS.

Maggiori dettagli sono disponibili alle pagine dedicate ai singoli giorni:

Sciopero dei trasporti 21 ottobre 2026: città, orario inizio e fine
Sciopero dei trasporti 20 ottobre 2026: città, orario inizio e fine
Sciopero dei trasporti 19 ottobre 2026: città, orario inizio e fine
Sciopero dei trasporti 16 ottobre 2026: città, orario inizio e fine
Sciopero dei trasporti 15 ottobre 2026: città, orario inizio e fine
Sciopero dei trasporti 14 ottobre 2026: città, orario inizio e fine
Sciopero dei trasporti 13 ottobre 2026: città, orario inizio e fine
Sciopero dei trasporti 12 ottobre 2026: città, orario inizio e fine
Sciopero dei trasporti 10 ottobre 2026: città, orario inizio e fine
Sciopero dei trasporti 09 ottobre 2026: città, orario inizio e fine
Sciopero dei trasporti 08 ottobre 2026: città, orario inizio e fine
Sciopero dei trasporti 03 ottobre 2026: città, orario inizio e fine
Sciopero dei trasporti 02 ottobre 2026: città, orario inizio e fine

Fonte: Mit

Batterie sostituibili in 5 minuti, così i camion elettrici mandano in pensione il diesel

Per anni, chi lavora nel trasporto pesante ha guardato ai camion elettrici con un misto di curiosità e diffidenza. Il motivo è semplice: un mezzo che ferma il lavoro per ore a causa della ricarica è un mezzo che fa perdere soldi, e nessun trasportatore può permettersi di restare fermo con il carico a bordo.

Ora CATL, il colosso cinese delle batterie, prova a smontare questo ostacolo con un sistema che promette di ribaltare le regole del gioco. Il 20 ottobre l’azienda ha presentato il suo nuovo Dual-Electric Range Extender, una soluzione pensata proprio per i camion pesanti a batteria, con l’obiettivo di avvicinare i costi di gestione e la praticità d’uso a quelli di un diesel.

Il sistema a doppia batteria CATL

Il cuore dell’idea è un’architettura a doppia batteria, battezzata “A+B”. La parte A è un pacco sostituibile ad alta capacità, da 432 oppure 513 kWh, montato sul fondo del veicolo e disponibile anche in leasing, una formula che permette di ridurre la spesa iniziale per l’acquisto. La parte B è invece un pacco fisso da 77 kWh, che funziona da riserva di emergenza.

In pratica, il conducente può scaricare la batteria principale fino al 5% di carica senza il timore di rimanere a piedi: quando serve, il sistema passa in automatico al pacco di scorta. A questo si aggiunge il vero asso nella manica, ovvero la possibilità di sostituire la batteria in appena 5 minuti, un tempo paragonabile a quello di una sosta al distributore.

Sul piano economico, secondo le stime di CATL il sistema permetterebbe di risparmiare oltre 460mila yuan, circa 63.800 euro, nell’arco di tre anni rispetto a un camion diesel. L’azienda precisa, però, che si tratta di una cifra indicativa e non di una garanzia valida in ogni condizione d’uso, un’avvertenza da tenere presente prima di fare i conti in tasca a un’impresa di trasporti.

La rete di sostituzione batterie si amplia

Una tecnologia del genere ha senso solo se esiste una rete capace di sostenerla. Per questo CATL sta ampliando le stazioni di scambio “QiJi”, che usano blocchi batteria standardizzati in due taglie: il modello 260# da 432 kWh, per i veicoli con passo da 3.800 millimetri, e il 300# da 513 kWh per quelli con passo da 4.200 millimetri.

Oggi le direttrici operative sono cinque, con oltre 5 milioni di chilometri percorsi in esercizio stabile. Gli obiettivi sono ambiziosi: 900 stazioni entro la fine del 2026, 2.000 nel 2027 lungo l’intera rete autostradale cinese e, a regime, 10.000 punti di scambio.

Al lancio, il gruppo ha già firmato accordi con 14 partner, tra cui corrieri come SF Express, ZTO Express e YTO Express, per un ordine iniziale di 13.000 unità. Accanto al sistema a doppia batteria, CATL ha presentato anche quattro versioni della gamma Tectrans II, ognuna pensata per un impiego diverso.

La Ultra-Light punta sul peso ridotto per le brevi tratte; la Ultra-Thin riduce lo spessore della batteria da 860 a 580 millimetri, ideale per cantieri e ribaltabili; la Short-Wheelbase, con passo corto da 3.350 millimetri, è pensata per zone montane e portuali; infine la Long-Range, con batteria da 760 kWh e oltre 600 km di autonomia, guarda alla lunga percorrenza.

Un camion su due in Cina è elettrico

A far da sfondo a tutto questo ci sono numeri che raccontano un cambiamento già in corso. Secondo i dati diffusi da CATL, la quota di camion pesanti elettrici in Cina è passata dal 5,2% del 2022 al 50,28% nel settembre 2026: in pratica, un mezzo su due venduto nel Paese ormai funziona a batteria. Oltre 430mila mezzi pesanti elettrici circolano già con batterie CATL, una quota superiore al 70% del mercato mondiale.

Dall’altra parte del mondo, però, lo scenario è ben diverso. In Europa il trasporto pesante resta in larga parte legato al gasolio, anche se le soluzioni alternative si moltiplicano, dai range extender a biocarburanti ai camion elettrici con autonomie sempre più alte.

Resta da capire se un sistema basato sullo scambio rapido delle batterie, che in Cina può contare su una rete in rapida crescita, potrà trovare terreno fertile anche da noi, dove infrastrutture e standard sono ancora tutti da costruire. Di certo, il messaggio che arriva da Oriente è chiaro: il diesel, almeno sulle rotte più battute, non è più l’unica strada possibile.

Niente più stop alle auto termiche dal 2035, cambia di nuovo tutto

Chi sperava di avere finalmente una data certa per il futuro dei motori a benzina e diesel dovrà rimandare le certezze. A Bruxelles il dibattito sulle auto termiche si è riacceso con un’intesa che ridisegna, almeno sulla carta, uno dei pilastri della politica climatica europea: lo stop alle nuove auto a combustione dal 2035 perde un altro pezzo.

Dopo l’accordo di pochi giorni fa tra Francia e Germania, anche i principali gruppi del Parlamento europeo hanno trovato un compromesso per allentare le regole sulle emissioni, riaprendo la strada alla vendita di vetture non completamente elettriche oltre quella scadenza.

Niente più blocco

Il compromesso è stato raggiunto da Partito Popolare Europeo, Socialisti e Democratici e Renew Europe, che hanno concordato di rivedere la normativa approvata nel 2023, quella che prevedeva l’azzeramento al 100% delle emissioni di CO2 per le nuove auto e i nuovi furgoni dal 2035. Una regola che, di fatto, avrebbe impedito la vendita di auto nuove a benzina e diesel.

Il testo che emerge dalle trattative cambia l’impostazione: l’obiettivo non è più zero, e questo apre la porta alla commercializzazione di auto con motore a combustione anche dopo il 2035, mantenendo comunque l’elettrico al centro della strategia comunitaria.

Per gli automobilisti la prima buona notizia è un’altra, ed è sempre valsa: nessuna delle regole discusse impone di rottamare nel 2035 le auto già acquistate. Le vetture a benzina e diesel già in circolazione potranno continuare a viaggiare senza problemi, come previsto anche dalla normativa attuale.

Si scende all’87,5%

Il cuore dell’intesa sta in un numero: 87,5%. È la riduzione delle emissioni di CO2 che i costruttori dovranno garantire entro il 2035 rispetto ai livelli del 2021, invece del taglio totale.

A questo si aggiunge un ulteriore 7,5% che potrà essere compensato attraverso crediti legati all’impiego di acciaio a basse emissioni prodotto nell’Unione, una concessione pensata per sostenere la filiera industriale europea. Per i furgoni è previsto un percorso a parte, con una riduzione del 35% nel 2030 e dell’80% nel 2035.

Il compromesso introduce inoltre maggiore flessibilità sui cosiddetti super crediti riservati ai veicoli elettrici a batteria.

Il testo ricalca da vicino l’intesa di Francia e Germania, che puntava a un taglio del 90% senza compensazioni per la quota rimanente, e va incontro alle richieste di costruttori come Stellantis, Volkswagen e BMW, da tempo in pressing per ottenere più tempo e più margini.

Anche la Commissione, del resto, aveva già avviato la revisione con il pacchetto automotive del dicembre 2025, proponendo di scendere dal 100 al 90%.

Intesa al momento solo politica

Prima di brindare, però, bisogna ricordare che si tratta soltanto di un accordo politico. Il compromesso raggiunto dai negoziatori deve ancora ottenere il via libera dei gruppi parlamentari e affrontare il confronto con i governi dei Paesi membri, passaggi tutt’altro che scontati. Fino all’approvazione della riforma resta in vigore il target del 100% previsto per il 2035.

C’è poi una questione di sostanza: la portata delle concessioni all’industria e il futuro concreto delle motorizzazioni tradizionali devono ancora essere definiti nel dettaglio. Non significa, insomma, che dal 2035 si potrà vendere liberamente qualsiasi auto a benzina o diesel, ma che il quadro è destinato a essere riscritto. Una partita ancora aperta, in cui l’ultima parola spetterà alle istituzioni europee.

Ruba carburante aspirandolo dalle auto in sosta, denunciato il responsabile

A Napoli, nel quartiere di Pianura, un uomo rubava carburante con un tubo di plastica e una tanica. La disperazione per il rincaro dei prezzi alle pompe ha spinto il 41enne ad agire contro la legge pur di accaparrarsi una tanica di diesel. Si avvicinava ai serbatoi delle vetture in sosta e metteva in pratica una tecnica antica come l’industria delle quattro ruote, sperando di non essere intercettato dai passanti e soprattutto dai proprietari dei veicoli.

I Carabinieri invece lo hanno individuato e denunciato. L’uomo è stato sorpreso mentre aspirava gasolio attraverso un tubo di plastica per assicurarsi un pieno di prezioso diesel. Una immagine di una profonda tristezza che, in un periodo, di proteste per il rincaro vita dovrebbe far riflettere anche gli esponenti del Governo.

Le conseguenze del gesto

L’autore risponderà di furto aggravato, in base a quanto previsto dall’art. 624 del Codice Penale. Per il reato è prevista una reclusione da due a sei anni e una multa da euro 927 a euro 1.500. Il comma 1 prevede le suddette conseguenze se il colpevole, per commettere il fatto, si introduce o si trattiene in un edificio o in un altro luogo destinato ad abitazione; se il colpevole usa violenza sulle cose o si vale di un qualsiasi mezzo fraudolento; se il colpevole porta indosso armi o narcotici, senza farne uso; ancora al comma 4 se il fatto è commesso con destrezza, ossia strappando la cosa di mano, o di dosso alla persona.

Il comma 5 prevede la pena se il fatto è commesso da tre o più persone, ovvero anche da una sola, che sia travisata o simuli la qualità di pubblico ufficiale o d’incaricato di un pubblico servizio; se il fatto è commesso sul bagaglio dei viaggiatori in ogni specie di veicoli, nelle stazioni, negli scali o banchine, negli alberghi o in altri esercizi ove si somministrano cibi o bevande; se il fatto è commesso su cose esistenti in uffici o stabilimenti pubblici, o sottoposte a sequestro o a pignoramento, o esposte per necessità o per consuetudine o per destinazione alla pubblica fede o destinate a pubblico servizio o a pubblica utilità, difesa o reverenza.

Gli altri comma dell’articolo 624 del Codice Penale

La reclusione da due a sei anni e la multa da euro 927 a euro 1.500 è prevista nei seguenti casi:

  • 7-bis) se il fatto è commesso su componenti metalliche o altro materiale sottratto a infrastrutture destinate all’erogazione di energia, di servizi di trasporto, di telecomunicazioni o di altri servizi pubblici e gestite da soggetti pubblici o da privati in regime di concessione pubblica;
  • 8) se il fatto è commesso su tre o più capi di bestiame raccolti in gregge o in mandria, ovvero su animali bovini o equini, anche non raccolti in mandria;
  • 8-bis) se il fatto è commesso all’interno di mezzi di pubblico trasporto;
  • 8-ter) se il fatto è commesso nei confronti di persona che si trovi nell’atto di fruire ovvero che abbia appena fruito dei servizi di istituti di credito, uffici postali o sportelli automatici adibiti al prelievo di denaro.

Infine se concorrono due o più delle circostanze prevedute dai numeri precedenti, ovvero se una di tali circostanze concorre con altra fra quelle indicate nell’articolo 61, la pena è della reclusione da tre a dieci anni e della multa da euro 206 a euro 1.549.

Oltre al furto del gasolio, l’uomo aveva pure l’appartamento allacciato direttamente alla rete elettrica nazionale, senza il filtro di un contatore. L’uomo rubava risorse quotidianamente e questo elemento rappresenta un’aggravante.