Trump dichiara di avere il controllo sullo stretto di Hormuz

Donald Trump assicura che lo Stretto di Hormuz è libero e sotto il pieno controllo della Marina americana. Ma sui mercati il messaggio sembra non bastare. Mentre il presidente degli Stati Uniti sostiene che il passaggio strategico del Golfo Persico sia stato completamente bonificato dalle mine e che le navi possano attraversarlo sotto la protezione statunitense, il petrolio torna a correre. Il Brent è risalito fino a 90 dollari al barile, con un incremento del 2,6%, mentre il Wti americano ha guadagnato il 2,8%, portandosi a 84,4 dollari.

È il paradosso di una crisi che continua a pesare sulle materie prime: Washington rivendica il controllo del principale corridoio energetico della regione, ma gli armatori sembrano ancora muoversi con estrema cautela.

Trump: “Controlliamo questa zona al 100%”

Parlando con i giornalisti alla Casa Bianca, Trump ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz è “completamente aperto” e che il controllo del passaggio sarebbe nelle mani della Marina degli Stati Uniti. Il presidente ha spiegato che le forze americane avrebbero anche provveduto a bonificare l’area dalle mine, individuando gli ordigni eventualmente posizionati.

La posizione della Casa Bianca è dunque netta: Hormuz sarebbe operativo e gli Stati Uniti avrebbero la capacità di decidere quali navi possono transitare attraverso lo stretto. Una dichiarazione che punta a rassicurare i mercati e soprattutto il settore marittimo, ma che si scontra con una realtà ancora caratterizzata da un traffico estremamente ridotto.

Poche navi nel passaggio più importante

I dati elaborati da Kpler fotografano infatti uno scenario molto diverso da quello di un normale corridoio commerciale. Nella giornata monitorata, soltanto sei navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz, contro una media di circa 11 registrata nei dieci giorni precedenti.

Il dato diventa ancora più significativo se confrontato con i livelli precedenti al conflitto. In condizioni normali, attraverso questo passaggio transitavano circa 130-140 navi al giorno. La distanza tra i due numeri racconta meglio di qualsiasi dichiarazione quanto la situazione sia ancora lontana dalla normalità.

Nello specifico, quattro navi mercantili sono entrate nello stretto, tra cui due petroliere vuote, mentre soltanto due imbarcazioni ne sono uscite: una piccola petroliera carica di gas di petrolio liquefatto e una nave che trasportava combustibili residui.

Il petrolio reagisce all’incertezza

È proprio questa incertezza a continuare ad alimentare la tensione sui mercati energetici. Nonostante le rassicurazioni provenienti da Washington, gli operatori stanno incorporando nelle quotazioni il rischio che la circolazione delle navi possa rimanere limitata ancora a lungo.

Il risultato è una nuova accelerazione del greggio. Il Brent torna a 90 dollari al barile, mentre il Wti raggiunge quota 84,4 dollari. Un movimento che riporta l’attenzione sul possibile impatto della crisi sulle economie occidentali, considerato il ruolo di Hormuz nel commercio mondiale di energia.

Trump mette sul tavolo tre strategie contro l’Iran

La questione dello stretto si inserisce inoltre in una partita molto più ampia con l’Iran. Trump ha spiegato di avere tre possibili strategie nei confronti di Teheran: continuare con la pressione economica già esercitata, colpire l’Iran in maniera ancora più dura oppure puntare direttamente alla sua sconfitta economica.

Il presidente americano ha descritto l’economia iraniana come fortemente compromessa, sostenendo che Washington abbia un controllo significativo sulle risorse finanziarie del Paese. Intanto, sul vicino Stretto di Bab el-Mandeb, il traffico appare decisamente più stabile. Secondo Kpler, ieri lo hanno attraversato 25 navi, contro una media di quasi 24 nei dieci giorni precedenti.

La partita vera resta dunque concentrata su Hormuz. Trump dice che il passaggio è libero e controllato dagli Stati Uniti. I numeri del traffico marittimo, invece, raccontano ancora una storia molto diversa. E il petrolio, tornato a 90 dollari, sembra dare più peso alla seconda versione.

Bonus trasporti, fino a 400 euro: requisiti e come fare domanda

I beneficiari potranno ottenerlo nel 2027 sino a un massimo di 400 euro con un tetto Isee fissato a 20.000 euro. Verranno considerati anche altri fattori, come la distanza dal luogo di studio o lavoro, ma cerchiamo di analizzare la disciplina punto per punto per offrire un quadro chiaro. Prima di tutto non dovrebbe esserci un click day, ma dovrebbe funzionare con l’inserimento della persona in una classifica, in base all’Isee e altre caratteristiche personali, come la proprietà di un’auto.

Si otterrà un punteggio in graduatoria che stabilirà anche l’importo esatto dell’aiuto, che potrà partire da un minimo di 100 sino a un massimo di 400 euro. Un funzionamento non diverso dal Bonus sociale energia plus in bolletta, sostegno voluto dal Governo e già integrato nel Piano sociale per il clima. Il testo non è ancora definitivo, perché dovrà superare la delicata fase di negoziati con la Commissione europea.

In vigore dal 2027

Con la crescita dei prezzi dei carburanti, con conseguente aumento dei biglietti dei mezzi pubblici, è stato programmato un nuovo meccanismo europeo Ets2, che diventerà pienamente attivo nel 2028. Con il Bonus traporti ciascun individuo che rientra nei parametri potrà gestire un conto personale per comprare biglietti e abbonamenti per i vari servizi di trasporto pubblico locale. Con una durata di 12 mesi non potrà essere cumulato con altri Bonus trasporti regionali o comunali.

L’utente potrà accedere a una piattaforma online, chiamata PMES (Piattaforma della Mobilità Ecosolidale). Per avere gli sconti potranno essere usati i QR Code, come già accaduto in passato per gli altri Bonus trasporti. Per chi non ha una particolare dimestichezza con la sfera digitale si potranno avere dei metodi alternativi, sia per telefono o anche con assistenza di persona. I lavoratori dipendenti avranno una possibilità extra. Saranno le loro aziende, in modo discrezionale, a scegliere di aumentare l’importo del Bonus mettendoci dei soldi propri.

Un consistente numero di 1,65 milioni di persone all’anno dovrebbero rientrare nella graduatoria, senza l’affannosa corsa al click day. Il valore dell’Isee assegnerà fino a 60 punti, mentre altri 20 punti dipenderanno dalla distanza dal luogo di lavoro o studio, e altri 20 da fattori diversi. Il totale che si può raggiungere quindi è di 100, partendo da 0.

I requisiti economici

Chi presenta un Isee di oltre i 20mila euro non potrà beneficiare del Bonus. Chi ha un Isee sotto i 10mila euro avrà il punteggio massimo, ovvero 60 punti. Non mancheranno gli scaglioni intermedi da 45 punti (sotto i 15mila euro) e 25 punti (sopra i 15mila euro).

Sarà importantissimo anche il requisito di distanza tra la casa e il luogo di studio o lavoro (per persone disoccupate, precarie, autonome che prenderà in considerazione la città indicata come destinazione abituale): il punteggio massimo di 20 punti sarà ad appannaggio di coloro che supereranno i 30 chilometri di distanza; oltre i 10 chilometri si otterranno 10 punti, sotto quella soglia soli 5 punti. Come detto, 10 punti extra verranno indirizzati a coloro che non possiedono un’auto; altri 10 punti a chi, nel passato recente, ha avuto un abbonamento ai mezzi mensile o annuale.

Chi raggiungerà un punteggio sotto i 35 punti non riceverà il Bonus, a meno che la graduatoria non scorra. Vi sono categorie che automaticamente raggiungeranno i 100 punti. Si tratta di:

  • Caregiver familiari che assistono persone con disabilità;
  • Persone con disabilità;
  • Persone sottoposte a trattamenti sanitari continuativi che richiedono viaggi continui.

Sono previsti tre scaglioni di beneficiari: chi avrà 400 euro all’anno; chi avrà 200 euro all’anno; e chi avrà 100 euro all’anno. Il calcolo viene effettuato in base al punteggio individuale:

  • Con almeno 80 punti si avranno 400 euro;
  • Con almeno tra 55 e 79 punti si avranno 200 euro;
  • Chi ha ottenuto tra 35 e 54 punti riceverà 100 euro.

Due distributori su tre sono fuorilegge, scatta l’indagine della Guardia di Finanza

L’Italia è un posto bello, caldo, affascinante, ma ricco di contraddizioni e truffatori. Il mega blitz della Finanza sta svelando tutti i furbetti che stanno sfruttando la crisi per creare una rete di attività criminali che farebbe guadagnare cifre elevatissime. Dopo quello che è accaduto e sta accadendo in Medio Oriente, il carburante in autostrada ha superato quota 2 euro al litro.

La stangata dei prezzi presso i distributori sta aprendo una forbice tra gli italiani e chi opera sul mercato parallelo illegale sta facendo affari d’oro. Risulta logico che con un prodotto sempre più caro, la voglia di truffare cresce di giorno in giorno. Chi froda gioca sul rialzo dei carburanti e l’economia sommersa del contrabbando sta emergendo con dei numeri preoccupanti.

Tensioni internazionali e problemi interni

Il blocco dello Stretto di Hormuz e la guerra che si è scatenata tra Israele, Stati Uniti e Iran ha sconvolto degli equilibri precari. Nella giornata di ieri sono transitate appena 6 navi nello Stretto. Nel periodo prebellico erano circa 130 e Trump continua ad affermare che l’intero stretto di Hormuz sia stato bonificato e che gli americani ne detengono il controllo esclusivo. Tutto questo sta avendo delle ricadute devastanti sulle tasche degli italiani.

La Guardia di Finanza, da marzo a luglio 2026, ha passato al setaccio l’intera filiera distributiva nostrana. Dopo mesi di controlli sono emerse tutte le irregolarità dei distributori. L’intervento delle Fiamme Gialle si è espanso in due direzioni: la lotta all’evasione delle accise e la verifica della trasparenza dei prezzi al consumatore. Dopo 4.800 interventi complessivi su tutto il territorio nazionale e 20 milioni di chilogrammi di prodotti energetici sequestrati, sarebbero emersi che 6,5 milioni di chilogrammi di carburante consumati risultino “in frode”.

Ben 265 persone sono state denunciate all’autorità giudiziaria. Su 3.428 impianti controllati, sono state contestate 2.279 violazioni a 937 operatori, ovvero il 66,5% degli impianti fuorilegge. In sostanza due pompe su tre non erano a norma, a causa della mancata esposizione chiara dei cartelloni e, nei casi più gravi, ci sarebbe una difformità tra il prezzo pubblicizzato e quello addebitato all’erogatore.

Tecniche truffaldine

Tra le tecniche più comuni c’è quella del “designer fuel”, ovvero si prende del gasolio per autotrazione e lo si fa viaggiare con documenti falsi, ribattezzandolo come “olio lubrificante” o “liquido bio anticorrosivo”. Gli agenti di Udine e Verona hanno intercettato due tank container provenienti dall’Est Europa diretti al Meridione con 64.000 litri di finto olio lubrificante pronti a finire nei serbatoi delle vetture.

In Friuli, si è registrato il sequestro di quasi mezzo milione di litri, portando alla scoperta una evasione milionaria. Inoltre, è stato scoperto un traffico illecito di gasolio agevolato per uso agricolo. Il trucchetto stava nella presentazione di documenti falsi per approfittare della minor tassazione della miscela. In Calabria sono stati scoperti degli impostori che pretendevano per delle enormi serre fiumi di carburante. L’obiettivo era ottenere gasolio agricolo a basso prezzo che veniva poi rivenduto in nero a camionisti e imprese edili. Gli agenti della Guardia di Finanza hanno sequestrato 8 milioni di euro, denunciando 29 persone.

In Abruzzo diversi distributori erogavano meno gasolio da riscaldamento di quanto pattuito e fatturato, grazie a contatori truccati sulle autocisterne. Le eccedenze rubate venivano miscelate con gasolio per autotrazione e vendute in nero. Ad Acerra, in provincia di Napoli, è stato intercettato un magazzino per lo stoccaggio di carburante di contrabbando. La geografia dell’illegalità tracciata dalla Finanza è sempre più vasta su tutto il territorio.

Londra, sequestrati 10 milioni di sterline di supercar in un weekend: ragione inaspettata

L’estate londinese è da sempre sinonimo di supercar. Ogni anno, con l’arrivo della bella stagione, le strade più esclusive della capitale britannica si trasformano in una passerella a cielo aperto dove sfilano Ferrari, Lamborghini, McLaren, Bugatti e modelli rarissimi provenienti da ogni angolo del mondo. Un fenomeno che attira appassionati e curiosi, ma che da tempo genera anche proteste da parte dei residenti, esasperati da rombi assordanti, accelerazioni improvvise e comportamenti ritenuti pericolosi.

Quest’anno, però, la risposta delle autorità è stata particolarmente severa. In un solo fine settimana la Metropolitan Police di Londra ha sequestrato ben 90 veicoli, per un valore complessivo stimato superiore ai 10 milioni di sterline, stabilendo un nuovo record nell’ambito delle operazioni contro la cosiddetta guida antisociale. Un risultato che testimonia la volontà delle istituzioni britanniche di riportare ordine nelle zone più prestigiose della città, diventate negli ultimi anni il teatro di vere e proprie esibizioni motoristiche improvvisate.

Il blitz nelle strade più esclusive della capitale

L’operazione si è svolta tra venerdì e domenica nei quartieri più esclusivi di Londra, da Hyde Park a Kensington, passando per Chelsea e Westminster. Si tratta delle aree che tradizionalmente attirano proprietari di vetture esotiche e collezionisti facoltosi, spesso provenienti dal Medio Oriente, dall’Europa continentale o dagli Stati Uniti.

Durante i controlli, gli agenti hanno fermato decine di automobilisti contestando numerose violazioni. Nel Regno Unito il concetto di “antisocial driving” comprende una vasta gamma di comportamenti: dalle accelerazioni inutili che producono un eccessivo inquinamento acustico alle gare clandestine, fino alla circolazione in convogli che possono ostacolare il traffico o disturbare la quiete pubblica.

Le forze dell’ordine hanno concentrato la loro attenzione soprattutto sui conducenti che utilizzano le auto ad alte prestazioni come strumento di spettacolo, trasformando le strade cittadine in una sorta di circuito improvvisato.

Tra i sequestri spunta una rarissima Ferrari Monza SP2

Tra le vetture finite sotto sequestro spicca un esemplare particolarmente prestigioso. Si tratta di una Ferrari Monza SP2, una delle auto più esclusive mai realizzate dalla Casa di Maranello.

Prodotta in appena 499 unità, la Monza SP2 appartiene alla serie Icona ed è considerata uno dei modelli più ricercati dagli appassionati di tutto il mondo. Alcuni esemplari hanno già raggiunto quotazioni milionarie nelle aste internazionali, con valori che possono sfiorare i 5 milioni di dollari.

Secondo quanto riferito dalla polizia londinese, la vettura era arrivata nel Regno Unito soltanto il giorno precedente al controllo. Gli agenti hanno scoperto che il veicolo risultava privo di copertura assicurativa e che il conducente era in possesso di una semplice patente provvisoria, documento che nel sistema britannico consente esclusivamente di esercitarsi alla guida sotto specifiche condizioni.

Lamborghini, supercar e tolleranza zero

Nel lungo elenco dei veicoli sequestrati compare anche una Lamborghini Revuelto, l’ammiraglia ibrida della Casa di Sant’Agata Bolognese, il cui prezzo di partenza supera abbondantemente il mezzo milione di euro. Ma non si tratta di un caso isolato. L’operazione ha coinvolto numerose supercar e vetture sportive di altissimo valore economico.

La novità più significativa riguarda però il quadro normativo. Da quest’anno gli agenti dispongono di poteri più incisivi che consentono il sequestro immediato dei veicoli coinvolti in comportamenti antisociali, senza la necessità di emettere un precedente avvertimento.

Una linea dura sostenuta anche dalle autorità locali. I residenti delle zone interessate lamentano da tempo rumori continui, accelerazioni notturne e manovre pericolose che compromettono la vivibilità dei quartieri più esclusivi della città. Per la Metropolitan Police il messaggio è chiaro: il valore dell’automobile non costituisce un lasciapassare. Che si tratti di una citycar o di una Ferrari da milioni di euro, le regole restano le stesse. E a Londra, almeno per questo fine settimana, la tolleranza verso gli eccessi al volante è stata pari a zero.

Fiat Panda si scontra con un jet a Linate, attimi di panico sulla pista

Una Fiat Panda contro un jet privato da milioni di euro. Sembra la trama di una commedia all’italiana, invece è quanto accaduto realmente nella tarda mattinata di lunedì 10 agosto all’aeroporto di Milano-Linate, dove un veicolo di servizio ha finito la propria corsa contro il muso di un Hawker Beechcraft 400A mentre il velivolo stava effettuando le operazioni di rullaggio in vista del decollo.

L’episodio, tanto insolito quanto raro per uno scalo aeroportuale moderno, ha provocato l’immediata sospensione delle attività nell’area interessata e ha richiesto l’intervento dei soccorsi. Fortunatamente il bilancio finale è stato privo di conseguenze fisiche per le persone coinvolte, ma l’accaduto ha inevitabilmente acceso l’attenzione sulle procedure di sicurezza all’interno delle aree operative aeroportuali.

Lo schianto nell’area dell’aviazione generale

L’incidente si è verificato intorno alle 11.20 nell’area dedicata all’aviazione generale dello scalo milanese. Secondo le prime ricostruzioni, una Fiat Panda bianca utilizzata da una società di handling stava percorrendo una delle vie di servizio quando, per ragioni ancora da chiarire, ha impattato contro la parte anteriore di un jet privato Hawker Beechcraft 400A, identificato dalle marche I-AERB.

Il velivolo si trovava in fase di rullaggio verso la pista di decollo quando è avvenuto l’urto. Le immagini registrate dai sistemi di videosorveglianza avrebbero mostrato una circostanza particolarmente curiosa: l’automobile non avrebbe accennato alcuna frenata prima dell’impatto. Un dettaglio che rappresenta oggi uno degli elementi centrali dell’indagine avviata per comprendere con precisione la dinamica dei fatti.

La collisione è avvenuta nella zona del radome, la struttura che costituisce il muso dell’aereo e che ospita le apparecchiature radar. Nonostante la spettacolarità della scena, i danni riportati dal jet sembrerebbero essere contenuti e limitati alla parte interessata dall’urto.

I soccorsi e il blocco delle operazioni

Immediatamente dopo l’incidente sono scattate le procedure di emergenza previste per questo tipo di eventi. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco aeroportuali, il personale di sicurezza e i sanitari del 118.

La conducente della Panda, una donna di 54 anni impiegata nelle attività di servizio dello scalo, è stata assistita dai soccorritori. Le sue condizioni non hanno destato preoccupazione dal punto di vista fisico, ma la donna è apparsa comprensibilmente molto scossa per quanto accaduto.

Nessuna conseguenza per l’equipaggio e gli eventuali passeggeri presenti a bordo del jet privato. L’assenza di feriti rappresenta senza dubbio la notizia più importante di una vicenda che avrebbe potuto assumere contorni molto più seri. L’area è stata immediatamente messa in sicurezza e le operazioni aeroportuali hanno subito un’interruzione temporanea stimata tra i 30 e i 40 minuti.

Le ipotesi al vaglio degli investigatori

Le autorità competenti stanno ora analizzando ogni elemento disponibile per ricostruire l’accaduto. Tra le ipotesi prese in considerazione figurano un possibile malore improvviso della conducente oppure una distrazione che potrebbe aver impedito alla donna di accorgersi del velivolo in movimento.

Durante la fase di gestione dell’emergenza, due voli diretti a Linate sono stati dirottati in via precauzionale verso altri aeroporti lombardi: uno è atterrato a Bergamo-Orio al Serio, mentre il secondo è stato indirizzato a Milano Malpensa.

Una volta completate le verifiche di sicurezza e rimossi i mezzi coinvolti, la situazione è tornata rapidamente alla normalità. Lo scalo ha ripreso la propria attività regolare nel giro di pochi minuti, lasciando dietro di sé una vicenda destinata a rimanere tra gli episodi più insoliti registrati negli ultimi anni sulle piste italiane.

Danni alle auto da 16mila euro per il caldo estremo: l’allarme

Con l’arrivo delle ondate di calore sempre più intense, il rischio per gli automobilisti non è legato solo al comfort durante la guida, ma alla salute stessa del veicolo. Il caldo estremo rappresenta infatti un nemico insidioso che può colpire quasi ogni componente meccanica ed estetica di un’autovettura. Secondo un recente allarme lanciato da Federcarrozzieri, l’associazione che riunisce le autocarrozzerie italiane, la totalità dei danni potenziali causati dalle temperature elevate può raggiungere la cifra astronomica di 16.400 euro a vettura.

Il primo fronte

Le componenti che subiscono l’impatto più immediato sono quelle a diretto contatto con l’ambiente esterno o deputate alla gestione dell’energia. Nelle giornate di afa, l’asfalto può superare facilmente i 60° C, agendo come una carta abrasiva sul battistrada, accelerandone l’usura e riducendo drasticamente l’aderenza. Inoltre, il calore provoca l’espansione dell’aria interna, aumentando la pressione e, di conseguenza, il rischio di scoppio. Sostituire uno pneumatico danneggiato richiede oggi una spesa media tra i 50 e i 150 euro.

Parallelamente, il sistema elettrico soffre in silenzio. Le temperature elevate accelerano il processo di autoscarica della batteria, che perde efficienza a causa dell’evaporazione dei fluidi interni. Per un intervento di sostituzione, comprensivo di montaggio, un automobilista deve preventivare una spesa variabile tra i 100 e i 250 euro.

Lo stress meccanico

Il cuore dell’auto, il motore, è sottoposto a una prova di resistenza estrema. L’esposizione prolungata alla canicola compromette l’efficienza del sistema di raffreddamento e riduce la viscosità dell’olio lubrificante. Questo innesca uno stress termomeccanico che causa dilatazioni anomale dei componenti metallici, variando le tolleranze di accoppiamento. Tali deformazioni possono portare al cedimento della guarnizione della testata o, nei casi peggiori, al grippaggio del motore, con il conseguente arresto totale del mezzo. In questo scenario, i costi di riparazione sono i più onerosi: rifare un motore costa generalmente tra i 2.500 e gli 8.000 euro.

Il degrado estetico e funzionale

Mentre il motore soffre sotto il cofano, l’interno dell’auto può trasformarsi in un vero e proprio forno, raggiungendo temperature prossime ai 70 °C. Questo calore favorisce il degrado termo-ossidativo delle plastiche del cruscotto, causando fessurazioni e scolorimento dei tessuti. Vi è inoltre il rischio del rilascio di composti organici volatili (VOC) dai materiali sintetici, oltre al possibile malfunzionamento dei display digitali e dei sistemi elettronici di bordo, particolarmente sensibili allo stress termico. Il ripristino degli interni può arrivare a costare fino a 4.000 euro.

All’esterno, i raggi ultravioletti e il calore aggrediscono la vernice, facendole perdere brillantezza e favorendo microfessurazioni. Anche elementi organici come la resina degli alberi o gli escrementi di uccelli diventano più aggressivi chimicamente sotto il sole, accelerando il deterioramento dello strato protettivo. Una verniciatura completa per rimediare a questi danni può variare tra i 1.300 e i 4.000 euro.

I consigli per la prevenzione

Per evitare di dover affrontare queste spese ingenti, il presidente di Federcarrozzieri, Davide Galli, consiglia alcune pratiche fondamentali. È essenziale controllare regolarmente la pressione degli pneumatici a freddo e verificare i livelli di olio e liquido refrigerante. Per proteggere la batteria, è consigliabile l’uso di coperture termiche isolate, mentre per gli interni restano indispensabili parasole e tendine, cercando sempre, quando possibile, di evitare il parcheggio prolungato sotto l’azione diretta del sole.

Il superyacht di Mark Zuckerberg non soccorre una barca? Com’è andata

Bufera mediatica (e non è una novità) per Mark Zuckerberg. Questa volta, però, le attività della sua azienda, Meta, e delle sue piattaforme social, da Instagram a Facebook, non sono coinvolte. Stando alle ricostruzioni della stampa americana, il superyacht del miliardario, chiamato Launchpad, avrebbe ripetutamente ignorato le richieste di assistenza da parte di una piccola imbarcazione, rimasta in panne e poi soccorsa da una nave da crociera di passaggio.

Il caso è avvenuto al largo delle coste del sud-est dell’Alaska. Launchpad, nonostante si trovasse a breve distanza dalla nave in difficoltà (e molto più vicino rispetto alla nave da crociera), non è intervenuto. Il superyacht non passa di certo inosservato, essendo lungo ben 118 metri, con una dotazione ricchissima (si tratta di un progetto realizzato “su misura” per una massima personalizzazione) con un valore stimato di 300 milioni di dollari. Andiamo a riepilogare cosa è successo e qual è stata la risposta di Zuckerberg.

La difesa di Zuckerberg

Il team del miliardario non ha perso tempo a chiarire l’accaduto, specificando che Zuckerberg non si trovava a bordo dell’imbarcazione al momento dei fatti (ma non chiarendo dove si trovasse e cosa stesse facendo lo yacht in quel momento).

L’equivoco del mancato intervento sarebbe legato alla scelta di una frequenza radio diversa da parte dell’equipaggio che, quindi, non ha ricevuto subito la comunicazione di SOS. Una volta ricevuta la richiesta d’aiuto, però, la nave da crociera era già arrivata in soccorso, mettendo in sicurezza gli occupanti del natante.

Dal punto di vista della responsabilità, in ogni caso, Zuckerberg non è coinvolto nell’accusa di mancata assistenza. A chiarire la propria posizione dovrà essere l’equipaggio e non il proprietario di Launchpad, modello che ha sostituito il precedente yacht del numero uno di Meta. Staremo a vedere quali saranno gli sviluppi in merito a questo delicato caso.

La nota ufficiale diffusa dallo staff di Zuckerberg è la seguente:

“Mark e la sua famiglia non erano a bordo al momento dell’incidente. Come ha constatato la Guardia Costiera, l’imbarcazione non era in difficoltà e, quando l’equipaggio ha ascoltato il contatto con la Guardia Costiera su un canale radio diverso da quello utilizzato, l’intervento di soccorso era già in corso. Siamo grati che tutte le persone coinvolte siano al sicuro.”

Un danno d’immagine

Il caso resta aperto, anche solo per una questione di immagine del CEO di Meta e di tutta l’azienda. Il chiarimento diffuso dal team di Zuckerberg, infatti, potrebbe non essere sufficiente a evitare un impatto mediatico negativo. Il miliardario, da tempo, sta cercando di offrire un’immagine migliore di sé al pubblico (soprattutto americano) dopo gli scandali degli anni passati. Il suo avvicinamento a Trump, sempre più osteggiato da una fetta rilevante della popolazione degli Stati Uniti, non aiuta e il nuovo caso del mancato intervento da parte del suo superyacht potrebbe peggiorare la situazione.

Nel reel qui di sotto potete dare un’occhiata a Launchpad, superyacht costruito un paio di anni fa da Feadship.

Alla neve del futuro ci pensa MINI: il progetto per contrastare gli effetti del riscaldamento globale

La sostenibilità, oggi, non si misura soltanto dalle emissioni di un’automobile. Si misura dalla capacità di un marchio di mettere innovazione, ricerca e tecnologia al servizio del territorio. È da questa filosofia che nasce MINI TAKES CARE – Innovazione e Design Responsabile, un progetto pilota che porta il brand britannico fuori dall’asfalto per affrontare una delle sfide più urgenti delle Alpi: conservare la neve nel modo più sostenibile.

Dalla strada alle cime: MINI cambia prospettiva

Non basta saper viaggiare tra le curve di montagna, è bello anche contribuire a proteggerla. Con MINI TAKES CARE, il marchio inaugura in Italia una sperimentazione che punta a conservare il manto nevoso attraverso l’impiego di innovativi geotessili realizzati con fibre cellulosiche biodegradabili certificate.

Per questa prima esperienza italiana è stata scelta Alpin Arena Senales, uno dei comprensori sciistici più iconici dell’Alto Adige, dove il cambiamento climatico rende sempre più importante trovare soluzioni capaci di preservare il ghiaccio e la neve durante i mesi estivi.

La tecnologia che protegge la neve

L’idea è semplice quanto rivoluzionaria: sostituire i tradizionali teli sintetici con geotessili sviluppati dall’azienda austriaca Lenzing AG, realizzati con fibre rinnovabili certificate, biodegradabili nel terreno, nell’acqua dolce e nell’ambiente marino, oltre che compostabili.

Questi materiali offrono elevate proprietà isolanti, resistono alle condizioni climatiche estreme tipiche dell’alta quota e permettono di ridurre significativamente sia le emissioni di anidride carbonica sia il consumo di acqua nella fase produttiva. Ma soprattutto affrontano uno dei problemi più delicati per gli ecosistemi alpini: eliminare il rilascio di microplastiche che caratterizza molti materiali sintetici utilizzati oggi nella conservazione della neve.

Economia circolare che guarda lontano

Il progetto non si limita alla sperimentazione sul campo. Una volta concluso il loro ciclo di utilizzo, i geotessili vengono recuperati e trasformati nuovamente in fibre e filati grazie alla collaborazione con il gruppo tessile biellese Marchi & Fildi e con SAFE, società incaricata della raccolta tracciabile dei materiali.

Un processo che dà vita a un vero modello di economia circolare, nel quale ciò che protegge oggi la neve potrà diventare domani un nuovo prodotto tessile.

Dalle montagne nasce un accessorio esclusivo

La filosofia “Secondary First” di MINI trova una nuova interpretazione anche grazie alla collaborazione con Napapijri. I tessuti recuperati dalle montagne saranno infatti trasformati in un prodotto esclusivo destinato ai viaggiatori più attenti alla sostenibilità, dimostrando come il riuso intelligente possa andare ben oltre il settore automobilistico e diventare elemento di design e lifestyle.

Un impegno che parte dall’automobile

L’iniziativa si inserisce in un percorso già avviato dal marchio. Dal 2024, infatti, tutti i modelli MINI utilizzano rivestimenti tessili ottenuti per il 92% da poliestere riciclato per plancia, pannelli porta e console centrale. Una scelta che contribuisce a ridurre consumi di acqua ed emissioni lungo l’intero processo produttivo e che conferma come la sostenibilità, per MINI, sia ormai parte integrante del progetto industriale e del linguaggio del design.

Quando innovare significa prendersi cura

MINI TAKES CARE racconta un nuovo modo di interpretare il ruolo di un marchio automobilistico. Non solo costruire vetture, ma creare connessioni tra ricerca, territorio e industria, trasformando la tecnologia in uno strumento concreto per proteggere ambienti fragili. Un approccio che dimostra come anche un costruttore di automobili possa diventare protagonista di una visione più ampia, nella quale innovazione e responsabilità viaggiano finalmente nella stessa direzione.

BMW taglia 8.000 posti di lavoro, il piano contro la crisi

Più forte della crisi BMW lo è stata per anni. Mentre le connazionali Porsche, Mercedes e Volkswagen annunciavano dei tagli al personale, il gruppo bavarese reggeva il colpo e rilanciava le ambizioni. Ma il peso della transizione ecologica e della nuova concorrenza, soprattutto quella proveniente dall’Oriente, si fa ora sentire. Entro la fine del 2027 – fa sapere la stampa tedesca – dovrebbero sparire circa 8.000 posti di lavoro nel mondo, pari a poco più del 5% dell’organico complessivo, con il grosso del ridimensionamento che andrà a colpire la Germania. Andiamo a vedere come si è arrivati a questo punto e cosa bisogna aspettarsi nei prossimi mesi.

Come funzionerà il piano

Piuttosto che ricorrere ai licenziamenti forzati, BMW preferirebbe sfruttare pensionamenti e contratti a termine lasciati scadere, così come un programma di uscite volontarie concordato con i rappresentanti dei lavoratori. Il piano dovrebbe prendere il via nell’ottobre 2026 e continuare fino alla conclusione del 2027, rivolgendosi ai dipendenti tedeschi esclusi dalla produzione diretta, in particolare agli addetti all’amministrazione, alla ricerca, allo sviluppo e all’organizzazione aziendale, oltre ai dirigenti.

Gli operai presenti sulle linee di montaggio non verranno coinvolti: BMW vuole alleggerire la struttura aziendale, senza ridurre la capacità dei propri stabilimenti. L’adesione rimarrà facoltativa e l’importo delle buonuscite varierà in base allo stipendio e all’anzianità di servizio. Il conto sarà salato, visto che già nel 2026 il costruttore dovrebbe stanziare una cifra nell’ordine delle centinaia di milioni di euro, anche se molto dipenderà dal numero di persone disposte ad accettare l’offerta.

La Germania pagherà il prezzo più alto

Sui circa 154.000 dipendenti del gruppo, 84.000 lavorano in Germania, dove verrà applicato il programma di uscite volontarie. La maggior parte degli 8.000 posti è prossimo a sparire nel mercato di casa e il quartier generale di Monaco appare particolarmente esposto, perché ospita sia gli uffici amministrativi sia una parte importante delle attività di ricerca e sviluppo.

Il ridimensionamento era nell’aria già da giugno, quando il nuovo amministratore delegato Milan Nedeljkovic aveva annunciato un’accelerazione delle misure necessarie a contenere i costi. Nello stesso periodo BMW aveva rivisto al ribasso le previsioni economiche per il 2026, ammettendo risultati inferiori alle attese soprattutto in Cina.

Il mercato della grande muraglia ha garantito per anni guadagni importanti ai marchi premium tedeschi, ma adesso attraversa una fase molto diversa. Tra il rallentamento della domanda e la crescita dei produttori locali, gli equilibri di forza vacillano e la guerra dei prezzi rende complicato mantenere gli stessi margini. Ai problemi provenienti dalla Cina si aggiungono i dazi statunitensi e gli enormi investimenti richiesti per sviluppare auto elettriche e i loro componenti, dalle batterie ai software.

Il confronto con Volkswagen

Volkswagen, Mercedes e Porsche hanno già avviato ristrutturazioni dolorose. BMW conserva per ora una posizione migliore, tanto da escludere dal piano gli stabilimenti e gli operai addetti alla produzione, ma l’effetto degli 8.000 posti sul punto di essere cancellati rimane evidente: neppure la Casa dell’Elica, che fin qui aveva reagito meglio alla crisi, può ormai permettersi di restare a guardare. Intervenire oggi dovrebbe evitarle di dover adottare misure ancora più dolorose domani.

Nuovo codice della strada, arrivano le “multe proporzionate”: tutte le novità

Il Codice della Strada potrebbe cambiare ancora una volta, e questa volta in modo piuttosto sostanziale. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti guidato da Matteo Salvini ha inviato a oltre cento operatori e associazioni di settore una bozza contenente 15 ipotesi di revisione, con l’obiettivo dichiarato di arrivare a un testo più vicino alle esigenze reali degli automobilisti mantenendo la sicurezza stradale come priorità. Non è ancora legge, sia chiaro: siamo nella fase di consultazione, e molte di queste misure potrebbero cambiare o non arrivare mai in Parlamento nella forma attuale. Ma vale la pena conoscerle, perché alcune toccano abitudini quotidiane di milioni di persone.

Ipotesi multe progressive

La proposta che probabilmente farà discutere di più riguarda le sanzioni per eccesso di velocità. L’idea è quella di abbandonare il sistema delle fasce fisse, dove piccole differenze di velocità possono generare salti di sanzione sproporzionati, in favore di un meccanismo progressivo che punisca in modo lineare chi va più veloce.

In autostrada, l’ipotesi prevede un incremento fisso di 10 euro per ogni chilometro orario oltre la soglia dei 130 km/h. Chi viaggia a 140 km/h dovrebbe sborsare 100 euro, mentre chi sfreccia a 170 km/h, superando quindi il limite di 40 km/h, si vedrebbe costretto a pagare una multa pari a 400 euro. Sulle strade urbane o locali con limiti fissi a 30 o 50 km/h, la sanzione aumenterebbe invece di 5 euro per ogni km/h oltre la soglia consentita.

L’obiettivo dichiarato è eliminare le cosiddette multe “vessatorie”, quelle che nascono dall’effetto soglia: fare 31 km/h in un limite da 30 costa quanto fare 49 km/h. Con il nuovo sistema, la sanzione crescerebbe in modo costante, penalizzando chi supera il limite di poco meno di chi lo ignora del tutto. Un ragionamento che ha senso dal punto di vista della proporzionalità, ma che andrà valutato attentamente rispetto all’effetto deterrente complessivo.

Sorpassi a destra

Un’altra ipotesi in cantiere riguarda le autostrade e superstrade a tre corsie. Si sta studiando la regolamentazione della circolazione per file parallele: se la misura andasse in porto, si aprirebbe alla possibilità di effettuare sorpassi a destra.

In Italia il sorpasso a destra è attualmente vietato, salvo in caso di intasamento del traffico con movimento a passo lento su tutte le corsie. La modifica, se approvata, rappresenterebbe un cambio di paradigma significativo, avvicinando il nostro sistema a quello di altri paesi europei dove la circolazione su più file è la norma. Tema sensibile, su cui le posizioni tra favorevoli e contrari sono già molto distanti.

Moto su corsia d’emergenza

Per i motociclisti bloccati in coda nelle giornate di grande traffico estivo arriva una proposta che in molti accoglieranno con favore. Si vorrebbe dare ai motocicli la possibilità di usare la corsia d’emergenza in caso di rallentamenti e code sotto il sole cocente, per evitare blocchi prolungati.

Il principio alla base non è la comodità dei motociclisti, ma la sicurezza: un centauro fermo per minuti in mezzo al traffico, con il motore che scalda e il sole che picchia, è in una situazione di rischio reale. Consentire l’uso della corsia di emergenza in condizioni di traffico stazionario eliminerebbe questo rischio, compatibilmente con la presenza di mezzi di soccorso che devono mantenere la precedenza assoluta su quella corsia.

La bozza prevede anche un’altra misura in favore dei due ruote: il dimezzamento delle sanzioni in caso di divieto di sosta per i mezzi a due ruote. Una riduzione che riconosce implicitamente come un motorino o una moto fermo in un posto di divieto crei un impatto diverso rispetto a quello di un’automobile.

Patente B a 17 anni

Un’altra ipotesi importante contenuta nella bozza è la possibilità di conseguire la patente B già a 17 anni, insieme a nuove forme di tutela per gli utenti vulnerabili, i disabili e una disciplina specifica persino per i carri di carnevale.

La patente a 17 anni esiste già in molti paesi europei, spesso con la clausola dell’accompagnatore obbligatorio fino ai 18. Non è ancora chiaro se il modello italiano prevederebbe una formula simile o una licenza autonoma con restrizioni. La misura risponde a una domanda reale, soprattutto nelle aree meno servite dal trasporto pubblico, dove i giovani dipendono spesso dai genitori per ogni spostamento.

La bozza introduce anche una stretta sui conducenti stranieri: la riscossione coattiva delle sanzioni non pagate potrà essere avviata fino a cinque anni dalla violazione nei confronti di qualsiasi conducente rintracciato alla guida in Italia dello stesso veicolo.

Mezzi non assicurati

Uno dei capitoli più concreti della bozza riguarda chi circola senza assicurazione, una piaga che ancora oggi pesa sulla comunità degli automobilisti in regola, perché chi non assicura il proprio mezzo scarica sugli altri i costi degli eventuali incidenti. Attraverso l’incrocio delle banche dati della Motorizzazione si vorrebbe introdurre un “divieto di marcia digitale“: alla prima verifica su strada, in assenza di regolarizzazione, il veicolo viene subito sequestrato.

Inoltre l’idea sarebbe di inasprire le sanzioni principali: decurtazione di 7 punti dalla patente, contro i 5 attuali, e la sospensione breve del documento di guida fino a 15 giorni. Per garantire l’efficienza nei controlli si organizzerebbe una task force dedicata presso la Motorizzazione Civile, sostenuta da 2 milioni di euro all’anno.

Notifiche entro 30 giorni

L’ultimo capitolo della riforma tocca la gestione burocratica delle infrazioni, e potrebbe portare cambiamenti significativi per chi si trova a dover contestare una multa rilevata a distanza. Il termine per notificare i verbali relativi agli accertamenti da remoto scenderà da 90 a 30 giorni. Una riduzione sostanziale, che obbligherà le amministrazioni a essere molto più rapide nell’elaborazione e nella notifica dei verbali, e darà meno tempo ai Comuni di accumulare sanzioni che il cittadino scopre mesi dopo la violazione.

A questo si aggiungono una procedura di autotutela più semplice per consentire l’annullamento delle sanzioni errate, penalizzazioni ridotte in caso di lievi discrepanze negli importi versati e un ricorso al prefetto più accessibile. Il MIT ha specificato anche un intervento sulle ZTL e i parcheggi disabili: i Comuni che non aderiranno alla piattaforma Cude per i contrassegni europei di parcheggio non potranno utilizzare i dispositivi di accertamento a distanza per le relative violazioni. Un modo per incentivare l’adozione di standard condivisi, penalizzando chi resta indietro.

È presto per sapere quali di queste misure diventeranno legge, in quali tempi e con quali modifiche. Ma il segnale che arriva dal MIT è abbastanza chiaro: il Codice della Strada è destinato a cambiare ancora, e questa volta le novità potrebbero essere davvero tante.

Benzina di contrabbando per evadere migliaia di euro di accise, la scoperta

Con i prezzi della benzina ai massimi e le accise tornate a pesare in modo significativo sul portafoglio di milioni di automobilisti, il mercato del contrabbando di carburanti trova terreno fertile. A Padova, le Fiamme Gialle del Comando provinciale, con il supporto della Polizia Stradale di Padova e Venezia, hanno sequestrato 33 mila litri di benzina trasportata su un camion partito dalla Polonia, dichiarata nei documenti come solvente proveniente da una raffineria del Nord Europa e destinata alla Grecia. Il conducente, un cittadino ungherese, è stato denunciato alla Procura della Repubblica per contrabbando di prodotti petroliferi.

Il camion dalla Polonia

L’autoarticolato era partito dalla Polonia ed era entrato in Italia attraverso il valico di Tarvisio. Il mezzo è stato fermato dai finanzieri del Gruppo di Padova nell’ambito dei controlli sul traffico illecito di carburanti provenienti dall’estero e destinati al mercato italiano senza il pagamento delle imposte previste. A insospettire gli investigatori sono stati i documenti di accompagnamento della merce, il certificato di analisi presentato e soprattutto l’itinerario anomalo seguito dall’autoarticolato. Un camion che parte dalla Polonia con carico destinato alla Grecia e passa per l’Italia percorrendo una rotta poco logistica è già di per sé un elemento che attira l’attenzione di chi presidia le arterie di transito.

Analisi e conferme

Una volta fermato il mezzo, gli agenti hanno proceduto al campionamento del liquido trasportato e a una prima analisi sul campo. Gli accertamenti hanno evidenziato che il liquido dichiarato come solvente presentava le stesse caratteristiche della benzina. Il risultato delle prime verifiche è stato successivamente confermato dal Laboratorio chimico dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Venezia-Marghera.

Benzina spacciata per solvente, un prodotto petrolifero su cui l’accisa non è prevista. Secondo la Guardia di Finanza, non si tratta di un sistema nuovo: i contrabbandieri tenterebbero di dichiarare benzina o gasolio come altri derivati del petrolio, introducendoli nel mercato italiano senza pagare le imposte dovute e alterando la concorrenza tra gli operatori del settore. Il carburante e l’intero mezzo sono stati sottoposti a sequestro preventivo.

Evasione delle accise

L’accisa che sarebbe stata evasa sul carico è stata stimata in oltre 15 mila euro. Una cifra che, moltiplicata per il numero di operazioni di questo tipo che sfuggono ai controlli, dà un’idea della dimensione potenziale del problema. Il conducente rischia, in caso di condanna definitiva, una pena fino a cinque anni di reclusione e una multa compresa tra circa 31mila e 156mila euro. Sanzioni severe, pensate proprio per scoraggiare un traffico che produce un doppio danno: sottrae risorse alle casse dello Stato e crea una concorrenza sleale a danno dei distributori che operano nella legalità, pagando tutte le imposte previste.

Il paradosso di questa vicenda è che avviene in un momento in cui il dibattito sui prezzi dei carburanti è particolarmente acceso. Le accise italiane sono tra le più alte d’Europa, la loro scadenza o il loro rinnovo fanno notizia di settimana in settimana, e le famiglie che vanno in vacanza calcolano con sempre maggiore precisione quanto spenderanno per fare il pieno durante il viaggio. Le indagini proseguono per chiarire l’origine e la reale destinazione del carico e verificare l’eventuale coinvolgimento di altre persone nella presunta rete di contrabbando.

Strisce pedonali: non dare precedenza costa molto più di una multa

Chi omette di dare la precedenza rischia una multa, perde punti dalla patente e, se possiede già un saldo inferiore a venti, può restare senza guidare per diversi giorni. Uno scenario più grave si apre quando il comportamento causa l’investimento di una persona: alle conseguenze amministrative si sommano il risarcimento civile, i provvedimenti sulla patente e la responsabilità penale per lesioni o omicidio stradale.

I numeri spiegano perché il legislatore abbia scelto una linea severa. Secondo i dati Aci-Istat, nel 2025 sono morti sulle strade italiane 419 pedoni mentre gli utenti vulnerabili hanno formato il 53,3% di tutte le vittime. La mancata precedenza sulle strisce è stata rilevata in 7.822 casi, pari al 3,3% delle circostanze associate agli incidenti. L’indice di mortalità degli investimenti pedonali ha raggiunto 2,4 decessi ogni cento sinistri, quattro volte quello riferito agli occupanti delle automobili.

Quanto costa non fermarsi alle strisce

Il quadro sanzionatorio cambia in base alla condotta contestata. L’automobilista che non concede la precedenza ai pedoni già sulle strisce o fermi nelle immediate vicinanze rischia una multa compresa tra 167 e 665 euro, accompagnata dalla perdita di 8 punti dalla patente.

Lo stesso importo si applica a chi non permette di completare l’attraversamento a un pedone che ha già impegnato una carreggiata priva di strisce, ma in questo caso la decurtazione scende a 4 punti. Tornano a essere 8 i punti sottratti quando il conducente non si ferma davanti a una persona con disabilità oppure non adotta la dovuta prudenza in presenza di bambini e anziani mentre la sanzione pecuniaria resta compresa tra 167 e 665 euro.

Anche i pedoni possono essere multati: chi viola le disposizioni dell’articolo 190 del Codice della strada deve pagare da 26 a 102 euro, senza conseguenze sulla patente. Il pagamento entro cinque giorni riduce la sanzione minima da 167 a 116,90 euro. La riduzione non opera nei casi in cui entra in gioco una sanzione accessoria incompatibile con il beneficio.

Sulle strisce non basta rallentare

Quando la circolazione non è regolata da un semaforo o da un agente, chi guida deve dare la precedenza ai pedoni “rallentando gradualmente e fermandosi”. Il veicolo deve fermarsi quando una persona sta già attraversando, ma la tutela scatta anche se il pedone si trova nelle immediate vicinanze della zebratura. Non serve aspettare che appoggi un piede sulla carreggiata per riconoscere il suo diritto di passare.

La legge non assegna una distanza numerica all’espressione “immediate prossimità”. Gli agenti e, in caso di contestazione, il giudice devono ricostruire la situazione: posizione della persona, direzione dello sguardo, movimento verso il margine della strada, velocità del veicolo, visibilità e possibilità di arrestarsi senza creare un altro pericolo.

In questo contesto il rispetto del limite di 30 o 50 km/h non mette al riparo da una responsabilità. L’articolo 141 del Codice della strada impone di adattare l’andatura alle condizioni della strada, del traffico, del veicolo e della visibilità. La velocità deve consentire il controllo del mezzo e l’arresto entro lo spazio libero davanti a un ostacolo prevedibile.

Vicino agli attraversamenti pedonali il conducente deve ridurre l’andatura. Pioggia, buio, auto parcheggiate, cassonetti, autobus fermi e traffico intenso richiedono un margine ancora maggiore. Procedere a 50 km/h in un punto dove un bambino può sbucare tra due veicoli in sosta potrebbe risultare imprudente anche se il cartello consente proprio quella velocità. Il limite indica il massimo astratto, ma la situazione può imporre un passo molto più basso.

Al tempo di reazione del guidatore va sommato lo spazio di frenata. In un solo secondo, a 50 km/h, un’automobile percorre quasi 14 metri prima che i freni inizino davvero a rallentarla.

Il pedone ha la precedenza anche quando l’auto svolta

Chi gira a destra o a sinistra concentra spesso l’attenzione sulle vetture provenienti dalle altre direzioni. Proprio in quella fase un pedone può finire nell’angolo cieco formato dal montante, dallo specchietto o dalla posizione di guida. L’articolo 191 estende l’obbligo di precedenza ai conducenti che svoltano per entrare in una strada al cui imbocco si trova un attraversamento. L’unica eccezione riguarda i casi in cui il passaggio pedonale risulti espressamente vietato.

Avere il semaforo verde non concede un diritto assoluto di proseguire. L’articolo 41 prescrive a chi svolta di cedere il passaggio ai pedoni autorizzati ad attraversare nello stesso momento. Anche davanti a una condotta irregolare del pedone resta il dovere di tentare ogni manovra utile a evitare l’urto. L’eventuale attraversamento con il rosso può incidere sulla distribuzione delle responsabilità, ma non autorizza il conducente a ignorare un pericolo visibile.

Vietato superare l’auto ferma davanti alle strisce

Una vettura che rallenta senza un motivo apparente potrebbe aver visto una persona nascosta agli altri conducenti. Sorpassarla in prossimità della zebratura crea uno degli scenari più pericolosi della circolazione urbana. Il comma 13 dell’articolo 148 vieta di superare un veicolo fermo o rallentato davanti a un attraversamento per consentire il passaggio dei pedoni.

La regola vale anche sulle strade con più corsie nella stessa direzione. Se l’automobile nella corsia accanto si arresta prima delle strisce, chi sopraggiunge deve frenare e controllare. Lo stesso principio suggerisce di fermarsi prima della zebratura, senza occuparla con il paraurti. Una posizione arretrata lascia visibile il pedone ai veicoli delle altre corsie e gli offre una via di fuga nel caso in cui qualcuno non riesca a fermarsi.

Che cosa accade quando le strisce non ci sono

Su una strada senza attraversamenti, l’automobilista deve permettere alla persona che ha già impegnato la carreggiata di raggiungere il lato opposto in sicurezza. Accelerare, suonare il clacson o costringerla a fermarsi al centro della strada viola l’articolo 191. Prima di scendere dal marciapiede il pedone non gode della stessa precedenza concessa sulle strisce. L’articolo 190 stabilisce che, nei punti sprovvisti di attraversamento, chi si accinge a passare deve dare la precedenza ai veicoli.

Le due regole non sono contraddittorie. Finché la persona si trova sul bordo deve scegliere un momento sicuro; quando ha già iniziato ad attraversare, chi guida deve consentirle di completare il percorso senza pericolo. Se un attraversamento pedonale si trova entro cento metri, il pedone deve usarlo. Oltre quella distanza può attraversare seguendo una traiettoria perpendicolare all’asse della carreggiata, dopo aver controllato che il passaggio non esponga sé stesso o gli altri a un rischio.

Sono vietati l’attraversamento diagonale delle intersezioni e le soste ingiustificate sulla strada. Le infrazioni commesse dai pedoni sono punite con una somma compresa fra 26 e 102 euro.

Una persona che si lancia all’improvviso sulla carreggiata, attraversa con il rosso oppure compare da un punto occultato può aver contribuito alla produzione del sinistro. In sede civile, il risarcimento può essere ridotto in proporzione alla condotta colposa accertata. Dimostrare la colpa del pedone, da sola, non libera il conducente. L’articolo 2054 del Codice civile pone a carico di chi guida l’onere di provare di aver fatto tutto quanto era nelle sue possibilità per evitare il danno.

Bambini, anziani e persone con disabilità

Il terzo comma dell’articolo 191 dedica una disciplina agli utenti più vulnerabili. I conducenti devono arrestarsi quando attraversa o si accinge ad attraversare una persona con ridotte capacità motorie, su sedia a rotelle, accompagnata da un cane guida oppure munita di bastone bianco. Il bastone bianco-rosso identifica le persone sordocieche.

Questo dovere non dipende dalla presenza delle strisce. La particolare condizione della persona impone una cautela maggiore lungo tutta la carreggiata. Bambini e anziani richiedono un’attenzione analoga. Il Codice della Strada chiede al conducente di prevenire i pericoli derivanti da movimenti maldestri o comportamenti sbagliati quando possano essere ragionevolmente previsti.

Un bambino che gioca vicino al bordo della strada, per esempio, può cambiare direzione senza guardare. Un anziano potrebbe procedere lentamente, fermarsi nel mezzo o valutare male la velocità dell’auto. Chi guida deve prepararsi a queste reazioni, non limitarsi a confidare nel comportamento perfetto degli altri.