Dati gonfiati per installare l’autovelox, scatta l’inchiesta sul sindaco

C’è un piccolo comune del Padovano, Tribano, al centro di una vicenda giudiziaria che riaccende i riflettori su un tema mai sopito: quello dell’utilizzo degli autovelox come presunto strumento per fare cassa più che per garantire sicurezza stradale. La procura della Repubblica di Padova ha chiesto il rinvio a giudizio del sindaco Massimo Cavazzana per un presunto falso relativo all’installazione di un autovelox nel territorio comunale, secondo l’accusa motivata da dati “gonfiati” sugli incidenti stradali.

Inchiesta sull’iter per ottenere l’autorizzazione

Tutto ruota attorno alla procedura seguita dal Comune per ottenere l’autorizzazione prefettizia necessaria a installare il dispositivo lungo la strada regionale 104, la Monselice-Mare. Nell’iter avviato nel 2021, il Comune trasmise un’integrazione sull’incidentalità della strada, indicando 22 incidenti e 35 feriti nel quinquennio 2016-2020. Numeri che, secondo l’accusa, non avrebbero rispecchiato la realtà.

Secondo i consiglieri di opposizione, l’ufficio statistico della Regione Veneto avrebbe invece segnalato nello stesso periodo appena 10 incidenti e 19 feriti, un divario piuttosto ampio rispetto ai dati trasmessi dal Comune per ottenere il via libera all’installazione. A dare manforte alla tesi della minoranza consiliare ci aveva pensato anche la Prefettura stessa, che in fase di autorizzazione aveva inizialmente ritenuto poco rilevanti i numeri forniti, chiedendo un’integrazione con un’analisi più accurata sull’incidentalità della strada, proprio quella che secondo l’accusa sarebbe stata poi “gonfiata”.

Appena due mesi di multe

Al netto della vicenda giudiziaria, la storia dell’autovelox in questione ha avuto vita piuttosto breve. Il dispositivo, installato sulla strada regionale 104 Monselice-Mare, entrò in funzione nell’agosto 2023, per poi essere sradicato dal terreno appena due mesi dopo, nella notte tra il 2 e il 3 ottobre, per mano del famigerato “Fleximan“, il misterioso vandalo che negli ultimi anni ha preso di mira diversi autovelox in varie zone d’Italia. Da allora il dispositivo non è mai più stato riattivato.

Nonostante la vita brevissima, il rilevatore aveva già iniziato a produrre i suoi effetti: nei due mesi di attività, l’apparecchio ha riscontrato una media di circa 80 infrazioni al giorno. Un numero considerevole per un tratto di strada che, stando ai dati contestati dall’opposizione, non avrebbe presentato un tasso di incidentalità particolarmente allarmante rispetto ad altre arterie del territorio.

Va sottolineato come questa vicenda rappresenti un unicum rispetto a centinaia di esposti presentati soprattutto da un’associazione contro sindaci e prefetti per presunte installazioni irregolari di autovelox in tutta la regione. La maggior parte di queste segnalazioni, infatti, non ha portato a sviluppi giudiziari concreti: basti pensare che la Procura di Venezia ha archiviato 39 esposti contro l’ex sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, il prefetto e il comandante della polizia locale, e decisioni simili hanno riguardato anche i sindaci di altri comuni veneti come Chioggia, Jesolo e San Donà di Piave.

Numeri non raccolti da me“: le dichiarazioni del sindaco

Di fronte alle accuse, il primo cittadino di Tribano ha scelto una linea di difesa basata sulla piena disponibilità verso la magistratura, respingendo però ogni responsabilità diretta sui numeri contestati. “In merito ai fatti contestati, preciso che gli atti indicati non sono stati compilati né inviati dal sottoscritto. Potrò esporre ogni elemento direttamente al giudice, con la massima trasparenza“, ha dichiarato Cavazzana, che si è detto certo della fiducia nelle istituzioni e nella magistratura.

Il sindaco ha inoltre rivendicato la bontà delle proprie intenzioni nella gestione della vicenda, sostenendo di aver operato nell’interesse dei cittadini del proprio comune. L’udienza preliminare, in cui il giudice dovrà decidere se disporre effettivamente il processo, è fissata per gennaio 2027.

Iveco verso la vendita a Tata Motors? Via libera per l’offerta pubblica di acquisto

L’operazione che porterà il colosso indiano Tata Motors al controllo di Iveco Group compie un altro passo decisivo. Il gruppo automobilistico più importante d’Italia nella produzione di mezzi pesanti si avvicina sempre di più a un cambio di proprietà destinato a chiudere un lungo iter autorizzativo, con l’offerta pubblica di acquisto ormai pronta a partire.

Domani parte l’Opa

Dopo aver ottenuto tutte le autorizzazioni preventive richieste dalla normativa regolamentare di settore, incluse quelle antitrust, Fdi e Fsr, Tata Motors è pronta a lanciare l’offerta pubblica di acquisto volontaria totalitaria sulle azioni ordinarie di Iveco Group. Il periodo di adesione prenderà ufficialmente il via domani 7 settembre e si concluderà il 26 ottobre, salvo eventuali proroghe, per una durata complessiva di sette settimane.

L’obiettivo dichiarato della multinazionale indiana è arrivare al 100% delle azioni di Iveco, così da procedere con la rimozione del titolo dalla Borsa italiana, il cosiddetto delisting. Il corrispettivo dell’offerta è fissato a 14,10 euro per azione, dividendo incluso. L’operazione resta soggetta ad alcune condizioni consuete, tra cui il raggiungimento di una soglia minima di adesione del 95% delle azioni ordinarie, soglia che potrà scendere automaticamente all’80% qualora gli azionisti approvassero la delibera cosiddetta back-end nel corso dell’assemblea straordinaria convocata per il 16 ottobre.

Va precisato che l’Opa non riguarda la divisione Difesa di Iveco, ceduta separatamente a Leonardo, l’azienda controllata dallo Stato attiva nel settore della difesa.

Accordo già raggiunto

Dietro il passaggio formale annunciato in queste ore si nasconde in realtà un percorso avviato ormai da tempo. L’operazione era stata comunicata da Tata Motors già il 30 luglio 2025, quando la controllata TML CV Holdings B.V. aveva reso nota l’intenzione di promuovere un’Opa volontaria totalitaria sulle azioni ordinarie di Iveco Group, nell’ambito di un accordo di massima con i principali azionisti del gruppo per un valore complessivo di circa 3,8 miliardi di euro.

Il consiglio di amministrazione di Iveco ha deliberato all’unanimità di supportare l’operazione, raccomandando agli azionisti di aderire all’offerta e di votare a favore delle relative deliberazioni in assemblea. Un sostegno che arriva anche dal principale azionista del gruppo, Exor, la holding della famiglia Agnelli-Elkann, che si è impegnata a portare in adesione la propria quota, pari al 27,06% delle azioni ordinarie e al 43,19% dei diritti di voto complessivi.

Sul fronte italiano, Tata Motors si è impegnata a supportare i siti produttivi nazionali di Iveco, anche se al momento non è stato ancora definito un piano industriale dettagliato per il futuro degli stabilimenti.

La potenza economica di Tata Motors

Per il gruppo indiano, l’acquisizione di Iveco rappresenta un ponte strategico di primaria importanza. Attraverso questa operazione, Tata Motors punta a consolidare la propria leadership su scala globale nel settore dei veicoli commerciali, accelerando al tempo stesso la transizione energetica dei propri mezzi e integrando le strutture creditizie a supporto delle vendite delle flotte aziendali, un tassello non secondario per un gruppo che guarda sempre più al mercato europeo.

Come ha sottolineato Girish Wagh, managing director e ceo di Tata Motors, l’avvio dell’offerta pubblica di acquisto rappresenta una tappa importante nel percorso di integrazione tra due organizzazioni definite altamente complementari, entrambe accomunate da un forte impegno verso l’innovazione e l’eccellenza nel servizio ai clienti.

Il percorso autorizzativo che ha portato fin qui non è stato affatto semplice: prima dell’ultimo via libera della Banca Centrale Europea, arrivato il 1° settembre, Tata Motors aveva dovuto ottenere anche l’approvazione della Financial Conduct Authority britannica, lo scorso gennaio, e della Banca di Spagna, a giugno. Con tutte le caselle ormai spuntate, la strada che porterà Iveco sotto il controllo del gruppo indiano appare, salvo sorprese dell’ultimo minuto, ormai tracciata.

Taglio accise prorogato fino al 10 settembre, ma sembrerebbe l’ultimo

Un’altra breve proroga, l’ennesima di un’estate che di sconti fiscali ne ha visti parecchi. Il governo ha firmato il decreto interministeriale che estende fino al 10 settembre 2026 il taglio di 17 centesimi al litro sulle accise del diesel, scaduto il 5 settembre. Una misura ponte, pensata per guadagnare tempo in vista di un cambio di strategia che, secondo le indiscrezioni più recenti, sembra ormai deciso.

60 milioni di euro per la proroga

Per finanziare questi cinque giorni aggiuntivi di sconto, l’esecutivo ha scelto di attingere all’extragettito Iva registrato ad agosto, quantificato in circa 60 milioni di euro. Un meccanismo diverso rispetto a quello utilizzato per la proroga precedente, quella che aveva portato lo sconto dal 27 agosto al 5 settembre, coperta invece con un anticipo sulle tasse sui dividendi delle società energetiche per circa 130 milioni di euro.

Nel dettaglio, resta invariata la misura dello sconto complessivo, sempre pari a 17 centesimi al litro, comprensivi della riduzione dell’accisa e del relativo effetto sull’Iva. Secondo i dati più aggiornati diffusi dal Ministero delle Imprese, il prezzo medio dei carburanti in modalità self service lungo la rete stradale nazionale si attesta oggi a 2,046 euro al litro per la benzina e 2,157 euro al litro per il gasolio. Numeri che includono già il beneficio dello sconto fiscale in vigore.

Il conto complessivo di questi sei mesi di interventi comincia a farsi sentire nelle casse dello Stato: dallo scoppio della crisi internazionale che ha spinto al rialzo le quotazioni petrolifere, la spesa sostenuta dal governo per contenere il caro carburanti ha superato ormai i 2 miliardi di euro complessivi.

Poi si passerà ai bonus

Quella firmata in queste ore, secondo le prime indiscrezioni, potrebbe essere davvero l’ultima proroga di questo tipo. Il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha del resto già confermato la volontà di superare i tagli lineari sulle accise, orientando i prossimi interventi verso misure selettive rivolte alle fasce vulnerabili e ai lavoratori.

Il pacchetto allo studio, che dovrebbe approdare nel prossimo Consiglio dei ministri, comprende diversi strumenti pensati per categorie specifiche. Tra le ipotesi più concrete c’è il bonus carburanti erogato tramite la carta “Dedicata a te” per ceti meno abbienti e pendolari, oltre al rinnovo del credito d’imposta destinato al settore dell’autotrasporto merci, già prorogato più volte nel corso dell’estate insieme allo sconto sulle accise.

Non mancano poi ragionamenti più strutturali sul lungo periodo: secondo quanto emerso, sul tavolo del governo ci sarebbe anche un piano quinquennale per riorganizzare la rete di distribuzione dei carburanti, con l’obiettivo di chiudere progressivamente gli impianti più obsoleti o poco utilizzati, contenuto all’interno del Disegno di Legge Concorrenza.

Il cambio di rotta, insomma, sembra ormai segnato: dopo mesi di sconti generalizzati validi per tutti gli automobilisti, la strada scelta da Palazzo Chigi punta a concentrare le risorse disponibili su chi viene colpito in modo più diretto dal caro carburanti, lasciando alle spalle la stagione dei tagli lineari alle accise. Per conoscere i dettagli definitivi di importi e platee coinvolte, l’appuntamento resta fissato al prossimo Consiglio dei ministri, quando l’esecutivo dovrà sciogliere gli ultimi nodi rimasti aperti su questa nuova fase di sostegno agli automobilisti italiani.

Niente cellulare e giubbotto riflettente, nuove regole per i pedoni

Il Codice della Strada si prepara a una nuova riforma, con un testo-base attualmente in fase di valutazione e su cui le associazioni di categoria dovranno esprimersi il prossimo 13 settembre. Tra le novità in arrivo ci sono anche alcune modifiche che andranno a riguardare direttamente i pedoni, chiamati a una maggiore attenzione, evitando alcune fonti di distrazione, e tenuti a rispettare un nuovo obbligo, una volta che il testo diventerà parte della normativa vigente (a meno di modifiche in corso d’opera). Andiamo ad analizzare tutti i dettagli in merito alla questione.

Stop ai cellulari

Una delle principali novità per il Codice della Strada c’è anche il divieto di utilizzo dello smartphone per i pedoni. Chiaramente, tale divieto non scatterà sempre ma solo in alcuni casi ben precisi, come l’attraversamento oppure la marcia su strada.

In tutti questi casi, per ovvi motivi di sicurezza, l’utilizzo dello smartphone sarà consentito esclusivamente per urgenze. Il divieto non scatta se il telefono è utilizzato sul marciapiede.

Da segnalare che è ammesso l’uso del vivavoce o dell’auricolare a condizione che garantisca “al pedone di mantenere adeguate capacità uditive da entrambe le orecchie“. Il mancato rispetto di quest’obbligo comporterà una multa di 75 euro.

Si tratta di una misura che punta a multare i pedoni distratti.

Nuove regole per il giubbotto riflettente

La normativa cambierà anche per quanto riguarda l’utilizzo del giubbotto riflettente. In questo caso, è previsto l’obbligo di utilizzo “sulla carreggiata fuori dai centri abitati di notte in assenza di pubblica illuminazione” oltre che “di giorno, nelle gallerie, in caso di nebbia, caduta di neve, forte pioggia e in ogni altra circostanza di scarsa visibilità“.

In caso di indisponibilità del giubbotto o delle bretelle riflettenti, sarà possibile ricorrere a “un dispositivo di segnalazione idoneo a proiettare in orizzontale una luce arancione in tutte le direzioni o qualsiasi altro adeguato dispositivo di illuminazione” in modo da poter risultare sempre ben visibili ai veicoli in avvicinamento.

Altre regole per i pedoni

Bisogna evidenziare anche una serie di novità legate all’attraversamento. Il nuovo testo, infatti,  imporrà il divieto di attraversamento:

  • in tratti extraurbani a visibilità ridotta: non si può attraversare fuori dai centri abitati quando ci si trova vicino o proprio all’altezza di curve e dossi;
  • in modo improvviso o nascosto: è vietato immettersi sulla carreggiata correndo o senza essersi prima fermati ad accertarsi del pericolo, specialmente se si sbuca da dietro veicoli parcheggiati, macchine in coda nel traffico o qualsiasi altro elemento che ostruisca la visuale dei guidatori;
  • su strade con spartitraffico o barriere divisorie: l’attraversamento è consentito solo sulle strisce pedonali; al di fuori di esse è sempre vietato, persino se il passaggio dedicato più vicino dista oltre 100 metri;
  • nei tratti interdetti ai pedoni: non è mai permesso attraversare lungo tutte quelle categorie di strade dove la legge o la segnaletica vietano del tutto il transito pedonale.

Ulteriori dettagli in merito alle novità per il Codice della Strada arriveranno nelle prossime settimane.

Invasione di auto cinesi in Corea del Nord, cosa succede

La Corea del Nord sta vivendo un periodo di crescita economica. Questo elemento riguarda anche il mondo dei motori e non è solo una notizia legata alla politica e ai vantaggi ottenuti dal governo di Pyongyang con il supporto alla Russia durante la guerra in Ucraina.

La conferma arriva da WirtschaftsWoche, un settimanale tedesco specializzato in economia, che ha fornito un aggiornamento importante sul mercato delle quattro ruote in Corea del Nord, che, fino a pochi anni fa, vedeva la circolazione di pochissime vetture.

La situazione sta cambiando rapidamente, pur senza raggiungere i livelli della vicina Corea del Sud o di qualsiasi altro Paese asiatico. La spinta data all’economia dai ricavi ottenuti per l’appoggio alla Russia (stimati in 7-14 miliardi di dollari per la vendita di armi tra il 2023 e il 2025) cambia il mercato auto.

Quanto sta accadendo vede la Cina come spettatrice interessata. I produttori cinesi hanno ora la possibilità di espandersi sul mercato nordcoreano, che potrebbe dare un piccolo contributo aggiuntivo per la loro crescita.

Andiamo a ricostruire la situazione.

Le auto cinesi in Corea del Nord

Secondo quanto riportato dalla fonte, negli ultimi due anni, la proprietà privata delle auto in Corea del Nord è stata regolamentata e oggi i cittadini con la patente hanno la possibilità di acquisire un veicolo per nucleo familiare, comprandolo direttamente dai concessionari autorizzati dallo Stato.

Non ci sono dati ufficiali, ma sembrerebbe che il parco circolante, considerando solo i veicoli in possesso di automobilisti privati, possa superare molto presto quota 20.000 unità. Questo dato è particolarmente rilevante, considerando le sanzioni delle Nazioni Unite che vietano l’esportazione di auto nel Paese.

Come testimoniato da diversi turisti, la maggior parte delle auto in Corea del Nord sono di fattura cinese anche se, occasionalmente, si vedono anche modelli occidentali, con marchi come Audi o BMW.

Ricordiamo che anche in Italia, per motivi molto diversi, si sta registrando una crescita delle auto cinesi, con numeri sempre più rilevanti.

Un’invasione cinese?

La crescita del parco circolante è confermata dall’aumento delle importazioni di accessori, con gli pneumatici che hanno fatto segnare un +88% per quanto riguarda l’import dalla Cina mentre i lubrificanti sono al +150%.

Il Governo di Pyongyang starebbe anche realizzando delle aree da adibire a parcheggio, una necessità che prima non esisteva. In aggiunta, è in aumento anche il numero di meccanici, con molte officine specializzate nella riparazione di biciclette che stanno ampliando la propria attività.

Le auto cinesi, in ogni caso, restano destinate a una piccola cerchia di nordcoreani. La maggior parte delle persone, infatti, non ha accesso alle autovetture, anche solo per una questione economica.

Il reddito pro capite, infatti, si attesta a poco meno di 100 dollari al mese, una cifra assolutamente incompatibile con l’acquisto di una qualsiasi vettura. Le auto disponibili sul mercato locale, invece, avrebbero un prezzo di circa 15-20 mila dollari. Maggiori dettagli in merito all’invasione delle auto cinesi in Corea del Nord potrebbero emergere nel corso delle prossime settimane.

Incidenti con feriti, chi fugge rischia fino a tre anni senza patente: la sentenza

Fermarsi dopo un incidente con feriti è un obbligo giuridico. Chi si allontana rischia la reclusione da sei mesi a tre anni e la sospensione della patente da uno a tre anni. Se alla fuga si aggiunge la mancata assistenza alle persone ferite, il quadro diventa ancora più pesante: la reclusione da uno a tre anni e una sospensione compresa fra un anno e sei mesi e cinque anni. È dentro questa architettura che si colloca la sentenza 146 del 2026 della Corte costituzionale.

La Consulta ha deciso che la riduzione della sospensione prevista in alcuni casi di guida in stato di ebbrezza non deve essere estesa a chi abbandona il luogo di un incidente con danni alle persone. Per i giudici costituzionali, la fuga è una condotta volontaria successiva al sinistro che aumenta il pericolo e ostacola l’identificazione del conducente, del veicolo e delle responsabilità.

Cosa ha deciso la Corte costituzionale

Il giudizio nasceva dall’opposizione contro un provvedimento della Prefettura di Ancona. Al conducente era stata contestata la violazione dell’articolo 189, comma 6, del Codice della Strada. Dopo la sostituzione della pena con sessanta giorni di lavoro di pubblica utilità e il completamento del programma, la Prefettura aveva applicato la sospensione della patente nella misura minima di un anno. Un mese era già stato scontato in via provvisoria, mentre il provvedimento finale riguardava gli undici mesi residui.

Il Giudice di pace di Ancona chiedeva alla Consulta di valutare gli articoli 189 e 224 nella parte in cui non consentono di ridurre della metà la sospensione dopo l’esito positivo del lavoro di pubblica utilità o della messa alla prova. Il modello invocato era quello dell’articolo 186 applicabile alla guida in stato di ebbrezza quando non sia stato provocato un incidente.

La Corte ha dichiarato non fondate le questioni riferite agli articoli 3 e 27 della Costituzione; altre due censure, basate sull’articolo 2 della Costituzione e sull’articolo 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, sono state giudicate inammissibili. La disciplina della fuga resta quindi invariata.

La sospensione può arrivare a cinque anni

L’articolo 189 separa l’obbligo di fermarsi da quello di prestare assistenza. Il comma 6 punisce chi non si arresta dopo un incidente con danno alle persone: alla pena detentiva da sei mesi a tre anni si accompagna la sospensione della patente da uno a tre anni.

Il comma 7 riguarda invece l’omissione dell’assistenza occorrente alle persone ferite. Qui la reclusione va da uno a tre anni mentre la sospensione può durare da diciotto mesi a cinque anni. Fermarsi e soccorrere rispondono a finalità diverse. La prima condotta permette di identificare le persone coinvolte, ricostruire l’accaduto e attribuire le responsabilità. La seconda tutela la salute e la vita di chi ha riportato lesioni. A seconda dei fatti contestati, l’autorità giudiziaria è chiamata a verificare separatamente la violazione di ciascun dovere.

Il primo comma dell’articolo 189 impone di fermarsi all’utente della strada coinvolto in un incidente comunque ricollegabile al proprio comportamento. La regola opera nell’immediatezza, quando la dinamica non è ancora ricostruita e le responsabilità non sono state accertate. Ne discende che ritenere di non avere colpa non autorizza ad andarsene. Le valutazioni su precedenze, velocità, manovre e concorso di responsabilità vengono dopo. Sul luogo del sinistro prevalgono gli obblighi di arrestare la marcia, mettere in sicurezza ciò che si può e prestare l’assistenza richiesta dalle circostanze.

Se ci sono soltanto danni materiali, il mancato arresto è trattato come illecito amministrativo, con sospensione da quindici giorni a due mesi quando il danno ai veicoli è tanto grave da imporre la revisione. In presenza di danni alle persone si entra nell’area.

Quando l’allontanamento diventa fuga

C’è da precisare che non ogni spostamento fisico del veicolo equivale al reato. Dopo un urto può servire liberare una zona pericolosa, raggiungere un punto nel quale arrestarsi senza creare un secondo incidente oppure consentire l’arrivo dei soccorsi. A contare è il comportamento e la sua capacità di ostacolare gli accertamenti.

La sentenza della Consulta descrive la fuga come l’allontanamento diretto a impedire o rendere più difficile l’identificazione della persona, l’individuazione del mezzo e la ricostruzione del sinistro. Sul piano soggettivo è richiesto il dolo: il conducente deve scegliere di non fermarsi pur avendo percepito un incidente in grado di provocare danni alle persone.

Non occorre che il conducente abbia la certezza che qualcuno sia rimasto ferito. Basta, secondo la giurisprudenza citata dalla Corte, la consapevolezza delle caratteristiche potenzialmente lesive dell’accaduto. Un urto con un pedone, un ciclista o un altro veicolo non va liquidato sulla base dell’impressione soggettiva che non sia successo nulla.

Il Codice della Strada contempla il caso del conducente che si metta a disposizione della polizia giudiziaria entro le ventiquattro ore successive. Questa iniziativa impedisce l’applicazione della previsione sull’arresto. Non equivale a far scomparire la fuga, non elimina il procedimento e non azzera la sospensione della patente. Presentarsi spontaneamente assume rilievo nella valutazione della vicenda, ma la legge non lo trasforma in una sanatoria.

La soluzione più sicura resta fermarsi subito, compatibilmente con la protezione della circolazione, attivare i soccorsi e mettersi a disposizione delle forze di polizia. Il conducente che si arresta, presta l’assistenza occorrente e si rende immediatamente disponibile non è soggetto all’arresto in flagranza per il delitto di lesioni personali colpose derivante dall’incidente.

Lavoro di pubblica utilità e sospensione

Un’altra ragione del rigetto riguarda la natura delle conseguenze applicate. Il lavoro di pubblica utilità opera nel campo penale e conserva una funzione punitiva, pur offrendo al condannato un percorso sostitutivo. La sospensione della patente viene invece qualificata come sanzione amministrativa accessoria con finalità spiccatamente preventiva.

Da questa separazione la Corte ricava che l’avvenuta esecuzione della sanzione sostitutiva non obbliga a ridurre la durata della misura amministrativa. Il principio costituzionale della finalità rieducativa della pena riguarda la responsabilità penale e non si trasferisce automaticamente a una misura diretta a prevenire nuovi pericoli nella circolazione.

Il dato interessa anche chi legge la vicenda soltanto in termini di reato estinto. Quando il reato si estingue per una causa diversa dalla morte dell’imputato, il prefetto verifica comunque se sussistano le condizioni per applicare la sanzione amministrativa accessoria.

Traffico, weekend da bollino rosso: le strade più a rischio

Il calendario dice settembre e per milioni di italiani è arrivato il momento di rimettere le valigie nel bagagliaio, stavolta puntando verso casa. Il primo weekend del mese chiude infatti la stagione dell’esodo estivo e sulle strade italiane si prepara un nuovo aumento del traffico, alimentato dai rientri dalle località di villeggiatura verso le grandi città.

Controesodo: 27 milioni di spostamenti nel weekend

Secondo le stime dell’Osservatorio Mobilità Stradale di Anas, in queste ore sono previsti oltre 27 milioni di spostamenti sulle strade e autostrade gestite dalla società del Gruppo FS. Viabilità Italia ha indicato il bollino rosso nel pomeriggio di sabato 5 e in quello di domenica 6 settembre, quando i flussi verso i centri urbani dovrebbero diventare particolarmente intensi.

A fotografare la situazione è Claudio Andrea Gemme, amministratore delegato di Anas:

“Con questo weekend si conclude la stagione degli spostamenti estivi. In base alle stime dell’Osservatorio Mobilità Stradale di Anas, da oggi sino a domenica 6 settembre sulle strade e autostrade della società del Gruppo Fs, ci saranno oltre 27 milioni di spostamenti”.

Anas ha organizzato la rete in vista del controesodo riducendo la presenza dei cantieri. Fino al 7 settembre ne saranno chiusi o sospesi 1.175, pari all’83% dei 1.414 attivi. Sul territorio sono impegnati circa 2.500 tra tecnici e personale di esercizio, affiancati dagli operatori delle Sale Operative Territoriali e della Sala Situazioni Nazionale.

Le strade interessate dal controesodo

La circolazione dovrebbe aumentare soprattutto sulle direttrici utilizzate per rientrare dalle località turistiche, tra cui figura la A2 Autostrada del Mediterraneo, insieme alle statali 106 Jonica e 18 Tirrena Inferiore in Calabria. In Sicilia figurano tra le arterie da tenere sotto osservazione la A19 Palermo-Catania e la A29 Palermo-Mazara del Vallo, mentre in Sardegna i flussi interesseranno la SS131 Carlo Felice.

Nel Lazio i rientri coinvolgeranno soprattutto la Pontina e l’Appia, due arterie importanti per chi torna a Roma dalle località turistiche della regione: tra le direttrici da tenere d’occhio figurano pure l’E45, l’Aurelia e l’Adriatica. Spostandosi verso Nord il traffico interesserà la SS36 del Lago di Como e dello Spluga, la SS45 di Val Trebbia e la Romea.

Con 27 milioni di spostamenti previsti in tre giorni, Anas chiede prudenza a chiunque si metterà in viaggio. Gemme insiste soprattutto sull’attenzione alla guida:

“I flussi di traffico interessano l’intero territorio nazionale e richiedono la massima attenzione da parte di tutti gli utenti della strada”

Tra le raccomandazioni trova spazio pure il cellulare, da lasciare perdere una volta partiti:

“Non utilizzare mai il cellulare mentre si guida. Bastano pochi secondi di distrazione per mettere a rischio la propria vita e quella degli altri”

Stop ai mezzi pesanti domenica

Domenica ci sarà una variabile in meno sulle strade. Dalle 7 alle 22 scatterà infatti il divieto di circolazione per i veicoli con massa superiore a 7,5 tonnellate, proprio nella giornata in cui è previsto uno dei picchi del controesodo.

Prima di partire vale la pena controllare la situazione del traffico e considerare tempi di percorrenza più lunghi del solito. Sabato e domenica pomeriggio saranno i momenti peggiori, con il bollino rosso indicato da Viabilità Italia e milioni di persone sulla strada di casa.

Bonus carburante, lo sconto accise sostituito da un bonus da 200 euro: chi può riceverlo

Il countdown è arrivato all’ultima settimana: il taglio delle accise sul diesel scade il 5 settembre 2026, e da lì in avanti il governo dovrà scegliere una strada diversa per continuare ad aiutare automobilisti e famiglie alle prese con il caro carburanti. L’idea che sta prendendo sempre più corpo a Palazzo Chigi non è più uno sconto uguale per tutti alla pompa, ma un sostegno mirato, concentrato su chi l’auto la usa per lavorare e su chi fa più fatica ad arrivare a fine mese.

Cosa succede dopo il 5 settembre

Il Consiglio dei ministri, riunito lo scorso 26 agosto su proposta della presidente Giorgia Meloni e dei ministri Giorgetti, Pichetto Fratin e Salvini, aveva già prorogato dal 27 agosto al 5 settembre lo sconto di 17 centesimi al litro sul gasolio, di cui 14 di accisa e 3 di Iva, esteso anche a gasoli paraffinici e biodiesel. Nello stesso comunicato, però, l’esecutivo aveva già fatto capire che la strada futura sarebbe stata diversa, parlando esplicitamente di sostegni selettivi basati sul reddito.

Il governo ha chiarito con una certa franchezza che dopo la scadenza del 5 settembre non ci saranno altri tagli generalizzati alle accise, complice anche la difficoltà crescente nel trovare le coperture finanziarie necessarie per rifinanziare misure di questo tipo ogni poche settimane. Attenzione però: al momento non esiste alcuna domanda da presentare per il nuovo bonus benzina, e qualsiasi messaggio o link che promette di prenotarlo va guardato con grande sospetto, trattandosi di tentativi di truffa.

Si parla di buoni carburante fino a 200 euro

Sul tavolo del governo ci sono principalmente due strade, pensate per platee diverse. La prima è legata al rapporto di lavoro e potrebbe riproporre un beneficio fino a 200 euro erogato attraverso le aziende, sfruttando gli strumenti del welfare aziendale già esistenti. Un modello che ricalca da vicino quanto fatto nel 2022 dal governo Draghi con i buoni carburante destinati ai dipendenti, un contributo esentasse inserito direttamente in busta paga.

La seconda ipotesi ha invece una natura più assistenziale, e prevede un fondo da circa un miliardo di euro per il 2026 destinato ai nuclei familiari con un Isee fino a 20.000 euro, con un buono che potrebbe arrivare fino a 100 euro. Restano ancora da definire importi precisi, platea dei beneficiari e modalità operative, ma la direzione politica sembra ormai tracciata: meno sconto generalizzato, più aiuto mirato a chi ne ha davvero bisogno.

Per autonomi e pensionati?

Il governo, però, sembra intenzionato a non lasciare fuori dal nuovo pacchetto altre categorie particolarmente esposte al caro carburanti. Per autonomi e partite Iva si starebbe valutando un intervento fiscale specifico, come una social card, pensata per chi utilizza il proprio veicolo come strumento di lavoro quotidiano, dagli autotrasportatori ai professionisti che macinano chilometri per raggiungere clienti e luoghi di lavoro.

Anche i pensionati non dovrebbero restare esclusi dal ragionamento complessivo, anche se su questo fronte le idee restano ancora meno definite rispetto alle altre due misure. Tra le ipotesi circolate, c’è anche quella di coinvolgere strumenti già esistenti come la Carta Dedicata a Te, pensata per famiglie e pensionati con Isee più basso, che potrebbe diventare uno dei canali attraverso cui veicolare il nuovo sostegno.

Va detto con chiarezza che, al momento, nessuna delle misure allo studio è stata formalizzata in un provvedimento ufficiale: si tratta ancora di ipotesi al vaglio del Ministero dell’Economia e di Palazzo Chigi, con il pressing politico concentrato sull’arrivare a una decisione in tempi rapidi, subito dopo la scadenza del taglio accise. Nel frattempo, secondo alcune associazioni dei consumatori come Codacons, le misure allo studio rischiano comunque di lasciare fuori una fetta consistente di automobilisti, dato che i rincari dei carburanti colpiscono in egual misura tutte le fasce di reddito. Per avere risposte definitive su importi e requisiti, insomma, non resta che attendere i prossimi giorni, quando il governo dovrà sciogliere gli ultimi nodi rimasti aperti.

Seat verso la chiusura? La verità dietro le voci dalla Germania

Un marchio storico dell’automobilismo europeo rischia di finire tra le vittime della grande crisi che sta attraversando Volkswagen. Secondo indiscrezioni riportate dalla stampa tedesca, il colosso di Wolfsburg starebbe seriamente valutando il ritiro dal mercato del marchio spagnolo Seat entro il 2029, nell’ambito del più ampio piano di ristrutturazione approvato dal consiglio di sorveglianza del gruppo.

Meno 50 mila posti di lavoro

La notizia relativa a Seat arriva nello stesso giorno in cui il consiglio di sorveglianza di Volkswagen ha dato il via libera al piano di risanamento presentato dal Cda del gruppo, con l’obiettivo dichiarato di salvaguardare la competitività dell’azienda in un momento particolarmente delicato. Un piano che, secondo quanto emerso nelle ultime ore, prevede tagli ancora più profondi di quanto inizialmente annunciato, con l’ipotesi di arrivare fino a 100.000 esuberi complessivi.

Numeri pesantissimi, che si aggiungono ai 50.000 tagli di posti di lavoro già comunicati nelle scorse settimane e che confermano quanto la situazione all’interno del gruppo resti tesa. Non a caso, secondo alcune fonti, il piano avrebbe già incontrato resistenze da parte dei rappresentanti dei lavoratori, che siedono nel board con una quota rilevante di consiglieri, alimentando il rischio di uno scontro sindacale senza precedenti nella storia recente dell’azienda tedesca.

Si parla di chiusura per Seat

Secondo quanto riportato dal settimanale economico tedesco Wirtschaftswoche, il consiglio di amministrazione di Volkswagen intenderebbe ritirare dal mercato il marchio spagnolo entro la fine del 2029. Una decisione che, se confermata, chiuderebbe un capitolo lungo oltre settant’anni per un brand nato negli anni Cinquanta grazie a una collaborazione tra lo Stato spagnolo e la Fiat, e passato poi sotto l’orbita Volkswagen nel corso degli anni Ottanta.

Interpellata sulla questione, Volkswagen non ha confermato ufficialmente l’indiscrezione. Un portavoce del gruppo ha spiegato che i documenti interni vengono discussi e approvati dagli organi competenti, precisando che l’azienda non intende commentare né anticipare in alcun modo il processo decisionale in corso. Una risposta cauta, che però non ha spento le voci su un possibile addio al marchio catalano.

Parola d’ordine competitività

Dietro l’eventuale addio a Seat ci sarebbe una logica industriale piuttosto chiara: escludendo il marchio spagnolo dalla visione strategica elaborata per il 2030, Volkswagen punterebbe a risparmiare costi, semplificare i processi interni e concentrare maggiormente le risorse sul marchio gemello Cupra, che negli ultimi anni ha ormai superato Seat in termini di vendite.

I numeri, del resto, sembrano confermare questa tendenza: secondo i dati riportati dal quotidiano tedesco Bild, nel primo semestre del 2026 sono state consegnate 170.100 vetture a marchio Cupra, contro le 129.600 di Seat. Un divario che, agli occhi dei vertici di Wolfsburg, renderebbe sempre più difficile giustificare la sopravvivenza di entrambi i brand all’interno dello stesso gruppo, soprattutto in una fase in cui la parola d’ordine resta il taglio dei costi.

Non è tutto: secondo indiscrezioni ancora più recenti, il piano di ristrutturazione includerebbe anche la valorizzazione di circa 750 partecipazioni del gruppo, tra cui figurerebbe anche Ducati, storico marchio bolognese delle due ruote entrato nell’orbita Volkswagen ormai da anni. Un segnale che conferma quanto la revisione strategica in corso a Wolfsburg non riguardi soltanto Seat, ma l’intero perimetro industriale del gruppo tedesco.

Per il marchio spagnolo, che negli ultimi tempi aveva già visto ridimensionare progressivamente il proprio ruolo all’interno della galassia Volkswagen a favore di Cupra, il countdown verso un possibile addio sembra insomma essere davvero iniziato. Resta però da capire come reagiranno sindacati e governo spagnolo di fronte a un’ipotesi che, se confermata, avrebbe ripercussioni non da poco sull’occupazione e sull’industria automobilistica iberica.

Che fine fanno i soldi delle multe? La novità allo studio nel Codice della Strada

Quando paghiamo una multa, dove finiscono quei soldi? Vanno al Comune, finanziano la manutenzione dell’asfalto oppure sostengono l’attività della polizia? La risposta cambia secondo il tipo di violazione e l’amministrazione coinvolta: il sistema in vigore non prevede un’unica destinazione per tutti i proventi. Proprio questa frammentazione è uno degli aspetti sui quali interviene la proposta di revisione del Codice della Strada.

Al centro del progetto c’è una divisione destinata a incidere sui rapporti finanziari tra amministrazioni: il 70% delle entrate all’ente proprietario della strada e il restante 30% a quello da cui dipende chi ha accertato l’infrazione. A presentare la proposta è stato lo stesso Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Come vengono utilizzati oggi i soldi delle multe

Nella disciplina generale, i proventi spettano allo Stato quando l’accertamento proviene dai suoi organi. Se intervengono gli agenti di Regioni, Province o Comuni, le entrate sono attribuite alle rispettive amministrazioni. Restano le disposizioni speciali, fra le quali quelle sui rilevamenti della velocità.

Per gli enti territoriali, il 50% dei proventi soggetti al regime ordinario è vincolato. All’interno di questa metà, almeno un quarto finanzia la segnaletica e almeno un altro quarto il potenziamento dei controlli: ciascuna delle due quote equivale dunque al 12,5% del totale di riferimento. La parte rimanente della quota vincolata può sostenere le altre finalità elencate dalla norma. Fra queste figurano manutenzione, protezione degli utenti vulnerabili, educazione stradale e, alle condizioni previste, assistenza e previdenza della polizia locale.  La Giunta determina annualmente le destinazioni, potendo riservare agli stessi scopi anche tutto o parte dell’altro 50%.

Autovelox, il meccanismo è già diverso

Un percorso distinto riguarda le sanzioni per superamento dei limiti massimi di velocità rilevate attraverso apparecchiature e sistemi di controllo, come gli autovelox. Nel perimetro dell’articolo 142 del Codice della Strada la ripartizione è già prevista: metà all’ente proprietario della strada, metà all’amministrazione dell’organo accertatore. La disposizione esclude le strade in concessione.

Le somme attribuite secondo quei criteri vanno destinate a manutenzione e messa in sicurezza delle infrastrutture, segnaletica, barriere e impianti, oppure al rafforzamento dei controlli, comprese le spese di personale ammesse. Il vincolo riguarda quindi l’intero ammontare delle quote.

La proposta: una sola ripartizione

Nella proposta di cambiamento la separazione fra multe per velocità e altre sanzioni verrebbe superata. Lo stesso criterio di distribuzione si applicherebbe ai proventi indipendentemente dal tipo di infrazione e dall’appartenenza statale o territoriale degli organi che l’hanno accertata. Alla pluralità di percorsi subentrerebbe così una formula comune, fondata sul rapporto fra chi controlla e chi possiede la strada. Per seguire il denaro diventerebbe centrale identificare l’ente proprietario del tratto interessato. A quest’ultimo sarebbe riconosciuta la quota prevalente, mentre all’amministrazione responsabile dell’accertamento spetterebbe il 30%.

Per capire il funzionamento ipotizziamo 100 euro di proventi da ripartire secondo il nuovo modello, senza confonderli con l’importo complessivo riportato su un verbale, che può comprendere voci diverse dalla sanzione.

Se l’infrazione fosse accertata dalla polizia di un Comune su una strada di proprietà provinciale, il progetto assegnerebbe 70 euro alla Provincia e 30 al Comune. Su una strada appartenente allo stesso Comune degli agenti entrambe le quote affluirebbero invece alla medesima amministrazione. In quest’ultimo caso non ci sarebbe un trasferimento di 70 euro verso un altro ente, ma resterebbe la distinzione fra gli impieghi consentiti alle due componenti.

Il 70% alla sicurezza, ma con una differenza per lo Stato

Le amministrazioni territoriali proprietarie della strada dovrebbero impiegare quel 70% per manutenzione, messa in sicurezza delle infrastrutture e altre attività rivolte alla sicurezza della circolazione. Segnaletica e barriere di protezione rientrerebbero fra gli interventi finanziabili. Spazio anche alla promozione di comportamenti corretti e all’educazione stradale nelle scuole.

Nella nozione di sicurezza accolta dalla proposta convivrebbero interventi materiali e prevenzione: sistemare una barriera e insegnare ai ragazzi come muoversi nel traffico appartengono a categorie di spesa diverse, entrambe contemplate. Questo specifico obbligo di destinazione della quota del 70% riguarderebbe gli enti territoriali e non lo Stato.

Un secondo nodo riguarda la quota assegnata all’amministrazione dalla quale dipendono gli agenti o i militari. Nella sintesi ministeriale, quel 30% è associato alle attività di controllo e notifica. Soltanto una parte della quota dovrebbe essere obbligatoriamente riservata al potenziamento dei controlli.

Ci sarebbero più soldi per le strade?

Nel regime ordinario degli enti territoriali, confrontando basi omogenee, passare dal minimo vincolato del 50% a una quota del 70% comporterebbe un incremento di venti punti percentuali. Il risultato andrebbe però valutato insieme alla nuova distribuzione fra amministrazioni e agli impieghi ammessi.

Dove opera già il regime speciale dell’articolo 142, il ragionamento è diverso: le somme ripartite sono già interamente destinate alle finalità previste dalla norma, che comprendono infrastrutture e controlli. Il nuovo assetto potrebbe cambiare beneficiari e composizione della spesa.

C’è poi una distinzione economica fra riservare un’entrata alla sicurezza e aggiungere nuovi finanziamenti. Una quota più elevata potrebbe sostenere interventi aggiuntivi oppure coprire attività che l’ente avrebbe comunque finanziato attraverso altre entrate.

Per cercare una risposta documentata non occorre aspettare la riforma. Gli enti locali devono già trasmettere ogni anno una relazione sui proventi dell’esercizio precedente e sul loro impiego. Alla scadenza ordinaria del 31 maggio si affianca l’obbligo di pubblicazione sul sito dell’amministrazione entro trenta giorni dalla trasmissione. Il Ministero dell’Interno pubblica a sua volta le relazioni ricevute entro sessanta giorni.

Il 13 settembre 2026 indicato per la consultazione è il termine entro cui le associazioni sono chiamate a esprimersi sul materiale ricevuto. Prima che il progetto produca effetti, servirà il completamento del percorso normativo e andranno verificate le disposizioni definitive, comprese decorrenza e disciplina transitoria.

La proposta ha prova quindi a rendere più comprensibile la distribuzione delle risorse, ma il giudizio conclusivo ovvero una valutazione definitiva dipenderà anche dai dettagli ancora aperti. Quanto del 30% sarà riservato ai controlli? Quali obblighi resteranno in capo allo Stato? E quanto sarà semplice verificare le spese effettive?

 

Salone dell’Auto di Torino 2026: la mappa e l’elenco completo di marchi e modelli presenti

Il Salone dell’Auto di Torino, in scena dall’11 settembre al 13 settembre 2026, si conferma uno degli appuntamenti più attesi nel panorama automobilistico internazionale. Il pubblico potrà scoprire da vicino tutte le novità delle principali Case automobilistiche grazie a un’esposizione ricca e variegata che riunirà modelli di serie e anteprime, offrendo una vera e propria fotografia del mercato automobilistico e delle principali tendenze e motorizzazioni che stanno caratterizzando il settore. Dalle supercar da sogni alle vetture elettriche ed ibride di ultima generazione, passando per i concept dei centri stile italiani e le novità dei brand emergenti, ecco l’elenco dei modelli in mostra.

Tra anteprime e test drive dei principali brand del settore, quest’anno sarà presente anche Virgilio Motori come media-partner dell’evento e con uno stand in Piazza Castello.

Brand e modelli presenti

  • Alfa Romeo: Tonale Ibrida Plug-in Q4 Veloce
  • Fiat: Grizzly, Grizzly Fastback
  • Lancia: Gamma
  • Maserati: Grecale, Granturismo
  • Itala: Itala 35, Itala 56, Itala 61
  • O.S.C.A: MT6, MT8
  • BMW: Nuova BMW iX3, Nuova BMW i3, Nuova BMW X5
  • Mercedes-Benz: Nuova GLC elettrica, Nuova Classe C elettrica
  • Porsche: 911, Cayenne, Panamera, Macan
  • Lotus: ELETRE X, EMIRA 420 SPORT, EVIJA
  • Jeep: Nuova Compass E-Hybrid Plug-in 225 Cv
  • DS Automobiles: N°7 Étoile Hybrid 145 CV
  • Renault: Nuova Renault Megane E-Tech Electric, Renault Twingo E-Tech Electric, Renault Clio full hybrid E-Tech
  • Peugeot: Peugeot e-3008 Long range (230 CV)
  • Opel: Mokka GSE Rally
  • Suzuki: Nuova e VITARA, E VITARA 61 TOP 4WD, Nuova ACROSS Plug IN, Swift Hybrid, S-CROSS Hybrid, VITARA Hybrid
  • Honda: Prelude Full Hybrid
  • Mazda: Nuova MX-5 MY2027, Nuova CX-5, CX-6e
  • KIA: Nuova Seltos, EV5 GT
  • KGM: Actyon HEV, Torres Full Hybrid, Tivoli
  • Tesla: Cybertruck
  • BYD: Dolphin G DM-i, Dolphin Surf, Sealion 7
  • Changan: CHANGAN DEEPAL S07 MY26, CHANGAN DEEPAL S05 ULTRA HYBRID
  • Chery: TIGGO 9, TIGGO 8, Q
  • Dongfeng: Shine GS, Box, Huge, MAGE HEV
  • Geely: E2, EX5, Starray EM-i, KO11
  • GWM: ORA5, H7, TANK 300, JOLION MAX, SOUO MOTORBIKE, POER, WEY
  • Hongqi: HS3, HS5
  • GAC: Aion UT
  • ICAUR: V27
  • Leapmotor: Leapmotors B03X
  • Lepas: L8, L6
  • Linktour: L7, L6
  • Lynk & Co: 02, 08
  • X-Peng: P7+, L03, G9
  • Zeekr: 7GT, 7X
  • EMC: EMC 212, EMC 6

 In arrivo: i dettagli relativi ai modelli dei brand Bontu, Citroën, FAWCAR e M-Hero saranno annunciati prossimamente.

Promozioni week by Salone Auto Torino

Tra le novità dell’edizione 2026 debutta Promozioni Week by Salone Auto Torino, l’iniziativa che coinvolgerà Case automobilistiche e concessionarie con una settimana di offerte dedicate all’acquisto delle vetture. Hanno già aderito Alfa Romeo, BYD, Citroën, DS, EMC, FIAT, Hongqi, Jeep, KIA, Lancia, Leapmotor, Lepas, Lynk & Co, Mazda, OMODA JAECOO, Opel, Peugeot, Renault e Suzuki.

SCARICA LA MAPPA DEL SALONE AUTO DI TORINO 2026

Multe autovelox, il dettaglio sull’omologazione da controllare prima di pagare

Basta che sul verbale manchi la parola omologato per non pagare una multa dell’autovelox? La risposta è no, anche se proprio l’omologazione può diventare decisiva per contestare un accertamento.

Al rientro dalle vacanze, davanti a una sanzione per eccesso di velocità, la tentazione di chiudere subito la pratica con lo sconto è comprensibile. Prima di scegliere conviene però capire quale dispositivo abbia effettuato la misurazione e secondo quale disciplina fosse utilizzabile. Il decreto ministeriale dell’8 giugno 2026 ha introdotto un nuovo quadro per omologazione, taratura e verifiche di funzionalità che vale la pena approfondire.

Il dettaglio da controllare nel verbale della multa

Il punto di partenza è la parte del verbale dedicata all’apparecchiatura. Nome del modello, eventuale versione, numero identificativo e riferimenti ai provvedimenti ministeriali permettono di risalire allo strumento impiegato senza confonderlo con altri prodotti della stessa famiglia.

Se compare solo un decreto di approvazione, il controllo non può dirsi concluso. Da quella citazione non discende che il dispositivo fosse privo dei requisiti richiesti: potrebbe entrare in gioco il regime introdotto nel luglio 2026 oppure la documentazione disponibile potrebbe comprendere provvedimenti non trascritti integralmente nel verbale.

All’opposto, scrivere omologato non sostituisce l’esistenza del titolo e la corrispondenza dell’apparecchio al prototipo autorizzato. Il nuovo decreto disciplina proprio omologazione del prototipo e conformità dei dispositivi: sono i passaggi da ricostruire nei documenti.

Anche l’espressione “omologazione della postazione” richiede cautela. L’omologazione riguarda il prototipo del dispositivo o del sistema; collocazione lungo la strada, configurazione d’impiego e controlli sul singolo esemplare appartengono a verifiche collegate ma distinte.

Approvazione e omologazione hanno alimentato i ricorsi

All’origine del contenzioso c’è l’articolo 142 del Codice della Strada che attribuisce valore di fonte di prova alle risultanze delle apparecchiature debitamente omologate, anche quando misurano la velocità media. Non è dunque una questione limitata al classico autovelox che fotografa il passaggio in un punto preciso.

Con l’ordinanza 10505 del 2024, la Corte di Cassazione ha escluso che la semplice approvazione ministeriale potesse essere considerata equivalente all’omologazione richiesta per l’accertamento della velocità. La distinzione si fonda anche sull’articolo 192 del regolamento di esecuzione: i procedimenti presentano presupposti e funzioni differenti, pur condividendo alcuni passaggi amministrativi.

Nel caso esaminato, l’assenza dell’omologazione era un dato acquisito nel giudizio. La Suprema Corte ha respinto il ricorso del Comune di Treviso e lasciato ferma la decisione favorevole all’automobilista.

La distinzione è stata ribadita dall’ordinanza 8797 del 2026. Chiamata a esaminare un accertamento della Polizia locale di Quero Vas, la Seconda sezione civile ha censurato l’equiparazione tra approvazione e omologazione sulla quale si era basato il Tribunale di Belluno. Il provvedimento ha cassato la sentenza impugnata e rinviato la causa al Tribunale in diversa composizione: non si tratta di un annullamento collettivo delle sanzioni emesse con apparecchi analoghi.

Di poco precedente è l’ordinanza 7374 del 2026, relativa a verbali elevati a Pescara. In quel procedimento il ricorso dell’automobilista è stato respinto. Nella motivazione la Corte ha però richiamato l’onere dell’amministrazione di provare, in presenza di contestazione, l’omologazione iniziale e la taratura periodica. La documentazione della verifica compiuta entro l’anno precedente alle infrazioni ha avuto un ruolo nella decisione sulle censure esaminate.

Dal 12 luglio 2026 cambia il controllo sull’Allegato B

Il decreto 125 del 2026 definisce requisiti e procedure per l’omologazione dei prototipi e li ha affiancati alle regole sulla taratura e sul funzionamento degli apparecchi. La disposizione che incide sulla lettura dei verbali è contenuta nell’articolo 6: i dispositivi e i sistemi conformi ai prototipi approvati con i decreti elencati nell’Allegato B si intendono omologati ai fini del provvedimento.

Ne consegue che, per una rilevazione compiuta dopo l’entrata in vigore della nuova disciplina, il richiamo a un precedente decreto di approvazione non basta a dimostrare l’assenza di omologazione. Bisogna verificare se quell’apparecchio corrisponda a uno dei prototipi ammessi al regime transitorio e alla configurazione autorizzata.

Nelle due pagine dell’Allegato B figurano 25 voci di prototipo, ciascuna associata a un decreto. Non sono 25 autovelox fisicamente installati lungo le strade, né un elenco di singole matricole già controllate una per una. Tra i nomi compaiono per esempio Tutor 3.0, Vergilius Plus e Autovelox 106SE Radar, ma è l’abbinamento esatto tra prototipo e provvedimento a guidare la verifica.

Attenzione anche alla data della prima approvazione: alcune voci rinviano a conferme di provvedimenti più vecchi. Per i prototipi non coperti dall’Allegato B il decreto prevede percorsi di omologazione, con documentazione e valutazioni ministeriali; l’eventuale rilascio di un nuovo titolo deve essere verificato, senza presumere che l’elenco iniziale esaurisca per sempre tutti i dispositivi utilizzabili.

Per le multe precedenti conta quando è avvenuta la rilevazione

Il nuovo decreto non contiene una disposizione che cancelli indistintamente i verbali precedenti, disponga rimborsi generalizzati o riapra tutti i termini di opposizione. Dalla sua lettura non si può neppure ricavare, senza un esame giuridico del singolo caso, che ogni rilevazione passata sia stata automaticamente sanata dall’inclusione del prototipo nell’Allegato B. Per i procedimenti ancora aperti restano da valutare la disciplina applicabile al fatto, i documenti dell’amministrazione e le questioni proposte nel ricorso.

Un altro controllo passa dal portale pubblico dedicato agli autovelox. Il censimento raccoglie le informazioni comunicate dalle amministrazioni e dagli enti competenti, tra cui marca, modello, versione, matricola quando presente, riferimenti ai decreti e dati sulla collocazione nei casi previsti. La consultazione può aiutare a identificare lo strumento, ma l’iscrizione non equivale a una nuova omologazione.

Alla taratura si affiancano le verifiche di funzionalità, che riguardano il funzionamento del dispositivo o del sistema nelle condizioni previste. Il decreto del 2026 richiede che siano documentate e chiarisce che non sostituiscono la taratura eseguita dal laboratorio accreditato.

Quali documenti chiedere prima di valutare un ricorso

La richiesta di accesso agli atti può riguardare il provvedimento ministeriale pertinente, le estensioni o conferme, l’identificazione del dispositivo, il certificato di taratura e i verbali delle verifiche di funzionalità. A seconda del motivo di contestazione, acquistano rilievo anche le immagini dell’infrazione, gli atti sulla segnaletica e le autorizzazioni relative al tratto stradale.

Conviene allora indicare numero del verbale, data e luogo della rilevazione e precisare quali elementi si intendano verificare. L’obiettivo è collegare apparecchio, misurazione e requisiti vigenti in quel momento.