Renault esalta il suo ibrido: è il nuovo diesel, ma consuma meno

Per anni il diesel è stato considerato la soluzione ideale per chi cercava un’automobile capace di percorrere molti chilometri consumando poco carburante. Oggi, però, quel primato viene messo in discussione dalle motorizzazioni ibride, sempre più diffuse anche nei segmenti accessibili.

A sostenerlo è Stéphane Deblaise, CEO di Renault India, convinto che questa tecnologia rappresenti l’evoluzione naturale del motore a gasolio. Il manager francese non si limita a sottolineare i vantaggi economici: secondo la sua visione, l’ibrido può offrire anche un’esperienza di guida superiore, grazie a una maggiore silenziosità e alla riduzione delle vibrazioni. Una posizione che anticipa le priorità commerciali di Renault in uno dei mercati automobilistici più importanti per la crescita futura.

L’ibrido può sostituire il diesel nei consumi

Il ragionamento di Deblaise parte da un elemento concreto: il costo del carburante continua a influenzare profondamente le decisioni degli automobilisti, soprattutto nei mercati particolarmente sensibili alle spese di gestione.

In passato, chi desiderava ridurre i consumi sceglieva frequentemente un’automobile diesel, approfittando della maggiore efficienza del motore a gasolio rispetto a molti propulsori a benzina tradizionali. Oggi, secondo il dirigente Renault, questo vantaggio può essere raggiunto e superato attraverso un sistema full hybrid, capace di combinare il motore termico con quello elettrico e recuperare energia durante le decelerazioni.

Il beneficio diventa particolarmente evidente nella guida urbana, caratterizzata da rallentamenti e ripartenze frequenti. In queste condizioni, l’assistenza elettrica permette di limitare il funzionamento del propulsore a combustione.

Deblaise richiama inoltre il parametro NVH, acronimo di Noise, Vibration and Harshness, utilizzato per valutare rumore, vibrazioni e ruvidità percepiti dagli occupanti. La possibilità di viaggiare in modalità elettrica contribuisce a migliorare il comfort rispetto a un diesel tradizionale.

In Europa le auto ibride hanno già conquistato il mercato

La crescita delle motorizzazioni elettrificate trova riscontro anche nelle immatricolazioni europee. Secondo i dati ACEA relativi alla prima metà del 2026, le vetture ibride hanno raggiunto una quota del 37%, superando il peso complessivo delle alimentazioni tradizionali a benzina e diesel, indicato al 29,7%.

Si tratta di un cambiamento significativo, favorito anche dalle strategie industriali dei costruttori, che stanno progressivamente riducendo la disponibilità di motorizzazioni esclusivamente termiche. Renault ha investito in questa direzione attraverso la tecnologia E-Tech full hybrid, proposta su diversi modelli della gamma, comprese vetture di grande diffusione come la Clio.

L’obiettivo è offrire un’alternativa a chi desidera contenere i consumi senza dipendere dalle infrastrutture di ricarica. A differenza delle ibride plug-in, infatti, le full hybrid non richiedono collegamenti esterni alla rete elettrica. Il confronto con il diesel rimane comunque legato alle condizioni d’impiego: nei lunghi trasferimenti autostradali, alcune motorizzazioni a gasolio possono ancora risultare particolarmente efficienti.

L’India diventa centrale nella strategia di Renault

La posizione di Deblaise assume un significato particolare considerando le caratteristiche del mercato indiano. Con una popolazione superiore a 1,4 miliardi di abitanti, il Paese presenta enormi possibilità di sviluppo, ma anche esigenze differenti rispetto a quelle europee.

Il prezzo d’acquisto, l’affidabilità e soprattutto i consumi rappresentano fattori decisivi per una parte consistente della clientela. In questo contesto, Renault considera l’ibrido una tecnologia capace di rispondere alle necessità quotidiane senza imporre un passaggio immediato all’elettrico puro.

Il manager vorrebbe estendere progressivamente questa soluzione all’intera gamma, rafforzando la competitività del marchio in un mercato dove la concorrenza è particolarmente intensa. La strategia non implica necessariamente la scomparsa immediata del diesel, ma evidenzia un cambiamento nelle priorità dei costruttori. Per Renault, l’efficienza non deve più essere associata esclusivamente al gasolio: l’ibrido può diventare la nuova scelta di riferimento per chi cerca consumi contenuti e maggiore comfort.

Elezioni Usa, la sconfitta di Trump apre nuovi scenari per l’automotive

L’inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, è uscito sconfitto dalla tornata elettorale di medio termine, che avviene a metà del mandato presidenziale e che comporta il rinnovo dell’intera Camera (per 435 seggi) di parte del Senato (per 35 seggi su un totale di 100) e di 50 governatori.

A nulla sono valse le politiche protezionistiche del tycoon che paga le conseguenze nefaste dello scoppio della guerra in Iran con il rialzo consequenziale del prezzo del gasolio, la guerra commerciale con i dazi e i problemi di una politica immigratoria che non ha convinto.

Dopo lo sforzo per rioccupare la poltrona della Sala Ovale di Washington, nelle ultime elezioni, Trump è ora uscito soccombente dal confronto con i candidati democratici che hanno ottenuto una netta affermazione. Il magnate newyorkese paga le scelte sbagliate anche nell’industria delle quattro ruote.

Dopo lo scoppio della guerra in Medio Oriente il prezzo della benzina è salito a una media nazionale di 4,2 dollari per gallone (poco meno di un euro al litro), ma con punte superiori ai 6 dollari, e quello del gasolio a 5,97 dollari per gallone (1,30 euro al litro), numeri a cui gli americani non erano abituati. In alcuni Stati, come in California, il diesel è proposto anche sopra la soglia degli 8 euro al gallone (quasi 2 euro al litro).

Reazione popolare

L’aumento dei prezzi dei carburanti ha scatenato una rabbia inaspettata negli ultimi mesi e la crescita dell’inflazione, dovuta ai rincari del costo dei trasporti dei beni di consumo, ha generato un malcontento per molti americani del ceto medio.

Le strategie che hanno spinto Trump a imporre delle tariffe sulle importazioni hanno creato un clima ancor più teso, persino con i Paesi storicamente amici degli Stati Uniti. L’applicazione di dazi su beni e prodotti essenziali all’industria delle quattro ruote ha determinato l’aumento dei costi di produzione anche per i costruttori.

Nel settembre scorso si è registrato che il valore medio di un’auto nuova si aggira sui 50.000 dollari. Un aumento esponenziale dei prezzi che a catena generano indebitamenti e ulteriori frustrazioni nelle classi meno abbienti. Le tariffe imposte hanno causato un tracollo del 21% delle importazioni di auto dall’estero rispetto allo stesso periodo del 2024, senza effettivamente arrecare vantaggi alle esportazioni. Un effetto a catena che ha determinato anche l’aumento dei listini europei.

Boomerang politico

Elon Musk, consigliere politico nel primo periodo del nuovo mandato di Trump e finanziatore dei candidati repubblicani alle elezioni di midterm, non è bastato in questa fase cruciale. I gruppi europei come Stellantis hanno provato ad arginare i problemi, mettendo sul piatto 5 miliardi di dollari per riaprire e modernizzare impianti fermi o ridimensionati, tra cui uno nell’Illinois per la creazione di nuove Jeep; Audi ha investito una grossa somma per una nuova factory in Georgia, ma tutto questo non ha evitato la sonora debacle. All’emittente televisiva Fox News Donald Trump, nell’ammettere la disfatta, ha ammesso:

“Penso che i democratici abbiano fatto un buon lavoro. Davvero. Hanno combattuto duramente. Possiamo lavorare insieme sull’immigrazione. Penso che sia una questione importante. Ho sempre ritenuto che dovremmo essere in grado di collaborare su questo tema”.

La vittoria dei democratici aumenta il rischio di uno stallo sui nuovi regolamenti approvati dal Presidente degli Usa. Le Case automobilistiche necessitano di certezza e stabilità e si inizia già a parlare di una revisione dei dazi e l’approvazione di un divieto permanente sui veicoli cinesi. Ne sapremo di più nelle prossime settimane.

La nuova truffa del falso Sportello Aci, basta un click e sei nei guai

Un nuovo raggiro è stata segnalato dal Computer Emergency Response Team dell’Agenzia per l’Italia Digitale e sta già mietendo vittime. Un approfondimento è necessario per scongiurare problemi e per difendersi da un eventuale sciagura che avviene attraverso un falso Sportello Digitale Aci. Le truffe di phishing sono quelle in cui malintenzionati fingono di essere un ente o un’azienda nota allo scopo di costringere le vittime a pagare dei soldi.

In questo caso la frode informatica, basata sull’ingegneria sociale, porta i l’impostore a rubare dati sensibili, credenziali di accesso e informazioni finanziarie. Si tratta di raggiri molto insidiosi perché vengono costruiti in modo quasi perfetto attraverso mail e siti che appaiono praticamente uguali a quelli originali. In questi casi gli utenti, in particolare gli automobilisti che non conoscono lo Sportello Digitale Aci, dovrebbero prestare la massima attenzione.

Campagna di phishing

La notizia è giunta da una segnalazione di Automobile Club d’Italia che ha scoperto il raggiro messo in atto dai malviventi. Utilizzando il nome e l’immagine di Aci, gli automobilisti sono contattati per fornire i propri dati personali e quelli del proprio veicolo su siti contraffatti e, allo stesso tempo, garantire dei pagamenti per il saldo di multe totalmente inventate. I truffatori, una volta ricevuti i dati e le informazioni, possono svuotare i conti delle vittime, trasferendo le somme in un click.

L’azione è stata segnalata lo scorso 27 ottobre dal Cert-AgID, il Computer Emergency Response Team dell’Agenzia per l’Italia Digitale e condivisa anche dal sito dell’Aci, che ha annunciato di non essere responsabile dei messaggi che arrivano agli utenti. Usando lo stesso nome e i loghi di Aci la campagna mira a confondere usando uno “Sportello Digitale Aci”, il servizio web che permette di saldare le multe. Una volta atterrati nella pagina “Sanzioni da regolarizzare” i malcapitati, dopo aver ricevuto la mail con un finto messaggio, sono invitati a pagare con carta dei verbali mai ricevuti. Se l’utente ritiene plausibile la richiesta effettua l’esborso per una multa inesistente, trasferendo anche i dati della propria carta di debito o di credito ai truffatori.

Come difendersi dai cybercriminali?

Cert-AgID, come da consuetudine, si è attivata per oscurare i siti truffa. La struttura specializzata dell’AgID – Agenzia per l’Italia Digitale che si occupa di prevenire, monitorare e gestire i rischi e gli incidenti di sicurezza informatica all’interno della Pubblica Amministrazione (PA) italiana è intervenuta per fermare questo pericoloso raggiro. I siti web creati dagli imbroglioni per lo Sportello Digitale Aci fasullo saranno messi offline. Gli enti accreditati sono stati informati per favorire l’individuazione e per contrastare la truffa. Risultano attive le campagne per scongiurare altri casi di truffa, ma purtroppo i responsabili sono ancora a piede libero.

Sebbene siano intervenuti gli specialisti di CERT-AgID, bisogna restate con gli occhi aperti. I truffatori sul web hanno la possibilità di aprire nuovi siti, creando nuovi domini o usando quelli disattivati. Sono diverse le frodi tecnologiche che possono sottrarre dati e informazioni riservate attraverso mail, sms oppure tramite una telefonata. Per questo motivo, occorre sempre diffidare di siti web che richiedono dati personali o pagamenti immediati per presunte irregolarità. Le sanzioni non pagate entro i termini possono essere controllate tramite l’area riservata del sito dell’Agenzia delle Entrate Riscossione.

Boom di patenti ritirate, uso smartphone tra le azioni più pericolose alla guida

Per il 63% degli italiani l’utilizzo dello smartphone è tra i comportamenti più azzardati nella conduzione di un veicolo. Dal Rapporto Dekra 2026 sulla sicurezza: “La strada come luogo di lavoro”, presentato alla Camera e creato in collaborazione con l’Istituto Piepoli e Ital Communications, è emerso che l’uso di un device supera, nella lista di azioni pericolose alla guida, l’assunzione di alcol o droghe (59%), il mancato rispetto di precedenze, semafori e segnali stradali (44%) e le condizioni di stanchezza o sonnolenza (42%).

In base alle analisi il 59% degli italiani ritiene “molto o abbastanza sicure” le strade che percorre abitualmente, sebbene nell’elenco delle priorità per una “mobilità più sicura” vi sarebbero la manutenzione (57%), più controlli (48%) e una migliore educazione stradale (46%). Nel report il 67% degli intervistati ha manifestato “molta o abbastanza fiducia” nella capacità delle tecnologie di aiutare nella prevenzione degli incidenti.

Sicurezza stradale prima di tutto

La prevenzione è essenziale per evitare problematiche e dovrebbe passare attraverso le qualità delle infrastrutture, il rispetto delle regole e la responsabilità condivisa. I dati Aci-Istat hanno evidenziato che, alle nostre latitudini nel 2025, si sono registrati ben 177.207 incidenti stradali con lesioni a persone, che hanno determinato 2.868 decessi, con un leggero calo di 162 morti rispetto al 2024, pari al 5,3%. Il presidente di Dekra Italia, Toni Purcaro ha assicurato:

“La strada come luogo di lavoro esige una svolta culturale, in cui innovazione tecnologica e responsabilità condivisa siano in stretta sinergia. Dal rapporto emerge una realtà complessa, dove la prevenzione assume un ruolo di primo piano per tutelare ogni utente, dai conducenti professionisti ai pedoni. I sistemi di assistenza di nuova generazione e l’automazione offrono straordinarie opportunità per ridurre gli incidenti stradali. Tuttavia, l’efficacia di questi strumenti dipende interamente da una rinnovata consapevolezza umana“.

Ritiro patenti

Quando sono a rischio le vite degli utenti della strada non c’è altra possibilità che usare il pugno di ferro. Il Ministro dei trasporti Salvini ha aggravato le conseguenze per chi usa il cellulare alla guida, con la sospensione della patente diventata più semplice, con oltre 72.000 patenti ritirate in meno di 2 anni. Il vicepresidente del Consiglio dei ministri, in occasione della presentazione del Rapporto Dekra 2026 sulla sicurezza stradale, ha analizzato gli effetti dell’aggiornamento del Codice della Strada. Il Ministro ha spiegato:

“I tre secondi in cui prendi il telefonino fa la differenza tra la vita e la morte, più dell’alcol e della droga: è la prima causa di morte”.

Salvini, entra la fine della sua legislatura, vorrebbe apportare anche delle modifiche per l’esame della patente. Un aggiornamento dei quiz teorici risulterebbe necessario perché alcune domande non sarebbero in linea con le concrete esigenze degli aspiranti automobilisti. Basterebbe un focus su ciò che realmente ha un peso per un neopatentato che muove i primi passi sulle strade nostrane. Il nuovo Cds è entrato in vigore il 14 dicembre 2024 e, in base ai numeri forniti da Matteo Salvini, le patenti sospese per uso di telefono alla guida sono state 105 al giorno. Un numero impressionante che deve mettervi in guardia. Anche da pedoni prima di attraversare la strada occorre sempre prestare la massima attenzione.

Fiat Punto, si parla di un clamoroso ritorno

Ora si fa sul serio, qualcosa si muove davvero. Il nuovo amministratore delegato di Fiat, Abarth e Lancia, Arnaud Belloni, in un’intervista a L’Automobile Magazine ha lasciato la porta aperta al ritorno della Punto.

Non è ancora un annuncio, e va detto subito: nessuna data, nessuna scheda tecnica, nessun prezzo. Ma stavolta a parlare non sono voci di corridoio, bensì il manager che guida il marchio.

“Un’auto assolutamente da avere in gamma”

Le parole di Belloni sono piuttosto nette. Secondo lui, un marchio come Fiat non può fare a meno di una Punto nel proprio listino, e l’uscita di scena del modello ha lasciato il campo libero a chi, nel frattempo, ha saputo approfittarne.

Il dirigente francese, che prima di rientrare in Stellantis ha ricoperto incarichi importanti nel gruppo Renault, conosce molto bene questo mercato e sa quanto pesi l’assenza di una vera concorrente. Il nome dell’avversaria, nel suo ragionamento, è uno solo.

La regina del segmento B

Quel nome è Renault Clio. Negli ultimi anni la compatta francese si è ritrovata a dominare un segmento sempre meno affollato, un po’ per i meriti suoi e un po’ per le assenze altrui. Se n’è andata la Ford Fiesta, la Volkswagen Polo non ha avuto un rinnovo tradizionale con motore termico e Fiat, dal 2018, non ha più avuto una vera erede della Punto.

Il risultato è un’autostrada senza traffico per la Clio, che ne ha approfittato per imporsi come riferimento. Per Belloni è arrivato il momento di riprendersi quello spazio, una frase che racconta bene l’ambizione dietro la possibile operazione.

Va ricordato che la Punto ha una storia lunga. La prima generazione debuttò nel 1993 per sostituire la Uno e, dopo tre generazioni, uscì definitivamente di scena nel 2018. Da allora, a Torino non è più arrivata una vera erede, e questo vuoto, a quanto pare, ha lasciato il segno.

Cosa ci possiamo aspettare

Se la Punto dovesse davvero tornare, non sarebbe una semplice replica del passato. L’idea di Belloni è ricostruire una coppia di utilitarie dai caratteri diversi, come accadeva per decenni con Panda e Punto. La Grande Panda ha riportato Fiat nel segmento B con una forma da crossover, alta e versatile, molto adatta alla città.

Una nuova Punto potrebbe essere una sua cugina, probabilmente con la stessa tecnologia e le stesse piattaforme, ma con un’altezza inferiore e un’impostazione da classica berlina a due volumi. Una collocazione che la inserirebbe sotto la 600, completando l’offerta del marchio.

Sullo stile, il manager ha escluso l’operazione neoretro. Il design, a suo avviso, non deve per forza ricalcare le forme del passato, e il fatto che la Clio sia una normale compatta a due volumi lascia ai designer ampia libertà. Il nome resterebbe, ma l’auto potrebbe essere completamente nuova.

Per il resto, siamo ancora nel campo delle ipotesi. Non si sa se la futura Punto sarà elettrica, ibrida o proposta con entrambe le alimentazioni, né come Stellantis intenda realizzarla, anche se è facile immaginare che per contenere i costi si sfrutteranno piattaforme già disponibili nel gruppo.

Schaeffler taglia 3.460 posti di lavoro e chiude cinque stabilimenti in Europa

Il gruppo tedesco Schaeffler avvia una profonda riorganizzazione delle proprie attività europee. Il piano annunciato prevede il taglio di 3.460 posti di lavoro e la chiusura di cinque stabilimenti, quattro in Germania e uno in Belgio. Le misure interesseranno complessivamente 16 siti produttivi e strutture aziendali e dovranno essere attuate entro il 2028.

La parte più consistente degli esuberi riguarderà la Germania, dove saranno eliminati 2.660 posti. Negli altri stabilimenti coinvolti sono previste riduzioni della capacità produttiva e ulteriori interventi di riorganizzazione.

L’obiettivo del programma è ottenere risparmi annuali per circa 300 milioni di euro entro il 2030. I costi straordinari legati alla ristrutturazione sono invece stimati in circa 480 milioni di euro, che saranno contabilizzati prevalentemente nel corso del 2026.

Crisi dei motori termici e concorrenza cinese

A spiegare le ragioni della decisione è stato l’amministratore delegato Klaus Rosenfeld, che ha indicato una combinazione di fattori alla base delle difficoltà del gruppo: la contrazione della domanda di componenti destinati ai motori a combustione, una diffusione delle auto elettriche più lenta rispetto alle previsioni e la crescente pressione competitiva dei produttori internazionali, in particolare cinesi.

Un ulteriore elemento critico è rappresentato dai costi industriali tedeschi. Secondo Rosenfeld, il costo del personale in Germania è circa 2,5 volte superiore a quello registrato in altri Paesi europei, un differenziale che penalizza la competitività degli stabilimenti nazionali.

Nel quadro della riorganizzazione, anche il consiglio di amministrazione contribuirà al contenimento dei costi, con una riduzione del 10% della propria remunerazione per i prossimi due anni. Schaeffler non esclude ulteriori interventi dopo il 2028, ma intende concentrarsi innanzitutto sulla negoziazione e sull’attuazione del piano appena presentato.

Settore Automotive in affanno

La ristrutturazione conferma le difficoltà che stanno attraversando i fornitori tradizionali dell’industria automobilistica europea. La progressiva riduzione dei componenti necessari ai motori termici, unita a una crescita dell’elettrico inferiore alle attese, sta creando sovraccapacità produttiva e costringendo le aziende a rivedere dimensioni e organizzazione delle proprie attività.

Il caso Schaeffler assume particolare rilevanza per il peso del gruppo nella filiera automotive europea: l’azienda è infatti un fornitore strategico di componentistica per importanti costruttori come Volkswagen, Mercedes-Benz e Porsche. Le conseguenze del piano potrebbero quindi estendersi oltre i siti direttamente interessati, coinvolgendo l’intero ecosistema industriale della componentistica.

RC Auto, stretta nella manovra 2027: nuovi controlli per chi circola senza assicurazione

Se passarla liscia era già poco probabile, presto potrebbero non esserci speranze che tengano. La manovra 2027 prepara un sistema di verifiche ancora più ampio per individuare gli automobilisti che circolano senza RC Auto. Non solo verranno mantenuti gli accertamenti su strada, ma le istituzioni potranno consultare gli archivi preesistenti e confrontare le informazioni sui veicoli, così da scoprire quelli sprovvisti di una polizza valida.

A occuparsene saranno il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e l’Automobile Club d’Italia. Il controllo dovrà essere ripetuto almeno una volta ogni tre mesi. Non significa, però, che una semplice segnalazione informatica farà partire automaticamente una multa: i dati serviranno anche agli organi di Polizia per verificare le eventuali violazioni. Senza sostituire gli agenti, il controllo periodico permetterà di indicare loro le posizioni meritevoli di un approfondimento.

Come funzioneranno i controlli sulle assicurazioni

Il punto centrale è l’incrocio delle banche dati. Da una parte ci sarà l’archivio delle coperture assicurative, aggiornato in tempo reale dalle compagnie. Dall’altra entreranno in gioco le informazioni che consentono di ricostruire la situazione amministrativa dei mezzi, andando oltre la presenza o l’assenza di una polizza.

Verranno consultati l’Archivio nazionale dei veicoli e i dati delle revisioni periodiche. Il confronto comprenderà inoltre il Pubblico registro automobilistico (PRA), con informazioni pure sui veicoli immatricolati all’estero circolanti in Italia o nella disponibilità di residenti.

Attraverso il registro telematico dei veicoli fuori uso si potranno distinguere i mezzi effettivamente da controllare da quelli già demoliti o per i quali sono state consegnate le targhe. Il sistema dovrà considerare anche le deroghe previste dalla normativa: l’assenza di una copertura registrata, da sola, non dimostra che qualcuno abbia commesso un’infrazione. Il passaggio fra i diversi archivi servirà proprio a evitare che nell’elenco finiscano indiscriminatamente tutti i veicoli privi di una polizza attiva.

Che cosa succede ai veicoli segnalati

Una volta individuate le posizioni da chiarire, le informazioni potranno essere utilizzate per favorire la regolarizzazione assicurativa, nonché trasmesse agli organi di Polizia stradale, che avranno così elementi sui quali concentrare gli accertamenti.

I conducenti fermati senza assicurazione rischiano già oggi una sanzione da 866 a 3.464 euro, secondo l’articolo 193 del Codice della Strada, e il sequestro del veicolo, con le procedure per ottenerne la restituzione stabilite dalla legge. Per gli utenti in regola, invece, la disposizione non introduce una nuova assicurazione da sottoscrivere o ulteriori documenti da presentare.

Quando partirà il nuovo sistema

Gli incroci tra le banche dati diventeranno operativi attraverso un decreto ministeriale, da adottare entro 90 giorni dall’entrata in vigore della manovra. Il provvedimento dovrà stabilire come far dialogare gli archivi attraverso la Piattaforma digitale nazionale dati e fissare le regole per il trattamento e la conservazione delle informazioni.

Prevedere il giorno in cui scatteranno le nuove verifiche è prematuro, prima del via libera definitivo della manovra e dei successivi passaggi attuativi. Ministero, ACI e amministrazioni coinvolte dovranno usare le risorse disponibili, senza spese aggiuntive a carico della finanza pubblica. Il progetto mira, in pratica, a sfruttare meglio dati che le istituzioni possiedono già, per rendere più difficile sfuggire all’obbligo assicurativo.

Fiat Pandina, problemi di produzione a Pomigliano: possibili stop anche a Mirafiori

Le vendite viaggiano spedite, l’arrivo dei componenti in fabbrica un po’ meno. I clienti continuano a premiare la Fiat Pandina, sempre in testa alle classifiche commerciali italiane, peccato per i problemi nell’approvvigionamento dei pezzi. Come dichiarato da Stellantis stessa, procurarsi un componente elettrico, destinato alla centralina del motore N3 GSE, si sta rivelando più difficile del solito. La produzione rallentata potrebbe provocare nuovi fermi presso gli stabilimenti italiani anche nelle prossime settimane.

La situazione colpisce soprattutto Pomigliano d’Arco, dove nasce la Pandina, e in seconda battuta Mirafiori, a Torino, per la Fiat 500. Il gruppo ha precisato che gli effetti potrebbero trascinarsi per tutto novembre e dicembre. Al momento, però, non è stato annunciato un calendario di sospensioni.

Un componente frena la produzione

Qualche disagio lo arreca un elemento fornito da un’azienda esterna e utilizzato nella centralina del motore N3 GSE. Stellantis non ne ha specificato la natura, né ha indicato il nome del fornitore. A ogni modo, il componente elettronico scarseggia e il gruppo fatica a procurarsene abbastanza per rispettare i programmi di produzione. Persino con tutto il resto della vettura pronto, la mancanza di un solo pezzo può impedire di completare l’assemblaggio e rallentare gli stabilimenti, in attesa del ritorno alla normalità.

Stellantis sta cercando soluzioni alternative insieme ai fornitori, nella speranza di recuperare progressivamente la normale attività. Nessuna data certa, fin qui, sulla conclusione delle difficoltà. E la questione rischia di estendersi: secondo quanto comunicato dal gruppo, anche alcuni impianti italiani dedicati alla componentistica dei motori potrebbero dover sospendere temporaneamente il lavoro.

I numeri di ottobre

Il problema delle forniture è arrivato proprio nel momento in cui la Pandina continua a raccogliere consensi. A ottobre ha totalizzato 7.198 immatricolazioni, confermandosi la vettura più venduta in Italia. La leadership, però, non cancella le conseguenze delle interruzioni produttive.

Il mese appena mandato in archivio ha lasciato a Stellantis un bilancio in chiaroscuro. Il mercato italiano è cresciuto del 4,8%, ma il gruppo ha perso il 5,5% delle immatricolazioni rispetto allo stesso mese del 2025. Il totale, comprensivo anche di Leapmotor, si è fermato a 31.865 vetture, sufficienti a conquistare il 24,2% del mercato.

Eppure, se guardiamo ai primi dieci mesi del 2026, la fotografia è un’altra: Stellantis ha raggiunto quota 411.825 auto immatricolate, in crescita del 12,1% su base annua, con una fetta di mercato del 29,4%. E Fiat? A ottobre ha messo a segno 12.259 immatricolazioni, pari a una quota del 9,3%. Dall’inizio dell’anno, invece, sono 156.734 le vetture registrate, con una crescita del 27,2% sullo stesso periodo del 2025. Il confronto aiuta a misurare quanto ottobre si discosti dall’andamento dell’anno. Su Fiat il disagio pesa proprio perché la Pandina trascina verso l’alto i risultati del marchio.

Possibili stop anche a Mirafiori

La carenza potrebbe avere conseguenze anche sulla produzione della Fiat 500 a Mirafiori. E chissà per quanto tempo ancora sarà necessario lavorare con quantitativi ridotti.

Nel comunicato si indicano novembre e dicembre come mesi ancora esposti al problema. Sarebbe però scorretto considerare già decise le fermate: la loro eventuale durata, così come le conseguenze sui singoli stabilimenti, resta imprecisata.

Il successo commerciale della Pandina, insomma, non mette la fabbrica al riparo dalle difficoltà della catena di fornitura. Prima di aumentare le auto da consegnare, bisogna tornare a poterle costruire.

Volkswagen ID. Golf, arriva lo stop a sorpresa: il progetto travolto dai tagli

La futura Volkswagen ID. Golf finisce al centro della difficile ristrutturazione del gruppo tedesco. A Wolfsburg sono stati sospesi i lavori preliminari legati allo sviluppo della prima generazione elettrica della Golf, uno dei modelli più importanti per la prossima generazione di automobili a batteria della casa automobilistica. La decisione arriva in un momento particolarmente delicato per Volkswagen, alle prese con perdite finanziarie, riduzione dei costi e tensioni sindacali.

Lo stop, tuttavia, non equivale alla cancellazione del progetto. Il consiglio di fabbrica sostiene infatti che il tempo perduto potrà essere recuperato, senza modificare la data prevista per il debutto della vettura.

Perché sono stati sospesi i lavori

A spiegare le ragioni del provvedimento è stato Thomas Schäfer, responsabile dei marchi generalisti del gruppo Volkswagen, attraverso una comunicazione interna. Il dirigente ha riconosciuto il valore simbolico e industriale della Golf per l’azienda e per la città tedesca di Wolfsburg, sottolineando quanto sia stata difficile la scelta di interrompere temporaneamente le attività.

Il problema è soprattutto economico: VW ritiene di non poter sostenere, nelle attuali condizioni, le spese necessarie per proseguire questa fase del progetto. Secondo i dati contenuti nella comunicazione, lo stabilimento di Wolfsburg presenta uno scostamento di 300 milioni di euro rispetto agli obiettivi di riduzione dei costi. L’impianto non rientra tra quelli minacciati di chiusura, ma deve comunque contribuire al programma di risanamento delle attività tedesche.

Crisi Volkswagen: tagli al personale e tensioni con i sindacati

Il congelamento delle attività sulla ID. Golf si inserisce in una ristrutturazione ben più ampia, che coinvolge l’intera organizzazione industriale del costruttore. Il gruppo sta portando avanti un piano che prevede fino a 100.000 tagli occupazionali e la possibile chiusura di quattro stabilimenti tedeschi.

La pressione sui conti è aumentata dopo la pubblicazione dei risultati del terzo trimestre 2026, caratterizzati dalla perdita trimestrale più consistente registrata da Volkswagen da oltre dieci anni. L’azienda chiede quindi un maggiore sostegno al programma di risanamento, mentre i rapporti con le rappresentanze dei lavoratori diventano sempre più difficili.

Il sindacato IG Metall sta valutando possibili scioperi a partire dal primo gennaio, in un clima segnato dalle preoccupazioni per l’occupazione e per il futuro della produzione nazionale. Ulteriori tensioni sono nate dopo l’annuncio di un investimento da quattro miliardi di dollari per un nuovo stabilimento Audi negli Stati Uniti.

La prospettiva di destinare risorse ingenti all’estero, mentre in Germania si discutono sacrifici e riduzioni della spesa, ha alimentato il malcontento dei lavoratori.

Golf elettrica, il lancio resta previsto

Nonostante lo stop, il consiglio di fabbrica Volkswagen ha assicurato che la sospensione dei lavori preliminari non dovrebbe ritardare il lancio della ID. Golf. I rappresentanti dei lavoratori ritengono possibile recuperare successivamente il tempo perduto, pur riconoscendo che la decisione dimostra quanto sia difficile la situazione finanziaria del gruppo.

La futura Golf elettrica è destinata a utilizzare la piattaforma SSP, architettura di nuova generazione progettata per diversi modelli del Gruppo. L’obiettivo è ridurre la complessità tecnica e industriale, migliorando al tempo stesso l’integrazione tra software, componenti elettronici e sistemi di propulsione elettrica.

La SSP ha però già accumulato ritardi rispetto all’originario obiettivo di introduzione nel 2026, complicando la pianificazione dei nuovi modelli. Per Volkswagen, questa tecnologia rappresenta un passaggio fondamentale nella competizione con i costruttori cinesi, sempre più presenti sul mercato europeo delle auto elettriche.

BYD è pronta a realizzare elettriche con batterie allo stato solido

Il settore delle auto elettriche sta registrando progressi molto importanti in questi ultimi anni, soprattutto per quanto riguarda le batterie, con nuove tecnologie sempre più avanzate in grado di incrementare la capacità e, quindi, l’autonomia delle vetture. Tra le protagoniste del mercato c’è, naturalmente, BYD.

Il colosso cinese guarda con grande ambizione ai prossimi anni e punta ad avviare la produzione di auto elettriche con batterie allo stato solido. Si tratta di una delle tecnologie più attese e potenzialmente più importanti per il futuro dell’elettrificazione del settore delle quattro ruote. BYD vuole battere i concorrenti e conquistare la leadership anche in questo comparto.

Appuntamento al 2027?

Come confermato da Stella Li, vicepresidente esecutiva di BYD, l’azienda ha le idee chiare per il prossimo futuro. Il target, infatti, è arrivare a realizzare il primo lotto di vetture con batteria allo stato solido già nel corso del 2027. Inizialmente, però, la produzione non sarà particolarmente elevata (si parla di circa 1000 unità, da destinare probabilmente alla Cina). Si tratta, però, di un passaggio centrale per i prossimi anni.

In pochi anni saranno un riferimento

BYD ha l’obiettivo di incrementare rapidamente la produzione delle batterie allo stato solido, coinvolgendo direttamente anche il partner specializzato FinDreams. I piani sarebbero già definiti. Entro il 2030, infatti, l’azienda punterebbe a realizzare la maggior parte delle sue auto elettriche ricorrendo ad accumulatori dotati di questa tecnologia.

Il primo modello potrebbe essere la nuova ammiraglia con marchio Yangwang, che BYD ha già anticipato con dei teaser con l’obiettivo di ritagliarsi uno spazio nel segmento delle auto di lusso. Successivamente, si punta a un’espansione significativa. Questo passaggio renderà lo stato solido il nuovo standard anche per le EV più accessibili, ridefinendo gli equilibri commerciali e aumentando la pressione competitiva sui grandi costruttori occidentali.

Per raggiungere questo target ci sono da superare una serie di sfide, in alcuni casi anche particolarmente complesse, dal punto di vista della fabbricazione. Per questo motivo, il colosso cinese ha intenzione di aumentare in modo graduale la produzione, con l’obiettivo anche di massimizzare l’affidabilità.

Rispetto agli attuali accumulatori agli ioni di litio, le batterie allo stato solido sostituiscono il tradizionale elettrolita liquido con un composto solido, eliminando quasi del tutto il rischio di surriscaldamento e incendi. Questa innovazione strutturale garantisce una densità energetica nettamente superiore a parità di ingombro, traducendosi in vetture più leggere, tempi di ricarica drasticamente ridotti e un’autonomia in grado di superare agevolmente la soglia dei 1.000 chilometri con un solo “pieno” di energia.

Le concorrenti sono già pronte a seguire l’esempio

Non c’è solo BYD tra le Case costruttrici che intendono puntare sul settore delle batterie allo stato solido. Toyota, ad esempio, sta cercando di realizzare le prime batterie con questa tecnologia tra il 2027 e il 2028. Mercedes, invece, ha già sperimentato alcuni prototipi in vista di un lancio commerciale. CATL, leader mondiale del comparto delle batterie, prevede il lancio (con volumi limitati) il prossimo anno. Maggiori dettagli in merito alle strategie delle altre Case dovrebbero arrivare a breve. Staremo a vedere quali saranno le scelte.

Gasolio oltre 2,24 euro al litro: quanto costa oggi un pieno diesel rispetto alla benzina

Il gasolio continua a costare sensibilmente più della benzina, nonostante il lieve arretramento dei prezzi registrato negli ultimi giorni. Le rilevazioni del 1° novembre 2026 indicano un prezzo medio nazionale di 2,241 euro al litro per il diesel in modalità self service, contro i 2,010 euro della benzina. Una differenza di oltre 23 centesimi che diventa particolarmente evidente quando si riempie il serbatoio.

Per un pieno da 50 litri, infatti, chi guida un’automobile diesel spende oltre undici euro in più rispetto a chi utilizza benzina. E lungo la rete autostradale il divario aumenta ulteriormente, con prezzi medi che superano abbondantemente i due euro per entrambi i carburanti.

Gasolio e benzina, quanto costa oggi un pieno da 50 litri

Secondo le rilevazioni dell’Osservatorio prezzi carburanti del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il prezzo medio self service sulla rete stradale nazionale è di 2,010 euro al litro per la benzina e 2,241 euro per il gasolio. Traducendo questi valori nella spesa effettiva, un rifornimento di 50 litri di benzina costa 100,50 euro, mentre per la stessa quantità di diesel occorrono 112,05 euro.

La differenza raggiunge quindi 11,55 euro per pieno, una cifra che può incidere sul bilancio degli automobilisti abituati a percorrere molti chilometri. Con quattro rifornimenti da 50 litri, il divario arriva a 46,20 euro. Si tratta naturalmente di un confronto basato esclusivamente sul prezzo alla pompa, senza considerare i differenti consumi dei veicoli.

In autostrada il diesel supera 2,28 euro al litro

La situazione diventa ancora più onerosa quando il rifornimento viene effettuato lungo la rete autostradale. Qui il prezzo medio della benzina in modalità self service raggiunge 2,036 euro al litro, mentre quello del gasolio sale a 2,287 euro.

Un pieno da 50 litri costa pertanto 101,80 euro per la benzina e 114,35 euro per il diesel, con una differenza di 12,55 euro. Rispetto alla rete stradale ordinaria, effettuare lo stesso rifornimento in autostrada comporta una maggiore spesa di 1,30 euro per la benzina e 2,30 euro per il gasolio.

Le medie nazionali, tuttavia, non rappresentano il prezzo praticato da ogni distributore. Esistono differenze significative tra singoli impianti, compagnie e modalità di rifornimento. La distribuzione dei prezzi conferma questa variabilità: oltre 16.000 stazioni propongono benzina sotto i due euro, mentre meno della metà degli impianti considerati vende gasolio a meno di 2,20 euro al litro.

Prezzi carburanti in calo

Rispetto alla fine di ottobre, i prezzi mostrano una flessione contenuta. Il 31 ottobre la benzina costava mediamente 2,011 euro al litro e il gasolio 2,242 euro. Il calo giornaliero è quindi di appena un millesimo al litro, equivalente a cinque centesimi su un rifornimento di 50 litri.

Più consistente la riduzione registrata nell’arco di un mese. Dal primo ottobre al primo novembre, la benzina ha perso 7,4 centesimi al litro, mentre il diesel è sceso di 4,4 centesimi. Su un pieno da 50 litri significa spendere rispettivamente 3,70 euro e 2,20 euro in meno rispetto all’inizio di ottobre.

La diminuzione, dunque, non ha cancellato il forte divario tra i due carburanti. Per contenere la spesa rimane utile confrontare i prezzi dei distributori prima di fermarsi, soprattutto durante i viaggi più lunghi. Anche pochi centesimi di differenza al litro possono tradursi in un risparmio concreto, senza dimenticare che il prezzo effettivo dipende dall’impianto scelto e dalla modalità di servizio.

Targa personalizzata, la verità sui prezzi: costerà il doppio di quanto previsto

Le targhe personalizzate in Italia potrebbero costare molto più dei 600 euro inizialmente ipotizzati. La novità, inserita nel disegno di legge di Bilancio 2027, prevede infatti una tariffa maggiorata per chi vorrà assicurarsi una combinazione di lettere e numeri nei primi tre mesi di applicazione. Per i privati si parte da 1.000 euro, mentre per le imprese la cifra sale addirittura a 10.000 euro, senza considerare ulteriori oneri. Dal giugno 2027 gli importi dovrebbero dimezzarsi. Il provvedimento introduce anche un cambiamento sostanziale: la targa sarà legata al titolare e potrà accompagnarlo quando acquisterà un’altra automobile.

Quanto costeranno davvero

Il calendario previsto dal disegno di legge distingue due periodi. Dal 1° marzo al 31 maggio 2027, richiedere una targa personalizzata comporterà il pagamento di 1.000 euro per una persona fisica e di 10.000 euro per una persona giuridica.

Dal 1° giugno 2027, invece, le tariffe scenderanno rispettivamente a 500 e 5.000 euro. Una riduzione significativa, pensata dopo una prima fase nella quale la possibilità di scegliere una sequenza particolarmente desiderata avrà un costo superiore.

Gli importi, tuttavia, non comprendono tutte le spese. Bisognerà aggiungere il costo materiale di produzione della targa, destinato al Poligrafico dello Stato, e una maggiorazione da definire attraverso un successivo decreto ministeriale.

Nello schema normativo compare un’aliquota del 20%, ancora da confermare. Applicandola alle tariffe previste, la spesa arriverebbe a circa 1.200 euro per i privati e 12.000 euro per le imprese nella fase iniziale, oltre al costo di produzione.

Da giugno, con la stessa maggiorazione ipotetica, gli importi scenderebbero a circa 600 e 6.000 euro. Le cifre definitive dipenderanno quindi dalle disposizioni attuative.

La targa non si potrà vendere

Una delle novità più rilevanti riguarda il rapporto tra targa e proprietario. La combinazione scelta non resterà necessariamente associata alla prima automobile sulla quale verrà installata. Il titolare potrà trasferire la targa su un altro veicolo di sua proprietà quando quello precedente sarà venduto, demolito oppure radiato per esportazione.

Non sarà però possibile utilizzare contemporaneamente la stessa targa su più automobili, né spostarla liberamente tra vetture che continuano a circolare. La normativa proposta esclude inoltre la cessione della combinazione a un’altra persona o società. Di conseguenza, non sarà consentito rivendere una targa particolarmente ricercata, diversamente da quanto avviene in alcuni mercati esteri.

Quanto alla personalizzazione, saranno ammesse sequenze esclusivamente alfabetiche, numeriche oppure alfanumeriche. Restano esclusi simboli e caratteri speciali. Non è ancora stabilito definitivamente quanti caratteri potranno essere utilizzati: il dettaglio, insieme alle procedure di richiesta, sarà chiarito dal decreto attuativo.

I ricavi delle targhe finanzieranno la manutenzione stradale

La misura non riguarda soltanto la possibilità di distinguere la propria automobile attraverso una sigla scelta liberamente. Il disegno di legge individua anche una destinazione specifica per le entrate generate dal nuovo servizio. Le somme incassate confluiranno in un fondo per la sicurezza stradale, istituito presso il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Le risorse saranno destinate ai comuni con una popolazione fino a 50.000 abitanti, per finanziare interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria delle strade comunali. Resta comunque necessario attendere il completamento dell’iter legislativo e il decreto ministeriale previsto entro il 1° marzo 2027. Sarà quest’ultimo a precisare le modalità operative, le combinazioni consentite e gli oneri aggiuntivi.

Per gli automobilisti interessati, la differenza economica tra una richiesta presentata nei primi tre mesi e una successiva potrebbe essere considerevole. Chi non avrà urgenza di prenotare una particolare combinazione potrà quindi valutare l’attesa, tenendo presente che la disponibilità della sequenza desiderata non sarà garantita.