Huawei tratta l’acquisto di Maserati, questa volta arriva la conferma

Il futuro di Maserati è un tema che da anni fa discutere gli appassionati italiani e non solo. Stellantis, proprietaria di una quantità enorme di marchi automobilistici, è stata più volte accostata a un possibile addio al Tridente, tra voci di corridoio, smentite ufficiali e pochissimi elementi concreti su cui basarsi.

Questa volta, però, qualcosa sembra davvero diverso: non si tratta più di semplici indiscrezioni, ma di una trattativa reale, confermata direttamente da una delle parti coinvolte.

Le trattative sono reali

A rompere il silenzio è stata JAC Motors, casa automobilistica cinese, che attraverso una comunicazione ufficiale alla Borsa di Shanghai ha confermato l’esistenza di un accordo a tre tra Maserati, la stessa JAC e il colosso tecnologico Huawei, finalizzato a rilevare la casa automobilistica modenese.

Una conferma ufficiale, dunque, non più un semplice rumor rilanciato dalla stampa. Allo stesso tempo, JAC ha voluto mantenere un profilo piuttosto cauto, precisando che contenuti e modalità specifiche della collaborazione restano ancora da definire, e che al momento non risultano sottoscritti accordi formali vincolanti. Insomma, c’è un progetto industriale concreto sul tavolo, ma nessuno ha ancora firmato nulla.

Anche Stellantis, dal canto suo, continua a mantenere il silenzio più assoluto sulla vicenda, senza confermare né smentire ufficialmente quanto emerso. A parlare, seppur con cautela, è stato invece Santo Ficili, amministratore delegato di Maserati, che ha spiegato come il marchio stia lavorando su più fronti, in linea con il piano tracciato dal numero uno di Stellantis, Antonio Filosa, con l’obiettivo di arrivare a dicembre con un quadro completo da comunicare pubblicamente.

Futuro in bilico per Maserati

Al netto della riservatezza che circonda l’operazione, il contesto in cui si inserisce questa trattativa racconta bene quanto il momento sia delicato per il Tridente. Negli ultimi tempi il marchio ha attraversato difficoltà crescenti, specialmente sul mercato statunitense, dove la rete di vendita ha mostrato segnali di sofferenza evidente.

Proprio per questo le parole di Ficili assumono un peso particolare: il manager ha tenuto a sottolineare come Maserati resti un marchio eccellente, con una storia dal valore inestimabile, meritevole del meglio possibile in termini di partner industriali e di prospettive future.

Una dichiarazione che suona quasi come una rassicurazione verso gli appassionati, preoccupati all’idea di vedere un pezzo di storia dell’automobilismo italiano passare sotto il controllo cinese.

Come potrebbe cambiare il Tridente

Dai primi dettagli trapelati, l’ipotetica suddivisione dei compiti tra i tre soggetti coinvolti appare già abbastanza delineata. JAC si occuperebbe della parte di ingegnerizzazione e produzione dei veicoli, Huawei svilupperebbe il software destinato a tutti i futuri modelli, mentre Maserati manterrebbe il controllo su design e messa a punto delle vetture, preservando quindi l’identità stilistica e dinamica che da sempre contraddistingue il marchio.

Per quanto riguarda la produzione vera e propria, le prime informazioni indicano che le vetture verrebbero costruite in buona parte in Cina, per poi essere assemblate e calibrate definitivamente nello storico stabilimento di Cassino. Una soluzione che permetterebbe di contenere i costi industriali senza rinunciare del tutto al legame con l’Italia.

Nell’attesa di sviluppi più concreti, c’è però un segnale che potrebbe far sorridere i puristi del marchio: proprio recentemente, dall’interno di Maserati era arrivata la consapevolezza che i clienti del Tridente non cercano auto silenziose, ma vogliono ancora sentire il ruggito di un motore V8. Un dettaglio che lascia sperare che, qualunque sia l’esito della trattativa, l’anima più autentica di Maserati possa in qualche modo sopravvivere al cambio di proprietà.

Gasolio, si rischia di rimanere senza: gli Usa “chiedono” di aprire le riserve Ue

Il mercato del diesel torna a far tremare l’Europa, e questa volta la tensione arriva direttamente da Washington. Nelle ultime ore Donald Trump ha alzato il tiro sul fronte dei carburanti, chiedendo esplicitamente ai principali Paesi europei di attingere alle proprie riserve di gasolio per calmierare i prezzi internazionali.

Una richiesta che arriva in un momento particolarmente delicato, con il conflitto tra Israele e Iran che continua a far salire la pressione sui mercati energetici globali e con il diesel che nei distributori britannici ha appena toccato livelli record.

Stati Uniti in difficoltà

Dietro la mossa del presidente americano ci sono le difficoltà che gli stessi automobilisti statunitensi stanno affrontando, a poche settimane dalle elezioni di midterm di novembre, un dettaglio tutt’altro che irrilevante dal punto di vista politico. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha esortato l’Europa a immettere subito sul mercato le proprie scorte di gasolio, ribadendo che agricoltori, camionisti e imprese americane non dovrebbero sostenere da soli il peso dell’aumento dei prezzi.

Trump, nel frattempo, sta valutando anche un’ipotesi ben più drastica: un possibile divieto alle esportazioni statunitensi di diesel verso l’estero, mossa che inonderebbe il mercato interno facendo scendere i prezzi in patria, ma che secondo gli esperti scaricherebbe inevitabilmente la pressione sugli altri Paesi, Europa compresa, visto che gli Stati Uniti rappresentano uno dei principali fornitori europei di questo carburante, con esportazioni che oscillano tra 1,2 e 1,5 milioni di barili al giorno, in particolare dopo la chiusura da parte della Russia.

Trump chiede alle scorte europee

Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, durante una riunione tenutasi il 2 ottobre i Paesi europei hanno discusso proprio della richiesta statunitense, che chiederebbe il rilascio di circa il 40% delle scorte di gasolio nell’arco di sei mesi.

La Francia, da parte sua, ha proposto un piano alternativo, basato sul rilascio di 50 milioni di barili di diesel dalle scorte europee e altri 50 milioni di barili di greggio condivisi tra i Paesi membri dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. Proprio il presidente francese Emmanuel Macron ha avuto in queste ore un colloquio diretto con Trump sulla situazione energetica globale, segno di quanto la questione sia ormai salita ai piani alti della diplomazia internazionale.

L’Unione Europea, però, pone una condizione precisa: qualsiasi accordo sul rilascio delle riserve dovrà includere l’impegno degli Stati Uniti a non introdurre un divieto unilaterale sulle esportazioni di diesel.

Cosa accadrebbe in caso di blocco all’esportazione

Lo scenario peggiore, quello di un blocco totale delle esportazioni americane, avrebbe conseguenze non da poco per gli automobilisti europei. Senza l’apporto del diesel statunitense, infatti, il mercato continentale rischierebbe di ritrovarsi con un’offerta ancora più ridotta rispetto a quella già compressa dalle tensioni mediorientali, con il concreto pericolo di ulteriori rincari alla pompa proprio mentre i prezzi sono già su livelli record in diversi Paesi. L’America rappresenta infatti circa il 50% delle importazioni del Vecchio Continente.

Non è un caso che i leader del G7 stiano valutando una telefonata nel pomeriggio di oggi per discutere i prossimi passi da compiere su questo fronte. Una partita, insomma, che si gioca tutta sull’equilibrio tra le esigenze interne americane e la tenuta del mercato europeo, con l’autunno che si preannuncia tutt’altro che semplice per chi, da una sponda all’altra dell’Atlantico, deve fare i conti ogni giorno con il prezzo del gasolio.

Tamoil aderisce al price cap, sconti su benzina e diesel fino al 31 ottobre

Il fronte del tetto ai prezzi dei carburanti si allarga ancora. Dopo le prime compagnie ad aver fatto scattare lo sconto alla pompa nelle scorse settimane, anche Tamoil ha deciso di adeguarsi, annunciando l’adozione di una serie di misure pensate per mitigare il costo di benzina e diesel venduti nella propria rete di distributori a marchio.

Una mossa non da poco, considerando il peso della compagnia, controllata dal gruppo internazionale Oilinvest, sul mercato italiano dei carburanti.

Dopo Eni, Ip e Q8

Con l’adesione di Tamoil, diventano così quattro le grandi compagnie che hanno scelto di mettere un limite massimo al prezzo al litro dei propri carburanti. La prima a muoversi era stata Eni, partecipata dal ministero dell’Economia, seguita a stretto giro da Ip e Q8.

Un effetto domino che sembra ormai aver coinvolto quasi tutti i principali player del settore, e che non è escluso possa estendersi ulteriormente nelle prossime settimane. Non è un caso che, proprio nelle ore precedenti all’annuncio di Tamoil, da Palazzo Chigi fossero arrivate indiscrezioni su un dialogo avviato con il governo libico per favorire l’adesione del marchio all’appello sul price cap dei carburanti, segno di quanto il tema sia ormai diventato una priorità anche sul piano istituzionale.

Nel comunicato diffuso dall’azienda si legge che la decisione nasce dall’intento di accogliere gli appelli arrivati dalle istituzioni e dalle associazioni dei consumatori, con l’obiettivo di sostenere concretamente la mobilità dei cittadini attraverso interventi mirati al contenimento dei prezzi.

Fino al 31 ottobre

Come già accaduto per le altre compagnie, anche l’iniziativa targata Tamoil ha una durata limitata nel tempo: lo sconto resterà infatti in vigore fino al 31 ottobre. Al momento, però, l’azienda non ha chiarito nel dettaglio di quanto scenderanno effettivamente i prezzi praticati ai distributori, né se l’intera rete si adeguerà alla misura in maniera uniforme.

Un aspetto che lascia ancora qualche margine di incertezza su quanto gli automobilisti percepiranno davvero questo intervento nel costo finale del pieno.

La compagnia ha comunque tenuto a sottolineare come le misure adottate siano state concepite per generare benefici sia per i consumatori finali sia per la sostenibilità economica delle attività legate alla rete distributiva, un equilibrio non sempre semplice da trovare in un momento di forte pressione sui margini di tutta la filiera.

Superato il 50% delle stazioni italiane

I numeri in gioco sono tutt’altro che contenuti. Tamoil conta circa 1.400 impianti sul territorio nazionale, e con il suo ingresso nel fronte del price cap il totale delle stazioni coinvolte dallo sconto sale a circa 11.200, su un parco complessivo di circa 22 mila distributori attivi in Italia.

Le tre compagnie che avevano aderito in precedenza mettevano insieme circa 9.800 impianti, suddivisi tra i 3.800 di Eni, i 3.400 di Ip e i 2.600 di Q8. Con l’adesione di Tamoil, insomma, si supera per la prima volta la soglia simbolica del 50% della rete nazionale, un traguardo che potrebbe spingere anche altre compagnie minori a muoversi nella stessa direzione, nel timore di perdere quote di mercato rispetto ai colossi del settore.

Tamoil, dal canto suo, ha inquadrato l’iniziativa nel contesto delle condizioni straordinarie determinate dall’attuale situazione internazionale, che continua a pesare sui mercati energetici e sui trasporti, con ripercussioni dirette sul potere di acquisto delle famiglie e sui costi sostenuti dagli operatori economici. Resta ora da capire se, con sempre più stazioni coinvolte, l’effetto complessivo sul prezzo medio alla pompa sarà davvero percepibile dagli automobilisti italiani già nelle prossime settimane.

Una FIAT storica ottiene il prestigioso premio Best Of Show

Nell’arco della sua lunga storia produttiva la Casa torinese ha lanciato sul mercato numerosi veicoli iconici, entrati nell’immaginario collettivo per motivi diversi. Dall’affidabilità dei motori alla creatività degli stili, le FIAT hanno accompagnato diverse generazioni di italiani verso l’indipendenza su quattro ruote. Una leggendaria FIAT 1100 Sport Mille Miglia si è aggiudicata il Best of Show 2026 alla quinta edizione del Festival Car, il Concorso Internazionale d’Eleganza riconosciuto FIVA che, nel corso di un weekend entusiasmante, ha movimentato Santena e Revigliasco Torinese.

Una giuria internazionale ha scelto di premiare la vettura piemontese con il riconoscimento più prestigioso dell’evento in relazione all’importanza storica, all’intramontabile fascino racing e all’impeccabile stato di conservazione. La FIAT 1100 Sport Mille Miglia è stata riconosciuta come regina assoluta della manifestazione dopo un confronto con altre 95 vetture appartenenti ai migliori brand al mondo.

Un orgoglio italiano

La vettura nata per affrontare la gara endurance più nota del Belpaese, fu opera dell’ingegno di Dante Giacosa che, al termine del secondo conflitto mondiale, trasse ispirazione dalla 508 C Mille Miglia anteguerra. Le linee aerodinamiche della carrozzeria, dotata di carenatura che copre le ruote posteriori, diedero grandi soddisfazioni nella sfida che partiva da Brescia. Il frontale con una calandra divisa in tre parti contraddistinte conserva ancora oggi un elevato grado di eleganza. La coda è affusolata come le sportive dell’epoca, a conferma del valore storico e collezionistico di un’autentica icona dell’automobilismo internazionale.

Per FIAT si tratta di un riconoscimento rilevante che rinnova il legame con una tradizione che non andrebbe dimenticata. La Casa torinese è tornata ad aggiudicarsi il massimo premio in un concorso internazionale d’eleganza con la medesima vettura che aveva vinto anche la categoria Senior e il premio FIVA. Il Best of Show 2026 ha messo in prima linea l’Heritage Hub Italy al fianco di Alfa Romeo, FIAT, Lancia e Maserati, i quattro brand italiani con cui Stellantis ha supportato la manifestazione in qualità di Main Partner.

Presenza corale

L’industria automobilistica italiana può fregiarsi di una eccellenza stilistica e ingegneristica che i gruppi asiatici possono solo ammirare. Nell’evento erano presenti gioielli unici, come la Lancia Artena del 1931 e la Lancia Aurelia B20 GT del 1951, protagoniste anche della locandina ufficiale del Festival Car 2026 insieme all’Aurelia B24.

Artena e Aurelia B20 GT poi hanno fatto ritorno all’Heritage Hub di Torino, dove sono esposte insieme agli oltre 400 esemplari dei brand del Gruppo custoditi nella storica Officina 81 di Mirafiori. FIAT ha approfittato dell’evento anche per festeggiare i 90 anni della Topolino affiancando la nuova versione sport full electric alla iconica 500 “Topolino”. Un patrimonio tecnico e industriale ha investito il pubblico che ha presenziato al Festival Car 2026. Roberto Giolito, Head of Heritage Hub Italy, era seduto nella giuria internazionale del Concorso, insieme a un nutrito gruppo di designer ed esperti del settore.

Il passato può avere ancora una forte incidenza sull’identità presente dei marchi nostrani. Le vetture del secolo scorso sono espressione tangibile del cambiamento tecnologico, ma sono state costruite con filosofie progettuali che potrebbero trovare spazio anche nell’epoca attuale. La mobilità urbana deve tornare a essere semplice, accessibile e vicina alle esigenze del popolo. Una missione che sta impegnando il Gruppo Stellantis in una nuova era in linea con i valori storici.

In autostrada a 312 km/h ma potrebbe evitare la pena “grazie” all’autovelox

Direttamente dalla Francia arriva un nuovo incredibile caso di violazione dei limiti di velocità in autostrada. Come riportato da Europe 1, il protagonista è un manager svizzero di 48 anni che è stato sorpreso ben oltre i limiti previsti dalla normativa locale mentre viaggiava a bordo della sua Porsche 911 GT3, una supercar in grado di raggiungere prestazioni straordinarie in pista e, naturalmente, anche in autostrada (con tutti i rischi e le violazioni del caso).

Il caso è stato registrato lo scorso 27 settembre, grazie all’intervento della polizia francese nella valle dell’Arve, in Alta Savoia. C’è, però, un dettaglio che rende la questione ancora più sorprendente. Il manager, subito fermato e identificato, deve fare i conti con varie sanzioni, ma i suoi legali potrebbero aver già preparato una difesa destinata a far discutere. L’autovelox che ha rilevato il superamento dei limiti di velocità potrebbe non essere idoneo a misurare velocità molto elevate.

Cosa è successo

Come sottolineato in apertura, la Porsche 911 GT3 del manager svizzero è stata rilevata dalla Polizia francese mentre percorreva un tratto autostradale ben al di sopra dei limiti di velocità. La rilevazione effettuata dall’autovelox è stata di 312 km/h (considerando il margine di tolleranza, agli atti è stata registrata una velocità di 300 km/h). Il conducente deve fare i conti con diverse sanzioni come il ritiro della patente e il sequestro del veicolo. L’uomo dovrà ora comparire davanti a un giudice e rischia una multa fino a 3.750 euro e l’arresto fino a 3 mesi.

La paradossale difesa

L’elevata velocità rilevata dall’autovelox potrebbe diventare un elemento importante per la difesa del manager, fermato con la sua Porsche. Il motivo è tanto semplice quanto paradossale. Alcuni autovelox, infatti, non sarebbero omologati per misurare velocità molto elevate.

Secondo quanto rivelato da Maître Changeur, avvocato specializzato in diritto della circolazione, per il portale Caradisiac, gli autovelox mobili potrebbero essere certificati fino a 250 km/h mentre i modelli più recenti potrebbero arrivare fino a 300 km/h.

Di conseguenza, una violazione oltre questa soglia potrebbe risultare non valida se rilevata da un sistema autovelox non certificato per velocità così elevate. Aver spinto la sua Porsche oltre i 300 km/h, quindi, potrebbe “salvare” il manager i cui legali potrebbero puntare su una difesa legata proprio all’inadeguatezza dell’autovelox.

Si tratta di un cavillo tecnico che potrebbe essere sfruttato come arma difensiva, nonostante la grave violazione commessa. La questione è destinata a tornare d’attualità in futuro. Il conducente fermato, infatti, sarà coinvolto in un procedimento giudiziario che prenderà il via il prossimo mese di febbraio.

Un buco normativo?

Il caso potrebbe trasformarsi in un clamoroso buco normativo e richiedere un intervento da parte delle Autorità per evitare che situazioni analoghe possano ripetersi in futuro. Ricordiamo che il tema dell’omologazione degli autovelox è sempre molto attuale, anche in Italia. Il rischio è che violazioni gravi, come il superamento dei limiti di velocità di decine e decine di chilometri orari, restino impunite.

Ferrari in divieto di sosta, l’epilogo con il carroattrezzi diventa virale

Via Monte Napoleone si trova all’interno della ZTL Area C del Quadrilatero della Moda di Milano, arricchita dai suoi sfarzosi negozi. La via, da sempre centro dello shopping per facoltosi appassionati del fashion, è stata soggetta a restrizioni di traffico e a regole di sosta molto rigide, tra cui dei limiti di tempo per il carico e lo scarico delle merci.

Risulta logico che non è possibile parcheggiare liberamente sulle strisce gialle in via Monte Napoleone o nelle aeree limitrofe. A Milano, come nelle altre città italiane, le strisce gialle sono strettamente riservate ai residenti dotati di apposito contrassegno, ai disabili o alle operazioni di carico/scarico merci. La sosta non autorizzata comporta una multa salata. Una Ferrari F8 Tributo ha richiamato l’attenzione dei fan del Cavallino, ma anche degli agenti che hanno provveduto a rimuoverla.

Sosta vietata

Il proprietario del gioiello modenese aveva parcheggiato sulle strisce gialle senza farsi alcun problema. Nel giro di poco l’operazione di sollevamento sul carroattrezzi ha adunato decine di persone che hanno filmato la scena. In basso vi proponiamo il video del profilo Instagram welcome_to_milano_ che ha generato numerose visualizzazioni e commenti. C’è anche chi sottolinea che l’intervento del carroattrezzi ha causato più caos per la circolazione della supercar stessa lasciata sulle strisce gialle, ma le regole vanno rispettate.

Non è la prima volta che nelle vie del centro di Milano vip, sportivi e collezionisti preferiscono adottare la strategia del parcheggio selvaggio, piuttosto che lasciare l’auto in un parcheggio custodito. Per evitare sanzioni e rimesse forzate, le alternative migliori per la sosta includono parking limitrofi come quello in Piazza Meda, situato in Corso Matteotti, aperto 24 ore su 24 o il parcheggio Matteotti, vicino alla via dello shopping. Persino pagando una sosta giornaliera il costo non si avvicina alla somma del verbale.

Gioiello da pista

La F8 Tributo è tra le vetture più iconiche dell’era recente della Casa modenese. Prodotta sia nella versione berlina che nella variante spider a partire dal 2019 è rimasta in commercio sino al 2023. L’erede della Ferrari 488 GTB venne battezzata F8 per l’architettura motore V8, mentre Tributo fa riferimento al fatto che si trattava dell’ultima evoluzione del propulsore F154, premiato dal 2016 al 2018 per tre anni di fila, come motore internazionale dell’anno, uno dei migliori del nostro secolo.

La firma di Flavio Manzoni, guida del Centro Stile Ferrari, ha condotto a un linguaggio stilistico in linea con la tradizione. La F8 Tributo è impreziosita da soluzioni nate dall’esperienza nella massima categoria del Motorsport, come l’S-Duct nella zona anteriore, un’apertura a forma di S rovesciata sul fondo del bolide per diminuire la pressione dell’aria sotto il muso, tenendola incollata all’asfalto anche alle massime velocità. I gruppi ottici anteriori sono stati perfezionati per risultare più compatti, permettendo l’introduzione di ulteriori prese d’aria per il raffreddamento dei freni.

La Ferrari F8 Tributo vanta lo stesso motore della 488 Pista: un V8 di 90° bi-turbo IHI con una cilindrata di 3902 cm³, capace di erogare 720 CV a 8000 giri/min, una potenza specifica di 185 CV per litro e una coppia massima di 770 Nm a 3250 giri/min. Adotta bielle in titanio di derivazione F1, collettori di aspirazione specifici con fluidodinamica ottimizzata, scarichi e collettori in Inconel e sensori sviluppati per azzerare il turbo lag. Una supercar in grado di scattare da 0 a 100 km/h in 2,9 secondi, da 0 a 200 km/h in 7,8 secondi e di raggiungere una velocità massima di 340 km/h dovrebbe essere apprezzata solo in pista.

Crescono gli ordini di auto elettriche, Renault torna ad assumere

Il settore delle auto elettriche sta crescendo in Europa, con immatricolazioni che nettamente superiori allo scorso anno. Il merito non è solo dei brand cinesi. Anche Case storiche, che da anni operano sul mercato europeo, stanno raccogliendo buoni risultati.

La conferma arriva da Renault che sta iniziando ad assumere nuovi operai per poter incrementare la produzione delle sue vetture a zero emissioni. La notizia è molto interessante e premia la scelta dell’azienda che ha concentrato la produzione di vari modelli in un unico impianto.

Una crescita importante

Come riportato da Europe 1, Renault ha ripreso le assunzioni nel suo stabilimento di Douai in modo da poter riprendere la produzione, dopo il break estivo, seguendo lo schema 3×8 ovvero 3 turni da 8 ore di lavoro.

Una soluzione di questo tipo consente di massimizzare la produttività dello stabilimento e, nello stesso tempo, soddisfare l’elevata domanda di modelli in arrivo dal mercato. Per adottare questo schema, lo stabilimento ha assunto circa 350 lavoratori.

Per ora, si tratta di assunzioni a tempo determinato e mirate a coprire una temporanea crescita della produzione. La Casa, chiaramente, ha l’obiettivo di rendere stabile il nuovo schema produttivo, sfruttando al massimo il suo stabilimento.

Dalle informazioni disponibili, basate sulle dichiarazioni di Fabien Gloaguen, rappresentante del sindacato Force Ouvrière, il turno notturno servirà a incrementare in modo significativo la quota di produzione giornaliera con l’obiettivo di arrivare (nel medio termine) a 1.200 veicoli al giorno.

Potenzialmente, inoltre, lo stabilimento potrebbe essere ulteriormente potenziato. Un eventuale picco di richieste, infatti, permetterebbe all’azienda di incrementare ulteriormente le attività produttive (magari con il ricorso a nuovi addetti).

Una strategia vincente

Il successo delle attività di Renault a Douai è legato a doppio filo a una precisa strategia adottata dall’azienda francese. Lo stabilimento, infatti, è stato scelto come base produttiva per diversi modelli elettrici, in modo da condividere piattaforme e componenti e adeguare le attività di assemblaggio in base alle richieste del mercato.

Questo sistema consente di aumentare la produzione di un modello, in caso di picco di richieste, sfruttando al meglio gli impianti. Attualmente, dalle linee di Douai escono la Renault 5 oltre che le Renault Scenic e Mégane elettriche, ma anche la Nissan Micra, l’Alpine A290 e la Mitsubishi Eclipse Cross BEV.

In futuro, questo sistema potrebbe essere ulteriormente potenziato, con la produzione di altri modelli nello stesso stabilimento, destinato a diventare un vero e proprio punto di riferimento per le attività della Casa francese sul mercato europeo. Ulteriori dettagli in tal senso potrebbero arrivare a breve.

Il mercato vuole le auto a zero emissioni?

I dati sulle immatricolazioni in Europa confermano la crescente richiesta di auto elettriche da parte del mercato. Le auto a zero emissioni, infatti, continuano la loro crescita e registrano un eccellente +38,8% su base annua, considerando il periodo compreso tra gennaio e agosto. Grazie a questa crescita, ben superiore al +5,8% del mercato, la quota delle elettriche in Europa è ora superiore al 23%.

Una barriera marina fatta da due milioni di pneumatici, trasformata in disastro

Prendere migliaia di pneumatici usati, destinati altrimenti a occupare spazio nelle discariche, e trasformarli in una nuova casa per i pesci. Al largo della Florida, a circa 20 metri di profondità, questa idea si è trasformata in un progetto negli anni Settanta. 

Oggi, però, quella stessa area è al centro di una delle operazioni di bonifica marina più lunghe e complesse mai condotte, con i sommozzatori ancora impegnati a recuperare dal fondale ciò che doveva salvare l’ambiente e che invece ha finito per danneggiarlo.

Il progetto degli anni 70

Tutto ha origine dall’Osborne Reef, un’iniziativa nata con l’obiettivo di risolvere due problemi contemporaneamente: smaltire una grande quantità di gomme usate e creare al tempo stesso nuovi spazi dove la fauna marina potesse trovare riparo. Tra il 1972 e il 1973, nelle principali operazioni documentate, vennero calati in mare al largo della contea di Broward almeno 240 mila pneumatici, sistemati vicino ad alcune formazioni naturali.

Il numero complessivo, però, sarebbe molto più alto: secondo le stime del Florida Department of Environmental Protection, nell’area potrebbero essere stati scaricati tra uno e due milioni di copertoni. Un’operazione imponente, pensata come esempio virtuoso di economia circolare ante litteram, che negli anni successivi avrebbe però mostrato tutti i suoi limiti.

La deriva nei primi anni duemila

Il problema è emerso col passare del tempo, quando le fascette metalliche che tenevano assieme i pneumatici hanno iniziato a corrodersi e a rompersi. Liberati dai vincoli, i copertoni hanno cominciato a muoversi sul fondale, spinti da correnti, tempeste e uragani che nel corso dei decenni non sono certo mancati in quella zona dell’Atlantico.

Molte gomme sono arrivate a contatto con le barriere coralline naturali, rotolando e danneggiando i coralli invece di proteggerli come previsto in origine. Di fronte a questa deriva, le autorità della Florida hanno dovuto ammettere che la struttura artificiale non era affatto adatta a restare in mare, avviando così, nei primi anni Duemila, una lunga e complessa opera di rimozione.

Un’inversione di rotta totale rispetto al progetto iniziale, che da soluzione ambientale si era trasformato in una fonte concreta di inquinamento e rischio per l’ecosistema marino.

Come rimediare al disastro

Il lavoro di bonifica prosegue ancora oggi, decenni dopo l’inizio delle operazioni. I dati ufficiali della Florida indicano che entro il 2025 erano già stati recuperati più di mezzo milione di pneumatici, grazie a squadre di sommozzatori che continuano a raccogliere le gomme dal fondale una alla volta.

Anche nel 2026 il lavoro non si è fermato: un contratto statale prevede il recupero dei copertoni ancora presenti nell’area dell’Osborne Reef, comprese le zone più complicate dove le gomme sono entrate in contatto con il fondale roccioso.

A complicare ulteriormente le operazioni c’è un dettaglio non da poco: su molti pneumatici, nel corso dei decenni, sono cresciuti veri e propri coralli. Prima di poterli rimuovere, i ricercatori devono quindi staccare con cura queste colonie e trasferirle sulle barriere naturali circostanti, un’operazione delicata che ha già permesso di ripiantare centinaia di coralli recuperati proprio dai vecchi copertoni.

Quello che dagli anni Settanta avrebbe dovuto essere un habitat marino innovativo si è così trasformato in un cantiere di bonifica lungo mezzo secolo, con ancora migliaia di pneumatici da riportare in superficie prima che l’Osborne Reef possa dirsi davvero risanato.

Caro carburanti, autotrasportatori in ginocchio: ma forse una soluzione c’è

Il rincaro dei carburanti è diventato un problema strutturale che sta mettendo a dura prova un intero settore produttivo, quello dell’autotrasporto, con ripercussioni destinate a farsi sentire su tutta la filiera economica del Paese.

Il progressivo taglio dello sconto sulle accise deciso dal governo, che accompagnerà gli automobilisti fino al 5 ottobre, sta pesando come un macigno sulle imprese di trasporto merci, con un aggravio complessivo per i consumatori stimato in circa 1,1 miliardi di euro al mese. E se per le famiglie il problema significa rinunciare a delle possibilità, per chi vive di trasporti significa mettere a rischio la sopravvivenza dell’azienda.

Trasporti, famiglie, imprese: una reazione a catena

Il caro gasolio non colpisce solo chi guida un tir. Il costo del carburante finisce inevitabilmente per riversarsi lungo tutta la catena logistica, incidendo sul prezzo finale di beni e servizi che arrivano nelle case degli italiani. In Veneto, per fare un esempio concreto, l’Ufficio studi della CGIA di Mestre ha calcolato che i rincari colpiscono in prima linea quasi 29 mila imprese, tra agenti di commercio, realtà dell’autotrasporto merci e tassisti.

Non è un caso isolato: da nord a sud, associazioni di categoria come Trasportounito e Confartigianato Trasporti denunciano una situazione ormai insostenibile, con i costi del diesel che secondo alcune stime possono tradursi in centinaia di euro in più a settimana per un singolo camion. Un peso che molte aziende, già abituate a lavorare con margini ridottissimi, faticano semplicemente ad assorbire.

I limiti del credito d’imposta e la carenza di liquidità

Il governo ha messo in campo un credito d’imposta pensato per compensare fino al 70% della maggiore spesa sostenuta sul gasolio tra marzo e agosto, riservato alle imprese con veicoli Euro V ed Euro VI iscritte al Registro Elettronico Nazionale. Sulla carta una misura importante, che vale complessivamente centinaia di milioni di euro.

Nella pratica, però, molte aziende lamentano tempi troppo lunghi tra la richiesta e l’effettivo incasso del ristoro, mentre la liquidità continua a prosciugarsi giorno dopo giorno. C’è poi un problema di platea: circa il 40% delle imprese italiane di autotrasporto utilizza veicoli sotto le 7,5 tonnellate o comunque non rientranti nelle classi ecologiche ammesse, restando così completamente escluso dalle compensazioni previste.

Le associazioni di categoria chiedono da tempo un meccanismo diverso, capace di adeguare automaticamente e in tempi rapidi il prezzo del trasporto alle variazioni del costo del gasolio, senza dover aspettare ristori che arrivano mesi dopo, quando il danno è già fatto.

L’ipotesi dei camion elettrici

In questo scenario complicato, c’è chi guarda a una strada diversa per uscire dalla morsa del prezzo del petrolio. Secondo un’analisi di Transport & Environment, con il diesel stabilmente sopra i due euro al litro, un camion elettrico potrebbe garantire un vantaggio sui costi energetici fino a diverse centinaia di euro al mese rispetto a un tradizionale mezzo diesel, un divario che in alcuni mercati europei arriverebbe addirittura oltre i 1.700 euro mensili.

Anche altre ricerche, come quella condotta da Motus-E sul total cost of ownership, confermano che furgoni e autobus elettrici possono già oggi risultare più convenienti dei diesel nell’arco di pochi anni di utilizzo, grazie a costi di manutenzione e rifornimento decisamente più contenuti. Il discorso resta invece più complesso per i mezzi pesanti destinati alle lunghe percorrenze, dove il maggior costo d’acquisto non è ancora del tutto compensato dai risparmi operativi.

La strada verso l’elettrificazione dell’autotrasporto, insomma, appare tracciata, ma perché possa davvero rappresentare una soluzione concreta servirà tempo, infrastrutture di ricarica adeguate e, soprattutto, un sostegno pubblico capace di accompagnare la transizione senza lasciare indietro le imprese più in difficoltà proprio ora.

Alfa Romeo CuoreRosso, un primo sguardo al nuovo concept del Biscione

Alfa Romeo non smette di far parlare di sé nell’attesa del Salone di Parigi, e questa volta lo fa con un nome che profuma già di passione: CuoreRosso. La Casa di Arese ha scelto proprio questo appellativo per battezzare la concept car che debutterà al prossimo Mondial de l’Auto, l’annuncio è arrivato prima con un teaser su Instagram e poi confermato ufficialmente tramite comunicato stampa. Un modo tutto Alfa di alimentare l’attesa: pochi indizi, tanta suggestione, e un video che lascia più domande che risposte.

Svelato il nome

Il nome CuoreRosso non è arrivato per caso, né è stato deciso a tavolino soltanto dai vertici del marchio. Il Biscione ha infatti coinvolto direttamente gli appassionati in un sondaggio, e CuoreRosso è risultato il secondo nome più votato dai lettori, subito dopo “Battito”. Una scelta che racconta lo spirito con cui Alfa Romeo sta costruendo l’attesa attorno a questo progetto: un dialogo continuo con il pubblico, fatto di teaser, sondaggi e piccoli indizi lasciati cadere uno alla volta nelle settimane precedenti al debutto vero e proprio.

Il video anticipa poco

Il nuovo teaser prosegue sulla stessa linea di quelli già mostrati in precedenza: pochi secondi, grafiche che si sovrappongono creando un continuo gioco di vedo-non-vedo, e qualche dettaglio estetico che emerge appena prima di sparire di nuovo. Tra gli elementi che si riescono a intravedere ci sono i fari, composti da diversi punti luce a Led integrati in una struttura realizzata in fibra di carbonio, mentre sul frontale lo storico scudetto Alfa Romeo potrebbe nascondere un logo retroilluminato, un dettaglio che darebbe ulteriore carattere al frontale della vettura.

Non manca poi un fotogramma che lascia intuire più di quanto dica esplicitamente: nella parte iniziale del filmato si scorge infatti una silhouette impegnata in un traverso, elemento che suggerisce una configurazione a trazione posteriore. Le proporzioni intraviste, inoltre, fanno pensare a una vettura con motore centrale, quasi un’erede spirituale ideale della mitica Alfa Romeo 4C, la piccola sportiva che ha fatto sognare generazioni di appassionati del Biscione.

In arrivo a Parigi

Il debutto ufficiale di CuoreRosso è fissato al Salone di Parigi, l’appuntamento che negli ultimi mesi sta diventando sempre più centrale nelle strategie di comunicazione di Alfa Romeo. Resta però un interrogativo di fondo: un modello con queste caratteristiche, sportivo, compatto e potenzialmente a motore centrale, non risulta al momento inserito nel piano industriale ufficiale della Casa di Arese.

Una possibile spiegazione arriva dal progetto Fuoriserie, un filone speciale che potrebbe affiancarsi alla futura gamma di modelli di segmento D, gli eredi di Giulia e Stelvio, oltre alle prossime evoluzioni che comprenderanno la nuova generazione della Tonale, attesa entro la fine del prossimo anno, e una hatchback pensata per raccogliere l’eredità di Giulietta e 147.

Se davvero CuoreRosso dovesse rappresentare l’apripista di questa linea più esclusiva, si tratterebbe di una notizia particolarmente interessante per tutti gli appassionati del marchio, che da tempo aspettano un ritorno dell’Alfa Romeo più pura e sportiva, lontana dai crossover e più vicina allo spirito che ha reso celebre il Biscione nel mondo.

Nel frattempo, non resta che aspettare le prossime settimane, quando i teaser lasceranno finalmente spazio alla vettura reale, svelata in tutta la sua interezza sotto le luci del salone francese.

Carburante tagliato e prezzi irregolari, scattano i sigilli

Oltre 3.400 litri di gasolio sono finiti sotto sequestro in un distributore di Anzio, sul litorale a sud di Roma, con la cisterna e le colonnine. Il provvedimento è scattato durante una serie di controlli svolti dalla Guardia di Finanza e dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli negli impianti della zona.

I militari della Compagnia di Nettuno si sono presentati sul posto insieme ai chimici del Laboratorio Mobile delle Dogane, che hanno esaminato il carburante contenuto nella cisterna. Gli accertamenti hanno evidenziato valori fuori norma e la presenza di sostanze aggiunte al gasolio, portando al blocco della vendita.

Cos’hanno trovato nel gasolio

Dai test è emerso un punto di infiammabilità sotto i 55 °C richiesti dalla normativa. In buona sostanza, il carburante iniziava a produrre vapori infiammabili a una temperatura inferiore al limite previsto, con una maggiore facilità di accensione. I chimici hanno trovato inoltre sostanze aggiunte al gasolio, che ne modificavano le caratteristiche rispetto agli standard richiesti per la commercializzazione: il conto finale indica 3.412,63 litri sequestrati, tutti destinati alla vendita prima dell’intervento.

Tra Anzio e Nettuno, Guardia di Finanza e Agenzia delle Dogane hanno passato al setaccio diversi distributori della zona. Oltre al carburante custodito nelle cisterne, l’attenzione si è concentrata sui documenti e sugli obblighi previsti per la gestione dei prodotti energetici, il fronte su cui sono saltate fuori altre irregolarità.

I problemi non riguardavano soltanto il prodotto nella cisterna: le ispezioni hanno portato alla contestazione di 20 violazioni, legate alla contabilità, ai documenti dell’attività e alla registrazione dei movimenti dei prodotti energetici.

Le segnalazioni degli automobilisti

Sul tema è intervenuta anche Federconsumatori, che riferisce di aver ricevuto segnalazioni e denunce da automobilisti alle prese con problemi al motore dopo il rifornimento. Secondo l’associazione, dall’inizio dell’estate sarebbero cresciuti i casi legati a benzina contaminata e gasolio sporco, con danni che possono richiedere costosi interventi in officina.

Federconsumatori chiede alla Guardia di Finanza controlli più estesi sulla qualità del carburante e sui prezzi praticati, annunciando un’istanza al Mimit e al Garante dei Prezzi. Agli automobilisti consiglia invece di conservare la ricevuta del rifornimento oppure di utilizzare un pagamento tracciabile, così da poter dimostrare dove è stato acquistato il carburante in caso di problemi.

Dopo i risultati delle analisi è stata informata la Procura della Repubblica di Velletri e il sequestro convalidato dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Velletri. Al titolare del distributore toccherà rispondere delle accuse di reato di frode in commercio e contrabbando.

Controlli sulla rete dei carburanti

L’attenzione sulla filiera dei carburanti si è intensificata nel corso del 2026. Tra marzo e luglio la Guardia di Finanza ha concluso 1.371 interventi riguardanti le accise sui prodotti energetici in tutta Italia, denunciando 265 persone e sequestrando oltre 20 milioni di chilogrammi di prodotti energetici.

Nello stesso periodo sono stati eseguiti 3.428 controlli sugli impianti di distribuzione stradale. Le violazioni contestate sono state 2.279 e hanno interessato 937 operatori, comprese irregolarità nell’esposizione dei prezzi oppure differenze tra le cifre comunicate e quelle effettivamente praticate.

Nel caso scoperto ad Anzio, invece, il problema riguardava direttamente le caratteristiche del prodotto disponibile alla pompa. I 3.412 litri sono stati tolti dalla vendita e l’impianto interessato non potrà utilizzare le colonnine sequestrate finché rimarrà efficace il provvedimento.

950 kg di pacchi sul tetto della macchina, fermato in autostrada

Con 950 kg di pacchi sul tetto della sua Renault Mégane, un conducente ha completamente ignorato le basilari norme del Codice della Strada. La polizia ha notato la vettura con un carico merci ammassato sul tetto, naturalmente senza un portapacchi omologato. Il sovraccarico record superava di oltre 10 volte il limite consentito dalla struttura dell’auto, in grado di trasportare un massimo di 80 kg.

Gli agenti hanno fermato la Renault Mégane sull’autostrada A7, vicino a Orange, nel dipartimento del Vaucluse. Solo per miracolo l’automobilista non ha fatto un incidente. L’uomo al volante ha ricevuto una multa di 90 euro e ha dovuto chiedere l’assistenza per scaricare parte della merce, al fine di poter proseguire il viaggio in sicurezza. Gli occupanti del veicolo hanno quindi dovuto contattare dei parenti che sono arrivati sul posto per ritirare parte dei bagagli al fine di ridurre il carico a un livello più ragionevole.

Pila di pacchi

Con meticolosa preparazione la vettura era stata caricata più di un veicolo commerciale. Come riportato dal sito web Enchère Auto, gli occupanti a bordo della Renault provenivano dalla Tunisia ed erano diretti verso il dipartimento della Loira. Il tetto della Mégane trasbordante di bagagli ha attirato l’attenzione degli agenti.

La merce, sebbene fosse stata impilata sul tetto, non era stata fissata a un portapacchi tradizionale. La polizia ha calcolato 950 kg di merci ammassate solo sul tettuccio, quasi una tonnellata per una avventura in autostrada che avrebbe potuto trasformarsi in tragedia. I passeggeri hanno sottovalutato il rischio di deformazione della carrozzeria e di cedimento del sistema di fissaggio del carico.

Oltre alla parte superiore della Mégane, i bagagli erano accatastati anche all’interno dell’abitacolo. In base ai dati forniti dalla Casa francese, una Mégane recente è progettata per supportare un carico massimo di 80 kg sul tetto, portapacchi omologato incluso. A causa di un baricentro notevolmente stravolto per il peso, la guida sarà risultata pericolosamente sbilanciata. Un portapacchi tradizionale distribuisce il carico in modo uniforme e fornisce un livello minimo di supporto tecnico al guidatore.

Maneggevolezza compromessa

Bisogna evitare di sovraccaricare troppo un veicolo perché risulta difficile guidarlo in caso di manovre improvvise, come sterzate brusche o rapidi cambi di corsia. Con un forte rollio in curva aumenta il rischio di perdita di aderenza, senza considerare i tempi di frenata dilatati a causa di un peso eccessivo. Le sospensioni, gli pneumatici e gli impianti frenanti non sono progettati per sopportare un carico simile in modo continuativo.

Una cattiva distribuzione dei pesi può causare dei danni meccanici e avarie improvvise, come lo scoppio di una mescola o la rottura di alcuni elementi di fissaggio. Il Codice della Strada transalpino fa riferimento al peso totale massimo autorizzato (PTAC), inclusi passeggeri e bagagli, indicato sul libretto di circolazione di ciascun veicolo.

Se viene superata la massa massima autorizzata (MAM), gli agenti possono sequestrare il veicolo, richiederne lo scarico parziale ed emettere una multa al conducente. L’importo della sanzione varia a seconda dell’entità del superamento del limite. In questi casi l’assicuratore può anche rifiutarsi di risarcire i danni se il veicolo è guidato in condizioni non conformi.

In caso di trasporto di numerosi bagagli la cosa migliore è noleggiare un veicolo commerciale o montare un rimorchio omologato. Per chi ha bisogno di traslocare e trasportare grandi quantità di merci, il noleggio occasionale di un furgoncino rappresenta la soluzione più sicura, soprattutto sulle lunghe distanze.