Parcheggiare di traverso, la rivoluzione del nuovo Codice della Strada

Per anni è stata una consuetudine tollerata in molte città italiane. Le prime a inaugurare questa abitudine furono le Smart fortwo, sfruttando la loro lunghezza ridotta per infilarsi negli spazi più stretti. Poi sono arrivate le minicar e i quadricicli elettrici, che hanno ulteriormente diffuso una pratica tanto comune quanto irregolare. Per il Codice della Strada, infatti, parcheggiare di traverso rispetto al marciapiede è sempre stato vietato.

Ora, però, qualcosa potrebbe cambiare. Tra le novità contenute nel testo-base del nuovo CdS compare infatti una disposizione che apre alla possibilità di sostare perpendicolarmente al margine della carreggiata. Una modifica apparentemente secondaria, ma destinata a incidere sulla mobilità urbana e sulla gestione degli spazi di sosta nei centri abitati.

Oggi la norma non lascia spazio a interpretazioni

L’attuale Codice della Strada è molto chiaro. L’articolo 157 stabilisce che, salvo diversa segnalazione, un veicolo in sosta o in fermata deve essere collocato il più vicino possibile al margine destro della carreggiata e in posizione parallela rispetto a esso, seguendo il senso di marcia.

La regola vale praticamente ovunque e rappresenta uno dei principi base della sosta su strada. Non sono previste deroghe per le vetture particolarmente corte né per i quadricicli leggeri. Di conseguenza, chi parcheggia l’auto di traverso rischia una sanzione amministrativa.

Il prontuario utilizzato dalle forze dell’ordine considera infatti irregolare il comportamento di chi non colloca il veicolo parallelamente al margine della carreggiata. La multa prevista è di 42 euro, ridotta a 29,40 euro in caso di pagamento entro cinque giorni. Nessuna conseguenza, invece, sul fronte della patente: non sono previsti punti da decurtare.

La novità pensata per i veicoli più compatti

La proposta contenuta nel nuovo Codice conserva il principio generale della sosta parallela, ma introduce una significativa eccezione dedicata ai veicoli più piccoli. Secondo il testo, nei centri abitati sarà possibile collocare il mezzo anche perpendicolarmente al margine della carreggiata quando non sono presenti stalli tracciati oppure quando gli stalli esistenti hanno una larghezza di almeno 2,80 metri.

Non tutti i veicoli potranno però beneficiare della novità. La disposizione riguarda esclusivamente auto, motocicli, ciclomotori, tricicli e quadricicli con una lunghezza pari o inferiore a 2,70 metri. Si tratta di una soglia che comprende numerosi quadricicli elettrici oggi presenti sul mercato e alcuni veicoli urbani progettati espressamente per la mobilità cittadina.

Perché il legislatore guarda alle città

La modifica nasce da un’esigenza concreta. Negli ultimi anni le amministrazioni locali si sono trovate a fare i conti con spazi sempre più limitati e con l’arrivo di una nuova generazione di mezzi estremamente compatti. L’obiettivo è quindi sfruttare meglio la superficie disponibile senza compromettere la sicurezza della circolazione.

In pratica, il legislatore prende atto di un comportamento già diffuso e prova a regolamentarlo, definendo limiti e condizioni precise. Il principio resta infatti quello di non creare ostacoli alla carreggiata. La sosta perpendicolare sarà consentita soltanto quando il veicolo potrà essere collocato senza sporgere in modo pericoloso o intralciare il traffico.

Una svolta per Smart e quadricicli elettrici

Se la norma dovesse essere confermata dopo il confronto con le associazioni di settore previsto nelle prossime settimane, molte immagini oggi considerate al limite della regolarità potrebbero diventare perfettamente legittime. Le piccole citycar e soprattutto i quadricicli elettrici potrebbero sfruttare in maniera più efficiente gli spazi urbani, contribuendo a incrementare il numero dei posti disponibili lungo le strade.

Non si tratta di una rivoluzione destinata a cambiare il volto delle città dall’oggi al domani. Tuttavia è uno dei segnali più evidenti di come il nuovo Codice della Strada stia cercando di adattarsi all’evoluzione dei veicoli e delle abitudini di mobilità. E per chi guida una minicar lunga poco più di due metri e mezzo, la possibilità di parcheggiare di traverso potrebbe presto smettere di essere una semplice tolleranza.

Cina, cambiano le regole sui richiami auto: nuovi obblighi per le Case

Un problema trovato in casa non potrà più restare chiuso in un cassetto. La Cina ha avviato una campagna della durata di un anno per controllare la qualità delle automobili vendute nel Paese e impone ai costruttori di segnalare i difetti emersi durante le verifiche interne. Se qualcosa non va, l’azienda dovrà presentare rapidamente un piano alle autorità e procedere al richiamo spontaneo dei veicoli coinvolti.

Le Case dovranno denunciare i difetti scoperti

La stretta arriva pochi giorni dopo il richiamo più grande mai organizzato sul mercato cinese. Tesla e otto produttori locali di auto elettriche hanno annunciato interventi su circa 4,3 milioni di vetture per possibili problemi ai sistemi di apertura d’emergenza delle portiere. In caso di incidente o interruzione dell’alimentazione, trovare e azionare il comando meccanico poteva diventare molto più complicato del previsto.

Le Case automobilistiche dovranno passare al setaccio il lavoro svolto nei propri stabilimenti e quello dei fornitori principali. Sotto esame finiranno la qualità dei prodotti, l’affidabilità nel tempo e i test compiuti prima di introdurre una nuova tecnologia. Entro la fine del 2026 ogni azienda dovrà consegnare una relazione alle autorità locali, assumendosi la responsabilità di ciò che avrà trovato, oppure scelto di non vedere.

Nel mirino finiscono soprattutto i sistemi di assistenza alla guida e le funzioni autonome. Le autorità controlleranno se sono stati provati a sufficienza e se la pubblicità racconta con precisione che cosa possono fare, evitando di trasformare un aiuto al conducente in un pilota automatico soltanto a parole. Anche un aggiornamento inviato da remoto dovrà lasciare tracce sufficienti per capire che cosa sia successo in caso di incidente, con una maggiore attenzione alla protezione dei dati e agli attacchi informatici.

Controlli sui sistemi di assistenza alla guida

Da anni in Cina le Case si sfidano a colpi di sconti e ogni nuovo modello deve arrivare prima di quello rivale. A furia di correre, però, qualche prova rischia di rimanere indietro. L’Associazione cinese dei costruttori ha messo il problema nero su bianco e parla di “concorrenza irrazionale”, capace di rendere meno uniforme la produzione e portare le conseguenze fino alla sicurezza delle auto.

A coordinare l’operazione sarà l’autorità di vigilanza del mercato insieme ai ministeri dell’Industria, della Pubblica sicurezza e dell’Ambiente. Gli uffici locali non dovranno limitarsi a raccogliere le relazioni inviate dai costruttori, ma saranno chiamati a controllare che le tecnologie più recenti abbiano superato verifiche serie prima dell’arrivo sul mercato. Fidarsi va bene, sembra dire Pechino, però stavolta qualcuno controllerà i compiti.

Di solito ci si accorge di un difetto quando i clienti cominciano a protestare o, peggio, dopo un incidente. Le Case dovranno insomma andarsi a cercare i guai da sole, invece di aspettare che siano i clienti a bussare alla porta. E non parliamo di casi minuscoli: il problema delle aperture d’emergenza ha fatto partire un richiamo da 4,3 milioni di veicoli. La prova del nove riguarderà le verifiche interne e la capacità degli uffici di controllarle a fondo. Oltre a spegnere l’incendio del momento, la Cina pensa di spostare il confronto tra i costruttori dal prezzo alla qualità nel tempo.

India, benzina contaminata: imposto lo stop alla vendita

Mentre gli automobilisti italiani devono fare i conti con il caro carburante, in India è appena scattata una nuova crisi. Nel Paese, infatti, sono stati riscontrati numerosi casi di benzina contaminata da cloruri. Il problema, che riguarda il carburante E20,  sembra avere una portata molto rilevante e, di conseguenza, è arrivato lo stop alla vendita da parte del Governo indiano. Si tratta di un tema molto importante, anche per quanto riguarda la transizione energetica.

Cosa sta succedendo

Una segnalazione da parte della Society of Indian Automobile Manufacturers (Siam) inviata al Ministero del petrolio e del gas naturale ha dato il via a una serie di controlli su larga scala per verificare i rischi legati alla contaminazione della benzina E20. Tutto ruota intorno al ritrovamento di livelli elevati di cloruri nei campioni di carburante analizzati.

Come misura cautelativa, il Governo indiano ha bloccato le vendite di questa benzina in 2.573 distributori su 84.687 stazioni di servizio controllate. L’intervento è arrivato nonostante la Siam abbia ritirato la segnalazione, affermando di aver bisogno di ulteriori verifiche sui dati per poter affrontare al meglio la questione.

Il caso, diventato di dominio pubblico, ha spinto il Governo a intervenire ugualmente, arrivando a definire uno stop temporaneo alla vendita di carburante su larga scala, con l’obiettivo di massimizzare la sicurezza in attesa dei test più approfonditi.

Da segnalare che il Ministero ha imposto test di infiltrazione d’acqua nei serbatoi interrati da 8 a 12 volte al giorno, una procedura rigorosa già in atto presso 88.995 punti vendita. Nel corso delle analisi, è stata data priorità alle stazioni di servizio meno recenti, maggiormente esposte ai rischi.

In aggiunta, le compagnie petrolifere che operano in India hanno effettuato controlli sulle autocisterne che trasportano etanolo. L’obiettivo è stato quello di individuare la presenza di tracce di zolfo e cloruri. L’analisi si è estesa anche ai vari serbatoi di stoccaggio (per quanto riguarda i cloruri).

Il provvedimento di chiusura degli impianti riguarda le seguenti reti di distribuzione:

  • Indian Oil Corporation (IOCL), con 1.257 distributori;
  • Hindustan Petroleum (HPCL), con 915 distributori;
  • Bharat Petroleum (BPCL), con 401 distributori.

Maggiori dettagli in merito arriveranno, senza dubbio, nel corso delle prossime settimane, con il Governo che è impegnato attivamente nelle procedure di verifica sui carburanti disponibili.

Una questione nazionale

Come chiarito da Autocar Professional, che ha seguito la questione con un’analisi dettagliata, il problema è molto rilevante per l’India ed è legato anche alla transizione energetica. Il carburante E20, infatti, è costituito da benzina miscelata con il 20% di etanolo e la sua adozione è stata accelerata rispetto alle tempistiche previste. La E20 è l’unica alternativa alla precedente E10.

L’India è un Paese che deve fare i conti con l’impatto dell’inquinamento e con la necessità di completare, in tempi rapidi, la transizione energetica, verso l’adozione di carburanti caratterizzati da un minore impatto ambientale. La contaminazione della E20 rappresenta, quindi, un tema di grandissima attualità e che può avere un impatto significativo sul futuro del settore dei trasporti locali.

Lotus passa ai cinesi di Geely, è un punto di svolta per il brand

Novità importanti in casa Lotus, brand iconico che sta lavorando a un ambizioso programma di crescita, con l’obiettivo di diventare un punto di riferimento del segmento delle auto di lusso nel corso dei prossimi anni.

Come annunciato questa settimana, infatti, Lotus Tech ha completato l’acquisizione del 100% del capitale azionario di Lotus UK a seguito dell’esercizio delle opzioni put da parte di Geely ed Etika.

L’operazione, che arriva in un periodo di profondi cambiamenti per il marchio britannico, può essere considerata anche come un nuovo inizio, che getta le basi di partenza per un futuro molto ambizioso. Andiamo ad analizzare i dettagli dell’acquisizione.

Cosa cambia

Per effetto della nuova operazione, Lotus diventa un’unica azienda globale con una struttura che include l’iconica ingegneria automobilistica britannica, le capacità produttive e le tecnologie di nuova generazione per veicoli intelligenti di Lotus.

Si tratta di un passaggio fondamentale della strategia Focus 2030, programma che prevede anche l’arrivo di una supercar ad alte prestazioni. Nel comunicato si legge che l’integrazione di Lotus UK porterà a una semplificazione della governance e a un potenziamento delle sinergie operative oltre a un’accelerazione dell’integrazione ingegneristica e tecnologica per i veicoli ad alte prestazioni di nuova generazione.

Per Geely si tratta di una mossa strategica importante, con l’azienda cinese che rafforza il suo controllo su Lotus, raccogliendo tutte le attività collegate al brand in un’unica struttura e gettando le basi giuste per crescere nel segmento premium del mercato.

Per il marchio Lotus, invece, l’annuncio rappresenta un vero e proprio punto di svolta, che arriva dopo anni di instabilità, passaggi di proprietà e tentativi di rilancio, spesso conclusi in modo negativo. L’arrivo di Geely nel 2017 ha avviato un programma di trasformazione, che continua ancora oggi e che per il futuro potrà avere degli effetti ancora più significativi.

L’annuncio in merito alla conclusione dell’operazione è arrivato a distanza di poco più di un anno dalle indiscrezioni che anticipavano un possibile addio al Regno Unito da parte della Casa britannica che, nel luglio dello scorso anno, si trovò costretta a smentire categoricamente lo scenario, molto realistico considerando lo stato di incertezza per il futuro del brand, nonostante il lancio di nuovi modelli come la nuova Emira.

Ricordiamo che Geely punta a crescere in Europa e in Italia, con un programma ambizioso che prevede l’espansione in diversi segmenti di mercato. Il marchio Lotus ricoprirà un ruolo molto importante per la crescita nel mercato delle auto di lusso, in grado di offrire profitti elevati.

Il commento dell’azienda

Qingfeng Feng, Amministratore Delegato di Lotus Tech, ha dichiarato:

“Lotus è un unico marchio e un’unica strategia, e da oggi è un’unica azienda. Tutto ciò che rende Lotus una Lotus – l’ingegneria, la passione, la disciplina – ora risiede in un’unica organizzazione. Questo unifica il marchio, aumentando la nostra competitività globale e accelerando lo sviluppo dei prodotti e la velocità di immissione sul mercato. Si tratta di un passo importante per promuovere la nostra strategia Focus 2030 e per intraprendere il prossimo capitolo della rivitalizzazione globale di Lotus.”

Bonus benzina per i redditi bassi, chi potrebbe riceverlo

Almeno fin qui, è solo una suggestione di metà (quasi fine) estate. Sul tavolo del Governo spunta il bonus benzina riservato ai redditi bassi, ma, ammesso e non concesso che l’esecutivo lo preveda davvero, i dettagli appaiono nebulosi.

Dall’importo definitivo alla soglia da rispettare, fino addirittura alle istruzioni per ottenerlo, tutto resta da definire, eppure le sole voci di corridoio accendono le speranze di quella fetta di popolazione che fatica a sbarcare il lunario, e non può nemmeno lasciare la propria vettura in garage. L’esecutivo sembra intenzionato ad archiviare gradualmente i “democratici” sconti sulle accise e concentrare le risorse sui lavoratori maggiormente colpiti dai rincari alla pompa.

Come funzionerebbe per i dipendenti

Secondo quanto ricostruito da QuiFinanza, il possibile aiuto riguarderebbe soprattutto i dipendenti con un reddito basso che utilizzano l’automobile per andare al lavoro. Il meccanismo pensato dal Governo passa dai fringe benefit e coinvolge direttamente le aziende private, alle quali spetterebbe la decisione di concedere il voucher.

Su base volontaria, le imprese avrebbero l’ultima parola circa l’erogazione di un voucher cartaceo o digitale ai dipendenti selezionati, magari attraverso gli strumenti già utilizzati per gli altri fringe benefit, e dedurne interamente il costo. Nessuna domanda allo Stato, dunque, perché il rapporto si consumerebbe fra datore di lavoro e lavoratore.

Un’altra casella ancora bianca riguarda la soglia d’accesso. Il Governo potrebbe guardare al reddito complessivo, limitarsi a quello da lavoro dipendente oppure affidarsi all’Isee del nucleo familiare. Tre strade con conseguenze parecchio diverse sulla platea, tanto che oggi nemmeno un reddito apparentemente basso garantisce di rientrare fra i beneficiari.

Nel mare dei condizionali galleggia anche la cifra di 200 euro, già utilizzata per il bonus carburante introdotto nel 2022. Prenderla come una promessa sarebbe comunque azzardato: il precedente offre un modello e le risorse disponibili potrebbero suggerire un importo differente oppure graduato in base al reddito.

Fuori dal recinto dei lavoratori dipendenti rimangono le partite Iva. Anche per loro si valuta una soluzione, ma il percorso cambierebbe: acquisto diretto del buono presso i rivenditori e successiva deduzione della spesa nella dichiarazione dei redditi. Prima occorrerebbe stabilire quali costi ammettere, entro quale limite e con quali documenti dimostrarli, dunque il cantiere appare persino meno avanzato.

Perché il Governo vuole superare il taglio delle accise

La volontà di abbandonare una riduzione delle accise generale dipende dal conto presentato allo Stato. Abbassare il prezzo alla pompa aiuta in egual misura l’automobilista in difficoltà e quello con un reddito elevato, anche se il secondo sarebbe in grado di sopportare meglio il rincaro. Restringere il numero dei beneficiari permette invece di concentrare le risorse disponibili, principio richiamato anche dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.

Nel ragionamento rientrano poi l’autotrasporto e la logistica, settori dove il caro carburante rischia di viaggiare ben oltre il serbatoio. Se aumentano i costi per spostare le merci, l’effetto può raggiungere gli scaffali e di riflesso i consumatori. Il Governo sarebbe dunque chiamato a trovare un equilibrio fra il sostegno alle famiglie con redditi bassi e quello alle imprese maggiormente esposte. A ogni modo, nessuno ha al momento la possibilità di presentare domande o mettere in conto 200 euro da spendere al distributore.

Carburanti illegali dall’Est Europa, 5.000 euro agli autisti per ogni consegna

Per una consegna si possono guadagnare fino a 5.000 euro. Nonostante nell’immaginario collettivo i camionisti occupino l’ultimo posto della filiera, nella realtà dei fatti – quella che conta davvero – possono guadagnare diversi stipendi con un solo viaggio.

È quanto ha spiegato la Guardia di Finanza a Rai News Friuli-Venezia Giulia, durante un incontro al confine orientale dedicato al traffico illegale di carburanti.

Solitamente la trasferta parte dall’Est Europa e, una volta attraversato proprio il Friuli-Venezia Giulia, arriva fino al Centro e al Sud Italia. Il sistema, ormai rodato da anni, porta la firma di gruppi attivi su base internazionale, composti sia da membri italiani che stranieri.

Come funziona il traffico illegale di carburanti

La lunga trafila deve essere attribuita alle differenze fiscali presenti fra gli Stati dell’Unione Europea. Nessuna legge impedisce di acquistare il gasolio in un Paese dove costa meno e la libera circolazione delle merci permette di portarlo oltreconfine. Ma se è tutto così cristallino dove nascono i problemi? Nei passaggi successivi, quando il prodotto entra nel mercato italiano evitando di pagare le accise previste. Del resto, la domanda continua a esserci per via del prezzo inferiore, un’attrattiva niente affatto trascurabile.

In questi anni il traffico ha subito delle revisioni. Oltre ai carburanti comprati all’estero gli spostamenti interessano i cosiddetti “designed fuels”, prodotti petroliferi registrati con nomi diversi da quelli reali, così da eludere gli obblighi fiscali. Il traffico non vive quindi soltanto sulle differenze di prezzo fra uno Stato e l’altro: in alcuni casi il bene viene autoprodotto, rendendo l’operazione ancora più remunerativa.

Quanto guadagnano le organizzazioni

Le cifre raccolte nell’ultimo anno aiutano a inquadrare le dimensioni del fenomeno. La Guardia di Finanza ha denunciato 80 persone soltanto in Friuli-Venezia Giulia, oltre a sequestrare circa 40 fra autoveicoli e rimorchi. A questi si aggiungono circa 150.000 chili di carburanti sottratti all’evasione delle accise. Numeri che raccontano l’attività svolta sul territorio, ma non tutto ciò che riesce a superare i controlli.

Le organizzazioni muovono centinaia di milioni di euro, dei quali diverse decine rimangono sotto forma di profitto, e il prezzo inferiore deriva dalle imposte evitate, anziché da una particolare abilità commerciale. A pagarne le conseguenze sono quindi l’erario e i benzinai onesti, chiamati a competere con chi ha aggirato il fisco.

Il compenso riconosciuto ai camionisti sembra sproporzionato soltanto finché non lo si confronta con i guadagni delle organizzazioni. Ricevere 5.000 euro per una consegna resta un affare per i guidatori, ma incide ben poco sui milioni ricavati da chi controlla il traffico. Senza gli autisti, d’altra parte, i carichi non potrebbero superare il confine e raggiungere il resto d’Italia.

Quanto pesa il fenomeno se dal Friuli-Venezia Giulia si allarga lo sguardo al resto d’Italia? Tra il 1° marzo e il 31 luglio 2026 la Guardia di Finanza ha concluso 1.371 interventi sulle accise dei prodotti energetici. Il bilancio parla di 265 persone denunciate, oltre 20 milioni di chilogrammi sequestrati e altri 6,5 milioni consumati in frode. I controlli hanno permesso di scoprire anche depositi clandestini e distributori abusivi: il viaggio dall’Est Europa rappresenta soltanto una delle facce di un mercato illecito molto più esteso.

Honda frena sulla nuova fabbrica in Nord America: tutto dipende dall’accordo commerciale

La prossima fabbrica di Honda in Nord America potrebbe non vedere mai la luce. A mettere in discussione un investimento che il costruttore giapponese considera necessario è l’incertezza sul futuro dell’USMCA, l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico che l’amministrazione Trump sta cercando di rinegoziare.

Il messaggio arrivato da Washington è netto. Noriya Kaihara, Executive Vice President di Honda, ha spiegato che il gruppo è ormai vicino alla piena capacità produttiva negli impianti nordamericani e avrebbe quindi bisogno di una nuova fabbrica. Ma senza certezze sul quadro commerciale, la strategia potrebbe cambiare.

Honda vuole una nuova fabbrica

La decisione non è immediata, ma la finestra temporale è già stata tracciata. Honda dovrebbe scegliere la propria direzione entro uno o due anni, con l’obiettivo di avere il nuovo impianto operativo intorno al 2030.

L’azienda, però, vuole prima capire quale sarà il destino dell’USMCA. L’accordo garantisce oggi un quadro commerciale fondamentale per una produzione automobilistica sempre più distribuita tra i tre Paesi nordamericani. Se questo sistema dovesse essere modificato profondamente o non venisse esteso, per Honda cambierebbero i conti alla base del nuovo investimento.

La Casa giapponese si trova così davanti a un bivio: aumentare la propria capacità produttiva negli Stati Uniti e nel resto del Nord America oppure rivedere i piani in attesa di maggiore stabilità.

Il nodo dei dazi

A complicare ulteriormente lo scenario ci sono i dazi americani. Honda ha fatto sapere che, almeno per il momento, non sta trasferendo sui clienti nordamericani i costi aggiuntivi legati alle tariffe. Nel frattempo, però, la tensione commerciale con il Canada è aumentata. Gli Stati Uniti hanno imposto tariffe del 50% su 20 miliardi di dollari di prodotti canadesi, mentre Ottawa ha annunciato misure di ritorsione che entreranno in vigore dall’8 settembre.

Per un costruttore che opera attraverso una rete produttiva integrata tra Stati Uniti, Canada e Messico, l’incertezza diventa quindi un problema industriale prima ancora che politico. Non è soltanto Honda a chiedere chiarezza. Già lo scorso anno Hyundai aveva avvertito l’amministrazione americana che l’incertezza sull’USMCA stava rallentando le decisioni sugli investimenti. Il messaggio dell’industria è lo stesso: senza un quadro stabile diventa più difficile scegliere dove costruire nuovi impianti, assumere personale e sviluppare tecnologie.

Il boom delle ibride cambia i piani

Nel frattempo Honda sta vivendo una fase particolarmente favorevole sul mercato americano. La domanda per i modelli ibridi e più efficienti è cresciuta sensibilmente, anche sulla scia dei prezzi elevati del petrolio. A luglio il costruttore ha registrato il miglior risultato mensile degli ultimi sette anni, con vendite di automobili in crescita del 36%.

Il mercato sta però spingendo Honda lontano dalla strategia elettrica delineata negli anni scorsi. A maggio il gruppo ha abbandonato il precedente obiettivo di lungo periodo che prevedeva una quota del 20% di auto elettriche sulle nuove vendite nel 2030. Al contrario, il nuovo piano prevede il lancio di 15 nuovi modelli ibridi entro il 2030.

Anche alcuni progetti elettrici sono stati ridimensionati. Honda ha sospeso a tempo indeterminato il piano canadese da 11 miliardi di dollari per produrre auto elettriche e batterie e ha cancellato tre modelli EV destinati al mercato statunitense.

Il futuro passa ancora dagli Usa

La trasformazione della gamma non significa però un disimpegno dal Nord America. Al contrario, Honda continua a spostare la produzione verso gli Stati Uniti. Lo scorso anno aveva annunciato il trasferimento dal Giappone all’Indiana della produzione della Civic Hybrid a cinque porte destinata al mercato americano.

È proprio questa crescente centralità del Nord America a rendere decisivo il futuro dell’USMCA. Honda ha bisogno di capacità produttiva aggiuntiva, ma prima vuole sapere quali saranno le regole con cui quella produzione dovrà muoversi.

La nuova fabbrica potrebbe quindi diventare uno dei primi investimenti automobilistici direttamente condizionati dalla nuova partita commerciale di Donald Trump. E per Honda il tempo per decidere non è infinito: entro un paio d’anni dovrà scegliere se accelerare oppure cambiare strada.

Accise sul diesel, il taglio è stato prorogato fino al 5 settembre

Tutto come previsto: il Consiglio dei Ministri, nella serata di oggi, 26 agosto, ha deciso di prorogare il taglio delle accise del diesel con una nuova misura temporanea. La misura è stata approvata dopo appena 10 minuti di riunione. Questa volta, l’intervento non è di poche ore ma si estende per 10 giorni.

La scelta del Governo

Il taglio alle accise del diesel, dopo la proroga di sabato scorso, sarebbe scaduto alla mezzanotte di oggi. La misura approvata dal Governo, invece, prevede un’estensione del provvedimento che resterà attivo fino al 5 settembre. Anche in questo caso, si tratta di un intervento temporaneo, mirato a contenere il più possibile, compatibilmente con i fondi disponibili, l’aumento del costo dei carburanti.

Tutto confermato

Non ci sono modifiche alle caratteristiche del provvedimento. Di fatto, il Governo ha optato per una proroga semplice, senza mettere mano alla norma definita nelle scorse settimane. Di conseguenza, il taglio delle accise è valido esclusivamente sul diesel, per un importo che, considerando anche l’IVA, arriva a 17 centesimi al litro. Il provvedimento ha comunque un impatto limitato sul costo alla pompa che resta ben al di sopra di 2 euro al litro. Come già avvenuto con gli interventi precedenti, lo sconto fiscale è valido esclusivamente sul gasolio e non coinvolge, quindi, la benzina.

Nuovi fondi

Per il taglio delle accise sul diesel è stato necessario reperire nuovi fondi. La misura vale circa 130 milioni di euro, stando a quanto riportato da Adnkronos che cita fonti governative. Per i dettagli aggiuntivi in merito sarà necessario attendere le prossime ore.

Cosa succede ora

Con il nuovo intervento da parte del Governo, resta confermato il taglio delle accise sul diesel ma non viene applicata nessuna misura strutturale. L’esecutivo, con questa proroga, si concede circa una settimana e mezza di lavori aggiuntivi per poter definire degli interventi da applicare nel lungo periodo per il contrasto al caro carburanti.

Tromba d’aria sulla Pontina, gli alberi abbattuti ostacolano le auto: il video

Il maltempo che sta caratterizzando questa seconda metà del mese di agosto può rappresentare un rischio significativo per gli spostamenti. Un esempio in tal senso è rappresentato da quanto avvenuto nelle ultime ore sulla SS 148 Pontina.

Una tromba d’aria ha colpito un tratto della strada statale causando la caduta di alberi che, almeno in parte, hanno ostacolato gli automobilisti, costretti a rallentare per evitare i rami sulla strada. Un video mostra, chiaramente, quanto è accaduto.

Una tromba d’aria improvvisa

Una testimonianza evidente di quanto accaduto arriva dai filmati realizzati dagli automobilisti e pubblicati dalla pagina Instagram di Radio Roma, come potete vedere direttamente dal post riportato qui di sotto.

Le immagini mettono in evidenza gli effetti della tromba d’aria che ha fatto volare via diversi detriti, rimasti per un po’ di tempo in alta quota prima di ricadere a terra.

Nella seconda parte del post, invece, si nota un albero abbattuto dal vento che ostacola la marcia delle auto, occupando, in parte, una delle carreggiate della SS 148 Pontina.

Al momento, fortunatamente, non risultano incidenti legati alla tromba d’aria che, in ogni caso, ha causato un rallentamento del traffico veicolare, costringendo gli automobilisti a ridurre la velocità e, in alcuni casi, a spostarsi nella corsia adiacente, in modo da evitare l’impedimento.

Considerando il maltempo di questi giorni, non possiamo escludere che nuovi fenomeni di questo tipo si ripresentino, anche in aree diverse. Per questo motivo è fondamentale muoversi con attenzione, rispettando il Codice della Strada e i limiti previsti.

Cosa fare in questi casi

Una tromba d’aria può rappresentare una minaccia seria per chi si muove in auto o con altri veicoli, soprattutto su una strada ad alto scorrimento, dove la velocità può raggiungere valori elevati.

I rischi sono diversi. Il principale, come visto nel video, è quello legato alla presenza di ostacoli lungo la carreggiata. Il vento, infatti, potrebbe far cadere alberi o spostare oggetti di vario tipo.

Per gli automobilisti è importante seguire le norme di circolazione, riducendo la velocità e mantenendo una distanza di sicurezza dal veicolo che precede la propria marcia.

Attenzione anche alle luci, che devono essere sempre accese per poter garantire la massima visibilità. Conviene chiudere i finestrini, in modo da evitare che oggetti esterni finiscano nell’abitacolo, con il rischio di distrarre il conducente.

Hypercar Dreame, il sogno elettrico è già finito: licenziamenti e chiusura

Meno di un anno fa Dreame, realtà nota in Cina per la produzione di robot aspirapolveri, era pronta a sconvolgere il mondo con una super sportiva full electric in grado di superare la potenza di una F1 e di scattare da 0 a 100 km/h in meno di 1 secondo. L’hypercar, con un design estremo e soluzioni tecniche all’avanguardia, avrebbe dovuto sfidare storici competitor e stravolgere le regole della fisica.

Il sogno di un caccia terra-terra è durato poco, perché l’azienda tech specializzata nell’elettrodomestica intelligente ha deciso di abbandonare l’industria automobilistica, liquidando il progetto Starry Sky. La società del potente Gruppo Xiaomi, dopo un anno di proclami altisonanti sulle hypercar elettriche, ha rinunciato alla creazione di batterie allo stato solido per EV, scegliendo di focalizzarsi sul core business originario.

Passo indietro inevitabile

In base a quanto annunciato su China Economy, l’hypercar svelata al CES di Las Vegas 2026 e acquistata da un’azienda di modellismo di Shanghai per milioni di yuan, è stata modificata con propulsori specifici per creare un effetto visivo solo a beneficio delle telecamere. Un progetto orientato più al marketing e che va a chiudere una pagina triste dell’industria automobilistica cinese.

La notizia giunge puntuale dopo un periodo di tagli costanti che, a partire da maggio scorso, ha ridotto la forza lavoro a poche decine di lavoratori, principalmente con ruoli legali, finanziari e di risorse umane. Dopo la chiusura delle operazioni della divisione automobilistica Dreame dovrà gestire i debiti accumulati con i fornitori e annullare gli impegni presi con le aziende esterne.

Stop alla produzione dell'Hypercar Dreame

Ufficio Stampa Dreame

Hypercar Dreame: promesse disattese

Promesse disattese

Le forme della coupé cinese, con carrozzeria bassa e larga, passaruota pronunciati e un frontale caratterizzato da elementi luminosi orizzontali, erano interessanti. Spiccavano grandi prese d’aria anteriori ed elementi aerodinamici laterali che lasciavano presagire performance da sogno. Il montante A che creava una linea continua con il parabrezza fino al tetto, e le grandi appendici aerodinamiche poste davanti alle ruote posteriori, riportavano alla mente il sinuoso design Bugatti.

La Dreame Nebula NEXT 01 Jet Edition avrebbe dovuto equipaggiare doppi razzi ausiliari a propellente solido costruiti su misura e capaci di sprigionare una forza di 100 kilonewton e di attivarsi in 150 ms. Questa potenza avrebbe dovuto consentire uno scatto da 0 a 100 km/h in meno di 1 secondo, il più veloce di sempre. L’attuale detentore del record di accelerazione per veicoli elettrici è un’auto da corsa ultraleggera costruita da studenti che ha impiegato appena 0,956 secondi, ma con un peso di soli 136 kg.

Il clamoroso passo indietro di Dreame è dovuto alle verifiche delle autorità di regolamentazione, intervenute per indagare sull’uso dei fondi di investimento, bloccando la capacità dell’azienda di disporre liberamente dei contributi pubblici. Secondo alcune testimonianze interne, piuttosto che investire in ricerca e sviluppo per creare nuovi progetti, ai dipendenti veniva richiesto di ottenere finanziamenti prima che venissero assegnati i budget.

Dreame ha attirato professionisti perché proponeva stipendi elevati e ruoli manageriali per poi dissolvere tutte le idee legate al ramo automobilistico nel nulla. L’interruzione delle attività avrebbe condotto a verifiche regolatorie che hanno limitato i piani dell’azienda nell’appropriazione dei contributi pubblici. Dreame tornerà a concentrarsi solo su aspirapolveri, tagliaerba e robot.

Volkswagen nel caos, contestato il CEO: altri esuberi in vista

Sono settimane determinanti per il futuro del Gruppo Volkswagen, piombato in una crisi senza precedenti storici. I dipendenti e i vertici del colosso tedesco hanno avuto un confronto in una riunione straordinaria che ha esposto il CEO Oliver Blume a pesanti contestazioni. Decine di migliaia di posti di lavoro sono a rischio e un ridimensionamento appare l’unica strada percorribile.

L’intera industria teutonica sta vivendo una fase più che critica, a causa anche dei dazi americani e del nuovo scenario cinese. Se negli anni scorsi il Paese del Dragone Rosso era diventato il place to be per i marchi storici europei, nel corso degli ultimi mesi si è verificata una contrazione delle vendite che ha mandato in tilt il Gruppo di Wolfsburg. Per restare competitiva sul car market internazionale, Volkswagen deve diventare più snella.

Critiche feroci

In un’assemblea a porte chiuse, il CEO Oliver Blume ha rivolto a circa 10.000 lavoratori, riuniti nella sede centrale di Wolfsburg, un appello senza la presenza dei giornalisti. In base a quanto riportato da Reuters l’amministratore delegato sarebbe intervenuto nel padiglione 11 dell’impianto tedesco, iniziando un tour tra i vari stabilimenti del Gruppo. Blume ha dichiarato:

 “Il piano per il futuro è il più grande programma di trasformazione nella storia della nostra azienda. Affinché ciò avvenga, ora tutti devono unire le forze“.

Tradotto: avverrà un taglio fino a 50.000 posti di lavoro a livello globale, in particolar modo in Germania. La soluzione drastica si aggiungerebbe ai piani di ristrutturazione già avviati, portando il numero totale di esuberi a circa 100.000 posti nel mondo. Dati spaventosi ma necessari, secondo i vertici di Volkswagen, per allineare la struttura dei costi ai competitor. In un clima tesissimo, l’assemblea si è conclusa con sonori fischi e contestazioni al numero 1 del Gruppo.

Non sono emersi ulteriori dettagli sul futuro delle singole factory, creando ancora più incertezza nei lavoratori. La produzione automobilistica dovrebbe andare incontro a una contrazione negli stabilimenti di Emden, Hannover, Zwickau e Neckarsulm, per i quali, in base alla situazione attuale, non si intravedono prospettive di redditività nei prossimi anni. Volkswagen deve fronteggiare una capacità produttiva in Europa superiore di circa 500.000 automobili all’anno rispetto alle attuali esigenze del mercato.

Sindacati in subbuglio

A fare la differenza, dopo lo scandalo del dieselgate, sono state le profonde trasformazioni tecnologiche del settore, le difficoltà sui mercati internazionali e soprattutto una concorrenza cinese sempre più spietata. Volkswagen ha investito con largo anticipo e troppo ottimismo su una gamma elettrica che si è rivelata, sul piano delle vendite, al di sotto delle aspettative.

I lavoratori hanno esposto striscioni chiari come “I nostri posti di lavoro non sono i vostri aggiustamenti di bilancio” e “Il rispetto non è in negoziazione”. La leader sindacale Volkswagen Daniela Cavallo, in merito all’eventuale chiusura degli impianti, ha annunciato:

“La nostra fiducia nel comitato esecutivo di questa azienda, e in particolare nel CEO Oliver Blume, è stata compromessa. Seppure non ancora in modo irreparabile”.

Come uscire dalla crisi? Si parla di una riconversione verso il settore della difesa oppure l’introduzione in Europa di modelli Volkswagen attualmente sviluppati esclusivamente per il mercato cinese. Dazi, nuovi concorrenti e rischi geopolitici hanno incrinato la posizione apicale del colosso tedesco, forse in modo irreparabile.

I prezzi di diesel e benzina volano, in autostrada rialzo record: controesodo da incubo

Ci sono stati controesodi più sereni per gli italiani in passato, chiusi oggi nella morsa di un costo della vita che per molti sta diventando insostenibile. Per milioni di automobilisti al rientro dalle vacanze si prospetta un salasso presso i distributori. I prezzi di benzina e gasolio continuano a salire, toccando livelli record che, senza uno scenario di proroghe ulteriori del taglio delle accise, incutono timore.

Un litro di gasolio speciale, quello a più alte prestazioni, ha superato – su alcune autostrade dello Stivale – il costo di un litro di latte ad alta digeribilità: oltre 3 euro al litro. Il Governo è in cerca di soluzioni per coloro che presentano i redditi più bassi, ma nulla sembra poter arrestare i prezzi galoppanti dei carburanti che, di giorno in giorno, viaggiano su quotazioni diverse rispetto a quelle del petrolio che cala.

Numeri da capogiro

Il Ministero delle imprese e del made in Italy (MIMIT) ha annunciato i nuovi prezzi dell’osservatorio carburanti. Il costo medio in modalità self service lungo la rete stradale nazionale è pari a 2,015 euro al litro per la benzina e 2,136 euro al litro per il gasolio. Sulla rete autostradale, come sottolineato dal MIMIT, il prezzo medio self è di 2,091 euro per la benzina e 2,207 euro per il gasolio.

Non si fermano gli aumenti e specifici carburanti hanno già sfondato in alcuni distributori autostradali la soglia dei 3 euro al litro. Il picco massimo? Sulla A22 Brennero-Modena, il Supreme Diesel servito ha toccato quota 3,159 euro al litro. Si parla di un carburante premium, ma non si era mai raggiunto un livello così alto alle nostre latitudini. Sulla A21 Torino-Piacenza il gasolio servito è arrivato a 2,729 euro al litro. Pensate che sull’isola di Pantelleria un litro di gasolio costa 2,799 euro. Il Codacons ha lanciato l’allarme:

“Nessuno sostiene che domani tutti gli italiani pagheranno 3 euro per un litro di carburante, ma il fatto stesso che questa soglia sia già stata superata in alcuni impianti deve far scattare un campanello d’allarme. Il rischio è che, se la corsa dei listini proseguirà, la quota 3 euro smetta di essere un’eccezione estrema e diventi un riferimento sempre meno lontano per gli automobilisti”.

Le proposte in soccorso degli italiani

L’Associazione per la Difesa e l’Orientamento dei Consumatori (ADOC) si è esposta con una richiesta esplicita:

“Serve una proroga immediata e un potenziamento del taglio delle accise avviando allo stesso tempo un trasferimento immediato delle accise sui carburanti nella fiscalità generale. Inoltre, bisogna ridurre l’Iva al 5%, equiparando benzina e gasolio all’aliquota già prevista per il metano per autotrazione e sono necessari sostegni diretti per le famiglie a basso reddito e più vulnerabili”.

L’Unione Nazionale Consumatori (UNC), la prima e storica associazione di consumatori in Italia, ha aggiunto che il Governo dovrebbe assumersi la responsabilità di tagliare le accise di 30 centesimi per il gasolio e di 14 per la benzina. Senza degli interventi mirati le aziende agricole rischiano il fallimento. Un potenziamento sul lungo periodo delle accise appare improbabile e sconti a tempo, bonus e social card non cambierebbero degli scenari che si stanno facendo sempre più oscuri.