Auto usate, gli italiani scelgono vetture più giovani della media nazionale

Se ti muovi tra le auto usate è difficile imbattersi in “ragazzine”. Nessuno si aspetta il contrario, eppure i nostri connazionali sembrano avere le idee piuttosto chiare sull’età della loro prossima macchina. Secondo un’indagine di carVertical, le vetture di cui gli utenti italiani hanno verificato la storia nel 2025 avevano in media 9,6 anni, contro i 13 del parco circolante nazionale rilevati dall’Acea. Attenzione, però, a non confondere l’interesse con l’acquisto: lo studio prende in considerazione le verifiche effettuate sulla piattaforma, non tutte le compravendite avvenute lungo la penisola.

Le auto usate più giovani e quelle più vecchie

Il primato delle auto più anziane spetta a Lancia (13,9 anni di media), seguita da Porsche (13,2), Nissan (12,9), BMW (11,8) e Fiat (11,5). La seconda posizione occupata dalla Casa di Stoccarda può cogliere di sorpresa, davanti a marchi che siamo abituati ad associare a vetture meno costose nemmeno in zona podio. D’altra parte, una Porsche di vent’anni continua ad avere il suo fascino e poi certi modelli fanno sempre più gola con il passare del tempo.

All’estremo opposto troviamo nell’ordine Skoda, con appena 7,1 anni di media, Volkswagen (7,9), Peugeot (8,3), Jaguar e Land Rover (8,4 anni), a riprova di quanto il mercato dell’usato non sia composto soltanto da vetture low-cost o prossime alla fine della loro vita utile. Anche chi cerca un veicolo relativamente recente può rivolgersi alla seconda mano, evitando il prezzo di acquisto del nuovo.

Il portafoglio, manco a dirlo, ha la sua parte nella scelta. Una vettura con qualche anno sulle spalle può essere ancora abbastanza moderna da offrire dotazioni di sicurezza, sistemi multimediali e comfort che fino a non molto tempo fa erano riservati ai modelli più costosi. E magari ha già perso una buona parte del valore iniziale, rendendo l’acquisto più abbordabile. Naturalmente dipende da cosa si cerca e da quanto si è disposti a spendere: per qualcuno conta soprattutto trovare una macchina affidabile con cui andare al lavoro, per altri è l’occasione di mettersi in garage un modello che da nuovo sarebbe fuori budget. In entrambi i casi, l’usato permette di guardare anche a vetture altrimenti destinate a rimanere soltanto un desiderio.

Le “auto fantasma”: invecchiano il parco italiano

In parte la discrepanza potrebbe dipendere dalla cosiddette “auto fantasma“, ormai inutilizzate, ma ancora presenti sul libretto di circolazione. La loro presenza finirebbe per far salire l’età media del parco auto italiano, spiega Matas Buzelis, esperto di carVertical. Ma però difficile capire quanto incidano davvero, perché l’indagine non ne quantifica il numero.

A ogni modo, è tutto da dimostrare che una macchina di dieci anni versi in condizioni peggiori rispetto a una che ne ha soltanto cinque. Magari la prima è stata regolarmente tagliandata da poco e conta pochi chilometri, mentre la seconda ha passato buona parte della sua vita in autostrada o ha subito qualche incidente.

Per ridurre il rischio di spiacevoli sorprese vale la pena dedicare un po’ di tempo a controllare il chilometraggio, gli eventuali incidenti precedenti e la documentazione degli interventi effettuati. E conviene fare un salto in officina, capace di individuare problemi difficili da riconoscere guardando le foto dell’annuncio.

Monopattini elettrici, nuovi controlli a Torino: la Polizia prova il banco a rulli

A Torino non bisogna fare altro che caricare un monopattino su una specie di tapis roulant per scoprire se il motore è stato modificato. La Polizia locale ha sperimentato un nuovo sistema di controllo che permette di misurare la potenza dei mezzi elettrici, comprese le biciclette a pedalata assistita, e il primo controllo ha già portato a un sequestro.

Lunedì 5 ottobre, in piazza Palazzo di Città a Torino, gli agenti hanno messo alla prova uno strumento che ricorda i banchi utilizzati per la revisione delle auto. In questo caso, però, sui rulli finiscono monopattini e biciclette elettriche, per verificare se qualcuno ha messo mano al motore e ne ha aumentato le prestazioni oltre i limiti di legge.

Come funziona il controllo

Il procedimento è piuttosto semplice: gli agenti sistemano il mezzo sopra un rullo e una volta avviato il motore lasciano che la ruota giri sull’apparecchiatura. I dati raccolti vengono mostrati su un display, dal quale è possibile verificare la potenza sviluppata.

Durante i controlli su strada la Polizia poteva già verificare la velocità dei monopattini, ma non aveva uno strumento in grado di misurarne la potenza. Con il nuovo banco a rulli avranno modo di controllare anche questo dato e capire se il motore è stato modificato.

Non occorre smontare il monopattino per ottenere una prima indicazione sulle sue prestazioni. Almeno nel principio di funzionamento, il sistema ricorda i banchi a rulli utilizzati nei test sulle automobili.

Il primo monopattino controllato è stato sequestrato

Il primo monopattino fermato durante la sperimentazione aveva una potenza superiore al doppio del limite di 250 watt indicato nel servizio della Tgr Piemonte. Gli agenti hanno sequestrato il veicolo e multato il proprietario, ma su questo punto serve una precisazione: i 250 watt sono il limite previsto per le biciclette a pedalata assistita, mentre per i monopattini elettrici il tetto ordinario è di 500 watt di potenza nominale continua. Il servizio Rai non chiarisce quale valore sia stato effettivamente misurato né quale irregolarità specifica sia stata contestata. Il sequestro resta comunque uno dei risultati concreti della giornata di prova.

L’iniziativa arriva in un periodo di controlli particolarmente intensi. Secondo i dati riportati, a Torino le sanzioni legate alla cosiddetta mobilità leggera hanno già raggiunto quota 10.000 dall’inizio del 2026, il che aiuta a capire perché il Comune stia valutando strumenti diversi da quelli utilizzati abitualmente.

Torino valuta controlli più frequenti

Per ora il tapis roulant non diventerà automaticamente una dotazione delle pattuglie. Quella del 5 ottobre è stata una sperimentazione limitata a una giornata, volta a stabilire se l’apparecchiatura possa essere impiegata efficacemente pure durante i controlli su strada.

Il progetto potrebbe però avere un seguito. Dopo aver valutato i risultati, il Comune di Torino avrà la possibilità di chiedere al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti di autorizzare un periodo di prova più lungo, con l’obiettivo di arrivare eventualmente a un utilizzo stabile.

L’idea è rendere più difficile la vita a chi modifica monopattini e biciclette elettriche per aumentarne le prestazioni. Se dall’esterno un intervento può anche passare inosservato, sul rullo la potenza del motore diventa un dato misurabile e per il proprietario di un mezzo irregolare potrebbe essere l’inizio di una giornata decisamente costosa.

Ducati non si vende, Volkswagen blinda la Casa di Borgo Panigale per tre anni

Ducati resta tedesca. Dopo mesi di indiscrezioni su una possibile cessione e sull’eventualità di un ritorno della Casa motociclistica sotto proprietà italiana, Volkswagen chiude la porta alla vendita. Il gruppo automobilistico ha confermato al Sole 24 Ore che non è prevista alcuna operazione di dismissione del marchio di Borgo Panigale nei prossimi tre anni.

Una presa di posizione che ridimensiona le ipotesi circolate durante l’estate, quando il nome Ducati era entrato nel dibattito sulla riorganizzazione delle attività industriali Volkswagen. Per il costruttore emiliano, controllato attraverso Audi dal 2012, si prospetta dunque una sostanziale continuità proprietaria almeno fino al 2029.

La decisione arriva in un momento delicato per l’industria automobilistica europea, alle prese con costi crescenti, trasformazione tecnologica e programmi di riduzione delle spese.

Volkswagen esclude la cessione di Ducati

Le prime indiscrezioni su una possibile vendita erano emerse nell’ambito del vasto piano di ristrutturazione avviato dal gruppo tedesco. Volkswagen sta infatti rivedendo il proprio portafoglio di partecipazioni per concentrare risorse sulle attività considerate strategiche.

Il programma Future Plan 2030 prevede una riduzione complessiva di circa 50.000 posizioni lavorative e una revisione delle oltre 2.000 partecipazioni detenute dal gruppo, con l’obiettivo di ridurne il numero di circa un terzo. In questo contesto anche Ducati era finita sotto osservazione.

A settembre, l’amministratore delegato di Audi, Gernot Döllner, aveva confermato che il marchio motociclistico rientrava tra le attività oggetto di valutazione, precisando tuttavia che non era stata presa alcuna decisione. La nuova posizione di Volkswagen chiarisce il quadro: per il prossimo triennio, Ducati non sarà messa in vendita.

Ducati vale 1,25 miliardi e investe 100 milioni l’anno

L’ipotesi di cessione aveva attirato attenzione anche per il valore economico dell’azienda. Bloomberg Intelligence aveva stimato una possibile valutazione di circa 1,25 miliardi di euro, alimentando le discussioni su eventuali acquirenti.

Ducati, tuttavia, presenta una situazione industriale che le consente di sostenere autonomamente i propri programmi. Nel 2025 il marchio ha registrato 925 milioni di euro di ricavi, un risultato operativo di 52 milioni e 50.895 motociclette consegnate.

Numeri inferiori ai massimi raggiunti negli anni precedenti, ma sufficienti a descrivere un’impresa capace di mantenere una propria autonomia finanziaria. Lo stesso amministratore delegato Claudio Domenicali aveva sottolineato nei mesi scorsi come Ducati non avesse bisogno di sostegni economici da parte della casa madre.

Il programma industriale prevede inoltre investimenti per circa 100 milioni di euro all’anno, equivalenti a 500 milioni nell’arco di cinque anni. Risorse destinate a sostenere lo sviluppo del marchio in un mercato premium sempre più competitivo, condizionato anche dai dazi commerciali, dalle oscillazioni valutarie e dalla crescente presenza dei costruttori asiatici.

Sfuma il ritorno di Ducati in mani italiane

La prospettiva di una vendita aveva riacceso in Italia il dibattito sulla proprietà di uno dei marchi motociclistici più prestigiosi del Paese. Il 21 settembre, durante una visita a Borgo Panigale, il ministro delle Imprese Adolfo Urso aveva auspicato un ritorno di Ducati sotto controllo italiano.

Quattro giorni dopo, il confronto tra il ministro e i vertici Audi aveva già lasciato intravedere una posizione più prudente sulla possibilità di una cessione. Adesso la conferma di Volkswagen allontana concretamente questa prospettiva, almeno per i prossimi tre anni.

Per Ducati, sul piano operativo, non sono annunciati cambiamenti: la proprietà rimane tedesca, la sede industriale resta a Borgo Panigale e i programmi di investimento proseguono. La vicenda evidenzia soprattutto una distinzione importante: essere inclusi nella revisione delle partecipazioni di un grande gruppo non significa necessariamente essere destinati alla vendita. Nel caso Ducati, almeno per il momento, Volkswagen ha scelto la continuità.

Autostrade, spunta il limite di velocità a 60 km/h: quali tratte riguarda

Sulle autostrade siciliane il limite di velocità potrebbe scendere a meno della metà, almeno temporaneamente. Il Consorzio aveva tempo fino al 3 ottobre per avviare i lavori richiesti dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, peccato che alla scadenza buona parte dei problemi sia rimasta irrisolta. Se n’è accorto l’ispettore Placido Migliorino, tornato sulla A18 Messina-Catania e sulla A20 Palermo-Messina per verificare quanto fosse stato fatto rispetto alle prescrizioni di settembre. Migliorino vorrebbe che sulle tratte si viaggiasse al massimo a 60 km/h, anche dove non ci sono cantieri.

Il Cas ha eseguito alcuni lavori sulle barriere, ma non abbastanza da risolvere i problemi riscontrati anche nelle gallerie e sui viadotti, e nel frattempo il pedaggio si continua a pagare come prima. La nuova prescrizione dovrebbe consentire di mantenere aperti i collegamenti, senza che sia stata ancora chiarita la data dalla quale scatterebbe il limite generalizzato.

A18 e A20: perché si parla del limite di 60 km/h

Secondo quanto riportato da Repubblica, l’ispettore ministeriale Placido Migliorino ha concluso una nuova serie di sopralluoghi, iniziata il 5 ottobre, ravvisando criticità ancora da sistemare. Le maggiori preoccupazioni riguardano il tratto della A20 compreso tra Sant’Agata Militello e Messina e quello della A18 tra Messina e Giarre, anche se la prescrizione annunciata dall’ispettore rischia di interessare l’intero percorso delle due autostrade.

Le verifiche hanno preso in esame gallerie, viadotti e barriere di sicurezza, sulle quali il Cas avrebbe dovuto avviare interventi urgenti entro il 3 ottobre. Secondo Migliorino, i lavori effettuati finora risultano insufficienti rispetto alle necessità emerse. Tra le note dolenti ci sono anche i guardrail installati diversi decenni fa, la cui altezza utile si è ridotta con la sovrapposizione di nuovi strati d’asfalto. In determinate condizioni queste protezioni potrebbero quindi non garantire un’adeguata resistenza agli urti, soprattutto nel caso dei mezzi pesanti.

Abbassare la velocità a 60 km/h permetterebbe di evitare la chiusura delle due autostrade, nonostante i problemi di sicurezza riscontrati. Per il momento, però, quella dell’ispettore rimane una proposta e non ci sono conferme sull’introduzione del limite lungo tutti i tratti della A18 e della A20. Restano quindi valide le restrizioni già previste dalle ordinanze del gestore, alle quali gli automobilisti devono attenersi seguendo la segnaletica stradale.

La Regione stanzia 13,3 milioni per i lavori

Sul fronte della manutenzione è arrivata intanto una decisione della Regione Siciliana, che l’8 ottobre ha approvato lo stanziamento di 13,3 milioni di euro per finanziare 14 interventi sulla A18 e sulla A20. Le risorse provengono dalla riprogrammazione dei fondi Poc Sicilia 2014-2020 e serviranno ad affrontare alcune delle criticità segnalate dal ministero.

Il programma comprende il rifacimento della pavimentazione, la sostituzione o sistemazione delle barriere, la manutenzione dei giunti dei viadotti e lavori nelle gallerie. Sono previsti inoltre interventi sulla segnaletica e sugli attenuatori d’urto, oltre ai controlli degli impianti di illuminazione.

Il presidente della Regione Renato Schifani ha presentato il finanziamento come una risposta alle esigenze di sicurezza della rete siciliana, con l’obiettivo di permettere al Cas di affrontare le urgenze. Rimane però aperta la questione dei tempi necessari per completare le opere.

Diesel, Eni riporta il tetto a 2,19 euro: la mossa nonostante il rialzo del petrolio

Eni torna a muoversi sui prezzi dei carburanti e lo fa proprio mentre le quotazioni petrolifere internazionali registrano un nuovo balzo. Il Cane a sei zampe ha deciso di riportare a 2,19 euro al litro il tetto massimo sul gasolio introdotto a fine settembre, recuperando il livello originario dopo gli aumenti legati anche alla riduzione dello sconto sulle accise.

Una decisione significativa, soprattutto perché arriva in un mercato nel quale il costo della materia prima continua a esercitare forti pressioni sui distributori. Il nuovo limite rappresenta inoltre una sfida per le compagnie concorrenti, chiamate a confrontarsi con una politica commerciale particolarmente aggressiva.

Eni abbassa il tetto sul diesel: cosa cambia

Il meccanismo del price cap è stato introdotto da Eni il 28 settembre 2026, inizialmente con un limite di 2,19 euro al litro per il gasolio e di 1,99 euro per la benzina. Il 6 ottobre, in seguito all’aumento della componente fiscale, il tetto sul diesel era stato portato a 2,25 euro. Successivamente, il prezzo consigliato era sceso a 2,21 euro, mentre il limite massimo era rimasto invariato.

Adesso arriva una nuova correzione: il tetto torna a 2,19 euro, con una riduzione di due centesimi rispetto al precedente prezzo consigliato. La scelta assume particolare rilievo considerando i costi sostenuti dagli operatori. Sommando la quotazione mediterranea del gasolio, l’accisa e l’Iva, il valore teorico raggiunge infatti 2,197 euro al litro.

Si tratta di una cifra superiore di sette millesimi rispetto al nuovo limite Eni, senza ancora considerare integralmente i costi e i margini della distribuzione.

Accise, perché il gasolio era tornato a salire

Per comprendere la strategia Eni bisogna considerare quanto accaduto nelle ultime settimane sul fronte fiscale. Dal 26 settembre è stato dimezzato lo sconto temporaneo sulle accise, passato da 12,2 a 6,1 centesimi al litro. La riduzione dell’agevolazione ha comportato un maggiore carico fiscale sui carburanti, contribuendo alla pressione sui listini.

Il successivo adeguamento del tetto Eni a 2,25 euro rifletteva proprio questo cambiamento, con un incremento di circa sei centesimi comprensivo dell’Iva. La decisione del 9 ottobre va quindi in direzione opposta: Eni riduce il limite sul gasolio nonostante il minore beneficio fiscale e il rialzo delle quotazioni internazionali.

È importante distinguere i due interventi: lo sconto sulle accise è una misura pubblica, mentre il tetto Eni costituisce una scelta commerciale della compagnia. Quest’ultima non modifica le imposte, ma interviene sul prezzo applicabile presso la propria rete aderente.

Prezzi carburanti oggi: diesel in lieve calo

Secondo le rilevazioni della Staffetta Quotidiana del 9 ottobre 2026, il prezzo medio nazionale del gasolio in modalità self service sulla rete stradale è di 2,258 euro al litro, in diminuzione di 0,3 centesimi rispetto al giorno precedente.

La benzina si attesta a 2,035 euro, con un calo di 0,2 centesimi. Il GPL rimane stabile a 0,768 euro, mentre il metano sale a 1,916 euro al chilogrammo. In autostrada il gasolio raggiunge mediamente 2,281 euro al litro, registrando una flessione di 0,6 centesimi, mentre la benzina scende a 2,046 euro.

I dati per marchio rilevati il giorno precedente indicavano per Eni un prezzo medio self del diesel di 2,226 euro, contro 2,269 euro di IP, 2,252 euro di Q8 e 2,267 euro di Tamoil. Il nuovo tetto non coincide dunque automaticamente con il prezzo medio effettivamente praticato, che dipende dalle rilevazioni e dall’applicazione delle condizioni commerciali.

Per gli automobilisti, la novità è soprattutto una: mentre la pressione fiscale e quella internazionale restano elevate, Eni sceglie di contenere il gasolio, aumentando la competizione sui prezzi alla pompa.

Bonus retrofit GPL o metano, fino a 800 euro senza rottamazione: chi può richiederlo

Cambiare automobile non è sempre necessario per ridurre la spesa dei rifornimenti. Chi possiede una vettura a benzina o diesel ancora in buone condizioni può valutare una soluzione alternativa: installare un impianto a GPL o metano, approfittando di un contributo statale che continuerà anche nel 2027.

Si tratta del bonus retrofit, un incentivo che permette di ottenere uno sconto fino a 800 euro sulla trasformazione dell’alimentazione, senza dover acquistare un veicolo nuovo e soprattutto senza obbligo di rottamazione. La misura, già operativa nel 2026, dispone di finanziamenti programmati fino al 2030. Il prossimo anno la dotazione salirà a cinque milioni di euro, rendendo l’incentivo un’opportunità da valutare per chi intende prolungare la vita della propria automobile.

Bonus GPL e metano: quanto si risparmia

Il contributo prevede due importi differenti, a seconda dell’alimentazione scelta. Per installare un impianto GPL sono previsti 400 euro, mentre per la conversione a metano il bonus sale a 800 euro. L’importo è fisso e non varia in funzione della spesa sostenuta. Un automobilista che installa un impianto GPL da 1.800 euro, per esempio, può beneficiare di uno sconto di 400 euro, pagando quindi 1.400 euro, al netto di eventuali costi aggiuntivi.

Il finanziamento pubblico cresce rispetto al 2026: dai quattro milioni iniziali si passerà a cinque milioni nel 2027, cifra confermata anche per il 2028 e il 2029. Nel 2030 è invece previsto un milione.Le risorse sono condivise tra le due tipologie di trasformazione e vengono assegnate fino a esaurimento dei fondi disponibili.

Chi può ottenere il contributo

L’incentivo è destinato alle autovetture di categoria M1 con omologazione ambientale Euro 3 o superiore. Possono beneficiarne persone fisiche e giuridiche, con l’esclusione delle imprese che commerciano autoveicoli della stessa categoria.

L’automobile non deve essere già alimentata a GPL o a metano e l’impianto installato deve essere nuovo, conforme ai requisiti di omologazione previsti. Sono escluse anche le vetture che hanno già beneficiato dell’Ecobonus, secondo le condizioni della misura.

Un aspetto importante riguarda la compatibilità tecnica: non tutte le automobili possono essere trasformate con la stessa facilità. Prima di procedere è quindi necessario verificare con un installatore specializzato se esiste un sistema omologato per il proprio modello.

Come richiedere il bonus senza presentare domanda

La procedura è relativamente semplice perché il proprietario non deve inoltrare personalmente una richiesta al ministero. È infatti l’installatore a prenotare l’incentivo attraverso la piattaforma Ecobonus, dopo aver verificato la disponibilità delle risorse.

Lo sconto viene applicato direttamente al prezzo dell’intervento, evitando all’automobilista di anticipare l’intero importo. Successivamente, il costruttore dell’impianto rimborsa l’installatore e recupera la somma attraverso il meccanismo del credito d’imposta. La piattaforma dedicata al retrofit è stata aperta dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy il 29 luglio 2026.

Dopo quanti chilometri conviene passare al GPL?

Il vantaggio economico dipende soprattutto dal chilometraggio annuale e dalla differenza tra il prezzo dei carburanti. Consideriamo un’automobile a benzina che consuma sette litri ogni 100 chilometri e un impianto GPL dal costo di 1.800 euro. Applicando il bonus, l’investimento iniziale scende a 1.400 euro.

Utilizzando come riferimento i prezzi indicativi di 2,05 euro al litro per la benzina e 0,77 euro per il GPL, la spesa per percorrere 100 chilometri sarebbe di 14,35 euro a benzina. Ipotizzando un consumo a GPL di 8,5 litri ogni 100 chilometri, il costo scenderebbe a circa 6,55 euro.

Il risparmio teorico di 7,80 euro ogni 100 chilometri consentirebbe di recuperare i 1.400 euro iniziali dopo circa 18.000 chilometri. Chi percorre 15.000 chilometri all’anno potrebbe quindi ammortizzare la trasformazione in poco più di un anno, mentre con percorrenze di appena 5.000 chilometri il recupero richiederebbe oltre tre anni e mezzo.

Sono simulazioni indicative, che non comprendono eventuali costi supplementari di manutenzione e le variazioni dei prezzi dei carburanti.

Attenzione alle nuove regole tecniche

Il settore delle trasformazioni è interessato anche da un aggiornamento normativo. Il decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti del 24 luglio 2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 16 settembre, introduce nuove disposizioni relative all’omologazione, all’immatricolazione e alle verifiche periodiche dei sistemi GPL, GNC e GNL.

Prima di procedere è quindi opportuno verificare che l’impianto e le procedure adottate rispettino le disposizioni applicabili. Il bonus retrofit può rappresentare un’alternativa interessante all’acquisto di una nuova automobile, soprattutto per chi percorre molti chilometri e possiede una vettura destinata a rimanere in famiglia ancora a lungo. La convenienza, tuttavia, non dipende soltanto dagli 800 euro promessi dallo Stato: a fare la differenza sono costo dell’intervento, consumi e percorrenza annua.

DENZA sarà al Salone di Parigi 2026: tante novità in mostra per il brand premium di BYD

DENZA sarà al Salone dell’auto di Parigi 2026, in programma tra il 12 e il 18 ottobre. Il brand premium del Gruppo BYD mostrerà ai visitatori del Padiglione 5.3 del Paris Expo Porte de Versailles la sua gamma di modelli, con diverse novità in esposizione. Si tratta di un appuntamento molto importante per il marchio che, per il suo futuro, ha obiettivi davvero ambiziosi, come confermano gli annunci arrivati in queste ore.

Modelli e tecnologie in mostra

In occasione del Salone di Parigi, DENZA esporrà il nuovo BAO5, primo SUV del brand per il mercato europeo. Il modello può sfruttare la tecnologia Super Hybrid DMO, Dual Mode Off-road ed è dotato di un motore turbo benzina da 1.5 litri abbinato a due motori elettrici, uno per asse, per una potenza massima complessiva di 544 CV, con una coppia motrice di 760 Nm.

Tra le caratteristiche del SUV troviamo una lunghezza di quasi 4,9 metri, un’accelerazione 0-100 km/h completata in 4,8 secondi e la presenza della Blade Battery da 31,8 kWh, in grado di garantire fino a 90 chilometri di autonomia in modalità a zero emissioni. Considerando la combinazione del serbatoio della benzina e della carica della batteria, l’autonomia combinata raggiunge quota 835 chilometri nel ciclo WLTP.

Da non perdere è anche la DENZA Z, supercar elettrica che rappresenta un vero e proprio simbolo del marchio. Basata sulla piattaforma e³ e dotata di un’architettura a tre motori elettrici, per una potenza massima di 1.604 CV e 1.240 Nm di coppia, la vettura sarà al Salone di Parigi in tre varianti.

DENZA, che da poco ha inaugurato uno showroom in Italia, esporrà le versioni Z Coupé, Z Spider e Z Racing. Questa terza versione è accreditata di un’accelerazione da 0 a 100 km/h in 1,96 secondi con pneumatici semi-slick opzionali, velocità massima di 350 km/h e autonomia WLTP fino a 380 km. Tutte le varianti hanno una Blade Battery di seconda generazione da 76 kWh.

Tra le principali novità esposte allo stand spiccherà la colonnina FLASH Charging, pensata per illustrare dal vivo le potenzialità della ricarica ultrarapida sviluppata dal Gruppo BYD. Lavorando in sinergia con la Blade Battery di seconda generazione, questo sistema garantisce tempi record: bastano 5 minuti per passare dal 10% al 70% di autonomia e appena 9 minuti per raggiungere il 97%.

Le prestazioni restano eccezionali anche in condizioni climatiche estreme, con un passaggio dal 20% al 97% completato in 12 minuti a –30 °C. L’innovazione di FLASH Charging affiancherà le altre tecnologie di punta dell’azienda presenti all’evento, tra cui la piattaforma e³, l’architettura Super Hybrid DMO e le sospensioni intelligenti DiSus.

Un appuntamento da segnare in agenda

Lunedì 12 ottobre, a partire dalle 14:25, è in programma la conferenza stampa ufficiale con cui DENZA illustrerà le novità in arrivo e chiarirà i piani per il futuro. La conferenza segna un punto di svolta per la Casa, soprattutto in considerazione delle ambizioni del brand del Gruppo BYD che intende ritagliarsi uno spazio da protagonista del mercato europeo nel corso dei prossimi anni.

Hyundai guarda al futuro: dalla strada al cielo con le nuove rotte della mobilità

Per Hyundai, il futuro della mobilità ha sempre meno confini e non si limita alla strada, con la volontà di creare un unico ecosistema connesso. Si tratta dell’obiettivo definito dalla divisione Urban Air Mobility che punta a rendere il Gruppo un “fornitore di soluzioni di mobilità smart” con tante soluzioni innovative da implementare nel corso del prossimo futuro per creare un sistema composto da auto private e condivise, trasporto on demand, guida autonoma e, in prospettiva, velivoli elettrici a decollo e atterraggio verticali.

Tutte queste soluzioni sono unite e coordinate da piattaforme digitali, progettate per ridurre la congestione e i tempi di percorrenza, soprattutto in quelle aree urbane ad altissima densità di veicoli, dove il traffico rappresenta un problema che le persone e le aziende devono affrontare su base quotidiana. Nel corso degli ultimi anni, l’azienda ha realizzato diversi progetti, con i target di gettare le basi per quella che sarà la mobilità del futuro.

Tutto è partito con un concept

La divisione Urban Air Mobility ha iniziato a prendere forma nel 2019, con la fondazione. In occasione del CES 2020 di Las Vegas, a pochi mesi dalla nascita, la divisione del Gruppo Hyundai svelò S-A1, primo concept di air taxi, nato per rispettare quattro principi fondamentali (sicurezza, silenziosità, accessibilità e centralità del passeggero).

Successivamente, a distanza di due anni, è nata Supernal, società che guida i progressi del Gruppo nella mobilità aerea avanzata, anche grazie alle collaborazioni con tanti partner internazionali, con l’obiettivo di essere all’avanguardia nello sviluppo dell’intero ecosistema AAM, acronimo di Advanced Air Mobility (Mobilità Aerea Avanzata).

In occasione del Farnborough International Airshow del 2022, Supernal ha presentato un concept di abitacolo a cinque posti. In seguito, al CES 2024, c’è stato il debutto di S-A2, velivolo elettrico a decollo e atterraggio verticali progettato per ridefinire il trasporto urbano.

Questo veicolo può raggiungere una velocità di 190 km/h, arrivando fino a 450 metri di quota e completando tratte tra 40 e 65 chilometri. Il funzionamento del veicolo è molto silenzioso, con le operazioni di decollo e atterraggio che avvengono a 65 dB, mentre il volo orizzontale avviene a 45 dB.

Il ruolo del vertiporto

Sempre al CCES 2024 è stato presentato un concept che anticipa il vertiporto, un elemento strategico che sarà la base dei servizi di mobilità che prevedono decollo e atterraggio in verticale. Lo sviluppo dell’infrastruttura a terra rappresenta un tassello cruciale per l’effettiva operatività del servizio.

L’impegno del Gruppo in questo ambito affonda le radici già nel 2021, quando Hyundai ha supportato nel Regno Unito, insieme al Governo britannico e alla città di Coventry, il progetto Urban Air Port Air-One, il primo hub al mondo concepito specificamente per velivoli elettrici e droni.

Grazie a un’occupazione di suolo inferiore del 60% rispetto a un eliporto convenzionale, la struttura abbatte le barriere fisiche all’ingresso nelle metropoli: diventa così possibile realizzare hub compatti direttamente nel cuore delle città o accanto a snodi chiave di scambio, rendendo il passaggio dalla strada al cielo immediato, accessibile e privo di colli di bottiglia.

Piovono multe in Emilia-Romagna, arriva il bici-velox

A Parma gli agenti hanno messo nel mirino i proprietari di bicilette elettriche con lo strumento del bici-velox, un dispositivo in grado di individuare le e-bike modificate che superano i limiti consentiti. Dai primi accertamenti sono emerse delle irregolarità che hanno già condotto a 15 sanzioni in poche ore e multe fino a 15mila euro.

Il bici-velox usato dalla Polizia Locale di Parma è stato battezzato Dynostar e consente di accertare se una e-bike è in regola con le recenti normative. La diffusione massiccia delle biciclette elettriche ha portato a una lunga lista di disposizioni da rispettare. Su un banco di prova portatile, dotato di rulli, viene piazzato lo strumento di misurazione della velocità massima e della potenza del motore. La soluzione è in grado di verificare in un lampo eventuali alterazioni delle prestazioni originali. Per accrescere le performance del mezzo in tanti hanno applicato delle modifiche che aumentano la velocità.

E-bike truccate nel mirino

Circolare su strade pubbliche con una e-bike modificata o sbloccata è un’infrazione gravissima secondo il Codice della Strada italiano. Le bici elettriche, comprese alcune fat-bike, possono diventare veloci come scooter attraverso interventi sul sistema elettrico e possono raggiungere facilmente velocità superiori a quelle consentite. Per rientrare nella categoria di un normale velocipede, una bicicletta a pedalata assistita secondo la legge, deve presentare un motore con potenza nominale continua massima di 250 watt, il cui supporto si interrompa prima che il mezzo raggiunga i 25 km/h.

In caso di superamento della soglia si materializza un problema da non sottovalutare per evitare sanzioni. Se il motore continua a fornire assistenza oltre il limite stabilito, a causa di alcune modifiche al mezzo, l’e-bike può essere qualificata come ciclomotore, con tutti gli obblighi previsti per questa categoria. Quindi prima di alterare una bicicletta elettrica a pedalata assistita (EPAC) per superare i limiti di fabbrica tenete conto delle potenziali conseguenze.

Controlli a tappeto

Gli agenti sono intervenuti a Parma, lo scorso 6 ottobre 2026, con verifiche in via D’Azeglio e piazza Garibaldi, due zone centrali della città, sempre piene di ciclisti. In base a quanto annunciato sulle colonne de La Repubblica, sono state comminate 15 sanzioni nell’arco di un solo pomeriggio. La ricerca delle e-bike irregolari continuerà anche sulle piste ciclabili, nelle zone a traffico limitato e nei parchi cittadini. In caso di circolazione senza i necessari requisiti amministrativi possono scattare sanzioni comprese tra 5mila e 15mila euro, oltre a eventuali provvedimenti sul mezzo.

Le violazioni riscontrate durante i controlli degli agenti vanno dalla mancanza di immatricolazione all’assenza della copertura assicurativa obbligatoria. A Bologna, la Lega ha chiesto di adottare uno strumento analogo per verificare la regolarità delle e-bike in circolazione. Il capogruppo Matteo di Benedetto ha chiesto di installare un Dynostar per aiutare la Polizia Locale. Di Benedetto, a tal proposito, ha annunciato:

“Non si tratta di colpire la mobilità elettrica, ma di garantire che chi utilizza una bicicletta regolarmente conforme possa farlo insieme a tutti gli altri cittadini, senza che mezzi modificati e potenzialmente molto più veloci mettano in pericolo la sicurezza degli altri”.

Fiab, Ancma e Assoutenti hanno chiamato in causa il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per tutelare i consumatori e le aziende che rispettano i requisiti di legge.

Ferrari Luce, cosa c’entra Jeff Bezos: Elkann si rivela

La prima Ferrari 100% elettrica si è rivelata essere l’arma in più della gamma, ma anche la proposta più divisiva della storia della Casa modenese. In proporzioni ben lontane dai concetti classici di sportività Made in Maranello, il collettivo americano di designer e creativi fondato da Jony Ive che insieme a Marc Newson ha sviluppato il progetto hanno scelto un design che è stato aspramente criticato dai puristi. Ma come ha preso vita l’idea di proporre sul mercato la Luce?

A rivelarlo è stato John Elkann in persona che, durante una passeggiata con Bezos, ha avuto l’intuizione che ha stravolto gli scenari abituali del Cavallino. Nel 2016 il nipote di Gianni Agnelli stava camminando con Jeff Bezos, numero 1 di Amazon, che gli rappresentava la direzione del mondo. Pur non conoscendo il mondo automotive, l’americano ha rappresentato al presidente della Ferrari la possibilità di prendere in considerazione il lancio di una vettura a zero emissioni.

Cambio di prospettiva

Da sempre la Ferrari ha legato i suoi successi commerciali alla pista, quindi al rombo di motori termici che hanno scandito le vittorie in F1, nel WEC e nelle sfide del Motorsport più impegnative al mondo. Il fondatore di Amazon, dieci anni fa, immaginava il mondo attuale impregnato di tecnologia elettrica, ma la realtà, almeno alle nostre latitudini, è ben diversa dai proclami green avanzati dai politici. Elkann, dal palco di Wave, la conferenza sulla tecnologia che fino al 2025 si chiamava Italian Tech Week, ha raccontato:

“È stato il primo momento in cui mi è venuto in mente che dovevamo cominciare a pensarci sul serio”.

Così è stato coinvolto nell’ambizioso programma di sviluppo Jony Ive, l’ex responsabile del design di Apple, che con il suo studio LoveFrom ha creato la Luce insieme ai tecnici del Centro Stile Ferrari. Le amicizie americane del presidente della Ferrari hanno scandito la nascita della vettura, ma non bastava fosse elettrica, ma bisognava capire come evolvere il concetto tecnologico nell’abitacolo, differenziandolo dalle rivali. Elkann ha chiesto un parere a Ive su come impostare il lavoro e da quella chiacchierata ha preso vita una collaborazione che ha rivoluzionato il concetto di eleganza silenziosa.

L’evoluzione della specie

Il collettivo di LoveFrom non portò disegni né rendering, approfondendo la storia del brand italiano. I tecnici si erano posti l’obiettivo di rispettare il DNA del Cavallino, proiettandolo nel futuro con uno stile audace. Insieme a Elkann e Ive, sul palco hanno presenziato due elementi simbolici della Luce: la chiave con il display e-ink a colori dallo sfondo giallo che scompare dopo l’inserimento, mentre il secondo oggetto era il volante con la struttura in metallo a vista e comandi fisici.

La prima Ferrari full electric della storia ha conservato elementi nell’abitacolo che si apprezzano con le dita, senza bisogno degli occhi. Per l’ex designer della Apple il touch non deve essere l’interfaccia principale, proponendo un connubio che sta tornando sui principali modelli di nuova generazione. Elkann ha ammesso che Ferrari non intendeva realizzare un’auto controversa e che un’accoglienza simile non era prevista, ma la vettura alla spina ha già fatto segnare dei record all’asta.

Dopo il lancio, Ferrari è stata subissata di critiche sui social, ma secondo il presidente chi vede poi la Luce dal vivo si fa una idea molto diversa. Sul mercato asiatico la vettura è stata accolta con entusiasmo da quella che Elkann ha definito la clientela più esigente al mondo.

Cosa sta succedendo a Roma? Nessuno riesce a fermare le golf car

In una Capitale sempre più caotica, l’ultima grande novità è rappresentata dalle cosiddette caddie o cart che dovrebbero accompagnare i giocatori di golf sul green e invece sfrecciano dentro le ZTL guidate dalle guide che accompagnano gruppi di turisti desiderosi di scoprire le meraviglie di Roma. Il centro città, meta turistica gettonatissima, è pieno dei piccoli mezzi sprovvisti di autorizzazione.

Dopo l’inchiesta dell’Adnkronos, rilanciata dal Guardian, sono scattati i controlli a tappeto dei carabinieri nelle zone turistiche di Roma. Dal Circo Massimo a via di Sant’Eustachio, in zona Pantheon, da Trinità dei Monti a piazza Navona e piazza del Popolo, gli agenti hanno accertato la regolarità delle immatricolazioni, scoprendo uno scenario che sta creando un vero e proprio caso nella Regione Lazio.

Caos e rischi

Gli operatori al volante delle golf car mostrano le principali attrazioni della Capitale, parcheggiando dove capita e creando problemi agli automobilisti, ma anche ai motociclisti e ai pedoni. In uno scenario di overtourism e spazi pubblici contesi, un giro panoramico sulle caddie mostra anche una lacuna normativa che ha un impatto sul Codice della Strada, sui tassisti e sugli operatori Ncc, pregiudicati dalla circolazione selvaggia di circa 500 golf car, di cui il 90% opererebbe senza autorizzazione.

Se un turista può ritenere comodo vedere la città in tempi record, dietro il pagamento in media di 100 euro, per i residenti cresce la frustrazione. Già a fine settembre i carabinieri sono intervenuti per controllare 131 golf car nelle aeree più affollate del centro storico, determinando circa 38.000 euro di multe complessive per violazioni che vanno dalla guida senza patente alla sosta irregolare. Senza una regolamentazione, i carabinieri hanno verificato la regolarità delle immatricolazioni ma anche i rapporti di lavoro tra autisti e operatori, oltre al rispetto delle basilari regole del Codice della Strada.

Dieci veicoli sono stati sottoposti a fermo, pari al 7,63% di quelli controllati. Di questi, soltanto sei erano utilizzati come noleggio con conducente senza licenza, ovvero il 4,58% del numero totale. A sei fantomatici operatori turistici sono state ritirate le patenti e soltanto 41 golf car sarebbero state autorizzate dal Comune.

L’evoluzione del trasporto nella Capitale

Roma ha avuto il suo periodo storico con il boom delle Fiat 500, poi è diventata la Vespa il simbolo da cartolina della città, sino al passaggio ai tuk tuk. Oggi tra le anguste vie del centro girano le golf car e la situazione pare essere totalmente sfuggita di mano. In una realtà che vanta una crescita delle presenze record rispetto al passato occorrerebbe una normativa chiara per porre un freno a uno scenario ben poco sicuro anche per gli altri utenti della strada.

Alla fine dell’anno la Capitale potrebbe raggiungere un nuovo primato storico, dopo il record di turisti già marcato nel 2025, chiuso con 27 milioni di arrivi e 63 milioni di presenze. Sul piano della circolazione, la navetta resta un veicolo atipico ai sensi dell’articolo 59 del Codice della Strada, ma sul fronte della sicurezza vi sono delle criticità. Spesso sulle golf car vengono fatte salire famiglie che, senza apposite cinture di sicurezza, mettono a rischio anche l’incolumità dei figli.

A giugno 2026 il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha spiegato che le strutture ricettive e agenzie di viaggio con veicoli immatricolati a uso proprio (articolo 82 CdS) possono mettere al volante delle navette dei driver senza licenza, a patto che il servizio non preveda un pagamento extra. Tassisti e Ncc sono già sul piede di guerra, vedendosi sottratto il lavoro dagli agenti di viaggio che sfruttano una lacuna normativa per accompagnare un esercito di turisti. Il confine tra un’attività lecita e l’esercizio abusivo di una professione dovrebbe essere spazzato via da una legge specifica che sta preparando la Regione Lazio sulle navette turistiche per regolare il fenomeno nei centri storici e nelle aree a vocazione turistica.

Riparare le auto senza alcun permesso, il fenomeno dei meccanici abusivi in Italia

Capita sempre più spesso di leggere notizie di questo tipo, ed è un segnale che qualcosa, nel settore della riparazione auto, non funziona come dovrebbe.

Da nord a sud della Penisola, forze dell’ordine e polizie locali stanno scoprendo officine improvvisate nate dal nulla, spesso allestite dentro garage privati o persino nei cortili di casa, dove si lavora sulle vetture altrui senza alcuna autorizzazione né i requisiti professionali richiesti dalla legge. Un fenomeno che espone gli automobilisti a rischi concreti, pur restando spesso invisibile fino a quando qualcuno non decide di controllare da vicino.

Nuovo caso a Casarsa della Delizia

L’ultimo episodio arriva dal Friuli-Venezia Giulia, dove la Polizia Locale di Casarsa della Delizia, in provincia di Pordenone, ha scoperto e fermato un’attività di manutenzione e riparazione auto condotta interamente all’interno di un’abitazione privata.

Le indagini erano partite già nel mese di giugno, a seguito di alcune segnalazioni arrivate agli uffici comunali, e sono proseguite per tutta l’estate fino al controllo decisivo degli ultimi giorni, quando gli agenti hanno sorpreso l’uomo al lavoro su un veicolo. All’esito degli accertamenti sono state contestate diverse violazioni amministrative, tra cui la totale assenza delle abilitazioni necessarie e la mancata iscrizione all’Albo delle imprese artigiane.

L’attività è stata interrotta, gli strumenti utilizzati sequestrati, e l’amministrazione comunale ha diffuso un appello rivolto alla cittadinanza, invitando a non affidare mai la manutenzione di automobili, mezzi o attrezzature a chi opera in maniera improvvisata o priva di autorizzazione.

Un fenomeno rimasto nascosto

Episodi come questo non sono affatto isolati, e raccontano di una zona grigia del settore automotive che resta spesso lontana dai riflettori proprio perché si svolge all’interno di spazi privati, lontano dalla strada e quindi dai controlli di routine.

A Quinto di Treviso, qualche settimana fa, la Guardia di Finanza ha scoperto un caso ancora più articolato: un meccanico 44enne che lavorava abusivamente, individuato risalendo ai proprietari delle vetture presenti nei suoi locali. Dagli accertamenti è emerso che alcuni clienti avevano speso fino a 800 euro per riparazioni pagate rigorosamente in nero, senza alcuna fattura, e in diversi casi il problema per cui avevano affidato l’auto all’officina era rimasto irrisolto.

Un fenomeno, insomma, che non riguarda episodi sporadici, ma che sembra attraversare in forme diverse l’intero territorio nazionale, alimentato spesso dalla ricerca di prezzi più bassi rispetto a quelli praticati dalle officine regolarmente autorizzate.

Cosa rischiano meccanici improvvisati e clienti

Chi gestisce un’attività del genere senza i requisiti previsti rischia conseguenze decisamente pesanti, che vanno ben oltre la semplice sanzione amministrativa: il mancato possesso delle abilitazioni professionali e la mancata iscrizione agli albi competenti comportano infatti provvedimenti che possono arrivare fino alla chiusura definitiva dell’attività e al sequestro di attrezzature e locali, come accaduto proprio a Casarsa della Delizia.

Ma a sorprendere molti automobilisti è un altro aspetto, forse meno conosciuto: anche chi si affida, magari inconsapevolmente, a un meccanico senza partita IVA regolare o privo delle autorizzazioni richieste rischia una sanzione. Come emerso nel caso di Treviso, la legge punisce infatti pure chi porta la propria vettura a un’attività non autorizzata, con multe che possono arrivare fino a 258 euro, ridotte a 86 se il pagamento avviene entro 60 giorni.

Un motivo in più, oltre alla sicurezza stradale, per verificare sempre con attenzione a chi consegnamo la nostra auto: un’officina regolare lascia sempre una traccia fiscale, a partire dalla fattura, elemento che tutela sia in caso di contestazioni sul lavoro svolto sia da spiacevoli sorprese come queste.