Quando i prezzi del carburante salgono, il riflesso condizionato di chi segue i mercati energetici è guardare verso il Golfo Persico. E in questo momento, guardare verso il Golfo significa fare i conti con uno scenario che ha pochi precedenti recenti: lo Stretto di Hormuz chiuso ai commerci, impianti danneggiati dagli attacchi, esportazioni bloccate e un prezzo del petrolio che non smette di salire.
In questo contesto, il 2 agosto l’OPEC+ ha annunciato un nuovo aumento della produzione, il quinto da quando è esploso il conflitto in Medio Oriente. 188.000 barili al giorno da settembre, con l’obiettivo di tentare di stabilizzare un mercato che l’interruzione dei commerci ha messo sotto pressione.
Si passa a 188 mila barili al giorno
L’OPEC+ include gli 11 membri dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio, tra cui Arabia Saudita e Kuwait, più altri paesi come la Russia, in totale sono 21. Non tutti, però, sono nella condizione di aumentare l’estrazione. L’aumento riguarderà Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Algeria, Kazakistan, Oman e Russia: solo i sette paesi attualmente in grado di incrementare la produzione. Gli altri, per ragioni tecniche o logistiche legate al conflitto, non possono farlo.
Una nota di colore che non va trascurata: tra i paesi che non partecipano all’aumento non ci sono più nemmeno gli Emirati Arabi Uniti, che ad aprile avevano deciso di uscire dall’OPEC per gestire in modo indipendente i propri volumi estrattivi. Una defezione pesante, in un momento in cui il gruppo avrebbe bisogno di presentarsi compatto.
Rassicurare il mercato
Un annuncio che ha un potere più simbolico che immediato. Con lo stretto di Hormuz ancora chiuso, diversi impianti nei paesi del Golfo danneggiati dagli attacchi iraniani e le esportazioni non ancora riprese a pieno ritmo, annunciare 188.000 barili al giorno in più non ha lo scopo di inondare subito il mercato di greggio aggiuntivo, perché quel petrolio al momento non può fisicamente uscire dalla regione come un tempo.
L’obiettivo è dunque duplice: da un lato tentare di rassicurare i mercati che il petrolio non mancherà, dall’altro dimostrare che l’OPEC+ è pronto ad aumentare le forniture non appena la guerra finirà e i commerci riprenderanno a pieno ritmo. Un segnale politico, per dire al mercato che l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio è pronta a fare la propria parte per fare in modo che la crisi non degeneri ulteriormente.
Prezzi alle stelle
Gli effetti sul mercato dei carburanti si sentono già da settimane, e gli automobilisti italiani ne sanno qualcosa. Dalla scadenza del taglio delle accise a inizio luglio i prezzi alla pompa hanno ripreso a salire senza sosta, poi le tensioni nello Stretto di Hormuz hanno fornito un’ulteriore spinta verso l’alto, leggermente mitigata dall’ultimo taglio al solo diesel.
Confesercenti ha calcolato che il rincaro dei carburanti tra luglio e agosto potrebbe costare alle famiglie italiane circa 700 milioni di euro in più rispetto a un anno normale, una cifra che si abbatte sulle tasche degli automobilisti proprio nel periodo degli esodi estivi, quando i chilometri percorsi raggiungono il picco annuale.
L’annuncio OPEC+ del 2 agosto è un primo segnale che qualcosa si muove. Ma finché Hormuz non riaprirà e le esportazioni non riprenderanno davvero, 188.000 barili al giorno in più restano soprattutto una promessa. E le promesse in questo periodo hanno un significato troppo irrilevante.
