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Volkswagen, la crisi non molla: annunciati 19 mila esuberi

Questa settimana, in anticipo rispetto all’assemblea degli azionisti prevista per il 18 giugno, l’amministratore delegato di Volkswagen Oliver Blume ha diffuso un documento che riassume la situazione del gruppo e anticipa i numeri del piano di ristrutturazione in corso. I numeri fanno un certo effetto, anche per chi li aveva già messi in conto. Solo presso Volkswagen, inclusi gli stabilimenti di Sachsen e Osnabrück, l’organico sarà ridotto di 19.000 unità entro la fine dell’anno. Non è una prospettiva futura: è un processo già avviato e in stato avanzato di esecuzione.

Ridurre i posti di lavoro

I tagli all’organico sono la parte più visibile di un piano molto più ampio, che tocca produzione, capacità installata, strutture gestionali e complessità dei prodotti. Per Volkswagen, Audi, Porsche e la consociata Cariad, il gruppo ha concordato di ridurre il numero di posti di lavoro in Germania di circa 50.000 unità entro il 2030.

In totale, sono già stati conclusi oltre 28.000 accordi vincolanti per le cessazioni del rapporto di lavoro entro il 2030. I costi di produzione presso gli stabilimenti Volkswagen in Germania sono già stati ridotti di oltre il 20% entro il 2025. Il gruppo ha già ottenuto un miliardo di euro di risparmi e sta lavorando per arrivare a sei miliardi entro il 2030 grazie a programmi di performance specifici.

Sul fronte della capacità produttiva, il ridimensionamento è altrettanto radicale. La capacità era stata pianificata prima del Covid sulla base di ipotesi molto più ottimistiche, fissata in 12 milioni di veicoli l’anno. Oggi il gruppo ritiene realistica una cifra intorno ai 9 milioni e l’obiettivo è adeguare la capacità produttiva a questo livello. Negli ultimi due anni il gruppo ha già ridotto la produzione di circa due milioni di unità tra Europa e Cina, e sono in corso misure per tagliare ulteriori 500.000 unità in Cina. I prossimi passi in Europa, avverte Blume, saranno di portata simile.

Crescita quasi inesistente

Le parole che Blume ha scelto per descrivere il contesto attuale non sono quelle dell’ottimismo istituzionale che si sente spesso nelle comunicazioni aziendali. Sono parole concrete e dure per chi le deve ascoltare. Le condizioni per l’industria automobilistica sono ulteriormente peggiorate nel 2026, a causa del conflitto in Medio Oriente, della contrazione dei volumi di mercato e della concorrenza sempre più intensa.

La parte che colpisce di più è però questa: “Non possiamo dare per scontato che i livelli di vendita e di prezzo del passato torneranno sui mercati. E certamente non possiamo dare per scontato che i mercati torneranno a crescere.” Una frase che fotografa una rottura netta con il modo in cui l’industria era abituata a ragionare fino a pochi anni fa, con cicli di crisi seguiti da rimbalzi, con mercati che prima o poi si normalizzavano e tornavano a tirare.

In parole povere: dobbiamo ridurre i costi e diventare più redditizi, in un contesto economico che è diventato più complesso, dove la crescita è quasi inesistente. Dobbiamo adeguare le nostre strutture di conseguenza e riposizionare il nostro modello di business“, afferma ancora l’amministratore delegato. Non è una dichiarazione di resa, ma è il riconoscimento che le vecchie regole del gioco non valgono più.

Tra le misure strutturali annunciate c’è anche la semplificazione della gamma prodotti: prodotti mirati, meno varianti, volumi maggiori per modello, con una maggiore attenzione alle aspettative dei clienti nelle diverse regioni. Una strategia che punta a concentrare le risorse su ciò che vende davvero, invece di disperdere investimenti su decine di configurazioni che saturano le linee senza produrre margini adeguati.

Il segnale che arriva da Wolfsburg, al di là dei numeri specifici, è quello di un gruppo che ha scelto di operare con trasparenza su una situazione difficile, invece di minimizzarla fino all’inevitabile. Per i lavoratori coinvolti è una magra consolazione, ma per il futuro industriale del gruppo potrebbe essere l’approccio più onesto possibile in un momento in cui fingere che vada tutto bene non è più un’opzione credibile.

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