Non usa mezzi termini l’amministratore delegato di Volkswagen, Oliver Blume, nel descrivere lo stato di salute del colosso di Wolfsburg. “La situazione è più che critica“, ha dichiarato il numero uno del gruppo in vista della serie di assemblee dei dipendenti previste nei giorni scorsi. Parole arrivate proprio mentre l’azienda si prepara a comunicare alla propria forza lavoro un pacchetto di misure destinato a ridisegnare pesantemente l’intero gruppo.
L’ipotesi chiusura degli stabilimenti
Il nodo più delicato riguarda il futuro di alcuni impianti storici del marchio in Germania. Blume ha spiegato che al momento non è stata presa alcuna decisione sulla chiusura degli stabilimenti, ma ha ribadito la posizione del gruppo secondo cui per gli impianti di Emden, Hannover, Zwickau e Neckarsulm al momento non si intravede alcun modo per restare redditizi nel prossimo decennio.
Una frase che, pur senza annunciare formalmente nulla, lascia intendere quanto la situazione sia seria per questi siti produttivi. Per le sedi dove la produzione di automobili potrebbe fermarsi, Volkswagen starebbe comunque esplorando soluzioni industriali alternative, con trattative avanzate con aziende del settore della difesa.
Un’ipotesi che conferma quanto emerso nelle scorse settimane, quando si era parlato della possibilità che lo stabilimento di Osnabrück venga in parte destinato alla produzione di veicoli e componenti per uso militare, un’eventualità che fino a pochi anni fa sarebbe stata semplicemente impensabile per un marchio storicamente legato all’automobile di massa.
Tagli ai posti di lavoro
Sul fronte occupazionale, il quadro non è meno complicato. Volkswagen ha già annunciato 50.000 tagli di posti di lavoro, e lo stesso Blume ha precisato che sono già stati raggiunti accordi con 37.000 dipendenti.
Un piano di ridimensionamento che si inserisce in un percorso di riduzione dei costi avviato ormai da tempo e che, nonostante gli sforzi fatti finora, secondo i vertici del gruppo non basta ancora a garantire la sostenibilità economica dell’azienda nel medio periodo.
Blume ha spiegato che il margine operativo del 3,8% non è sufficiente a generare in modo stabile le risorse necessarie per nuove tecnologie, prodotti e impianti, nonostante la riduzione media del 20% dei costi di fabbrica già realizzata lo scorso anno negli stabilimenti tedeschi. Il CEO ha aggiunto che il gruppo è oggi sovradimensionato, un fattore che lo rende spesso troppo lento e troppo complicato nelle proprie decisioni.
Fare auto in Europa non è più redditizio
Dietro le parole di Blume si nasconde un problema che va ben oltre i confini di Wolfsburg. La sua struttura dei costi lo colloca oggi in una posizione di svantaggio rispetto ai concorrenti, in un momento in cui la competizione internazionale si fa sempre più serrata, soprattutto per la crescita dei marchi cinesi. Secondo l’ex amministratore delegato di Porsche, i costi generali di Volkswagen restano superiori di oltre il 30% rispetto a quelli di aziende comparabili, un divario enorme per un gruppo delle dimensioni del colosso tedesco.
Non stupisce quindi che Blume abbia definito quella attuale come “il più grande sconvolgimento” nella storia di Volkswagen e dell’intera industria automobilistica tedesca. I numeri del resto parlano chiaro: nel primo semestre i ricavi sono rimasti quasi invariati a 158,1 miliardi di euro, mentre il risultato operativo è sceso del 12% e il margine si è fermato appena al 3,8%.
