La proposta è destinata a far discutere. In un momento in cui l’industria automobilistica europea continua a perdere terreno sotto la pressione della concorrenza asiatica, Anfia torna a chiedere misure drastiche per difendere la filiera continentale. A lanciare l’allarme è stato il presidente Roberto Vavassori, secondo cui l’Europa rischia di compromettere uno dei suoi comparti industriali più strategici se non verranno adottate nuove forme di protezione commerciale.
La richiesta è chiara: consentire l’ingresso senza dazi delle vetture cinesi fino a una quota pari all’8% delle immatricolazioni europee e applicare successivamente una tariffa dell’80% sia sulle automobili sia sui componenti provenienti dalla Cina.
Il timore per la filiera europea
Secondo Vavassori il problema non riguarda soltanto i costruttori automobilistici, ma soprattutto l’intera catena dei fornitori che ruota attorno al settore. I componenti rappresentano infatti la maggior parte del valore di un’automobile e l’avanzata delle aziende cinesi rischierebbe di avere effetti pesanti anche sulle imprese europee specializzate nella componentistica.
Le preoccupazioni arrivano mentre diversi gruppi industriali europei stanno affrontando una fase complessa, caratterizzata da domanda debole, costi elevati e crescente concorrenza internazionale. In questo scenario, Anfia ritiene che gli attuali strumenti di difesa commerciale non siano più sufficienti.
I dazi attuali non bastano
L’Unione Europea ha già introdotto dazi aggiuntivi sulle auto elettriche prodotte in Cina, con un carico tariffario complessivo che può arrivare fino al 45% a seconda del costruttore. Le misure, entrate in vigore nel 2024, resteranno valide fino al 2029.
Per Anfia, però, il problema è che gran parte delle vetture cinesi vendute in Europa non rientra in questa categoria. Secondo Vavassori, la maggioranza delle auto provenienti dalla Cina è costituita da modelli ibridi o con motore termico, che oggi non sono colpiti dalle stesse misure applicate alle elettriche.
Nel frattempo la quota delle auto a marchio cinese vendute nell’Unione Europea ha superato il 9% nel primo semestre del 2026, un dato che alimenta ulteriormente il dibattito sul futuro della produzione continentale.
Il nodo delle fabbriche europee
Uno degli aspetti più controversi riguarda gli investimenti che diversi costruttori cinesi stanno realizzando in Europa. Marchi come BYD e Chery hanno avviato progetti produttivi nel continente, ma secondo il presidente di Anfia questo non garantirebbe automaticamente benefici alla filiera locale.
La preoccupazione è che una parte significativa dei componenti continui ad arrivare dall’Asia, limitando l’impatto positivo sugli stabilimenti e sui fornitori europei. Da qui la richiesta di estendere eventuali misure di tutela non soltanto alle vetture finite, ma anche ai componenti importati.
Un dibattito destinato a crescere
Le parole di Anfia arrivano in una fase in cui Bruxelles sta valutando nuove strategie commerciali per proteggere diversi settori industriali europei dalla crescente pressione delle importazioni, soprattutto dalla Cina. Il confronto riguarda ormai non solo l’automotive, ma anche comparti come chimica, materie plastiche e componentistica industriale.
Resta da capire se la proposta di dazi dell’80% troverà spazio nel dibattito europeo. Per ora rappresenta soprattutto un segnale d’allarme lanciato dalla filiera automobilistica italiana, convinta che la competizione globale stia entrando in una fase decisiva per il futuro dell’industria europea.
