Mobilità smart

Malya, l’e-Car italiana è un fuoristrada range extender a biometano

Si chiama Malya, è stata sviluppata dal trio Umberto Palermo Design, Federmetano e Reinova, e risponde ai criteri stabiliti dall’Unione Europea per la categoria delle e-Car: veicoli elettrici prodotti interamente in Europa, filiera corta, made in Italy dalla prima vite fino al software di gestione del powertrain. Non è un’auto che troverete dal concessionario nei prossimi mesi. È una concept, con tutto quello che questo implica: è una proposta, un manifesto progettuale, uno strumento per capire se c’è spazio per un approccio alla mobilità elettrica alternativo alle gigafactory e alle piattaforme condivise tra decine di modelli.

L’e-Car secondo Umberto Palermo Design

Partiamo da quello che si vede. La Malya è una crossover compatta sotto i quattro metri, con le proporzioni tipiche di un fuoristrada ridotto: una linea alta, ruote pronunciate, un profilo che comunica solidità e praticità prima ancora di raccontare la sua natura elettrica. La firma stilistica è di UP Design, lo studio fondato dal designer palermitano Umberto Palermo il quale ha costruito attorno alla Malya un’identità visiva capace di fare a meno del vocabolario aerodinamico che di solito accompagna le elettriche. Non ci sono superfici levigate all’inverosimile o prese d’aria simulate: è un’auto che comunica concretezza, quasi artigianalità, in deliberato contrasto con l’estetica aerospaziale che ha colonizzato il segmento.

Il cuore del progetto è però altrove, e riguarda la tecnologia. La Malya è essenzialmente un veicolo elettrico, con propulsione a batteria e ricarica sia da rete domestica che da colonnina pubblica. Fino a qui, niente di nuovo. La differenza sta nel range extender: un motore termico integrato che non muove le ruote, ma serve esclusivamente a ricaricare la batteria quando questa si scarica. Fin qui potrebbe sembrare la soluzione adottata da altri player, ma il dettaglio che rende la Malya diversa è il combustibile scelto per questo motore aggiuntivo: il biometano.

Usarlo come range extender su un’auto elettrica significa costruire un sistema di mobilità che, almeno sulla carta, non dipende dalla disponibilità di infrastrutture di ricarica rapida e non soffre dell’ansia da autonomia che ancora frena molti acquirenti dal passaggio al pieno elettrico. Lo sviluppo dell’integrazione tra motore elettrico, range extender termico, batteria e unità di controllo è affidato a Reinova, società specializzata nello sviluppo di powertrain ibridi e nell’elettrificazione degli assali. Un nome non popolarissimo tra il grande pubblico, ma noto nell’ambiente dei veicoli speciali e delle applicazioni industriali.

La sostenibilità economica del progetto

La domanda che viene spontanea, guardando un progetto come la Malya, è sempre la stessa: ma ha senso economicamente? Chi la comprerebbe, a quale prezzo, con quale rete di assistenza? La risposta che arriva dal team di progetto è interessante, e si sintetizza in un concetto preciso: nanofactory. L’idea è quella di produzioni mirate, piccole serie, mercati di nicchia e filiere corte. Un modello produttivo che ha radici profonde nell’industria italiana e che potrebbe trovare una nuova declinazione contemporanea proprio nell’era dell’elettrico.

Questo approccio sposta completamente il settore di riferimento. Non si tratta di capire se la Malya può competere con una Dacia Spring o con una Citroën ë-C3 sul prezzo al kWh, ma se esiste una domanda disposta a pagare per un’auto elettrica italiana, prodotta localmente, con una soluzione tecnica che estende concretamente l’autonomia senza dipendere dalla rete di ricarica. 

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